domenica 16 aprile 2023

Terra e polvere

"Terra e polvere" (Yin Ru Chen Yang - Return to Dust) di Li Ruijun. Con Wu Renlin, Hai-Qing, Gangrui Yang, Dengping Zhao, Cailang Wang e altri. Cina 2022 ★★★★1/2

Film rivelazione alla Berlinale 2022 e premiato con il Black Dragon Award al Far East Festival di Udine dell'anno scorso, Terra e Polvere racconta in modo semplice e delicata la storia di un amore pudico quanto profondo che nasce in un ambiente umano e ambientale ostile e, al contempo, lo stravolgimento che l'avanzare del capitalismo di Stato in salsa liberista e mercatista ha portato anche nelle regioni rurali della Cina non ancora del tutto contaminate dal "progresso" e dove la cultura contadina erede di millenni di tradizione è tuttora presente benché sul punto di sparire. Siamo nella povera province di Guansu, nel NordOvest semidesertico del Paese, e Ma Youti (impersonato da Wu Renlin, zio del regista e contadino nella realtà, originario anche lui di quella regione) e Cao Guiyng (Hai Qing, attrice professionista) sono na coppia di mezza età nata da un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie che sono ben felici di toglierseli di torno: lui è sempre stato sottomesso e sfruttato dai fratelli maggiori, lei addirittura picchiata ripetutamente e trattata come un animale dal parentado, ragion per cui è rimasta sciancata e soffre d enuresi non solo notturna, insomma due disgraziati. Vivono dapprima in una sorta di magazzino all'interno della fattoria della famiglia di Youti, ma quando questa viene demolita perché il governo incentiva il trasferimento in anonimi condomini in città pagando in denaro contante la distruzione di quelli che definisce tuguri,  i due, che vivono occupandosi con vera passione e competenza delle varie colture assieme all'asino (terzo vero protagonista della pellicola), che entrambi curano amorevolmente facendo in modo che, essendo il loro unico bene, non si affatichi più dello stretto necessario, decidono di costruirsi essi stessi un'abitazione con le loro mani nel tempo libero. E' un accordo tacito, il loro, e la parte faticosa se l'addossa l'uomo ma anche lei dà, nei limiti del possibile, il suo contributo, e alla fine avranno finalmente una casa che sia davvero a loro dimensione. In questa impresa il loro legame si rafforza e si cementa senza bisogno di tante parole. Quelle poche che si scambiano sono inizialmente essenziali, quasi "di servizio"; col passare del tempo diventano meno laconici ma hanno sempre un significato profondo e non si tratta mai di smancerie: l'affetto reciproco lo mostrano i fatti, le attenzioni e il rispetto l'uno per l'altra, e in questo sta la vera poesia del film, oltre all'attenzione e partecipazione con cui viene mostrato il lavoro nei campi nelle diverse stagioni e il rapporto, scarno, con la altrettanto povera umanità del villaggio. E qui entra in gioco anche il lato indubbiamente politico del film, che deve aver dato parecchio fastidio agli alti papaveri cinesi che lo hanno boicottato e censurato, perché mostra come le autorità del villaggio, ossia i rappresentanti dell'onnipotente partito comunista anche, onnipresente anche nelle più piccole località, siano da un lato degli amministratori pedissequi e senza ideali, che lucrano sui poveri e sugli innocenti, come la coppia in questione (Youti è pure periodicamente obbligato a donare il sangue per fare trasfusioni al potente capovillaggio in cura per una leucemia, si suppone), funzionari che girano in BMW nuove e fiammanti mentre i contadini non hanno in uso nemmeno un trattore e devono falciare e raccogliere il grano a mano e trasportarlo a dorso d'asino nonché vendere i loro prodotti a prezzo "politico"; per non parlare dei ragazzi più giovani, rincoglioniti dagli smartphone e già  completamente estranei a ritmi della vita nei campi. Non finirà bene, avviso subito chi mi legge, e il "progresso" vincerà anche sulla infinita pazienza (e saggezza) di un mondo povero ma autentico e in armonia con la natura, che a sua volta non è né bella né viene idealizzata: siamo ben lontani dall'ecologismo radical chic occidentale. Youti e Guiying simboleggiano perfettamente questa umanità sconfitta che si preferisce nascondere e dimenticare. Un gran bel film, di quelli che rimangono dentro.

