giovedì 21 maggio 2026

In the Grey

"In the Grey" di Guy Ritchie. Con Henry Cavill, Eiza González, Jake Gyllenhaal, Kristofer Hivju, Rosamund Pike, Carlos Bardem, Fisher Stevens e altri. GB, USA 2026 ★★★+

Nel panorama alquanto grigio di questo spicchio di stagione cinematografica che, dalle notizie che giungono da Cannes, non verrà ravvivata di molto dalle pellicole in uscita dal relativo festival, riesce a spiccare perfino un film d'azione come In the Grey, grazie al talento speciale di Guy Ritchie (vedi The Gentlemen), qui anche sceneggiatore, di rendere edibile e divertente una storia sconclusionata ma avvincente grazie alla scelta di un cast azzeccato e alla freneticità della vicenda. Sophia/Rachel (non è chiaro), interpretata da Eiza González, è un'avvocata che opera nella "zona grigia" tra legalità e illegalità e si occupa, sostanzialmente, di recupero crediti, coadiuvata da una coppia di avventurieri, Bronco e Sid, rispettivamente Gyllenhaal e Cavill, particolarmente affiatata, di cui si fida ciecamente e che da lei sono stati tirati fuori da una galera tipo Guantanamo e quindi per Mamma, come la chiamano, darebbero la vita. Entrano in azione con un commando composto da altri quattro membri, organizzatissimi e iper professionali, quando la giovane legale, a occhio sui trenta, ma già incredibilmente espertissima in diritto internazionale, societario e finanziario, viene ingaggiata da tale Bobby, una Rosamund Pike sempre perfetta nei ruoli ambigui, per recuperare un miliardo di dollari fregati da tale Somoza, una sorta di oligarca ispanico (Bardem) al suo superiore, un altro squalo della finanza newyorkese, e sbarcano sull'isola del tipo, al largo della costa africana (sembrerebbe una delle Canarie). Lo scopo è preparare il terreno alla visita che "Mamma Rachel" farà a Somoza per cercare di convincerlo a restituire il maltolto e predisporre vie di fuga sicure nel caso le cose si mettessero male. Cosa che puntualmente avviene quando, dopo che Rachel/Sophia verrà sequestrata (nel frattempo, grazie all'abilità del suo staff di informatici, legali ed esperti ha minato l'impero finanziario di Salazar facendogli sequestrare quasi tutti i beni) dal "cattivo" della situazione. Inutile dire che la Squadra dei Sei avrà la meglio sui settanta uomini armati fino ai denti che Salazar le scatenerà addosso e che quest'ultimo sarà deportato negli USA, ma ci sarà una sorpresa finale, perché nei guai veri finirà qualcun altro, e il Bene, forse, trionferà, o almeno una certa idea di giustizia (si fa per dire, visto l'ambientino). Per tenere le fila del caos che ha messo in piedi, Ritchie si affida alla voce fuori campo di Sophia/Raquel che racconta nei particolari tutti gli inghippi legali, le trappole economiche, quelle informatiche e quelle tecniche (a cominciare dalle intercettazioni): non ci si capisce un cazzo ma va bene così, perché lo spettatore, preso in contropiede dalla frenesia che imperversa e dall'adrenalina che scorre, fa finta di sì e sta a guardare, prima i preparativi, ossia le fasi dell'addestramento della squadra di incursori, e poi la fuga vera e propria dall'isola, che ovviamente conterrà qualche imprevisto, fino all'epilogo. Confusi e quasi felici, si esce dalla sala soddisfatti per essersi divertiti con poco e nell'arco di un'ora e mezzo scarsa, il che va a merito del prolifico e abile regista britannico. Uno yankee l'avrebbe tirata in lungo per tre ore.

giovedì 7 maggio 2026

Un anno di scuola

"Un anno di scuola" di Laura Samani. Con Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, Magnus Krepper, Silvia Gallerano, Maurizio Zacchigna e altri. Italia 2025 ★★★★+

Rivelatasi al grande pubblico cinque anni fa con il sorprendente Piccolo corpo, suo primo lungometraggio, Laura Samani si conferma ampiamente con Un anno di scuola, che adatta, attualizzandolo, un bellissimo racconto di Giani Stuparich uscito nel 1929 e ambientato nella Trieste del 1909. Parlare di adolescenza non è mai facile, col rischio immediato di cadere nel luogo comune e nella caricatura, quindi nella mancanza di credibilità, così come non lo è lavorare con degli esordienti e meno ancora su un testo che è un classico, che tale diventa perché, appunto, fotografa una situazione di passaggio che è di per sé eterna. Se nel libro di passaggio, oltre all'età dei protagonisti, è l'epoca, nell'imminenza della Grande Guerra e della caduta dell'Impero Austroungarico, di cui Trieste faceva parte, nel film della Samani è il 2007, anno in cui, con l'entrata della Slovenia nello Spazio di Schengen, è caduta anche l'ultima frontiera ereditata dalla Guerra Fredda. La storia, semplice, è basata sull'arrivo, in una classe tutta maschile dell'ultimo anno di un istituto tecnico, di Fredrika, una ragazza svedese (il padre è stato mandato in Italia per tagliare teste in uno stabilimento siderurgico): una una miccia innescata in un ambiente in tempesta ormonale ma che lega subito con un terzetto di ragazzi con cui fa gruppo, ossia Antero, riflessivo e "alternativo", da cui è attratta e col quale entra di più in confidenza, Pasini, il disadattato (reduce da un trauma famigliare) e il protettivo e tranquillizzante Mitis. Tra bevute, soggiorni nella "trappola", l'ex tipografia del nonno di Mitis trasfromata nel covo che utilizzano per starsene per conto loro, escursioni sul Carso (un punto di svolta del racconto avviene in un casotto doganale dove correva la frontiera su una strada secondaria), giri notturni sulle rive e nei locali della città dopo le ore di scuola, si svolge l'anno che precede la maturità: un tempo che per tutti al momento in cui lo si vive sembra eterno e in cui avvengono i cambiamenti più significativi e scoppiano anche le contraddizioni più grosse, quelle che lasceranno un segno anche se ci si perde. Insomma, un punto di svolta. Sembra banale, ma non lo è renderlo: né sulla pagina, né sullo schermo, ma Samani ci riesce benissimo, e suo ulteriore merito è farlo rendendo protagonista, oltre ai quattro ragazzi della "banda", una città che non è Roma, Milano o la cinematografica Torino di tanti film italiani degli ultimi tempi ma una città marginale e poco conosciuta, con la sua atmosfera tra il mitteleuropeo e il veneziano, la sua parlata ibrida che è lontana anni luce dal romanesco cinematografico dilagante, fuori dagli schemi italiani (proprio perché lo è assai poco). Si respira un'aria diversa, in questo film, il cui segreto è l'autenticità. Da non perdere assolutamente.

venerdì 1 maggio 2026

Primo Maggio


LAVORATORI
, e non CONSUMATORI. A 162 anni dalla fondazione della Prima Internazionale (Associazione Internazionale dei Lavoratori), rimane ancora il messaggio più attuale e necessario. 



venerdì 24 aprile 2026

Il caso 137

"Il caso 137" (Dossier 137) di Dominik Moll. Con Léa Drucker, Jonathan Turnbull, Solan Machado Graner, Sandra Colombo, Mathilde Roehrich, Stanislav Merhar, Guslagie Malanga, Genevève Minch e altri. Francia 2025 ★★★★+

