sabato 26 settembre 2026

Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio

"Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio" di Annemarie Jacir. Con Saleh Bakri, Hiam Abbass, Yasmine Al Massri, Billy Howle, Robert Aramayo, Jeremy Irons, Karim Daoud Anaya, Liam Cunningham, Christopher Villiers, Sam Hoare e altri. UK, Qatar 2025 ★★★★

Esce sugli schermi nostrani in un momento particolarmente opportuno il film in cui la regista palestinese Annamaria Jacir, nata a Betlemme, ambienta questa storia che dovrebbe fare chiarezza sui precedenti dell’annosa questione, che non è scoppiata, come la propaganda sionista e la versione cara al luogo comune occidentale nel 1948 vogliono far credere, con la nascita dello Stato di Israele, una creatura del tutto artificiale, seguita ad anni di terrorismo sionista, voluta in particolare dalla Gran Bretagna, di cui la Palestina era un governatorato: secondo questa versione, gli arabi avrebbero rifiutato la soluzione “a due Stati” proposta già allora dall’ONU, con la conseguenza di essere cacciati a centinaia di migliaia dalle loro terre e dalle loro case (chi la subì la chiama nakba, ossia “catastrofe”). Detto per inciso, la cosa ricorda da vicino l’attuale diatriba “aggressore/aggredito” relativo alla guerra tra Russia e Ucraina: tutti a concentrarsi su quella che la Russia definisce “Operazione Speciale” intrapresa dalla prima per proteggere la popolazione russofona del Donbass, dimenticandosi che dal 2014 il regime ucraino la stava reprimendo con gli stessi mezzi usati dagli ebrei per appropriarsi delle terre altrui, ossia con la pulizia etnica, ora a Gaza e in Cisgiordania, e già a metà degli anni Trenta, durante il protettorato britannico. Fino ad allora, sotto quest’ultimo, ebrei e arabi convivevano, come già da sempre, nello stesso territorio (prima parte dell’Impero  Ottomano), fino a quando, sotto la spinta del movimento sionista, sono cominciate ad arrivare, dall’Europa (e non solo dalla Germania già nazista) e anche dagli Stati Uniti le prima avanguardie di coloni che ritenevano loro diritto “rientrare nella terra degli avi”, dopo un paio di millenni. Un diritto che considerano tuttora di di origine divina. Del resto, sono anche convinti di essere il popolo eletto. Il metodo: lo stesso usato in Inghilterra per dare avvio alla rivoluzione industriale, gli enclosure acts con cui tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo si fornì fraudolentemente una base giuridica alla proprietà privata dando il permesso ai ricchi di recintare pascoli e terre comuni, cacciandone chi la lavorava, e fornendo così anche manodopera da sfruttare nei nascenti opifici e nelle miniere. Allo stesso modo i britannici favorirono l’acquisizione dei terreni da parte dei coloni sionisti in Palestina negli anni Trenta, pretendendo la produzione di atti di proprietà registrati da parte degli arabi che possedevano case e terreni da centinaia di anni, senza bisogno di carte, e che venivano requisiti e dassegnati ai nuovi arrivati. In questo contesto nasce la prima rivolta araba già nel 1936, ed è qui che Annamaria Jacir inserisce la sua storia, che vede al centro della vicenda Josef, un giovane palestinese che si sposta tra il villaggio dove vivono la famiglia e gli amici, e la città, Gerusalemme, dove fa l’autista di un autorevole giornalista che intrallazza con gli inglesi, che ha una moglie, giornalista a sua volta, ma costretta a scrivere sotto pseudonimo maschile, che invece vede chiaramente le ingiustizie subite dagli arabi. Così come fa Thomas, il giovane e nuovo segretario del governatore britannico. Yusuf si schiererà coi rivoltosi, così come il prete ortodosso del villaggio e altri suoi autorevoli esponenti, e faranno, per mano dei macellai inglesi, una brutta fine. Insomma, una storia di fantasia, però credibile, che rende molto bene l’ambiente e l’atmosfera, grazie anche a inserti che sembrano essere tratti da immagini girate all’epoca ma opportunamente trattati e colorati, rendendo ancora meglio l’atmosfera. Bravi gli interpreti, ma al di là di tutto l’importante è il messaggio che il film trasmette, oggi. 


venerdì 18 settembre 2026

Ritorno a Buenos Aires

"Ritorno a Buenos Aires" di Marco Bechis. Con Adriano Giannini, Ana Celentano, Veronica Gerez, Adrián Fondari, Olivia Nuss, Paula Cohen, Marcelo Chaparro, María Laila Fernandez, Marcela Serli e altri. Italia, Brasile 2026 ★★★★+