giovedì 13 aprile 2023

Il ritorno di Casanova

"Il ritorno di Casanova" di Gabriele Salvatores. Con Toni Servillo, Fabrizio Bentgovoglio, Sara Serraiocco, Natalino Balasso, Alessandro Basentini, Bianca Panconi, Antonio Catania, Marco Bonadei, Elio De Capitani, Angelo Di Genio, Sara Bertelà, Walter Leonardi, Francesco Villa, Riccardo Gamba, Yoon C. Joyce. Voce narrante Ferdinando Bruni. Italia, Francia 2023 ★★★★1/2

Alle 18 di ieri, ultimo orario (da pensionati) utile dell'ultimo giorno di programmazione in quel di Udine e sala semideserta nonostante fosse mercoledì, giornata con biglietto a prezzo ridotto. A testimonianza dello scarso successo di pubblico, per non parlare della critica, che l'ha pressoché stroncato, dell'ultimo film di Gabriele Salvatores, recuperato, per fortuna mia, in extremis. Che navigo controcorrente, tanto per cambiare, rispetto ai prezzolati, e non ho nessun problema ad ammettere che, nei confronti di Salvatores, nutro un pregiudizio positivo, dovuto sia a motivi generazionali, sia per avere frequentato fin dalla nascita il Teatro dell'Elfo di Milano (cadono quest'anno i 50 anni di attività), di cui è stato uno dei fondatori, e a maggior ragione quando, come del resto già in Comedians, opera in qualche modo un ritorno alle origini: il teatro, appunto, perché potrebbe benissimo essere uno spettacolo dell'Elfo trasposto sul grande schermo e, viceversa, perfettamente adattabile sul palcoscenico da parte di una compagnia che spesso, nella sua storia, ha proposto spettacoli con ibridazione di mezzi espressivi che la rendono un unicum sulla scena nazionale. Si intrecciano qui due vicende: quella di Leo Bernardi (Toni Servillo, magistrale, mai sopra le righe), un regista in crisi creativa, che non riesce a terminare il suo ultimo film tratto per l'appunto da Il ritorno di Casanova, racconto di Arthur Schnitzler, bloccato in fase di montaggio nonostante le pressioni del suo storico produttore (Enzo Catania) e del suo montatore di fiducia e tra i pochi amici intimi (Natalino Balasso): il tempo vola e il film va terminato in tempo per essere presentato a Venezia. La sua depressione, il suo avvitarsi su sé stesso, i tic, le nevrosi, i rapporti col prossimo (stampa, colleghi), la sua vita milanese nel suo lussuoso appartamento ipertecnologico dove vive da solo in compagnia dei suoi fantasmi e delle sue manie sono raccontati in un elegante bianco e nero alternandosi con le immagini del film in montaggio, che invece è a colori e vede protagonista Fabrizio Bentivoglio in grande spolvero, perfetto nei panni di un Casanova invecchiato e immalinconito, durante le peripezie del suo viaggio di ritorno a Venezia dopo anni di assenza e il suo tentativo di sedurre Marcolina, bella ed emancipata nipote dell'amico Olivo nella cui magione viene ospitato lungo il tragitto padano. Insomma, le storie dei due anziani uomini si intrecciano e la loro è una crisi di senilità, ché di questo tratta, con sottile ironia e disincanto il film, del tempo che passa e della difficoltà ad accettarlo, nonché delle prospettiv e che cambiano con l'età, e il Giacomo Casanova di Schnitzler è null'altro che lo specchio di Leo Bernardi il quale, durante la lavorazione del film, mentre cercava un posto in cui ambientarlo, ha conosciuto SIivia (Sara Serraiocco), una giovane contadina piena di energia e con le idee chiare (la Marcolina dei nostri tempi) con cui ha intrapreso una relazione senza poi sapere come portarla avanti e, al contempo, soffre la concorrenza di un giovane regista, Lorenzo Marino (Marco Bonadei) nuovo astro della cinematografia italiana e idolo della stampa, che pure lo considera un maestro, e il cui secondo film sarà in competizione con quello di Leo per il Leone d'Oro a Venezia, dove i sue piani narrativi si fonderanno a chiusura della pellicola. Che ho trovato elegante, originale, stravagante, arguta, intelligente, evidentemente troppo per il palato degli amanti dei pipponi pensosi e del politicamente corretto, al contempo assuefatti dalla spettacolarità un tanto al chilo e agli effetti speciali delle produzioni a stelle e strisce; ulteriore nota di merito, la colonna sonora, come sempre curata con grande competenza dal regista, e la capacità di rendere due storie, praticamente due film, in 90' esatti: non da tutti, ma Salvatores è uno che sa quel che sta facendo. Nel cast una buona parte di attori che fanno parte o ruotano in torno all'Elfo, a cominciare dai suoi due dioscuri, Elio De Capitani, difficilmente riconoscibile nei panni settecenteschi del marchese Celsi, e Ferdinando Bruni, voce narrante del film.