Stéphanie Bertrand, magnificamente impersonata da Léa Drucker, è un tenente della IGPN, Ispettorato Generale della Police Nationale, che indaga per l'appunto sui reati commessi dagli agenti in servizio: nella fattispecie il ferimento, con gravi conseguenze, di un ragazzo di vent'anni, Guillaume, colpito alla testa da un proiettile di gomma ai margine di una manifestazione dei Gilets Jaunes l'8 dicembre 2018 sugli Champs Elysées, a Parigi. Il giovane era venuto nella capitale dalla provincia assieme alla sorella, al ragazzo di questa, Rémi, testimone diretto dell'accaduto, arrestato e non ritenuto credibile, e alla madre, che sporge la denuncia anche per i danni permanenti subiti dal figlio. La famigliola non faceva parte di gruppi organizzati, e l'adesione alla protesta contro i tagli alle spese sociali era stata anche l'occasione di una gita nella sfavillante metropoli, trasformandosi però in un incubo. Come c'era da aspettarsi (il film si ispira a fatti realmente accaduti) l'inchiesta si infrange su un muro di omertà da parte degli agenti coinvolti e dei loro responsabili, in nome di una solidarietà di corpo di un apparato poco amato dalla popolazione ma a sua volta sfruttato, sottopagato, male equipaggiato e preparato, mandato spesso allo sbaraglio da governi che, con le loro politiche, sono i primi responsabili del malcontento generale e delle proteste conseguenti e che, si sa, in Francia sono particolarmente decise e durature. Con infinita pazienza, e pur sottoposta a pressioni concentriche, da parte dei superiori come dei colleghi, compresi l'ex marito, agente pure lui e la sua nuova compagna, peraltro pure sindacalista della polizia, Stéphanie circoscrive le circostanze dell'accaduto, e prende particolarmente a cuore la vicenda quando scopre che la famiglia del ragazzo abita nella cittadina di cui è originaria lei stessa e dove vivono i suoi genitori, che conoscono la madre di Guillaume ma non si peritano di farglielo sapere, dubbiosi come sono essi stessi che la figlia andrà in fondo alla faccenda riuscendo a ottenere giustizia. Stéphanie non si scoraggia e, durante un sopralluogo sulla scena del fatto, si accorge che c'era la possibilità che ci fosse un testimone diretto dell'accaduto, affacciato alla finestra di un albergo che dà sulla strada in cui è stato colpito Guillaume. Lo scova, e si tratta di una cameriera che aveva pure girato un video dell'accaduto col suo cellulare, ma pure lei, straniera e di colore, recalcitra per la scarsa fiducia che ha nella giustizia, quando si tratta di emarginati, ma Stéphanie riuscirà a convincerla. Gli agenti coinvolti non potranno più negare l'evidenza e si scoprirà che i colpi sparati sono stati due e da due armi diverse, ma la via d'uscita consiste nel fatto che la perizia balistica non è in grado di stabilire con certezza da quale arma è partito lo sparo che ha colpito Guillaume, che quindi non potrà ottenere alcun risarcimento mentre i due agenti che hanno sparato saranno prosciolti. Vince insomma la ragion di Stato, che non vuole inimicarsi ulteriormente coloro che manda a metterci la faccia e a rischiare la pelle al posto di chi governa, e a Stéphanie verrà pure rinfacciato di essere stata fin troppo solerte per il solo fatto di venire dalla stessa cittadina dei denuncianti, e di avere incontrato la madre di Guillaume nel corso dell'indagine, ma non subirà ulteriori conseguenze. Il caso 137 si chiude così. Il grande merito del film, stringato, preciso, molto bene interpretato, girato con mano sicura, è di non giudicare e mostrare le comprensibili ragioni di tutte le parti in causa, che pure esistono: quello che sicuramente è in crisi, in Francia come da qualsiasi altra parte, è il rapporto di fiducia tra cittadini, specie quelli subalterni, con le forze dell'ordine che rappresentano e difendono uno Stato che tende a escluderli. Una vecchia storia, e in Italia ne sappiamo qualcosa. Da vedere. 

lunedì 20 aprile 2026

…che Dio perdona tutti

"…che Dio perdona tutti" di Pierfrancesco Diliberto (Pif). Con Pif, Giusy Buscemi, Franscesco Sanna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti, Domenico Cusumano e altri. Italia 2026 ★★★1/2

Alla sua quarta regia il buon Pif non perde la sua verve ironica, dissacrante con leggerezza, caustica con dolcezza (in questo caso un profluvio, avendo a che fare, oltre che con l'Altissimo, con la sublime arte pasticciera), capace di divertire quanto di far riflettere, e confeziona una commedia siciliana, anzi: orgogliosamente palermitana, tratta dal suo romanzo omonimo uscito nel 2018. Qui impersona Arturo, un agente immobiliare efficiente, il migliore dell'agenzia di Tommaso (Francesco Sanna), suo amico da sempre nonché compagno di calcetto, dove essendo il più scarso è relegato in porta. Per il resto è un brombolone, nu pinnuluni in dialetto locale, single, imbranato, ma appassionato e vero esperto di dolci, di cui l'isola è un paradiso in terra, che assaggia e descrive in ispiratissimi video che pubblica in rete. Un giorno le capita come cliente Flora (Giusy Buscemi), l'affascinante discendente da una dinastia di pasticcieri rinomata in città, alla ricerca di un locale in cui mettersi in proprio per innovare un po' la tradizione: è colpo di fulmine, inevitabile. C'è un problema: lei è una fervente cattolica e lui è agnostico, e l'ultima volta che ha pregato è stata in occasione della partita Italia-Brasile del 5 luglio 1982 al Sarriá di Barcellona, che avrebbe spianato la strada alla conquista del Mondiale di Spagna di quell'anno. Il tocco autobiografico non poteva mancare. Per conquistarla, dunque, cercherà di convertirsi, ma come tutti i "redenti" peccherà in eccesso di zelo, col rischio di rovinare tutto, specie quando si renderà disponibile a partecipare come sostituto di un notaio a una Via Crucis pasquale (ispirata a quella di Brian di Nazareth dei mitici Monty Python) asserendo di conoscerne tutti i passi e che avrà un esito raccapricciante. A ispirarlo in tal senso è l'apparizione, in un delirio glicemico causato dall'ingestione di un'intera guantiera contenente ben 35 sciù, nel salotto di casa niente meno che del compianto ex pontefice Jorge Bergoglio (Carlos Hipólito) che lo consiglia nelle varie fasi del corteggiamento e gli lascia in dotazione il Vangelo a cui ispirarsi. Con lui avrà un lungo colloquio in confessionale, spassoso ma carico di spunti di riflessione e tanto buon senso da parte del papa, che è un po' il filo conduttore del racconto, tra fede, agnosticismo e gastronomia siciliana, e alla fine, nel momento in cui non solo la relazione con Flora, ma anche l'amicizia con Tommaso e la sua stessa posizione lavorativa saranno davvero sul punto di rottura, in un analogo delirio iperglicemico da ingestione smodata di sciù Papa Francesco apparirà anche alla ragazza... E tutto si sistema, perché, come diceva il francescano argentino, alla fine Dio perdona sempre. Per quanto a tratti di trama esile, il film convince ed è piacevolissimo, sincero, primaverile: affronta lievemente tematiche altrimenti pesanti, e lo fa con intelligenza e buon gusto, senza far mancare quel pizzico di satira e umore nero che non guasta mai. Ben interpretato da tutto il cast, è ovviamente anche un omaggio alla raffinata e ricchissima pasticceria siciliana, oltre che al suo capoluogo, anche nei suoi aspetti meno cartolineschi, e alla sua gente, per cui si esce dalla sala di buon umore e ben disposti verso il prossimo, il che di questi tempi è un bene prezioso e un ottimo risultato per un film. Ma anche con l'acquolina in bocca e bramosi di cannoli, cassate e iris a volontà.

venerdì 17 aprile 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

"Giulio Regeni - Tutto il male del mondo" di Simone Manetti. Con Paola Deffendi, Claudio Regeni, Alessandra Ballerini e altri. Italia 2026 

Non si può valutare il documentario di Simone Manetti alla stregua di un film, né giudicarlo con gli stessi parametri: è altra cosa. Andarlo a vedere lo considero un dovere morale non solo in ricordo del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni, sequestrato nel gennaio del 2016 al Cairo e poi torturato e ucciso in circostanze volutamente occultate dai servizi di sicurezza egiziani, ma anche nei confronti dell'autore e regista nonché dei produttori Fandango (Andrea Occhipinti) e Ganesh (Mario Mazzarotto), soprattutto in considerazione del fatto che era stato escluso dai finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura (MIC) nel 2026, perché considerato di scarso "interesse culturale". Angosciante, disturbante, a partire dalle immagini spesso sfuocate, buie, sgranate e sempre inquietanti della metropoli, specie quelle di un video girato di nascosto dal referente di Regeni nel sindacato degli ambulanti della metropoli, sul quale il giovane stava facendo uno studio per l'Università di Cambridge, colui che lo a tradito per consegnarlo ai servizi segreti del suo Paese: su quello si chiude il film, col volto di Giulio che saluta dopo una conversazione in cui ripete più volte che quella ricevuta in Inghilterra è una borsa di studio, non un fondo per finanziare le attività del sindacato di cui il losco personaggio, tale Mohamand Said Abdallah, è il rappresentante. Un pugno nello stomaco, insomma. Oltre a ricostruire la tragica vicenda, sbugiardando le diverse grottesche versioni dei fatti fornite in fasi successive dalle autorità egiziane, una più sballata dell'altra, nonché dai mezzi di comunicazione sotto il totale controllo del regime, in particolare la televisione (non mancano insulti non solo all'intelligenza di chi ne segue le trasmissioni, ma all'Italia come tale), e rivelando i silenzi stupidi anche di alcuni "amici" che dividevano con l'appartamento con Regeni, i quali non gli avevano riferito delle "visite" di uomini dei servizi nelle sue cose, avvenute prima che il ragazzo rientrasse in Italia per le festività natalizie (probabilmente, opportunamente allertato, si sarebbe ben guardato dal tornare in Egitto), il documentario la inquadra nella serie di avvenimenti che hanno avuto luogo nel Paese dall'inizio della "Primavera Araba" il 25 gennaio del 2011, con le ripetute, violente manifestazioni di Piazza Tahrir che causarono, nelle settimane successive, la caduta del regime di Mubarak, alla vittoria dei Fratelli Musulmani l'anno successivo, fino al colpo di stato Militare che ne spazzò via il governo nel 2013 per sostituirlo con la giunta tuttora guidata dal generale Al Sisi: un regime paranoico, onnisciente, con infiltrati in qualsiasi piega della società. L'altra traccia, oltre ai filmati e alle interviste dei genitori di Giulio, dell'ambasciatore italiano dell'epoca in Egitto, di suoi conoscenti, e alla ricostruzione cronologica delle indagini e allo smontaggio delle menzogne propinate dalla polizia egiziana da parte dell'avvocatessa dei diritti umani Alessandra Ballerini, che fa da filo conduttore, è costituita dalle riprese del processo, ora sospeso, che si tiene in Corte d'Appello a Roma in contumacia dei quattro accusati di sequestro di persona, tortura e omicidio, tutti alti funzionari dei servizi di sicurezza del Paese arabo. Un racconto duro, disperante, ma necessario, che sta, meritoriamente, avendo un riscontro molto positivo da parte del pubblico, così come l'aveva avuto la campagnaVerità per Giulio Regeni condotta in primis per anni dalla famiglia di Giulio, come testimoniano tuttora le decine di migliaia di striscioni gialli con quella scritta che ancora campeggiano sui balconi di ogni comune della nostra Penisola. 

