sabato 28 marzo 2026

I colori del tempo

"I colori del tempo" (La venue de l'avenir) di Cédric Klapisch. Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile de France, Sara Giraudeau e altri. Francia 2025 ★★★

Una commedia garbata, fantasiosa, tipicamente francese (Oltralpe è stata campione di incassi), ideale per trascorrere due ore serene in rilassatezza, che è anche, per una volta coerentemente col titolo della versione italiana, un viaggio nel tempo, quello attuale, nevrotico e frustrante, e quello vibrante e fiducioso nel futuro della fin de siècle (il diciannovesimo) nella Parigi della Belle Epoque, e allo stesso momento nei colori, quelli della Normandia e dei dintorni della Ville Lumière, tramandati dai pittori impressionisti dell'epoca, a cui il film rende omaggio. Lo spunto è la convocazione, al giorno d'oggi, dei discendenti della proprietaria di una magione ormai abbandonata in Normandia da parte di un'immobiliare che desidera acquistarla, assieme ai terreni circostanti, per una speculazione edilizia: la trasformazione in un centro commerciale. Il gruppo sceglie quattro suoi rappresentanti che si incaricano di andare a verificare la situazione in loco per decidere il da farsi: lì, tra vecchie fotografie, alcuni quadri (uno in modo particolare, che si rivelerà un Monet), lettere, oggetti vari, ricostruiscono la vita di Adèle che, attorno al 1895, aveva lasciato per un periodo la casa, dopo la morte della nonna che l'aveva cresciuta, per andare a Parigi a cercare la madre che non aveva mai conosciuto ma che spediva alle due donne ogni mese il necessario per vivere. La vicenda si sviluppa così su due piani temporali: la ricostruzione dell'avventura parigina della ragazza, aiutata a orientarvici insieme a due ragazzi conosciuti durante il suggestivo viaggio in battello verso la capitale, Anatole, pittore, e Lucien, fotografo, la "nuova arte" (sono altresí gli anni della nascita del cinema, e il cuore della vita artistica e intellettuale era Montmartre, allora in parte ancora un borgo di campagna), tra personaggi famosi o che lo sarebbero diventati e, appunto il ritrovamento della madre che sarà traumatico ma il confronto con la realtà formativo per lei, il suo carattere e il suo futuro. Parallelamente anche i quattro "delegati" dei famigliari, tra una trasferta e l'altra tra Parigi e la Normandia, non solo faranno progressiva conoscenza della loro progenitrice ma anche tra di loro (un creatore di video, un insegnante di letteratura, una ingegnera dei trasporti e un apicultore ecologista), diventando in qualche modo famiglia e solidali e trovando, in un gioco di specchi, ognuno riscontro di sé stesso in Adèle o nei personaggi che ha incontrato durante la sua avventura parigina più di un secondo prima. Il tocco è leggero, lievemente ironico, affettuoso, complice e il risultato è un film popolare, senza velleità intellettualoidi, piacevole e ben confezionato e recitato da interpreti capaci di empatia che riescono a far voler bene ai loro personaggi. Un film adatto alla stagione primaverile appena iniziata, insomma: niente di più e niente di meno, ma abbastanza. 

martedì 24 marzo 2026

24 marzo 1976 / 24 marzo 2026 - Oggi più che mai


E la Repubblica Italiana tacque. 

A cominciare dal Grande Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, altrimenti impegnato.

Io me lo ricordo bene.

giovedì 12 marzo 2026

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin

"Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin" (Le Mage du Kremlin) di Olivier Assayas. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Jude Law, Tom Sturridge, Jeffrey Wright, Will Keen II a altri. Francia 2025 
★★★★1/2