martedì 11 aprile 2023

I tre moschettieri: D'Artagnan

"I tre moschettieri - D'Artagnan" (Les trois mousquetaires: D'Artagnan) di Martin Bourboulon. Con François Civil, Vincent Cassel, Romain Duris, Pio Marmaï, Eva Green, Louis Garrel, Lyna Khoudri, Vicky Krieps, Jakob Fortune-Lloyd, Alexis Michalik e (molti) altri. Francia 2023 ★★★★1/2

Non si contano i film di cappa e spada tratti dai romanzi di Alexandre Dumas (padre) in collaborazione con Auguste Maquet, tra i capolavori della letteratura mondiale e, comunque, tra i libri più conosciuti sul pianeta, a dispetto di essere usciti dapprima a puntate in appendice al giornale Le Siècle nel 1844, ma pochi così ben concepiti, girati e interpretati come questa prima parte del dittico che comprenderà la seconda, dedicata a Milady, in uscita a dicembre: personalmente, non vedo l'ora. Perché in primis il cinema è spettacolo, e quindi intrattenimento, non solo "cibo per il cervello" o materia di riflessione, e questo film lo è allo stato puro, di evasione senza pensieri. Primo merito del regista è di avere seguito rigorosamente la trama del libro, il primo della serie, in cui il giovane guascone D'Artagnan giunge a Parigi con l'intenzione di diventare moschettiere e di come riesca, quasi per caso, a entrare nel trio che costituisce l'élite di quel corpo di guardie personali del Re di Francia, che all'epoca in cui è ambientato, il 1627, era Luigi XIII (interpretato con la consueta sottilissima ironia da quel simpatico ceffo di Louis Garrel, che fa sempre piacere vedere all'opera); il secondo, di essere riuscito a rendere in maniera comprensibile e lineare una trama alquanto ingarbugliata e farla rientrare in 120 minuti giusti, quanto è la durata della pellicola, non tralasciando nulla di quanto è essenziale per apprezzare il trascinante racconto e porre le premesse per il seguito che, non ho dubbi, sarà all'altezza. Tralascio volutamente di accennare alla trama perché chi mi legge l'avrà senz'altro presente per aver letto il romanzo in gioventù, perché è di quelle che non si dimenticano, come del resto quella de Il conte di Montecristo, sempre di Dumas-Maquet; o del ciclo dei Pirati della Malesia o dei Corsari delle Antille di Emilio Salgari: in caso negativo, hanno un'ottima occasione per farsi un'idea del libro vedendo uno spassoso film d'azione in costume, un vero e proprio colossal d'altri tempi, senza effetti speciali ma con gran profusione di mezzi e di personale e una notevole accuratezza nella ricostruzione dell'ambiente dell'epoca, insomma niente a che fare con la tipiche "americanate" ma un prodotto dal gusto e dalla fattura in tutto e per tutto europei. Vincent Cassel è un sofferto Athos, Romain Duris un satireggiante Aramis, Pio Marmaï il gaudente Porthos, François Civil, poco noto da noi, un impertinente D'Artagnan, Lyna Khoudri la sua dolce ma al contempo vispa Constance, Vicky Krieps Anna D'Austria, sposa del re di Francia, Jakob Fortune Loyd il suo amante Lord Buckingham e la splendida e sempre più brava Eva Green la miglior Milady che sia apparsa sullo schermo, più dark che mai. Da vedere senza indugi. 

