giovedì 21 maggio 2026

In the Grey

"In the Grey" di Guy Ritchie. Con Henry Cavill, Eiza González, Jake Gyllenhaal, Kristofer Hivju, Rosamund Pike, Carlos Bardem, Fisher Stevens e altri. GB, USA 2026 ★★★+

Nel panorama alquanto grigio di questo spicchio di stagione cinematografica che, dalle notizie che giungono da Cannes, non verrà ravvivata di molto dalle pellicole in uscita dal relativo festival, riesce a spiccare perfino un film d'azione come In the Grey, grazie al talento speciale di Guy Ritchie (vedi The Gentlemen), qui anche sceneggiatore, di rendere edibile e divertente una storia sconclusionata ma avvincente grazie alla scelta di un cast azzeccato e alla freneticità della vicenda. Sophia/Rachel (non è chiaro), interpretata da Eiza González, è un'avvocata che opera nella "zona grigia" tra legalità e illegalità e si occupa, sostanzialmente, di recupero crediti, coadiuvata da una coppia di avventurieri, Bronco e Sid, rispettivamente Gyllenhaal e Cavill, particolarmente affiatata, di cui si fida ciecamente e che da lei sono stati tirati fuori da una galera tipo Guantanamo e quindi per Mamma, come la chiamano, darebbero la vita. Entrano in azione con un commando composto da altri quattro membri, organizzatissimi e iper professionali, quando la giovane legale, a occhio sui trenta, ma già incredibilmente espertissima in diritto internazionale, societario e finanziario, viene ingaggiata da tale Bobby, una Rosamund Pike sempre perfetta nei ruoli ambigui, per recuperare un miliardo di dollari fregati da tale Somoza, una sorta di oligarca ispanico (Bardem) al suo superiore, un altro squalo della finanza newyorkese, e sbarcano sull'isola del tipo, al largo della costa africana (sembrerebbe una delle Canarie). Lo scopo è preparare il terreno alla visita che "Mamma Rachel" farà a Somoza per cercare di convincerlo a restituire il maltolto e predisporre vie di fuga sicure nel caso le cose si mettessero male. Cosa che puntualmente avviene quando, dopo che Rachel/Sophia verrà sequestrata (nel frattempo, grazie all'abilità del suo staff di informatici, legali ed esperti ha minato l'impero finanziario di Salazar facendogli sequestrare quasi tutti i beni) dal "cattivo" della situazione. Inutile dire che la Squadra dei Sei avrà la meglio sui settanta uomini armati fino ai denti che Salazar le scatenerà addosso e che quest'ultimo sarà deportato negli USA, ma ci sarà una sorpresa finale, perché nei guai veri finirà qualcun altro, e il Bene, forse, trionferà, o almeno una certa idea di giustizia (si fa per dire, visto l'ambientino). Per tenere le fila del caos che ha messo in piedi, Ritchie si affida alla voce fuori campo di Sophia/Raquel che racconta nei particolari tutti gli inghippi legali, le trappole economiche, quelle informatiche e quelle tecniche (a cominciare dalle intercettazioni): non ci si capisce un cazzo ma va bene così, perché lo spettatore, preso in contropiede dalla frenesia che imperversa e dall'adrenalina che scorre, fa finta di sì e sta a guardare, prima i preparativi, ossia le fasi dell'addestramento della squadra di incursori, e poi la fuga vera e propria dall'isola, che ovviamente conterrà qualche imprevisto, fino all'epilogo. Confusi e quasi felici, si esce dalla sala soddisfatti per essersi divertiti con poco e nell'arco di un'ora e mezzo scarsa, il che va a merito del prolifico e abile regista britannico. Uno yankee l'avrebbe tirata in lungo per tre ore.

giovedì 7 maggio 2026

Un anno di scuola

"Un anno di scuola" di Laura Samani. Con Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, Magnus Krepper, Silvia Gallerano, Maurizio Zacchigna e altri. Italia 2025 ★★★★+