Se un film ti inchioda alla poltrona per due ore e quaranta minuti, durante i quali non mi è mai capitato di dare un'occhiata all'orologio, e alla fine vorresti che non terminasse con un colpo di pistola sparato da uno sconosciuto di cui ti piacerebbe che fossero svelati identità e movente, purché non comparissero i titoli di cola, significa che è degno di nota perché funziona in tutti i suoi aspetti. Regia, sceneggiatura, interpreti, fotografia, semplicemente tutto. Adattamento dell'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli a opera del brillante regista francese in collaborazione con Emmanuel Carrère, più addentro di lui nelle vicende russe e presente personalmente in un cameo, la pellicola di Assayas ricostruisce in maniera verosimile ma per nulla pedissequa e scontata i retroscena della sorprendente salita al potere di Vladimir Putin, ex colonnello del KGB, i servizi segreti dell'ex URSS, che aveva abbandonato nel 1991, dopo il suo scioglimento, per intraprendere la carriera politica nell'amministrazione della natia San Pietroburgo, fino a diventare vice del Anatolij Sobčak, sindaco riformista della  città e figura di spicco della perestrojka. Lo fa, per storicizzare la vicenda, facendola raccontare da chi ne fu l'eminenza grigia, ossia il "mago" del titolo, Vadim Baranov, un personaggio fittizio, reso in maniera inquietante dal volto eternamente enigmatico di Paul Dano, personaggio ispirato a Vladislav Surkov, che almeno fino al 2020 è stato uno dei principali consiglieri del leader russo, a colloquio con un giornalista statunitense: entrambi questi ultimi trovano un punto di partenza comune nell'ammirazione per Evgenij Zamjatin, autore del romanzo distopico Noi, pubblicato nel 1924, che aveva a sua volta ispirato George Orwell per 1984, e questo è già estremamente significativo. Negli Anni 90, dopo il crollo dell'URSS, a Mosca il clima era effervescente almeno quanto durante gli anni della NEP, tra il 1921 e il 1928, e altrettanto rivoluzionario: crollato il regime che aveva imbalsamato il Paese per settant'anni, le energie represse avevano preso sfogo in tutte le direzioni immaginabili e in questo crogiolo, dove accadeva tutto e il suo contrario, si stavano ridistribuendo rapidamente le ricchezze (a cominciare dai beni pubblici finiti nelle mani degli oligarchi, quasi tutti legati in qualche modo al vecchio sistema) e ridisegnando le mappe del potere. E' in questa atmosfera confusa ma fertile che si sviluppa la carriera di Baranov, un intellettuale e figlio di intellettuali fedeli al partito attratto dal teatro d'avanguardia e dal mondo della comunicazione che, soprattutto dopo l'incontro con Xsenia (Alicia Vikander), altro personaggio attivo nell'area della sperimentazione artistica e capace di adattarsi ai tempi che cambiano, entra in contatto col mondo politico, lavorando come ideatore di reality show nella principale televisione russa, proprietà di Boris Berezovskij (Will Keen II), primo finanziatore del partito Unione, quello di Putin, e suo principale sostenitore fino ad avversarlo e chiedere asilo politico nel Regno Unito nel 2003, dove morì dieci anni dopo. E' proprio Berezovskij a farne il principale consigliere dell'uomo di Leningrado, ritenendo di poterlo così condizionare e indirizzare un volta giunto al potere, ma si sbaglia due volte: perché Putin, interpretato da un Jude Law in forma strepitosa, ha le idee molto chiare su quello che vuole e il suo sodalizio sempre più solido con Baranov, uomo di comunicazione e "narrazione" nonché mente creativa, è funzionale a capire anche il come realizzare i propri obiettivi. Vediamo così la coppia attraversare, in un rapporto sempre più simbiotico, tutte le tappe successive, dai rapporti altalenanti con gli oligarchi (tra cui Dmitrij Sidorov, già amico di Baranov in gioventù e diventato inviso al Cremlino) all'affondamento del sottomarino nucleare Kursk e la scelta di sacrificarne l'equipaggio, ai conflitti ceceni, fino alle guerre di reciproca disinformazione con l'Occidente alla base delle "proteste" di EuroMaidan nel 2014 che avrebbero portato alla crisi dei rapporti con l'Ucraina (fino alla situazione attuale). Un film complesso, di fatto sul rapporto tra la realtà (sempre più oscura) e il suo racconto pro domo sua da chi detiene il comando, sulla manipolazione della cittadinanza per ottenerne il consenso, sulla teoria del caos applicata alla politica e che vale per tutte le parti in causa: in questo senso non l'ho percepito come un film ostile alla Russia, perché è una questione che riguarda tutti i sistemi di potere che operano attualmente sul pianeta, e ha a che vedere anche con il moltiplicarsi delle tecniche informatiche, ultima l'applicazione dell'Intelligenza artificiale, i cui effetti sono ancora incerti ma saranno sicuramente devastanti per quanto riguarda il condizionamento delle masse. Forse è stata scelta la parabola di un personaggio come Putin perché, al di là di pregi e difetti, a livello di intelligenza politica assieme al suo collega cinese è sicuramente di qualche spanna superiore agli altri protagonisti della scena politica internazionale e degno di essere considerato uno statista, e in termini di carisma personale, se si vuole anche in senso negativo, è senz'altro il solo all'altezza che sia in circolazione. Insomma un film davvero consigliato, tanto più nel desolante panorama cinematografiche di queste ultime settimane. 