domenica 9 aprile 2023

L'appuntamento

"L'appuntamento" (Najsrekjniot chovek na svetot) di Teona Strugar Mitevska. Con Jelena Kordić, Adnan Omerović, Labina Mitevska, Ana Kostovska, Ksenija, Marinković, Izudin Bajrović e altri. Danimarca, Belgio, Slovenia, Croazia, Bosnia Herzegovina, Macedonia 2022 
★★★★+

Un felicissimo ritorno nelle sale per l'ottima regista macedone che già ci aveva deliziato con il suo Dio è donna e si chiama Petrunya; con L'appuntamento, che in lingua originale suona come L'uomo più felice del mondo, da un lato affronta, come di consueto e con uno sguardo originale, la condizione della donna nel mondo balcanico (che ci è molto più vicino di quanto siamo abituati a pensare, e non solo geograficamente), ma al contempo anche quella dell'uomo; dall'altro l'elaborazione del trauma derivato dalle guerre che hanno divelto l'ex Jugoslavia negli anni Novanta, e in particolare la città simbolo di quelle vicende: Sarajevo, la più multietnica di quella federazione. Lo fa attraverso un racconto e immagini metaforici, senza perdere il gusto dell'ironia e del paradosso che caratterizza i suoi film: in questo caso la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani dalla Mitevska assieme ad Elma Tataragić, autrice sarajevese nata nel 1976, a cui si deve un tocco autobiografico. Già la scena iniziale è notevole: un uomo visto di spalle osserva dall'alto di un palazzo un cantiere in costruzione a bordo del quale è seduta una donna bionda che sta preparandosi a un appuntamento. La vediamo camminare, per la città, inquadrata prima in alcuni dettagli e solo dopo un lungo piano sequenza tutta intera, quando arriva in un nuovo palazzo tutto vetri dove si tiene la settimanale riunione di un sito che si occupa di appuntamenti tra persone di sesso diverso che cercano una relazione: lei è Asja, ha 45 anni, laureata in legge, ha un ottimo lavoro e sa già che il potenziale partner che incontrerà e con cui farà a coppia a partecipare a une serie di domande surreali, ideate per testarne la compatibilità, si chiama Zoran, che ha solo due anni più di lei, perché già si sono conosciuti in rete. Quello che non sa è che è stato Zoran di fatto a scegliere lei e per un motivo ben preciso: è stato lui quello che ha sparato il colpo che le ha procurato una ferita che di cui porta ancora i segni sulla schiena la notte del 1° gennaio del 1993: era stata la prima volta che aveva usato il fucile che gli avevano ordinato di imbracciare al momento in cui fu costretto ad arruolarsi, quando aveva  appena compiuto 18 anni. E 16 Asja, la sua vittima. Senso di colpa? Desiderio di espiazione o di perdono? L'uomo è emaciato, sembra in preda ad attacchi di panico, pur avendo un buon lavoro e una famiglia (escluso quindi che abbia voluto incontrare Asja per scopi gli "istituzionali" del sito), ammette di aver spesso preso in considerazione il suicidio (da qui il titolo in serbocroato) e, sì, di essere serbo e quindi ortodosso. Tutti dettagli che si scoprono man mano che la vicenda prende corpo coinvolgendo anche il resto dei frequentatori dell'evento, un gruppo eterogeneo di personaggi di tutte le età e di tutte le etnie, in buona parte "miste" (come del resto è Asja, di padre musulmano e madre serbo-ortodossa); sarajevesi che hanno vissuto in prima persona quell'assedio durato quasi quattro anni e altri più giovani che pur non avendone un ricordo diretto ne portano tuttora conseguenze pur vivendo in una realtà completamente mutata e ben testimoniata proprio dal palazzo in cui si tiene la grottesca manifestazione che li ha riuniti lì: cercare incontri in una città in cui la convivenza e i rapporto sono tuttora problematici benché sia sempre vivace e attiva, e dove le divisioni passano nella mente stessa delle persone che appartengono a un popolo che, al di là di speciose differenze etniche, religiose parla la stessa identica lingua da sempre (ed è con questa che si comunica, oltre che coi corpi) e ha la stessa mentalità. Mitevska è ancor più degna di stima perché non dà giudizi su vicende storiche che, da ex jugoslava, nata nel 1974 a Skopjie, nella vicina Macedonia, ha conosciuto lei stessa molto bene da giovane, al di là di confermare che vittime di qualsiasi guerra sono le persone normali, quelle che costituiscono il "popolo" in nome del quale chi sta al potere le inizia, le conduce e ci marcia, compreso chi ci è messo in mezzo e costretto a farla uccidendo e rischiando la vita per conto di chi ha i mezzi per costringerlo a farlo, com'è il caso di Zoran. Quello che viene rappresentato è uno psicodramma a due che diventa man mano collettivo coinvolgendo tutti i presenti, ognuno per aspetti diversi, come diverse sono le storie dei vari personaggi che affiorano qua e là dalle risposte agli assurdi quiz o nei colloqui tra di loro. Geniale l'idea dello speed dating come spunto ed sfondo alla vicenda, dialoghi concisi ed esemplari, interpretazioni tutte di ottimo livello: brava la regista e bravi gli attori. 