Rivelatasi al grande pubblico cinque anni fa con il sorprendente Piccolo corpo, suo primo lungometraggio, Laura Samani si conferma ampiamente con Un anno di scuola, che adatta, attualizzandolo, un bellissimo racconto di Giani Stuparich uscito nel 1929 e ambientato nella Trieste del 1909. Parlare di adolescenza non è mai facile, col rischio immediato di cadere nel luogo comune e nella caricatura, quindi nella mancanza di credibilità, così come non lo è lavorare con degli esordienti e meno ancora su un testo che è un classico, che tale diventa perché, appunto, fotografa una situazione di passaggio che è di per sé eterna. Se nel libro di passaggio, oltre all'età dei protagonisti, è l'epoca, nell'imminenza della Grande Guerra e della caduta dell'Impero Austroungarico, di cui Trieste faceva parte, nel film della Samani è il 2007, anno in cui, con l'entrata della Slovenia nello Spazio di Schengen, è caduta anche l'ultima frontiera ereditata dalla Guerra Fredda. La storia, semplice, è basata sull'arrivo, in una classe tutta maschile dell'ultimo anno di un istituto tecnico, di Fredrika, una ragazza svedese (il padre è stato mandato in Italia per tagliare teste in uno stabilimento siderurgico): una una miccia innescata in un ambiente in tempesta ormonale ma che lega subito con un terzetto di ragazzi con cui fa gruppo, ossia Antero, riflessivo e "alternativo", da cui è attratta e col quale entra di più in confidenza, Pasini, il disadattato (reduce da un trauma famigliare) e il protettivo e tranquillizzante Mitis. Tra bevute, soggiorni nella "trappola", l'ex tipografia del nonno di Mitis trasfromata nel covo che utilizzano per starsene per conto loro, escursioni sul Carso (un punto di svolta del racconto avviene in un casotto doganale dove correva la frontiera su una strada secondaria), giri notturni sulle rive e nei locali della città dopo le ore di scuola, si svolge l'anno che precede la maturità: un tempo che per tutti al momento in cui lo si vive sembra eterno e in cui avvengono i cambiamenti più significativi e scoppiano anche le contraddizioni più grosse, quelle che lasceranno un segno anche se ci si perde. Insomma, un punto di svolta. Sembra banale, ma non lo è renderlo: né sulla pagina, né sullo schermo, ma Samani ci riesce benissimo, e suo ulteriore merito è farlo rendendo protagonista, oltre ai quattro ragazzi della "banda", una città che non è Roma, Milano o la cinematografica Torino di tanti film italiani degli ultimi tempi ma una città marginale e poco conosciuta, con la sua atmosfera tra il mitteleuropeo e il veneziano, la sua parlata ibrida che è lontana anni luce dal romanesco cinematografico dilagante, fuori dagli schemi italiani (proprio perché lo è assai poco). Si respira un'aria diversa, in questo film, il cui segreto è l'autenticità. Da non perdere assolutamente.

venerdì 1 maggio 2026

Primo Maggio


LAVORATORI
, e non CONSUMATORI. A 162 anni dalla fondazione della Prima Internazionale (Associazione Internazionale dei Lavoratori), rimane ancora il messaggio più attuale e necessario. 



venerdì 24 aprile 2026

Il caso 137

"Il caso 137" (Dossier 137) di Dominik Moll. Con Léa Drucker, Jonathan Turnbull, Solan Machado Graner, Sandra Colombo, Mathilde Roehrich, Stanislav Merhar, Guslagie Malanga, Genevève Minch e altri. Francia 2025 ★★★★+