lunedì 13 aprile 2026

A cena con il dittatore

"A cena con il dittatore" (La cena) di Manuel Gómez Pereira. Con Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Nora Hernandez, Oscar Lasarte, Martin Páez, Elvira Minguez, Ferran Gadea, Carlos Serrano, Eva Ugarte, Xavi Francés, Antonio Resines e altri. Spagna, Francia 2025 ★★★★+

E' consolante che un film che sbeffeggia la presa del potere di Franco nel 1939, dopo tre anni di guerra civile seguita al suo Alziamiento del luglio 1936 contro il legittimo governo repubblicano, sia stato campione di incassi in Spagna, dove il passato non è mai davvero passato, almeno per quella parte di Paese che si riconosce in Vox, il partito gemello dei "Fratellos" italiani, al cui congresso del 2021 la cui leader, nonché nostra attuale presidenta del Consiglio, sbraitava il celebre ritornello "Yo soy Gioggia". Basata sulla pièce teatrale La cena de los generales, scritta nel 1998 da Luis Alonso de Santos, a cui sono occorsi 10 anni per essere rappresentata, questa commedia grottesca tipicamente spagnola, carica di humor negro, immagina una sorta di rivalsa dei perdenti a due settimane soltanto dalla caduta di Madrid, quando Franco, per celebrare la vittoria falangista, ordina di organizzare, oggi per oggi, una cena per i suoi generali al Palace, l'albergo più lussuoso della capitale, incaricando all'uopo il tenente Medina (Mario Casas), che dirigerà le operazioni assieme al maître d'hôtel Genaro (Alberto San Juan). Peccato che il salone delle feste sia stato nel frattempo trasformato in un ospedale da campo, e che i viveri, in una città sotto assedio da anni e ridotta alla fame, scarseggino, tranne ovviamente che al mercato nero, di cui i fascisti negavano l'esistenza, anche e soprattutto a onta dell'evidenza. E, cosa ancora più grave, la brigata di cucina del Palace si trovi in carcere, in attesa di essere giustiziata, in quanto interamente composta da repubblicani, "perché tutti i migliori cuochi di Madrid sono rossi". A differenza dei camerieri, tra cui prevalgono gli amici del nuovo regime, guarda caso. Come da noi i giornalisti, per esempio. Si tratta così di liberarli limitatamente alla preparazione di una cena all'altezza dell'illustre anfitrione: il Caudillo de España. Se il cuoco Antón si rifiuterà di accettare e verrà freddato con uno sparo in fronte dal falangista Alonso, gli altri sapranno approfittare della situazione per darsela a gambe e raggiungere, come altre centinaia di migliaia di compagni, la Francia non prima, però, di aver ammannito una cena sopraffina. In unità di tempo e luogo la pellicola illustra dunque i frenetici preparativi e descrive in  maniera credibile caratteri e ambiente dell'epoca, per quanto in termini di farsa, ma mai sopra le righe. Ovviamente sono presi di mira principalmente i vincitori, in tutta la loro boria, arroganza, imbecillità e profonda ignoranza, ma ce n'è anche per alcuni vezzi tipici della sinistra. Alla coppia di protagonisti si aggiunge una prestazione eccellente da parte di un gruppo affiatato di ottimo caratteristi, e tutta l'allegra compagnia, cfr. cast, ha l'aria di essersi divertita un mondo durante le riprese. All'altezza delle interpretazioni anche la gustosa colonna sonora, ritmi sostenuti, durata ottimale (un'ora e 45'), un film perfetto per farsi quattro risate, di cui mi guardo bene dallo svelare ulteriormente la trama e, soprattutto il finale, a sorpresa. 

venerdì 10 aprile 2026

Lo straniero

"Lo straniero" (L'Étranger") di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude, Jean-Charles Clichet e altri. Francia 2025 ★★★★1/2

Parrebbe doveroso un raffronto con l'adattamento di Luchino Visconti dell'omonimo romanzo di Albert Camus, del 1967, protagonista niente di meno che Marcello Mastroianni, ma non ne ho memoria: potrei anche averlo visto, come la maggior parte dei film dell'aristocratico regista milanese, e se così fosse non mi è certo rimasto impresso come gli altri; il romanzo invece sì, anche se non avevo ancora affrontato, avevo 12 anni all'epoca, quello che è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti. Visconti aveva sempre avuto un intenso rapporto con la letteratura, il Gattopardo ne è uno dei più brillanti esempi, ma era italiano, ha fatto notare François Ozon in una recente intervista, mentre il suo è l'adattamento de Lo straniero da parte di un francese, che l'epopea coloniale del suo Paese, particolarmente in Algeria, dove il romanzo è ambientato (e Camus era nato), la conosce dall'interno, per così dire. E il risultato è di altissimo livello, come del resto mi aspettavo da un regista del suo valore, bravo quanto felicemente prolifico, per la gioia degli aficionados come me. Girata in un bianco e nero che rende ancora più suggestiva e credibile l'ambientazione, Algeri 1935, ed esalta la crudezza del clima e la luce abbacinante del sole estivo, che sottolinea l'aridità del personaggio principale, la pellicola vede protagonista assoluto Meursault, un impiegato senza ambizioni catapultato lì da Parigi, un giovane uomo senza entusiasmi, anaffettivo, che non vede un senso nella vita: un nichilista o, meglio un esistenzialista ante litteram, incapace di fingere sentimenti che non ha, anche quando gli converrebbe, e pure a costo della vita. Ai funerali della madre, che aveva fatto ricoverare in un ospizio in una landa desolata fuori dalla capitale, non sparge una lacrima, si addormenta durante la veglia, e rientrato in città si reca immediatamente negli stabilimenti balneari, ovviamente riservati ai bianchi (come del resto i bar e i ristoranti), dove inizia, quasi controvoglia, una relazione con Maria, la brava quanto bella Rebecca Marder. Ancor più bravo il partner, Benjamin Voisin, a rendere tutte le sfumature possibili di un personaggio distaccato, indifferente a tutto più ancora che negativo, che tuttavia agisce soltanto per istinto, ed è così che, complice un violento raggio di sole che si riflette sulla lama del coltello di un arabo, con la pistola che si ritrova in mano, un giorno in spiaggia uccide un giovane del posto, e benché sia morto al primo colpo, gli scarica addosso tutto il caricatore. Finisce sotto processo e, nella Francia coloniale, sarebbe facile puntare sulla legittima difesa, ma è lui a rifiutarsi di farlo, e durante il dibattimento la sua sincerità e, se si vuole, coerenza, irrita a tal punto giudici e giurati nonché il pubblico che finisce per essere condannato a morte non tanto per aver ucciso un arabo, per quel che può interessare in un tribunale francese dei tempi, quanto per non essersi addolorato abbastanza ai funerali della madre; per non aver accettato una promozione che non avrebbe cambiato, a suo parere, la sua vita e soprattutto non le avrebbe dato un significato, e lo stesso valeva per la sua relazione con Marie: l'avrebbe anche sposata, come lei desiderava, anche se per lui non aveva alcun senso. Figurarsi il senso che poteva avere l'incontro, prospettatogli dal cappellano del carcere dopo aver ottenuto un ultimo colloquio alla vigilia dell'esecuzione, con un dio che non gli interessava, prima ancora di non crederci. In sostanza, finisce sulla ghigliottina perché non si adegua al comun sentire. Un estraneo alla società: uno straniero tout court, per l'appunto. Un film di rara potenza, bellissimo.

lunedì 6 aprile 2026

Il bene comune

"Il bene comune" di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo, Claudia Pandolfi, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano e altri. Italia 2026 ★★★1/2