venerdì 7 aprile 2023

Era ora

"Era ora" di Alessandro Aronadio. Con Edoardo Leo, Barbara Ronchi, Mario Sgueglia, Francesca Cavallin, Raz Degan, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller e altri. Italia 2022 ★★★

A cinque anni di distanza da Io c'è, torna nelle sale Alessandro Aronadio con un'altra commedia eccentrica in forma di favola, rifacimento di Come se non ci fosse un domani - Long Story Short dell'australiano Josh Lawson, uscito due anni fa e il piglio mi è parso più sicuro, quindi il risultato migliore, anche grazie a una coppia di interpreti azzeccati: Edoardo Leo, sempre a suo agio con personaggi un po' persi, inadeguati al mondo circostante, e Barbara Ronchi, a mio parere sempre troppo poco valorizzata. I due danno vita a una coppia affiatata e innamorata: Dante,  impiegato in una compagnia di assicurazione, sempre in corsa contro il tempo, perennemente in ritardo sui numerosi impegni di cui si è fatto carico, e Alice, un'illustratrice di libri per bambini: al risveglio dopo la festa che, a sorpresa, lei ha organizzato per il 40° compleanno del compagno, Dante si trova ad affrontare nuovamente i dieci 26 ottobre successivi, la sua data di nascita, senza ricordarsi minimamente di quello che è successo nei 365 giorni precedenti: rimane insomma impigliato nel tempo, che comunque scorre sempre più veloce, come per l'appunto sa bene chi ha superato quella cifra fatidica. Nel frattempo Alice è rimasta incint; hanno avuto una bimba; Dante rinvia ogni volta a utilizzare il regalo che gli ha fatto Valerio, insegnante, l'amico di sempre: un giro assieme sull'otto volante; diventa direttore della compagnia in cui lavora; farà terapia di coppia con Alice (presso uno psicoterapista impersonato spiritosamente ed efficacemente da Andrea Purgatori); avrà una storia con la sua segretaria; Alice lo lascia per una sorta di "guru de noantri" e lui vedrà la figlia solo saltuariamente; a Valerio cadranno i capello per via della chemio a cui deve sottoporsi... Ma è la realtà di una vita che gli è svanita tra le dita oppure una premonizione in forma di allucinazione e lui farà in tempo a correggere quello che sembra essere il suo destino? Il film giustamente non lo dice, e lascia la conclusione allo spettatore, o quantomeno il tempo per riflettere se non sia il caso di dare il giusto valore alle cose che contano, a cominciare dall'uso del proprio tempo e delle proprie energie, e ai rapporti con le persone che si è convinti di amare. E di non riprodurre i meccanismi di cui si è stati vittime a propria volta, come è il caso di Dante nel rapporto con suo padre: la convinzione di dover fare di tutto per assicurare il mero benessere materiale alla famiglia che giustifica l'assenza nel presente di tutti i giorni. Il tutto in forma di una metafora non originalissima (il presente che si ripropone invariabile non è un tema nuovo) ma presentata con gentilezza e arguzia, senza forzature. Un film lieve ma non stupido, e un cast ben assemblato che lo rende gradevole. 

martedì 4 aprile 2023

Armageddon Time - Il tempo dell'Apocalisse

"Armageddon Time - Il tempo dell'Apocalisse" di James Gray. Con Banks Repeta, Anne Hathaway, Anthony Hopkins, Jeremy Strong, Johnny Davis, Tovah Feldshuh, Jessica Chastain, Ryan Sell, Domenick Lombardozzi e altri. USA, Brasile 2022 ★