Stéphanie Bertrand, magnificamente impersonata da Léa Drucker, è un tenente della IGPN, Ispettorato Generale della Police Nationale, che indaga per l'appunto sui reati commessi dagli agenti in servizio: nella fattispecie il ferimento, con gravi conseguenze, di un ragazzo di vent'anni, Guillaume, colpito alla testa da un proiettile di gomma ai margine di una manifestazione dei Gilets Jaunes l'8 dicembre 2018 sugli Champs Elysées, a Parigi. Il giovane era venuto nella capitale dalla provincia assieme alla sorella, al ragazzo di questa, Rémi, testimone diretto dell'accaduto, arrestato e non ritenuto credibile, e alla madre, che sporge la denuncia anche per i danni permanenti subiti dal figlio. La famigliola non faceva parte di gruppi organizzati, e l'adesione alla protesta contro i tagli alle spese sociali era stata anche l'occasione di una gita nella sfavillante metropoli, trasformandosi però in un incubo. Come c'era da aspettarsi (il film si ispira a fatti realmente accaduti) l'inchiesta si infrange su un muro di omertà da parte degli agenti coinvolti e dei loro responsabili, in nome di una solidarietà di corpo di un apparato poco amato dalla popolazione ma a sua volta sfruttato, sottopagato, male equipaggiato e preparato, mandato spesso allo sbaraglio da governi che, con le loro politiche, sono i primi responsabili del malcontento generale e delle proteste conseguenti e che, si sa, in Francia sono particolarmente decise e durature. Con infinita pazienza, e pur sottoposta a pressioni concentriche, da parte dei superiori come dei colleghi, compresi l'ex marito, agente pure lui e la sua nuova compagna, peraltro pure sindacalista della polizia, Stéphanie circoscrive le circostanze dell'accaduto, e prende particolarmente a cuore la vicenda quando scopre che la famiglia del ragazzo abita nella cittadina di cui è originaria lei stessa e dove vivono i suoi genitori, che conoscono la madre di Guillaume ma non si peritano di farglielo sapere, dubbiosi come sono essi stessi che la figlia andrà in fondo alla faccenda riuscendo a ottenere giustizia. Stéphanie non si scoraggia e, durante un sopralluogo sulla scena del fatto, si accorge che c'era la possibilità che ci fosse un testimone diretto dell'accaduto, affacciato alla finestra di un albergo che dà sulla strada in cui è stato colpito Guillaume. Lo scova, e si tratta di una cameriera che aveva pure girato un video dell'accaduto col suo cellulare, ma pure lei, straniera e di colore, recalcitra per la scarsa fiducia che ha nella giustizia, quando si tratta di emarginati, ma Stéphanie riuscirà a convincerla. Gli agenti coinvolti non potranno più negare l'evidenza e si scoprirà che i colpi sparati sono stati due e da due armi diverse, ma la via d'uscita consiste nel fatto che la perizia balistica non è in grado di stabilire con certezza da quale arma è partito lo sparo che ha colpito Guillaume, che quindi non potrà ottenere alcun risarcimento mentre i due agenti che hanno sparato saranno prosciolti. Vince insomma la ragion di Stato, che non vuole inimicarsi ulteriormente coloro che manda a metterci la faccia e a rischiare la pelle al posto di chi governa, e a Stéphanie verrà pure rinfacciato di essere stata fin troppo solerte per il solo fatto di venire dalla stessa cittadina dei denuncianti, e di avere incontrato la madre di Guillaume nel corso dell'indagine, ma non subirà ulteriori conseguenze. Il caso 137 si chiude così. Il grande merito del film, stringato, preciso, molto bene interpretato, girato con mano sicura, è di non giudicare e mostrare le comprensibili ragioni di tutte le parti in causa, che pure esistono: quello che sicuramente è in crisi, in Francia come da qualsiasi altra parte, è il rapporto di fiducia tra cittadini, specie quelli subalterni, con le forze dell'ordine che rappresentano e difendono uno Stato che tende a escluderli. Una vecchia storia, e in Italia ne sappiamo qualcosa. Da vedere. 

lunedì 20 aprile 2026

…che Dio perdona tutti

"…che Dio perdona tutti" di Pierfrancesco Diliberto (Pif). Con Pif, Giusy Buscemi, Franscesco Sanna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti, Domenico Cusumano e altri. Italia 2026 ★★★1/2