Giunto alla sua quinta regia, Rocco Papaleo rimane in linea con i suoi film precedenti, sempre gradevoli, garbatamente ironici, delle commedie gentili con una punta surreale, magari dalla trama un po' esile ma non per forza scontata, che sono un pretesto per parlare del Sud e in particolare della natìa e poco conosciuta (per fortuna) Basilicata. Oltre che autore, anche questa volta è l'interprete principale e una delle voci narranti, ché il film è strutturato quasi come un musical: qui è Biagio, una guida turistica dell'incantevole Parco Nazionale del Pollino, situato tra Lucania e Calabria, che assieme al nipote ventenne (ancora incerto se proseguire con gli studi) vi accompagna in una gita quattro detenute sul punto di finire di scontare la pena, ospiti in una casa d'accoglienza. L'idea era venuta a una sua conoscente, Raffaella (Vanessa Scalera) attrice di in-successo, che gestisce un laboratorio teatrale nel centro che ospita le quattro "semilibere", in cui le sollecita a immaginarsi degli alberi, da qui l'iniziativa di portarle a visitare l'ambiente naturale in cui trovare i rari esemplari di pino loricato, simbolo più degli altri di resistenza e capacità di adattarsi ai terreni più impervi e di sopravvivenza in condizioni estreme. Biagio accetta e i sette partono all'avventura on the road su un pulmino scolastico, lungo un percorso che non è più Coast to Coast come nel suo primo lungometraggio ma che da Lauria porta al Pollino, compresi dei trekking per andare a vedere il famoso albero e con finale a Diamante, centro balneare in provincia di Cosenza. Le quattro donne sono Gudrun (Teresa Saponangelo, che spicca insieme alla Scalera), un'infermiera che per necessità si era improvvisata un'improbabile rapinatrice; Fiammetta (Pandolfi), trafficante di droga per sottrarsi col figlio a un marito violento; Anny (Sparapano) un'ingegnera informatica diventata hacker e Fiammetta, cantautrice ammutolitasi per ripicca che per vendicarsi di una manager che l'ha tradita le ha bruciato la casa, interpretata da Livia Ferri, cantautrice a sua volta che contribuisce alla ottima colonna sonora con un suo brano inedito. Come e più che negli altri suoi film la musica, a cura di Michele Braga con brani scritti dallo stesso Papaleo, è un elemento fondamentale e funge da filo conduttore: in successivi intermezzi i singoli personaggi cantano un testo che sintetizza le loro disavventure passate le quali vengono rievocate in flashback, non solo le quattro semidetenute e la loro insegnante, ma anche Biagio, che si scopre esser stato maresciallo dell'esercito (dimessosi per non aver accettato favoritismi) nonché preparatore atletico, attività che continua a svolgere col nipote Luciano (provvidenzialmente e con successo, come si scoprirà) mentre questi prende tempo sul decidere cosa "fare da grande", il tutto a ritmo di un jazz piacevole e arioso come il racconto. Alla fine Il bene comune, che non è soltanto l'ambiente naturale preservato da quel gioiello che è il Parco del Pollino, ma anche la tutela del patrimonio culturale di quella parte del Sud negletto e sempre più spopolato da cui proviene il regista, un tema che ha una valenza generale. Al di là di questo aspetto serio (e necessario) che sta in sottofondo, e della storia in sé, alquanto tenue, è la maniera come il tutto viene proposto al pubblico il punto di forza del film, perché lo spettatore viene coccolato piacevolmente a ritmo di buona musica e belle immagini e, per una volta, non aggredito, provocato, invaso, sia da suoni, sia da immagini, il tempo in sala trascorre sereno, senza scosse, e se ne conserva una sensazione di onesto e di pulito, il che di questi tempi non guasta mai. 

giovedì 2 aprile 2026

Lady Nazca - La signora delle linee

"Lady Nazca - La signora delle linee" (Das Geihemnis der Nazca-Lineen) di Damien Dorsaz. Con Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, Marina Pamachapi, François Vallayes, Beto Benites e altri. Germania, Francia 2025 ★★★★

"Il mistero delle linee di Nazca", recita il sottotitolo in lingua originale, che viene solo in parte svelato al termine di questo film che è solo apparentemente biografico sulla vita di Maria Reiche, che le ha studiate e dedicato la sua vita alla loro preservazione. Giovane insegnante di matematica tedesca, nata a Dresda e in rotta con la famiglia, che la desiderava nella tradizionale versione KKK, ossia Kinder, Küche und Kirche, come dicevano i tedeschi, dedita a figli, cucina e chiesa, a metà degli anni Trenta, mentre la Germania era caduta in mano ai nazisti e  sull'Europa si addensavano nuvole di tempesta, si era trasferita in Perú, dove viveva con la proprietaria di un locale alla moda con cui aveva una relazione e lavorava in un liceo di Lima. Entrata in contatto con un archeologo francese che studiava gli Inca nella zona di Nazca, a Sud della capitale e a metà della strada per Ayacucho, venne a sapere dell'esistenza delle famose "linee", dall'origine e significati sconosciuti, che erano ben visibili, da una posizione sopraelevata, in quell'area desertica. Vi si trasferì, campeggiando in un podere di contadini indigeni, prima saltuariamente, poi via via sempre più stabilmente, finché non divennero la missione della sua vita, a costo anche di mettere in gioco anche la sua sfera sentimentale e quella della sua compagna di vita. Se da un lato si racconta la storia di questo affascinante enigma, l'intuizione dell'importanza della scoperta di queste righe tracciate su un terreno arido, la cui natura non interessava granché chi si occupava dei reperti e delle tombe delle civiltà precolombiane, e la possibile spiegazione del fenomeno (Reiche propendeva per il fatto che si trattasse di una sorta di orologio astronomico), dall'altro è un viaggio nella presa di coscienza di quella giovane donna su quale fosse lo scopo della propria esistenza, che non era soltanto la conservazione di queste linee ma la ricostruzione della loro ragione d'essere nonché la conoscenza della cultura che le aveva create. Entrata in contatto con la popolazione locale, rimase colpita dal fatto che non avessero la minima idea del loro senso, non per ignoranza o stupidità ma perché, semplicemente, con l'arrivo degli europei da Pizarro in poi tutta la loro cultura era stata cancellata, semplicemente spazzata via, con l'imposizione forzata di credenze, valori, lingua del tutto estranei, fenomeno mai successo ad alcuna popolazione europea, ché invece il passato, magari reinventato e rielaborato all'occorrenza, è sempre lì a ricordarci le nostre "gloriose" origini, ad uso e consumo, ovviamente, di chi detiene il potere al momento e utilizza questa trita retorica ai suoi scopi. Il regista procede con grande discrezione ed efficacia a ricostruire il tutto: innanzitutto attraverso una fotografia di prim'ordine (va da sé che la sola visione spettacolare e in ogni prospettiva delle "linee" vale di per sé il prezzo del biglietto) e un'ambientazione d'epoca perfettamente calzante e credibile, cogliendo bene le differenza tra la vita nella capitale, dove la classe dirigente quando non era del tutto bianca era comunque europeizzante, e quella del Paese meticcio e indigeno, dei centri minori e delle campagne, ma anche attraverso l'eccellente quanto misurata interpretazione soprattutto della bravissima Devrim Lingnau, nei panni di una giovane irrequieta, fuori dagli schemi, testarda, quasi  monomaniacale, a tratti perfino sgradevole e irritante, che però non solo aveva visto giusto nell'intuire e poi capire la straordinaria importanza del fenomeno che si era presa la briga di studiare con tanta passione, ma quanto sia importante la memoria nella storia di un popolo. Agli indigeni eredi degli Inca e di altre popolazioni locali con secoli di storia e una cultura dal legame profondo con la terra e la natura in generale, ignorata e rasa al suolo da gente che ne aveva una non solo diversa ma in molti ambiti meno avanzata, la memoria era stata estirpata con la violenza e la sopraffazione, e questo Maria Reiche l'aveva capito molto bene allora e vale ancora oggi. Per niente agiografico, ben girato, delicato e al contempo intenso, a momenti poetico, un film prezioso su un personaggio pressoché sconosciuto.

sabato 28 marzo 2026

I colori del tempo

"I colori del tempo" (La venue de l'avenir) di Cédric Klapisch. Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile de France, Sara Giraudeau e altri. Francia 2025 ★★★

