lunedì 27 luglio 2026

L'Hangar Rosso

"L'Hangar Rosso" (Hangar Rojo) di Juan Pablo Sallato. Con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández, Renzo Fioretti e altri. Cile, Argentina, Italia 2026 ★★★★+

Lungometraggio d’esordio dei documentarista cileno Juan Pablo Sallato e presentato con buon esito all’’ultima Berlinale, L’Hangar rosso è transitato come una meteora sugli schermi nostrani, mentre vi avrebbe meritato una permanenza maggiore oppure l’uscita in sala in un periodo meno infelice, infarcito com’è di ripescaggi da stagioni passate, proposte di commediole insulse ma anche favorevole a operazioni commerciali e mediatiche in grande stile come quella che ha accompagnato il lancio di Odissea di Chris Nolan, che sta catalizzando l’interesse di un pubblico di boccaloni abbacinati dall’Evento a cui si sentirono in dovere di presenziare per poter dire la loro sui sòscial e schierarsi a favore o contro, come su ogni argomento buttato in pasto dai media ai loro affamati fruitori, rigorosamente a cazzo. Tratto dal libro Disparen a la bandada di Fernando Villagrán che racconta una vicenda avvenuta nei giorni a cavallo del golpe militare dell’11 settembre del 1973 in Cile che ha posto fine alla presidenza di Salvador Allende, il film racconta il dubbio morale tra l’obbedienza agli ordini e la propria coscienza che attanaglia il capitano d’aviazione Jorge Silva. Famoso per i suoi trascorsi di provetto paracadutista, rispettato e amato dai suoi uomini e già a capo dell’intelligence della sua arma (aveva denunciato nel 1970 un suo superiore per cospirazione contro il presidente), al tempo dirigeva un centro di formazione per cadetti nella zona Sud di Santiago, da dove peraltro sarebbero partiti i caccia che avrebbero bombardato il Palazzo della Moneda in quel giorno fatidico. Qualcosa era nell’aria, ma solo la mattina del golpe e proprio dal colonnello che aveva “inguaiato”, riceve l’ordine di predisporre nel centro d’addestramento un luogo dove trattenere, interrogare (e torturare) la “feccia comunista” che l’esercito avrebbe rastrellato in quelle prime ore nelle sedi dei partiti, nelle fabbriche, nelle scuole e università e nelle abitazioni dei militanti di sinistra e dei simpatizzanti di Unidad Popular. Insomma, l’intento è di metterlo alla prova oppure renderlo comunque complice dell’abiezione che avrebbe portato a un totale stimato di 40 mila desaparecidos durante i lunghi anni di una dittatura che sarebbe durata fino al 1990, per non parlare del numero dei torturati, incarcerati ed esiliati. Così viene allestito l’Hangar rosso, uno spazio che sarebbe diventato il centro di raccolta degli interrogandi allo scopo di costringerli a rivelare i nomi dei compagni latitanti e l’indirizzo dei loro “covi”, insomma un luogo di detenzione clandestino, mentre se non altro quello diventato famoso in tutto il mondo dello Estadio Nacional de Chile era quello ufficiale. Nell’ambientazione claustofobica del centro militare, in particolare nell’hangarresa ancora più efficace dalla potente e a tratti abbacinante fotografia in bianco e nero scelta da Sellato, e in un paio di scene nell’abitazione cittadina di Silva, messa sotto controllo dai superiori del capitano, costretto a “cifrare” i suoi colloqui con la consorte, docente universitaria e di per sé sospetta, si svolge dunque una sorta di thriller morale che copre un arco temporale di non più di 36 ore, dalla sera precedente il colpo di Stato alla mattinata successiva, reso angosciante quanto credibile dalla perfetta interpretazione del personaggio principale da parte del bravissimo Nicolás Zárate, a cui non è secondo Marcial Tagle nei panni del colonnello Mário Jahn. Non svelo il finale, che sta nei titoli di coda, salvo che Jorge Silva è morto in esilio volontario a Londra nel 2024 dopo essere riuscito comunque a fare annullare in patria la condanna a 20 anni di reclusione per “tradimento della patria”, subita assieme ad alti ufficiali lealisti.  

lunedì 20 luglio 2026

L'infiltrata

"L'infiltrata" (La infiltrada) di Arantxa Echevarría. Con Carolina Yuste, Luís Tosar, Iñigo Gastesi, Diego Anido, Víctor Clavijo, Nausicaa Bonnín, Pepe Ocio a altri. Spagna 2024 ★★★★

