"In the Grey" di Guy Ritchie. Con Henry Cavill, Eiza González, Jake Gyllenhaal, Kristofer Hivju, Rosamund Pike, Carlos Bardem, Fisher Stevens e altri. GB, USA 2026 ★★★+
Nel panorama alquanto grigio di questo spicchio di stagione cinematografica che, dalle notizie che giungono da Cannes, non verrà ravvivata di molto dalle pellicole in uscita dal relativo festival, riesce a spiccare perfino un film d'azione come In the Grey, grazie al talento speciale di Guy Ritchie (vedi The Gentlemen), qui anche sceneggiatore, di rendere edibile e divertente una storia sconclusionata ma avvincente grazie alla scelta di un cast azzeccato e alla freneticità della vicenda. Sophia/Rachel (non è chiaro), interpretata da Eiza González, è un'avvocata che opera nella "zona grigia" tra legalità e illegalità e si occupa, sostanzialmente, di recupero crediti, coadiuvata da una coppia di avventurieri, Bronco e Sid, rispettivamente Gyllenhaal e Cavill, particolarmente affiatata, di cui si fida ciecamente e che da lei sono stati tirati fuori da una galera tipo Guantanamo e quindi per Mamma, come la chiamano, darebbero la vita. Entrano in azione con un commando composto da altri quattro membri, organizzatissimi e iper professionali, quando la giovane legale, a occhio sui trenta, ma già incredibilmente espertissima in diritto internazionale, societario e finanziario, viene ingaggiata da tale Bobby, una Rosamund Pike sempre perfetta nei ruoli ambigui, per recuperare un miliardo di dollari fregati da tale Somoza, una sorta di oligarca ispanico (Bardem) al suo superiore, un altro squalo della finanza newyorkese, e sbarcano sull'isola del tipo, al largo della costa africana (sembrerebbe una delle Canarie). Lo scopo è preparare il terreno alla visita che "Mamma Rachel" farà a Somoza per cercare di convincerlo a restituire il maltolto e predisporre vie di fuga sicure nel caso le cose si mettessero male. Cosa che puntualmente avviene quando, dopo che Rachel/Sophia verrà sequestrata (nel frattempo, grazie all'abilità del suo staff di informatici, legali ed esperti ha minato l'impero finanziario di Salazar facendogli sequestrare quasi tutti i beni) dal "cattivo" della situazione. Inutile dire che la Squadra dei Sei avrà la meglio sui settanta uomini armati fino ai denti che Salazar le scatenerà addosso e che quest'ultimo sarà deportato negli USA, ma ci sarà una sorpresa finale, perché nei guai veri finirà qualcun altro, e il Bene, forse, trionferà, o almeno una certa idea di giustizia (si fa per dire, visto l'ambientino). Per tenere le fila del caos che ha messo in piedi, Ritchie si affida alla voce fuori campo di Sophia/Raquel che racconta nei particolari tutti gli inghippi legali, le trappole economiche, quelle informatiche e quelle tecniche (a cominciare dalle intercettazioni): non ci si capisce un cazzo ma va bene così, perché lo spettatore, preso in contropiede dalla frenesia che imperversa e dall'adrenalina che scorre, fa finta di sì e sta a guardare, prima i preparativi, ossia le fasi dell'addestramento della squadra di incursori, e poi la fuga vera e propria dall'isola, che ovviamente conterrà qualche imprevisto, fino all'epilogo. Confusi e quasi felici, si esce dalla sala soddisfatti per essersi divertiti con poco e nell'arco di un'ora e mezzo scarsa, il che va a merito del prolifico e abile regista britannico. Uno yankee l'avrebbe tirata in lungo per tre ore.


