Una commedia garbata, fantasiosa, tipicamente francese (Oltralpe è stata campione di incassi), ideale per trascorrere due ore serene in rilassatezza, che è anche, per una volta coerentemente col titolo della versione italiana, un viaggio nel tempo, quello attuale, nevrotico e frustrante, e quello vibrante e fiducioso nel futuro della fin de siècle (il diciannovesimo) nella Parigi della Belle Epoque, e allo stesso momento nei colori, quelli della Normandia e dei dintorni della Ville Lumière, tramandati dai pittori impressionisti dell'epoca, a cui il film rende omaggio. Lo spunto è la convocazione, al giorno d'oggi, dei discendenti della proprietaria di una magione ormai abbandonata in Normandia da parte di un'immobiliare che desidera acquistarla, assieme ai terreni circostanti, per una speculazione edilizia: la trasformazione in un centro commerciale. Il gruppo sceglie quattro suoi rappresentanti che si incaricano di andare a verificare la situazione in loco per decidere il da farsi: lì, tra vecchie fotografie, alcuni quadri (uno in modo particolare, che si rivelerà un Monet), lettere, oggetti vari, ricostruiscono la vita di Adèle che, attorno al 1895, aveva lasciato per un periodo la casa, dopo la morte della nonna che l'aveva cresciuta, per andare a Parigi a cercare la madre che non aveva mai conosciuto ma che spediva alle due donne ogni mese il necessario per vivere. La vicenda si sviluppa così su due piani temporali: la ricostruzione dell'avventura parigina della ragazza, aiutata a orientarvici insieme a due ragazzi conosciuti durante il suggestivo viaggio in battello verso la capitale, Anatole, pittore, e Lucien, fotografo, la "nuova arte" (sono altresí gli anni della nascita del cinema, e il cuore della vita artistica e intellettuale era Montmartre, allora in parte ancora un borgo di campagna), tra personaggi famosi o che lo sarebbero diventati e, appunto il ritrovamento della madre che sarà traumatico ma il confronto con la realtà formativo per lei, il suo carattere e il suo futuro. Parallelamente anche i quattro "delegati" dei famigliari, tra una trasferta e l'altra tra Parigi e la Normandia, non solo faranno progressiva conoscenza della loro progenitrice ma anche tra di loro (un creatore di video, un insegnante di letteratura, una ingegnera dei trasporti e un apicultore ecologista), diventando in qualche modo famiglia e solidali e trovando, in un gioco di specchi, ognuno riscontro di sé stesso in Adèle o nei personaggi che ha incontrato durante la sua avventura parigina più di un secondo prima. Il tocco è leggero, lievemente ironico, affettuoso, complice e il risultato è un film popolare, senza velleità intellettualoidi, piacevole e ben confezionato e recitato da interpreti capaci di empatia che riescono a far voler bene ai loro personaggi. Un film adatto alla stagione primaverile appena iniziata, insomma: niente di più e niente di meno, ma abbastanza. 

martedì 24 marzo 2026

24 marzo 1976 / 24 marzo 2026 - Oggi più che mai


E la Repubblica Italiana tacque. 

A cominciare dal Grande Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, altrimenti impegnato.

Io me lo ricordo bene.

giovedì 12 marzo 2026

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin

"Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin" (Le Mage du Kremlin) di Olivier Assayas. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Jude Law, Tom Sturridge, Jeffrey Wright, Will Keen II a altri. Francia 2025 
★★★★1/2

Se un film ti inchioda alla poltrona per due ore e quaranta minuti, durante i quali non mi è mai capitato di dare un'occhiata all'orologio, e alla fine vorresti che non terminasse con un colpo di pistola sparato da uno sconosciuto di cui ti piacerebbe che fossero svelati identità e movente, purché non comparissero i titoli di cola, significa che è degno di nota perché funziona in tutti i suoi aspetti. Regia, sceneggiatura, interpreti, fotografia, semplicemente tutto. Adattamento dell'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli a opera del brillante regista francese in collaborazione con Emmanuel Carrère, più addentro di lui nelle vicende russe e presente personalmente in un cameo, la pellicola di Assayas ricostruisce in maniera verosimile ma per nulla pedissequa e scontata i retroscena della sorprendente salita al potere di Vladimir Putin, ex colonnello del KGB, i servizi segreti dell'ex URSS, che aveva abbandonato nel 1991, dopo il suo scioglimento, per intraprendere la carriera politica nell'amministrazione della natia San Pietroburgo, fino a diventare vice del Anatolij Sobčak, sindaco riformista della  città e figura di spicco della perestrojka. Lo fa, per storicizzare la vicenda, facendola raccontare da chi ne fu l'eminenza grigia, ossia il "mago" del titolo, Vadim Baranov, un personaggio fittizio, reso in maniera inquietante dal volto eternamente enigmatico di Paul Dano, personaggio ispirato a Vladislav Surkov, che almeno fino al 2020 è stato uno dei principali consiglieri del leader russo, a colloquio con un giornalista statunitense: entrambi questi ultimi trovano un punto di partenza comune nell'ammirazione per Evgenij Zamjatin, autore del romanzo distopico Noi, pubblicato nel 1924, che aveva a sua volta ispirato George Orwell per 1984, e questo è già estremamente significativo. Negli Anni 90, dopo il crollo dell'URSS, a Mosca il clima era effervescente almeno quanto durante gli anni della NEP, tra il 1921 e il 1928, e altrettanto rivoluzionario: crollato il regime che aveva imbalsamato il Paese per settant'anni, le energie represse avevano preso sfogo in tutte le direzioni immaginabili e in questo crogiolo, dove accadeva tutto e il suo contrario, si stavano ridistribuendo rapidamente le ricchezze (a cominciare dai beni pubblici finiti nelle mani degli oligarchi, quasi tutti legati in qualche modo al vecchio sistema) e ridisegnando le mappe del potere. E' in questa atmosfera confusa ma fertile che si sviluppa la carriera di Baranov, un intellettuale e figlio di intellettuali fedeli al partito attratto dal teatro d'avanguardia e dal mondo della comunicazione che, soprattutto dopo l'incontro con Xsenia (Alicia Vikander), altro personaggio attivo nell'area della sperimentazione artistica e capace di adattarsi ai tempi che cambiano, entra in contatto col mondo politico, lavorando come ideatore di reality show nella principale televisione russa, proprietà di Boris Berezovskij (Will Keen II), primo finanziatore del partito Unione, quello di Putin, e suo principale sostenitore fino ad avversarlo e chiedere asilo politico nel Regno Unito nel 2003, dove morì dieci anni dopo. E' proprio Berezovskij a farne il principale consigliere dell'uomo di Leningrado, ritenendo di poterlo così condizionare e indirizzare un volta giunto al potere, ma si sbaglia due volte: perché Putin, interpretato da un Jude Law in forma strepitosa, ha le idee molto chiare su quello che vuole e il suo sodalizio sempre più solido con Baranov, uomo di comunicazione e "narrazione" nonché mente creativa, è funzionale a capire anche il come realizzare i propri obiettivi. Vediamo così la coppia attraversare, in un rapporto sempre più simbiotico, tutte le tappe successive, dai rapporti altalenanti con gli oligarchi (tra cui Dmitrij Sidorov, già amico di Baranov in gioventù e diventato inviso al Cremlino) all'affondamento del sottomarino nucleare Kursk e la scelta di sacrificarne l'equipaggio, ai conflitti ceceni, fino alle guerre di reciproca disinformazione con l'Occidente alla base delle "proteste" di EuroMaidan nel 2014 che avrebbero portato alla crisi dei rapporti con l'Ucraina (fino alla situazione attuale). Un film complesso, di fatto sul rapporto tra la realtà (sempre più oscura) e il suo racconto pro domo sua da chi detiene il comando, sulla manipolazione della cittadinanza per ottenerne il consenso, sulla teoria del caos applicata alla politica e che vale per tutte le parti in causa: in questo senso non l'ho percepito come un film ostile alla Russia, perché è una questione che riguarda tutti i sistemi di potere che operano attualmente sul pianeta, e ha a che vedere anche con il moltiplicarsi delle tecniche informatiche, ultima l'applicazione dell'Intelligenza artificiale, i cui effetti sono ancora incerti ma saranno sicuramente devastanti per quanto riguarda il condizionamento delle masse. Forse è stata scelta la parabola di un personaggio come Putin perché, al di là di pregi e difetti, a livello di intelligenza politica assieme al suo collega cinese è sicuramente di qualche spanna superiore agli altri protagonisti della scena politica internazionale e degno di essere considerato uno statista, e in termini di carisma personale, se si vuole anche in senso negativo, è senz'altro il solo all'altezza che sia in circolazione. Insomma un film davvero consigliato, tanto più nel desolante panorama cinematografiche di queste ultime settimane. 

lunedì 2 marzo 2026

Il filo del ricatto

"Il filo del ricatto" (Dead Man's  Wire) di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha'la Herrold, Al Pacino, Michael Grable e altri. USA 2025 ★★+