Il filone dei film e delle serie spagnoli legati alle vicende dell'ETA, l'organizzazione indipendentista basca che ha cessato la propria attività militare soltanto nel 2011 per sciogliersi definitivamente nel 2018 è particolarmente florido, anche se solo una parte di essi sono passati sugli schermi cinematografici o televisivi nostrani, il che dimostra che quel fenomeno terrorista, particolarmente intenso e brutale quanto la controffensiva dello Stato spagnolo, si sia sedimentato nella coscienza collettiva dei nostri "cugini" ben più dei cosiddetti "anni di piombo" nostrani. Arantxa Echevarría affronta l'argomento da un punto di vista originale, prendendo spunto da una vicenda vera, quella della giovanissima agente della Polizia Nazionale Elena Tejada, che accetta di infiltrarsi, siamo agli inizi degli anni Novanta, negli ambienti della izquierda abertsale (sinistra patriottica) di Donostia/San Sebastián, braccio politico dell'ETA, dove trascorre sei anni sotto la falsa identità di Mónica Marín prima che dal gruppo terrorista le venga chiesto di ospitare due membri dell'organizzazione in clandestinità, ossia lo scopo dell'intera operazione: siamo in un periodo in cui l'ETA aveva dichiarato una falsa tregua, mentre invece si accingeva a compiere attentati particolarmente sanguinosi. Dicevo originale, perché per quanto l'impianto del film sia quello di un thriller incalzante, grazie anche a un montaggio alternato estremamente efficace e a tratti adrenalinico, il vero oggetto del film è introspettivo, centrato sulla figura della protagonista, interpretata da una bravissima Carolina Yuste, in quanto donna prima che come agente di polizia, la cui personalità viene via via disgregata in seguito alla decisione di accettare la missione, da un lato attraverso la costante manipolazione da parte del suo capo e unico referente, Angel (Luís Tosar), detto El Inhumano, una sorta di figura paterna sostitutiva, dall'altro attraverso il suo forzato adattamento a una situazione sempre più intricata e pericolosa, in quanto i due "ospiti", e particolarmente il secondo, Teruel, un vero psicopatico, non si fidano del tutto di lei, e le continue maschere che deve imporsi, cosa che capita per altri versi anche ma anche al suo contraltare Andrea (Nausicaa Bonnín), apparentemente una figura secondaria, l'unica donna del gruppo operativo della Polizia che funge da "controllore" di Mónica, un'unità dell'antiterrorismo per il resto unicamente composta da uomini. Il ritmo è incalzante, l'ambientazione assolutamente perfetta e del tutto credibile (mi è capitato di essere in zona, tra San Sebastián e Bilbao, proprio in quegli anni e mi ricordo bene il senso di tensione opprimente, quasi claustrofobico), la descrizione dei personaggi assolutamente credibile ed efficace, il risultato è una pellicola che inchioda lo spettatore alla poltrona per la violenza, che pure mai esplicitata attraverso scene di crunete e sanguonolente è la costante di tutto il film, perché è psicologica, nelle relazioni tra i personaggi, e ambientale, perché è costantemente nell'aria, in qualsiasi frangente della vita quotidiana. Chi in Euskadi è stato all'epoca, oppure ha letto Patria di Fernando Aramburu (oppure anche solo ha visto la serie TV di HBO che ne è stata tratta nel 2020) sa di cosa parlo. Un film che suggerisco di andare a vedere. 

lunedì 13 luglio 2026

After Life - Qual è il tuo ricordo più bello?

"After Life - Qual è il tuo ricordo più bello?" (Wandāfuro raifu) di Kore'eda Hirokazu. Con Arata, Erika Oda, Susumu Terajima, Takashi Naitô, Kyôko Kagawa, Yusuke Yseya e altri. Giappone 1998 ★★★★★

E' stata una piacevole sorpresa tornare a frequentare la frescura di una sala cinematografica dopo oltre un mese di astinenza recuperando un film del grande cineasta giapponese Kore'eda Hirozaku che mai era uscito prima in Italia benché fondamentale nella sua carriera: si tratta del suo secondo lungometraggio, dopo l'esordio fulminante con Maborosi del 1995 e Nessuno lo sa  (Nobody Knows), che gli diede la definitiva consacrazione internazionale. Miscelando finzione ed elementi documentaristici che, data la sua formazione, rispuntano costantemente nelle sue opere, conferendo loro quella pulizia formale e obiettività scevra da giudizi che lascia parlare le immagini e in particolare i dettagli delle inquadrature, che cura con un'attenzione che ha pochi uguali, After Life racconta la permanenza temporanea di un gruppo di persone appena defunte in una sorta di limbo, situato in un anonimo edificio amministrativo in stato di semiabbandono dove, assistite da apposito personale opportunamente addestrato, anch'esso deceduto, che le aiuta a focalizzare un solo ricordo della loro esistenza: sarà quello che porteranno con sé per sempre. Avranno tempo una settimana per fare la loro scelta, da effettuarsi dopo una serie di colloqui con gli impiegati, che li coadiuvano con grande pazienza, attenzione e rispetto. Se sono rimasti con il compito a loro attribuito in quella situazione di passaggio è perché a loro volta non sono stati in grado o non hanno voluto effettuare quella scelta. Una volta individuato il ricordo, quel momento che diventerà eterno verrà ricostruito sul set cinematografico dagli assistenti e proiettato agli ospiti del centro al termine del loro passaggio tra la vita e la morte. Il ventaglio delle scelte è quanto mai vario e tutt'altro che scontato: colpisce semmai la banalità di alcune di loro oppure la loro bizzarria, così come la decisione di non scegliere oppure di cambiarla nel corso dei colloqui, così come anche quelle "depistanti", per non far trapelare la vera personalità degli "intervistati". Del resto, per le risposte, Kore'eda a suo tempo si era basato su un sondaggio effettuato da un gruppo di studenti universitari su 500 un campione di 500 persone. Tutte le risposte hanno diritto di cittadinanza, nella situazione immaginata dal regista, che è del tutto laica e umanista e nulla ha a che vedere con una dimensione religiosa, e invariabilmente coinvolge lo spettatore che vi si immedesima e si pone a sua volte le domande  inevitabili sul senso della propria esistenza, su quel che ne rimane, sui ricordi e sulla memoria in generale e sull'identità di ogni persona, sulla labilità dei rapporti umani, e sulla relazione tra realtà e rappresentazione, temi che, come quello della famiglia, sono onnipresenti nell'autore e regista giapponese, e ne hanno caratterizzato il lavoro fino a oggi. E che non delude mai.