E dàgliela: avanti un altro che che ci fa, indirettamente, un pippone sulla sua vocazione artistica e, come se non bastasse, sul "tempo dell'apocalisse", quello che secondo la sua versione avrebbe colpito gli USA con l'avvento dell'Era Reaganiana all'inizio degli anni Ottanta, chiudendo quella della Speranza, una sorta di immaginaria Età dell'Innocenza che avrebbe caratterizzato il Grande Paese della Libertà e delle Opportunità nei quarant'anni precedenti, durante i quali non si era realizzata l'utopia di forgiare quella società multietnica, multiculturale e, soprattutto, solidale tanto proclamata nelle intenzioni quanto smentita dai fatti, per cadere nell'individualismo e nella ricerca del successo, misurato esclusivamente attraverso il denaro, come se non fosse questo il collante di quella società fin dalle sue origini: ciò in cui si sostanzia il "diritto alla ricerca della felicità" sancito costituzionalmente, ossia il Sogno Americano. Che è poi quello di partecipare alla lotteria di chi riesce a farcela, senza guardare in faccia a nessuno e, se necessario, a tradire e fottere l'amico, il parente o anche passare sul cadavere di chiunque si frapponga al cammino verso l'autorealizzazione. Così Gray, un regista del tutto altalenante, come già notato in passato, che alterna buoni film ad altri inguardabili, ma che hanno in comune l'appartenenza al genere del polpettone, imbastisce una storia dai risvolti autobiografici raccontandoci il passaggio dall'infanzia all'adolescenza di Paul Graff, ragazzino delle medie di una famiglia ebrea laica e piccolo borghese che abita nel Queens, a New York, studente svogliato, a parte la passione per il disegno, e indisciplinato che frequenta una scuola pubblica dove lega con un compagno di classe ripetente e di colore, Johnny, senza genitori, affidato alla nonna (malata), con cui combina guai di ogni genere: una sorta di Gian Burrasca, a differenza del fratello, studente modello, che frequenta una prestigiosa scuola privata. Dove finirà anche lui, per volere soprattutto della madre (Anne Hathaway), che, da brava "progressista" pure si diceva intenzionata a candidarsi per il consiglio scolastico di zona, salvo smentirsi clamorosamente, in sostanza per toglierlo dalle "cattive frequentazioni", in pratica separarlo dall'amico di colore. Unico a capire le ambasce del ragazzino è il nonno, un Anthony Hopkins sempre più fossilizzato nella parte di vecchio trombone e senza più un guizzo di autenticità, peraltro ex insegnante, che ricostruisce a uso del nipote discolo la storia della famiglia, fuggita dalla vecchia Europa per via di persecuzioni che aveva subito fin dalla Ucraina di dove era originaria (e figurati se poteva mancare un riferimento, del tutto specioso, all'attualità) a causa della propria "diversità", passando da Liverpool alla volta degli Stati Uniti. Dove avrebbe avrebbe trovato altre minoranze (per la serie: ognuno è il negro, o il terrone, di qualcun altro) e dovuto adeguarsi, ossia mandare giù bocconi amari e smentire i propri ideali per conformarsi e, nel caso, abbandonare al loro destino i più sfortunati. Bell'insegnamento, ma efficace, da parte di quello più "sensibile" della famiglia. Figurarsi il padre, una figura evanescente, che si vergogna di fare l'idraulico e già è frustrato di suo per non essere istruito come la moglie e che non si sente adeguato alla famiglia di lei, e pone tutte le sue speranze di riscatto sociale nel futuro dei due figli. In sostanza Paul imparerà a "tirare dritto" per la sua strada, ché solo così facendo, forse, potrà realizzare la sua ambizione di diventare un "Artista di successo" (che ovviamente si misura soltanto con la quantità quattrini che si riescono a incassare con le proprie opere, non certo con la qualità), senza curarsi di chi gli era stato a fianco, perché nulla si può fare se si ha il destino segnato, ossia: "così va il mondo". Il prezzo: un po' di senso di colpa da portarsi dietro (ché ad alleviare quello possono sempre pensarci gli psicoanalisti, altra specialità della casa, specie ebraico-americana) e avanti col sano pragmatismo anglosassone e il vittimismo dei discendenti del "popolo eletto". E, per quanto riguarda Gray, chissà, una redenzione attraverso l'Arte, dove si può realizzare quello che nella realtà è impossibile mutare. Beh, questo film di artistico non ha nulla: è insulso, noioso, pedantesco, inconcludente, mediamente male interpretato, irritante fin dall'altisonante  titolo e pure ipocrita. Si salvano Banks Repeta nella parte di Paul e Jeremy Strong in quella di suo padre per il paio di battute che gli sono concesse, la fotografia è scadente, l'ambientazione posticcia e raffazzonata.