Considerata la fama del regista, "cantore" degli ultimi, diseredati, sconfitti del Grande Sogno Americano, che peraltro ricostruisce un fatto di cronaca vero, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977, mi aspettavo decisamente qualcosa di più, a parte la sacrosanta critica di un sistema basato unicamente sul denaro, sul "business is business", "niente di personale", "the show must go on" e "I love you" a ogni piè sospinto. Dané che sono l'unica ossessione e ragione d'essere, in base a cui si parametra qualsiasi aspetto dell'esistenza, dell'intera società USA, in tutti i suoi strati, salvo rarissime e personali eccezioni: l'unica etica che esiste, è quella degli affari, e l'episodio ne è la plastica dimostrazione. In quel giorno invernale Tony Kiritis, 44 anni, entra nella sede della Meridian Mortgage e, in mancanza del titolare, con cui aveva appuntamento, prende in ostaggio il figlio e socio in affari Richard Hall (Dacre Montogomery), agghindandogli il collo un marchingegno dotato di cavo d'acciaio collegato al grilletto che gli tiene puntato addosso un fucile a canne mozze: chiede 5 milioni di dollari di risarcimento alla società di mutui per avergli mandato a monte l'affare della vita, una speculazione su un terreno su cui costruire un centro commerciale. Ma soprattutto vuole le scuse pubbliche da parte del titolare della Meridian, Hall padre, interpretato da un Al Pacino più carogna del solito, che sta svernando da qualche parte in Florida, pronto a sacrificare la vita del figlio e a impartire a Tony la sacrosanta predica sull'Etica degli Affari, ossia di fottere il prossimo, che è alla base dell'American Way of Life ed è il motivo per cui gli USA stanno sui coglioni a tutto il resto del pianeta esclusi i loro compari anglosassoni e il resto dei loro servitori europei e oceanici. Van Sant infarcisce la vicenda principale, incentrata sulle trattative telefoniche con le autorità locali e gli esponenti dei media, con altre storie che inquadrano l'ambiente del MidWest: la giovane giornalista televisiva che intravede lo scoop che le farà fare carriera, la polizia più idiota e incapace che si possa immaginare, dei magistrati maneggioni, il conduttore radiofonico nero che è la "Voce di Indianapolis", interlocutore privilegiato del sequestratore, che non ci mette molto a diventare una sorta di eroe del pubblico che segue praticamente dal vivo, tra radio e TV, lo svolgersi della vicenda. Infine, i rapporti tra Tony e Richard, sostanzialmente amichevoli, quasi da "Sindrome di Stoccolma", nonostante le circostanze, che danno un tono vagamente ironico e buonista a tutta la storia. Che alla fine finisce bene, perché le scuse, almeno dalla società (non dal suo presidente) arrivano, il danaro ovviamente no, però al processo Tony verrà giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. A parte Al Pacino, già visto almeno altre 100 volte in camei simili, film con un nucleo di caratteristi discreti a interpretare una manica di deficienti, salvo Colman Domingo nel ruolo del DJ Sam Temple, meritevole se non altro di mettere sul piatto musica all'altezza (l'unico vero merito del film), mentre inaccettabile è aver affidato il ruolo di protagonista a tale Bill Skarsgård, la versione scandinava di Sami Malek, tutto smorfie alla Meloni, uno che deve avere seri problemi psichici o di abuso "bamba", del tutto fuori ruolo nell'interpretare un personaggio che a tutta evidenza aveva almeno 20 anni più di quelli che dimostra lui sullo schermo, particolare che si può peraltro facilmente evincere dai filmati dell'epoca inseriti nella pellicola. Insomma, un film d'azione che finisce per essere noioso oltre che scontato anche se non supera i 105' di durata. C'è di meglio in giro, perfino attualmente. 

sabato 7 febbraio 2026

Lavoreremo da grandi

"Lavoreremo da grandi" di Antonio Albanese. Con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston,  Niccolò Ferrero, Nicola Rignanese, Francesco Brandi, Marianna Folli, Claudia Stecher, Chiara Pazzaglia, Bebo Storti e altri. Italia 2026 ★★1/2

Giunto alla sua sesta regìa, sempre caratterizzata da un umorismo gentile ammantato di una costante nota surreale, l'Uomo d'acqua dolce, come da titolo del suo film d'esordio dietro la macchina da presa, si rifugia in un luogo sicuro e familiare, il lago d'Orta, in riva al quale ambienta la strampalata vicenda "tutta in una notte" che vede come protagonisti quattro amici, uno più perdente dell'altro in cui, per rimediare a un danno, infilano, in un crescendo rossiniano, delle toppe che sono puntualmente peggiori del buco. L'Albanese regista si riserva il ruolo del protagonista, Umberto, un musicista dodecafonico fallito che ha dilapidato il patrimonio paterno ed è stato mollato da due mogli e altrettanti figli (che ricompaiono per l'occasione) assieme al buon Giuseppe Battiston, Beppe, un idraulico vessato dalla madre e giunto vergine alla mezza età; comprimari l'amico Gigi, mai lavorato un giorno durante tutta la sua esistenza, in stato di incoscienza etilica dopo aver scoperto che la zia, sulla cui eredità contava, ha lasciato tutti i suoi averi alla chiesa, a parte i set di parrucche e trucchi. Reduce dai funerali della vegliarda, il terzetto va a prelevare Nino, figlio di Umberto, messo in libertà provvisoria dopo essere stato arrestato per truffa. Trascorso il resto della serata a bere al bar del paese, rientrando a casa in macchina sentono un botto e si convincono di aver urtato qualcosa o qualcuno. Presi dal dubbio, e in preda all'alcol, fanno un sopralluogo e scoprono che Mattias, un altro avventore del bar, è finito con la bici in una scarpata verso la riva del lago e si convincono che sia morto. Per colpa loro. Che fare? Da qui in poi si dipana la vicenda, in un susseguirsi di scelte demenziali, resurrezioni e nuovi decessi, apparizioni misteriose a altre meno misteriose: Pinky, una escort convocata da Nino; Giulia, la sua malmostosa sorellastra per parte di padre (Umberto). Gli sviluppi, li lascio a chi deciderà di andare a vedere il film. Che è anche discreto, nella sua dimensione provinciale e nel consueto stile dolce-amaro e stralunato di Albanese, in questo degno discepolo di Carlo Mazzacurati, e sicuramente ben più accettabile di quel che passa la nostrana commedia più o meno "brillante", tra cecchizaloni, muccini e quant'altro, ma ha avuto la sfiga di uscire dopo il travolgente e inaspettato successo di Le città di pianura di Francesco Sossai e l’ancor più recente Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, due film che con ben maggiore impatto e potenza raccontano storie di emarginati, devastati, fuori di testa, in una dimensione tutta locale e lontana dai luccichii della grande città. La differenza non la fanno solo la sceneggiatura, i buchi della quale qui sono evidenti, la verosimiglianza o meno delle situazioni, la scontatezza di non poche battute (altro difetto di Lavoreremo da grandi) ma soprattutto personaggi e interpreti. Che qui sono caricaturali, e nei due film sopra citati erano veri, delle forze della natura. Forse una storia simile avrebbe potuto funzionare meglio a teatro, dove la carenza di effetti più o meno speciali fa lavorare l'immaginazione degli spettatori al di là della maschera, che si sa essere finzione, mentre sul grande schermo si è legati alla caratterizzazione dei personaggi, che in questo caso erano dei cliché, a cui hanno dato corpo due attori, peraltro bravissimi, come Albanese e Battiston, e al cinema funzionano personaggi credibili, veri, autentici e al contempo sorprendenti come quelli a cui hanno dato vita interpreti meno conosciuti o sconosciuti del tutto come quelli degli altri due film citati sopra, non delle macchiette, o delle maschere, appunto. Qualcosa in più di una mezza delusione, con tutto il bene che voglio ad Albanese e Battiston.

lunedì 2 febbraio 2026

L'agente segreto

"L'agente segreto" (O agente secreto) di Kleber Mendonça Filho. Con Wagner Moura, Carlos Francisco, Tânia Maria, Robério Diogenes, Maria Fernanda Cândido, Hermila Guedes, Gabriel Leone, Roney Villela, Alice Carvalho, Laura Lufési, Luciano Chirolli, Udo Kier, João Vitor Silva e altri. Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania 2025 ★★★★★👏

Perché non tornino i tempi bui della ventennale dittatura brasiliana (1964/1985), è cosa buona e giusta rievocarli e lo fa, rendendone con intensità l'angosciante atmosfera, L'agente segreto di Kleber Mendonça Filho, come già fece il collega Walter Selles con Io sono ancora qui, senz'altro uno dei migliori film visti lo scorso anno. Invece che nel Sud del Paese, tra Rio de Janeiro e San Paolo, qui siamo nel 1977, negli anni della presidenza di Ernesto Geisel, però nel periferico e sottosviluppato Nordeste, e precisamente a Recife, Stato del Pernambuco, dove dopo un viaggio di tre giorni su un Maggiolino VW giallo come ne giravano a centinaia di migliaia in quegli anni giunge Armando, che torna nella città natale sotto il falso nome di Marcelo dopo una lunga permanenza nel Sud, dove si era “mimetizzato” nella metropoli paulista. Lo ospita in un condominio abitato da altri personaggi che vivono sotto falsa identità Dona Sebastiana, un'anziana e vivace donna dalla lunga e avventurosa storia che aveva vissuto nell'Italia fascista, la quale cerca di tenerli lontano dalla attenzioni della polizia. Armando è tornato a Recife, dove è riuscito a farsi assumere all'archivio demografico municipale, allo scopo di recuperare i documenti di nascita originali della madre e di ricongiungersi col figlioletto, affidato e cresciuto dai nonni, ossia i genitori della moglie Fátima. Scopriremo nel prosieguo del racconto che si tratta di un ingegnere, docente e direttore di dipartimento nella locale Università, silurato a suo tempo per contrasti insanabili con un cinico e corrotto, oltre che razzista, imprenditore d'origine italiana, che era riuscito a far tagliare i fondi federali di ricerca in favore della sulla sua azienda energetica, e che sua moglie Fátima era una sua collega, e non la “segretaria compiacente”, scomparsa a suo tempo nel nulla dopo una furibonda lite con il losco personaggio. Che non gliel'ha perdonata e gli ha sguinzagliato dietro, ad anni di distanza, due sicari per eliminarlo. Il film è suddiviso in capitoli e il racconto assemblato come un mosaico tra flash-back e flash-forward che rendono comprensibile tutta la vicenda quando viene ricostruita a posteriori da due studentesse che al giorno d'oggi riascoltano i nastri registrati anni prima da Claudia, una giornalista che oltre a raccogliere le testimonianze dei perseguitati politici era in grado di procurare passaporti falsi per farli espatriare, e tra questi Armando/Marcelo assieme al figlio. Una di queste studentesse, originaria anche lei di Recife, contatterà il figlio di Armando, diventato medico, il quale esercita in un centro di donazione del sangue che ha sede in quello che era il cinema dove il nonno che l'aveva cresciuto, Alexandre, suocero del padre, faceva il proiezionista, e dove Armando aveva rilasciato le sue testimonianze "a futura memoria" a Claudia prima di tentare di lasciare il Paese: non gli riuscirà. Come si può capire, a dispetto del titolo non si tratta propriamente di una storia di spionaggio, anche se mistero, sotterfugi e azione, anche violenta, non mancano, ma la vicenda è emblematica di altre migliaia di simili ed è raccontata con taglio giornalistico (professione del resto esercitata in passato dal regista) con grande efficacia. Il ritmo è sostenuto, gli interpreti tutti bravissimi: al protagonista, il bahiano Wagner Moura, conosciuto internazionalmente soprattutto per aver dato il volto a Pablo Escobar nella serie Narcos, il regista ha affiancato delle attrici molto note in Brasile (Maria Fernanda Cândido anche da noi), ma il più grande merito del film, oltre al fatto di riportare alla memoria quel che succedeva in quegli anni nell'intero Continente sudamericano, è il modo in cui riesce a immergere lo spettatore in quella realtà e nel clima di eterna incertezza e paura di quell'epoca in una parte del mondo a cui molti di noi sono particolarmente legati, per ricordi e per esperienza personale che sono, alla luce degli eventi attuali, meno remoti di quel che possa apparire. 