lunedì 2 marzo 2026

Il filo del ricatto

"Il filo del ricatto" (Dead Man's  Wire) di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha'la Herrold, Al Pacino, Michael Grable e altri. USA 2025 ★★+

Considerata la fama del regista, "cantore" degli ultimi, diseredati, sconfitti del Grande Sogno Americano, che peraltro ricostruisce un fatto di cronaca vero, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977, mi aspettavo decisamente qualcosa di più, a parte la sacrosanta critica di un sistema basato unicamente sul denaro, sul "business is business", "niente di personale", "the show must go on" e "I love you" a ogni piè sospinto. Dané che sono l'unica ossessione e ragione d'essere, in base a cui si parametra qualsiasi aspetto dell'esistenza, dell'intera società USA, in tutti i suoi strati, salvo rarissime e personali eccezioni: l'unica etica che esiste, è quella degli affari, e l'episodio ne è la plastica dimostrazione. In quel giorno invernale Tony Kiritis, 44 anni, entra nella sede della Meridian Mortgage e, in mancanza del titolare, con cui aveva appuntamento, prende in ostaggio il figlio e socio in affari Richard Hall (Dacre Montogomery), agghindandogli il collo un marchingegno dotato di cavo d'acciaio collegato al grilletto che gli tiene puntato addosso un fucile a canne mozze: chiede 5 milioni di dollari di risarcimento alla società di mutui per avergli mandato a monte l'affare della vita, una speculazione su un terreno su cui costruire un centro commerciale. Ma soprattutto vuole le scuse pubbliche da parte del titolare della Meridian, Hall padre, interpretato da un Al Pacino più carogna del solito, che sta svernando da qualche parte in Florida, pronto a sacrificare la vita del figlio e a impartire a Tony la sacrosanta predica sull'Etica degli Affari, ossia di fottere il prossimo, che è alla base dell'American Way of Life ed è il motivo per cui gli USA stanno sui coglioni a tutto il resto del pianeta esclusi i loro compari anglosassoni e il resto dei loro servitori europei e oceanici. Van Sant infarcisce la vicenda principale, incentrata sulle trattative telefoniche con le autorità locali e gli esponenti dei media, con altre storie che inquadrano l'ambiente del MidWest: la giovane giornalista televisiva che intravede lo scoop che le farà fare carriera, la polizia più idiota e incapace che si possa immaginare, dei magistrati maneggioni, il conduttore radiofonico nero che è la "Voce di Indianapolis", interlocutore privilegiato del sequestratore, che non ci mette molto a diventare una sorta di eroe del pubblico che segue praticamente dal vivo, tra radio e TV, lo svolgersi della vicenda. Infine, i rapporti tra Tony e Richard, sostanzialmente amichevoli, quasi da "Sindrome di Stoccolma", nonostante le circostanze, che danno un tono vagamente ironico e buonista a tutta la storia. Che alla fine finisce bene, perché le scuse, almeno dalla società (non dal suo presidente) arrivano, il danaro ovviamente no, però al processo Tony verrà giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. A parte Al Pacino, già visto almeno altre 100 volte in camei simili, film con un nucleo di caratteristi discreti a interpretare una manica di deficienti, salvo Colman Domingo nel ruolo del DJ Sam Temple, meritevole se non altro di mettere sul piatto musica all'altezza (l'unico vero merito del film), mentre inaccettabile è aver affidato il ruolo di protagonista a tale Bill Skarsgård, la versione scandinava di Sami Malek, tutto smorfie alla Meloni, uno che deve avere seri problemi psichici o di abuso "bamba", del tutto fuori ruolo nell'interpretare un personaggio che a tutta evidenza aveva almeno 20 anni più di quelli che dimostra lui sullo schermo, particolare che si può peraltro facilmente evincere dai filmati dell'epoca inseriti nella pellicola. Insomma, un film d'azione che finisce per essere noioso oltre che scontato anche se non supera i 105' di durata. C'è di meglio in giro, perfino attualmente.