Da trent'anni in Italia, esule dalla dittatura Argentina (1976/83), Mariano Guerra lavora come medico d'emergenza a Torino. E' un uomo solitario, cupo e ne ha donde: per due anni e quattro mesi è stato "ospite" del centro di detenzione illegale di Garage Olimpo (cfr l'omonimo film di Marco Bechis del 1999, che colà vi trascorse 4 mesi di persona; seguì, due anni dopo, Figli/Hijos, sul dramma dei figli di desaparecidos affidati a famiglie di militari, gli aguzzini dei loro genitori). Un'esperienza che l'ha segnato per sempre, e di fatto rotto dentro. Da giorni dalla segreteria del telefono del suo appartamento ascolta messaggi dal tribunale di Stato di Buenos Aires che gli chiede la disponibilità a testimoniare nel processo aperto nel 2008 contro un gruppo di militari responsabili di quanto accaduto nel suddetto Garage Olimpo. Processo reso possibile dopo l'annullamento delle leggi del Punto Final e della Obediencia Debida sotto il governo, per quanto controverso, di Nestor Kirchner che ha reso possibile una resa dei conti con un passato vergognoso: in Argentina, i militari hanno avuto l'ergastolo e sono marciti in galera, mentre in Cile Augusto Pinochet è morto nel suo letto, omaggiato da sostenitori e conniventi nazionali e stranieri. Per Mariano si tratta di una testimonianza soltanto orale, da cui potrebbe perfino uscire perfino come imputato, in cui dovrà affidarsi soltanto alla sua memoria, lui, solo, davanti a coloro che lo sequestrarono, torturarono, resero uno schiavo e, per certi versi, un complice. Dopo molte titubanze, e dopo aver affidato il suo cane, unica compagnia, alla figlia, con cui ha scarsissimi rapporti, ma che intuisce che per il genitore questo sia un passo necessario per ritrovare sé stesso ed accettarsi. Perché quella di Mariano Guerra, interpretato da un Adriano Giannini quanto mai convincente (uno dei rari attori italiani contemporanei che non fagocita il personaggio, ma se ne fa carico e lo esprime in maniera credibile) è la classica sindrome del sopravvissuto, che convive con il senso si colpa di essere ancora qui ad affrontare i propri mostri. Alla fine il ritorno a Buenos Aires non è quello a una città a cui Bechis, che ci ha abitato, e chi come la conosce bene come chi scrive non può che essere legato e affezionato, ma a sé stesso. Infatti la città non si vede, salvo l'aeroporto di Ezeiza, e qualche scorcio dall'alto di qualche quartiere anonimo: che si tratti della Reina del Plata si evince dalla struttura rigorosamente ortogonale e dalle veredas (marciapiedi)  baldosas (tipiche piastrelle cementizie). Oltre al labirintico tribunale e all'aula in cui si tiene il processo. Mariano e un altro gruppo di testimoni, altri rari sopravvissuti come lui, sono ospitati in una sorta di foresteria organizzata in un palazzo del Ministero della Giustizia, e quella riservatagli non è esattamente un'accoglienza amichevole: si ricordano che lui, studente di medicina, era diventato un assistente e "protetto" del Dottor Kappa, il medico del "campo", quello che faceva in modo di regolare adeguatamente la corrente elettrica della picaña con cui venivano torturati i prigionieri, che questi sopravvivessero alle sevizie durante gli interrogatori e che iniettava loro il pentothal per narcotizzarli prima di farli imbarcare sui voli della morte da cui sarebbero stati scaraventati nel Rio de la Plata o al largo, nell'Oceano Atlantico. Capitava che venisse incaricato il giovane Mariano, a fare le iniezioni, o a manovrare le manopole della corrente. Guerra va in crisi, specie quando assieme alla figlia di una sua ex compagna di lotta, che lo rintraccia per avere notizie della madre, si reca con lei in quello che rimane del Garage Olimpo in cui era detenuto assieme a lei, ancora di più quando, nei bagni del tribunale, incontra il suo ex protettore e al contempo carnefice, il Dottor Kappa, che è convinto che sia ancora suo succube e che non lo denuncerà. Il coraggio glielo trasmetterà un'altra ex compagna di lotta e detenzione, attraverso la comprensione del suo stato ma soprattutto attraverso un'ulteriore testimonianza, la sua quinta nel corso del processo, in cui troverà a sua volta il coraggio di denunciare le violenze sessuali e di gruppo subite dai depravati che si trova schierati davanti. Quando il giorno dopo toccherà a Mariano, non si tirerà indietro. Bisogna avere coraggio, determinazione, idee chiare e una profonda umanità per fare un film così. Quindi Grazie a Marco Bechis, ai suoi collaboratori, a tutti gli interpreti e a chi ha voluto e prodotto questo film, a cominciare da Domenico Procacci e dalla sua Fandango. Non a caso una coproduzione italo-brasiliana, finché dura Lula, e non italo-argentina, finché presidente resta quello psicopatico di Milei: ci si augura ancora per poco