giovedì 29 gennaio 2026

Ultimo schiaffo

"Ultimo schiaffo" di Matteo Oleotto. Con Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giovanni Ludeno, Davide Jacopini, Giuseppe Battiston, Primož Pirnat, Antonio Scarpa e altri. Italia, Slovenia 2025 ★★★★+

Un graditissimo ritorno al lungometraggio, quello di Matteo Oleotto, che si era preso dodici anni di pausa dal suo felice esordio con Zoran, il mio nipote scemo, timoroso di affrontare il suo secondo film dopo il clamoroso successo del primo, come ha raccontato lui stesso presente in sala: nelle more si è dedicato alla televisione lasciando maturare nel cassetto i progetti per Ultimo schiaffo. Una lunga gestazione, tra ricerca di finanziamenti, casting, scelta (felice) delle musiche ma ne è valsa la pena, perché il risultato è decisamente all'altezza. Anomalo nel panorama nazionale così come lo era il film del suo debutto, come del resto lo è il territorio in cui è ambientato, il natìo Friuli, sfrutta le particolarità locali, a cominciare da quelle caratteriali, influenzate dalla mistura etnica della regione, per raccontare una storia apparentemente strampalata ma esemplare, ambientandola questa volta in Carnia, e precisamente a Cave di Predil, frazione quasi spopolata di Tarvisio. In quel lembo di terra in cui si incrociano tre confini (Italia, Slovenia e Austria) Petra e Jure Kravina sono due fratelli che vivono in una roulotte e si arrabattano facendo i tuttofare, dalle consegne a qualsiasi lavoretto che porti qualche soldo nelle magre casse. Petra, interpretata magnificamente da Adalgisa Manfrida, un vero portento, è volitiva, incazzata col mondo a cominciare dalla madre, malata di Alzheimer e ricoverata in casa di riposo, mentre Jure (Massimiliano Motta), apparentemente "scemo" come il già noto Zoran, è una pasta di pane, timido, remissivo: la prima ha il chiodo fisso di "svoltare", il secondo di portare la mamma a vedere il mare, a Grado. Un'occasione si presenta quando rintracciano Marlowe, un cane per il cui ritrovamento è stata promessa una "lauta ricompensa", e dalle manovre per ottenerla si dipana tutta a vicenda. C'è anche l'altro filone del racconto, quello della miniera, ormai dismessa, ma che viene usata per gare di power slap, termine americano per una specialità che consiste nel dare ceffoni a mano aperta e nella resistenza a riceverli (e che è diffusa nei Paesi dell'Est europeo) sul cui esito c’è un losco giro di scommesse e che dà ragione al titolo determinando il finale della vicenda, in cui non manca il ritrovamento del cadavere di un'anziana donna (la padrona del cane smarrito) da parte del nipote, fissato con podcast di criminologia d'accatto, oggi assai di moda, venuto in visita per Natale dalla Puglia (l’ottimo Giovanni Ludeno). Insomma, una voluta commistione di generi, dal thriller al grottesco, alla commedia natalizia, un noir in cui visivamente domina il bianco della neve (portata a camionate da oltreconfine: durante le riprese ha nevicato soltanto una volta) e non mancano il sangue e le sorprese. I personaggi stralunati, le situazioni apparentemente assurde, le coincidenze più strane, un umorismo sottile, malinconico e a tratti macabro ricordano alcuni film dei fratelli Coen e il grande Kaurisimäki, rendendo il film gustoso quanto inconsueto e capace di raccontare tra le righe, al di là della finzione, anche situazioni di disagio reale, dalla mancanza di lavoro, allo spopolamento della montagna, alla morte di interi paesi, alla malattia, alla solitudine. Un gran bel film, sorprendente per chi non conosce Oleotto e che va visto e consigliato col passaparola, considerato anche le poche copie in circolazione, con la speranza che possa essere apprezzato anche fuori dal Triveneto. 

domenica 25 gennaio 2026

La grazia

"La grazia" di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano, Orlado Cinque, Massimo Venturiello, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida, Simone Colombari, Rufin Doh Zeyenouin, Guè e altri. Italia 2025 ★★★★★

Undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino e settima volta di Toni Servillo come protagonista assoluto, questa volta come presidente della Repubblica a fine mandato,  affiancato da una bravissima Anna Ferzetti, finalmente valorizzata come merita, nel ruolo della figlia che funge da Prima Dama, e una meravigliosa Milvia Marigliano in quello Coco, amica e confidente dai tempi del liceo, il suo opposto caratteriale. Uomo del dubbio, cattolico praticante, Mariano De Santis, raffinato giurista nonché autore di un manuale conosciuto come una cima himalayana da scalare dagli studenti di giurisprudenza, è nel semestre bianco, momento conclusivo del suo incarico, una sorta di limbo in cui i suoi poteri sono ridotti ma in cui rimangono sospese due pratiche di grazia da concedere e una legge sull'eutanasia che esita di firmare. Pratiche a lungo studiate dalla figlia Dorotea (nome certo non scelto a caso) e sulle quali esercita quella che era la maggiore dote dei politici di razza, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, di cui rappresenta una delle ultime espressioni: il dubbio, lontano anni luce dal decisionismo irriflessivo e spettacolarizzante che caratterizza i governi del "fare" che si sono succeduti negli ultimi quarant'anni di degrado del Paese. Il film coglie Mariano De Santis in un momento di bilanci; sia della sua carriera politica, sia della sua vita privata: ama ancora intensamente la moglie Aurora, scomparsa otto anni prima, ed è ossessionato dal non conoscere l'identità dell'uomo con cui lei l'ha tradito l'unica volta (forse un collega di partito?), i dialoghi con la figlia, che gli fa anche da prima consigliera, investono sia il lato giuridico, sia quello privato (l'altro figlio, musicista, si è trasferito di Portogallo e si occupa di musica leggera e non classica, come avrebbe desiderato il padre). L'uomo, soprannominato "il carro armato", in sostanza è solo con i suoi pensieri, quelli più profondi e intimi li condivide con l'amica Coco, una critica d'arte esuberante, personaggio splendido che ricorda da vicino Dadina de La grande bellezza, quelli etico-filosofici con lo scattante papa nero che si aggira in motorino nei giardini vaticani, quelli politici e giuridici con Dorotea, l'amico ministro della Giustizia e col presidente del Consiglio, le sigarette che fuma di nascosto (gli manca un polmone e la figlia lo tiene ostaggio di una dieta rigorosa) e altre considerazioni non meno profonde con il colonnello dei Corazzieri che di fatto è il suo attendente personale; lo si vede alternarsi nella dimensione privata nei corridoi del Quirinale (riprodotto in alcuni palazzi torinesi), in quelle pubbliche nei cortili (esilarante la scena in cui accoglie il presidente del Portogallo) o in trasferta, come nella foresteria degli Alpini in Piemonte o alla Prima della Scala a Milano: Servillo è straordinario nell'esprimerne con estrema misura ogni sfumatura dei suoi umori e dei suoi pensieri, sia con l'espressione del volto e le movenze, sia con la voce. Ogni scena suscita una riflessione, come sempre in Sorrentino nulla è lasciato al caso, anche se i suoi detrattori sottolineano un manierismo e un ricorso ad allegorie e metafore che personalmente trovo invece sempre pertinenti e stimolanti. Anche ne Il Divo e in Loro Sorrentino aveva affrontato uomini di potere sostanzialmente soli come Andreotti e Berlusconi, il primo per il suo cinismo e il secondo per la sua egolatria: qui abbiamo un uomo sospeso nel dubbio, tra dimensione pubblica e privata, passato e futuro, sia personale, sia per quanto riguarda il Paese, che si rende conto (sintomatica l'incursione di Guè e del suo rap nel repertorio ascoltato da Se Santis) di non poter utilizzare per il futuro i metri di giudizio di un passato che non appartiene più ai giovani di oggi, a cui è necessario dare fiducia: il suo stesso non semplice rapporto con i figli è sintomatico della fatica nel cedere loro il passo, ma alla fine lo farà, così come firmerà la legge sull'eutanasia e, ricorrendo a un raffinato escamotage giuridico firmerà la grazia che meno ci si aspettava concedesse, quella richiesta da una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava "per troppo amore", e non quella di un uomo che ha soppresso la moglie malata di Alzheimer, convinto invece che non ne fosse innamorato. Svelo il finale perché non si tratta di un giallo in cui lo scopo è indovinare il colpevole ma di un percorso che lo spettatore è invitato a seguire per capire le riflessioni di un uomo anziano, carico di responsabilità, che al termine della sua vita pubblica, ma anche nella fase finale di quella privata, deve fare i suoi conti e cercare di venire a patti con sé stesso e le sue contraddizioni. Un altro film di Sorrentino che rasenta la perfezione: dialoghi, fotografia, interpreti, colonna sonora funzionano a meraviglia, da tempo non abbiamo autori più completi e significativi di lui. 