domenica 2 aprile 2023

La valigia


"La Valigia - In viaggio con Dovlatov, Un torero squalificato" con Giuseppe Battiston. Regia di Paola Rota. Tratto da "La valigia" di Sergej Dovlatov, traduzione di Laura Salomon, adattamento di Paola Rota e Giuseppe Battiston; scena Nicolas Bovey; costumi Vanessa Sannino; luci Andrea Violato; suono e musica Angelo Elle; produzione Gli Ipocriti. Al Teatro PalaMostre di Udine il 31.03 e il 01.04

Non era stato facile trasporre sul grande schermo Il libro invisibile di Sergej Dovlatov, che raccontava i tentativi sistematicamente frustrati di pubblicare i suo libri nell'Unione Sovietica degli anni Settanta, ma Alexey German Jr ci era mirabilmente riuscito con l'ottimo film uscito un anno e mezzo fa e rimasto malauguratamente troppo poco nelle sale, capace di raccontare come pochi un'epoca e un ambiente; ancora più arduo, ridurre per il teatro il suo romanzo La valigia, in cui lo scrittore enumerava gli oggetti che avrebbe portato via da Leningrado dentro la sua valigia da emigrante e che l'avrebbero seguito nell'esilio, avvenuto nel 1978: da Vienna a Roma e poi negli USA, a New York, dove si stabilì e morì nel 1991, a soli 49 anni. Ci sono riusciti Paola Rota, che cura anche la regia di questo atto unico per attore solista, e Giuseppe Battiston, che ne è l'inarrivabile protagonista. Una valigia di ricordi: per ogni oggetto, Dovlatov imbastiva un racconto che finiva per evocare con ironia, affetti e partecipazione una serie di situazioni e di personaggi, quelli che si definirebbero i perdenti, gli unici con cui si diceva in grado di stare in compagnia, degli antieroi che erano capaci di ridere delle loro miserie facendosi burla di un regime oppressivo e riuscendo così a sopravvivergli, ma sostanzialmente liberi nella loro essenza e quindi, almeno a tratti e per quanto possibile, felici. Li riviveva con affettuosa nostalgia, perché russo era ed è rimasto, e la felicità non l'ha certo trovata nella negli Stati Uniti, il sedicente Paese della libertà però finta, di plastica: quella che da almeno vent'anni si è dato la missione di esportare nel mondo attraverso le guerre, ma questo lo aggiungo io e non lo scriveva Dovlatov e non lo dice Battiston in scena. Che non si limita a dare  voce (e che voce) ai racconti, in un italiano con pochi articoli, dalla pronuncia slava, però efficacissimo e ben scandito e quindi comprensibile, ma in grado di evocare quasi fisicamente i protagonisti dei racconti scaturiti dai ricordi di Dovlatov dando loro vita, in forma fantasmatica, con la potenza della parola e della gestualità, su una scena che, coi suoi microfoni ad asta, può ricordare uno studio radiofonico o televisivo (Dovlatov era giornalista e può starci una intervista, anche in veste di "esule"). Potenza della capacità interpretativa e affabulatoria di Battiston che è perfetta per dare voce e vita allo scrittore russo e ai suoi apparentemente strampalati personaggi, più russi che mai e che potrebbero essere usciti dalle pagine di Gogol', Čechov o Bulgagov, che esprimono l'uomo nella sua essenza e hanno dato vita a quella che è la più importante letteratura del mondo, come ha ricordato lo steso attore in una recente intervista a proposito dello spettacolo. Grandissima interpretazione di Battiston, che venerdì sera e ieri peraltro "giocava in casa", a Udine, al PalaMostre, con sala stracolma e accoglienza più che calorosa.

Prossime tappe: 12.04 al Teatro Comunale di Todi, 14.04 al Teatro Manzoni di Monza