lunedì 7 settembre 2026

Il falsario

"Il falsario" di Stefano Lodovichi. Con Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Andrea Arcangeli, Pierluigi Gigante, Edoardo Pesce, Aurora Giovinazzo, Fabrizio Ferracane, Edoardo Pesce, Claudio Santamaria, Mattia Carrano e altri. Italia, 2025 ★★+ 

Arcistufo di guardare serie TV a tempo perso e orfano da mesi di una programmazione cinematografica accettabile in sala, sono stato incautamente attratto da un film intero su Netflix, con la garanzia di una produzione Cattleya, che persevera nel meritorio tentativo di ricostruire la storia nostrana degli anni Settanta attraverso la descrizione degli intrecci fra trame rosse, nere, malavita, servizi deviati, insomma di quel "mondo di mezzo" romano protagonista ormai di una infinità di pellicole, serie TV, inchieste e libri di vario genere, tra cui Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, uscito ormai nel 2008, su cui si basa la sceneggiatura. Presentato all'ultimo Fesyival di Roma, racconta dunque della avventura nella capitale di Toni, (ispirato ad Antonio Chichiarelli e interpretato da un gigionesco Pietro Castellitto, dall'eterno e attonito sguardo ceruleo), Don Vittorio e Fabione, tre amici che da Rieti si trasferiscono nella capitale e faranno strada nei rispettivi settori: la carriera artistica, quella ecclesiastica e quella sovversiva (nella BR all'epoca del sequestro Moro). Il loro legame rimarrà intatto, salvo un tradimento finale, in tutta la intricatissima vicenda che scorre sotto gli occhi dello spettatore e che ha dell'inverosimile, per com'è resa nella pellicola, se non fosse che la realtà supera la fantasia. Personaggio principale è per l'appunto Toni, un vero talento, soprattutto nella riproduzione di falsi d'autore, qualità che gli apre le porte della collaborazione con Donata, che diventerà la sua compagna e complice nello smercio delle opere, e successivamente della collaborazione con Balbo (il sempre ottimo Edoardo Pesce), uno dei capi della Banda della Magliana, che gli metterà a disposizione gratuita un atelier in Via Giulia (che mi pare di riconoscere), e del Sarto (Claudio Santamaria), alto funzionario dei Servizi, infine con l'emissario di Cosa Nostra nella capitale (un Fabrizio Ferracane all'altezza) che si avvarranno della sua abilità nella contraffazione di documenti. Tra cui uno dei comunicati, il 7°, delle BR durante il sequestro Moro del 1978, un falso clamoroso che depistò le indagini sulla ricerca del suo cadavere nel Lago della Duchessa. Come uomo, complessivamente, è una vera merda, totalmente amorale, come testimoniano le frequentazioni a dir poco discutibili (mi viene in mente un certo reporter le cui vicende hanno riempito le pagine dei giornali durante questa calda estate), ed egocentrato. Non insisto sulla trama perché è troppo arzigogolata e confusionaria, ma garantisco che c'è di tutto, e tutto quanto già visto innumerevole volte e in tutte le salse. Il che andrebbe anche bene, perché la ricostruzione ambientale è credibile, le interpretazioni accettabili (a parte l'autocompiacimento del protagonista), il ritmo sostenuto, ma anziché buttare tutto nel tritacarne e miscelarlo per comprimerlo in un budello di due ore scarse, sarebbe stato più saggio diluirlo in una decina di puntate e serializzare il materiale, come del resto sarebbe vocazione di Netflix. Altro aspetto irritante è la mancata sottotitolazione in italiano quando i personaggi biasciano in romanesco ruminando le parole e mangiandosi consonanti per di più a mezza voce: un buon quarto del film è inintelligibile per buona parte del pubblico. Insomma, mi aspettavo di più, ma sbagliavo io. Speriamo in meglio per l'avvio della stagione autunnale.