martedì 20 gennaio 2026

La mia famiglia a Taipei

"La mia famiglia a Taipei" (Left Handed Girl) di Shin-Ching Tsou. Con Shi-Yuan Ma, Janel TSAI, Nina Ye, Brando Huang, Akio Chen, Teng-Hui Huang, Xin-Hian Chao e altri. Taiwan, Francia, USA, GB 2025 ★★★1/2

Incoraggiante esordio alla regia per la sceneggiatrice taiwanese Shin-Ching Tsou, coadiuvata alla sceneggiatura, produzione e montaggio da Sean Baker, già Palma d'Oro a Cannes e vincitore di quattro Premi Oscar per Anora, insomma una garanzia, anche se la mano femminile si sente e si vede. Dopo Father Mother Sister Brother, ecco un altro film sui sempre complicati rapporti famigliari, questa volta in salsa cinese (per quanto formosana) e declinati al femminile: le figure maschili sono marginali quando non dannose. Come nel caso del nonno della protagonista assoluta, la deliziosa Nina Ye, che interpreta I-Jing, una vispa bimba di sei anni, mancina (come da titolo originale), il quale le impedisce di usare la mano sinistra perché considerata quella "del diavolo": pregiudizio idiota diffuso non solo nell'Occidente "cristiano", come si può constatare. I-Jing è giunta a Taipei, la capitale di Taiwan, assieme alla madre I-Ann, che per tenere in piedi la famiglia ha affittato una bancarella di noodles al mercato notturno, e alla sorella maggiore Shu-Fen, che invece lavora alla cassa di un altro locale dell'animata città isolana. Tra debiti, problemi con i genitori e incomprensioni tra le due donne, principalmente relativi alla dipendenza affettiva di I-Ann dall'ex marito, morente in ospedale per un tumore ai polmoni, il tutto quasi con gli occhi della bambina, che durante le sue incursioni nella dimensione variopinta del mercato scopre un mondo del tutto diverso da quello a cui era abituata in provincia, luccicante, affascinante e tutto da scoprire. Acuta osservatrice e senza filtri come tutti i bambini, specialmente quelli svegli, capta subito gli aspetti disfunzionali delle relazioni tra i suoi parenti, come anche la renitenza da parte della madre di I-Ann ad aiutare la figlia, benché non le manchino i danari, perché coinvolta in inconfessati traffici di contrabbando con gli USA. E' con l'arto maledetto, e che quindi agisce "sua sponte", che la bambina mette in atto la sua strategia rubando oggetti con cui pensa di contribuire alla soluzione dei problemi economici di questa famigliola tutta al femminile, ma sarà la stessa mano a impedire che la nonna finisca sotto inchiesta e in galera, perché durante una perquisizione da parte della polizia una busta contenente le prove del reato è sparita venendo in possesso di I-Jing. Nel frattempo I-Ann trova un nuovo compagno affidabile in un vicino di bottega mentre Shu-Fen rimane incinta del padrone del suo posto di lavoro e abortisce: il tutto viene alla luce, insieme alla sorpresa più grossa, quando tutti i protagonisti della storia si ritrovano riuniti alla festa per i 60 anni della "contrabbandiera", la madre di I-Ann, che a sua insaputa si scoprirà bisnonna anziché nonna di I-Jing, la protagonista assoluta di questo racconto apparentemente stravagante ma che racconta molto di una cultura sì diversa dalla nostra però per altri aspetti di fondo mica tanto. Per scoprire l'arcano, vi invito a vedere questo film perché è molto gradevole e ben fatto. 

sabato 17 gennaio 2026

Father Mother Sister Brother

"Father Mother Sister Brother" di Jim Jarmusch. Con Tom Waits, Adam Driver, Mayim Byalik, Cate Blanchet, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat. USA, Irlanda, Francia 2025 ★★★★1/2

Leone d'Oro all'ultima edizione della Biennale Cinema di Venezia, Father Mother Sister Brother non tradisce le aspettative che, nel caso di Jim Jarmusch, sono giustamente alte. In tre episodi, il regista forse più "europeo" tra gli statunitensi fa una radiografia ironicamente affettuosa di tre possibili modalità di relazioni famigliari, ambientandoli in tre città e contesti completamente diversi, ma con alcuni elementi che li collegano e fanno da paradossale filo conduttore: un Rolex di dubbia autenticità indossato da uno dei personaggi (quello più "sbananato" del gruppo); un curioso e insensato modo di dire britannico; dei brindisi con bevande non alcoliche, tè, caffè o acqua; un trio di skaters che a un certo punto sfrecciano a fianco dei personaggi; svolgersi in località che i protagonisti definiscono Desolandia. In un amena località del Nord Est degli USA Adam Driver e Mayim Byalik vanno a trovare l'eccentrico padre Tom Waits, di cui temono l'apparente deriva senile dopo la morte della moglie, per rassicurarsi sulle sue condizioni: quando occorre, il figlio gli dà una mano economicamente, la figlia non ha quasi più contatti con lui. Il vecchio sta al gioco, li accoglie creando volutamente nell'imminenza del loro arrivo un ambiente trascurato e fingendo di essere più fuori fase di quanto non sia davvero: domina l'imbarazzo, poche le parole, a esprimere i rispettivi stati d'animo e retropensieri bastano le espressioni degli interpreti e alcuni dettagli inquadrati doviziosamente dalla camera da presa; la sorpresa verrà quando, dopo una permanenza ridotta ai "minimi sindacali", i due fratelli se ne andranno, perché in realtà il genitore non vedeva l'ora di levarseli dai coglioni avendo ben di meglio da fare. Nella periferia di Dublino sono due sorelle, quanto più diverse, Cate Blanchett, quella "regolare" e goffa, Vicky Creeps quella svalvolata, irrisolta e pure lesbica che però non vuole rivelarsi tale, a rendere la visita annuale per un tè dalla madre, una rigida e formale Charlotte Rampling, una scrittrice famosa del tutto autoriferita e anaffettiva, quanto mai "british": le due sorelle, nonostante le differenze, sono tacitamente alleate e legate, accettandosi molto di più di quanto non faccia la madre nei loro confronti. A Parigi invece si ritrovano due gemelli, maschio e femmina, sui vent'anni, a rendere l'ultima visita all'appartamento dove sono cresciuti dopo averlo svuotato in seguito all'improvvisa morte dei loro genitori, scomparsi in un incidente di volo sul piccolo aeroplano che loro stessi pilotavano in giro per il mondo: a interpretarli due attori pressoché sconosciuti, a differenza dei due casi precedenti, due freaks del Ventunesimo secolo, due "irregolari" come del resto lo erano i loro genitori, adolescenti nei Settanta, i quali vengono ricordati con grande e sentito affetto e riconoscenza dai due fratelli, che ne hanno seguito in qualche modo le orme, fuori dal sistema sia per interessi sia per mentalità. Non a caso sono l'unica famiglia armoniosa del film: meglio irregolari che morti viventi, secondo la sana filosofia dell'autore. Che si conferma di una sensibilità rara, capace di parlare più con le immagini che con le parole, del resto mai casuali, e che ottiene i migliori risultati possibili dai sui interpreti lasciando loro mano libera, coerentemente col suo modo di vedere le cose: motivo in più per farmelo amare. Un film uscito nel periodo più appropriato, quello natalizio, dedicato alla (finta) armonia famigliare nella massima espressione del consumismo più becero e avvilente.