Alla sua quarta regia il buon Pif non perde la sua verve ironica, dissacrante con leggerezza, caustica con dolcezza (in questo caso un profluvio, avendo a che fare, oltre che con l'Altissimo, con la sublime arte pasticciera), capace di divertire quanto di far riflettere, e confeziona una commedia siciliana, anzi: orgogliosamente palermitana, tratta dal suo romanzo omonimo uscito nel 2018. Qui impersona Arturo, un agente immobiliare efficiente, il migliore dell'agenzia di Tommaso (Francesco Sanna), suo amico da sempre nonché compagno di calcetto, dove essendo il più scarso è relegato in porta. Per il resto è un brombolone, nu pinnuluni in dialetto locale, single, imbranato, ma appassionato e vero esperto di dolci, di cui l'isola è un paradiso in terra, che assaggia e descrive in ispiratissimi video che pubblica in rete. Un giorno le capita come cliente Flora (Giusy Buscemi), l'affascinante discendente da una dinastia di pasticcieri rinomata in città, alla ricerca di un locale in cui mettersi in proprio per innovare un po' la tradizione: è colpo di fulmine, inevitabile. C'è un problema: lei è una fervente cattolica e lui è agnostico, e l'ultima volta che ha pregato è stata in occasione della partita Italia-Brasile del 5 luglio 1982 al Sarriá di Barcellona, che avrebbe spianato la strada alla conquista del Mondiale di Spagna di quell'anno. Il tocco autobiografico non poteva mancare. Per conquistarla, dunque, cercherà di convertirsi, ma come tutti i "redenti" peccherà in eccesso di zelo, col rischio di rovinare tutto, specie quando si renderà disponibile a partecipare come sostituto di un notaio a una Via Crucis pasquale (ispirata a quella di Brian di Nazareth dei mitici Monty Python) asserendo di conoscerne tutti i passi e che avrà un esito raccapricciante. A ispirarlo in tal senso è l'apparizione, in un delirio glicemico causato dall'ingestione di un'intera guantiera contenente ben 35 sciù, nel salotto di casa niente meno che del compianto ex pontefice Jorge Bergoglio (Carlos Hipólito) che lo consiglia nelle varie fasi del corteggiamento e gli lascia in dotazione il Vangelo a cui ispirarsi. Con lui avrà un lungo colloquio in confessionale, spassoso ma carico di spunti di riflessione e tanto buon senso da parte del papa, che è un po' il filo conduttore del racconto, tra fede, agnosticismo e gastronomia siciliana, e alla fine, nel momento in cui non solo la relazione con Flora, ma anche l'amicizia con Tommaso e la sua stessa posizione lavorativa saranno davvero sul punto di rottura, in un analogo delirio iperglicemico da ingestione smodata di sciù Papa Francesco apparirà anche alla ragazza... E tutto si sistema, perché, come diceva il francescano argentino, alla fine Dio perdona sempre. Per quanto a tratti di trama esile, il film convince ed è piacevolissimo, sincero, primaverile: affronta lievemente tematiche altrimenti pesanti, e lo fa con intelligenza e buon gusto, senza far mancare quel pizzico di satira e umore nero che non guasta mai. Ben interpretato da tutto il cast, è ovviamente anche un omaggio alla raffinata e ricchissima pasticceria siciliana, oltre che al suo capoluogo, anche nei suoi aspetti meno cartolineschi, e alla sua gente, per cui si esce dalla sala di buon umore e ben disposti verso il prossimo, il che di questi tempi è un bene prezioso e un ottimo risultato per un film. Ma anche con l'acquolina in bocca e bramosi di cannoli, cassate e iris a volontà.

venerdì 17 aprile 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

"Giulio Regeni - Tutto il male del mondo" di Simone Manetti. Con Paola Deffendi, Claudio Regeni, Alessandra Ballerini e altri. Italia 2026 

Non si può valutare il documentario di Simone Manetti alla stregua di un film, né giudicarlo con gli stessi parametri: è altra cosa. Andarlo a vedere lo considero un dovere morale non solo in ricordo del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni, sequestrato nel gennaio del 2016 al Cairo e poi torturato e ucciso in circostanze volutamente occultate dai servizi di sicurezza egiziani, ma anche nei confronti dell'autore e regista nonché dei produttori Fandango (Andrea Occhipinti) e Ganesh (Mario Mazzarotto), soprattutto in considerazione del fatto che era stato escluso dai finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura (MIC) nel 2026, perché considerato di scarso "interesse culturale". Angosciante, disturbante, a partire dalle immagini spesso sfuocate, buie, sgranate e sempre inquietanti della metropoli, specie quelle di un video girato di nascosto dal referente di Regeni nel sindacato degli ambulanti della metropoli, sul quale il giovane stava facendo uno studio per l'Università di Cambridge, colui che lo a tradito per consegnarlo ai servizi segreti del suo Paese: su quello si chiude il film, col volto di Giulio che saluta dopo una conversazione in cui ripete più volte che quella ricevuta in Inghilterra è una borsa di studio, non un fondo per finanziare le attività del sindacato di cui il losco personaggio, tale Mohamand Said Abdallah, è il rappresentante. Un pugno nello stomaco, insomma. Oltre a ricostruire la tragica vicenda, sbugiardando le diverse grottesche versioni dei fatti fornite in fasi successive dalle autorità egiziane, una più sballata dell'altra, nonché dai mezzi di comunicazione sotto il totale controllo del regime, in particolare la televisione (non mancano insulti non solo all'intelligenza di chi ne segue le trasmissioni, ma all'Italia come tale), e rivelando i silenzi stupidi anche di alcuni "amici" che dividevano con l'appartamento con Regeni, i quali non gli avevano riferito delle "visite" di uomini dei servizi nelle sue cose, avvenute prima che il ragazzo rientrasse in Italia per le festività natalizie (probabilmente, opportunamente allertato, si sarebbe ben guardato dal tornare in Egitto), il documentario la inquadra nella serie di avvenimenti che hanno avuto luogo nel Paese dall'inizio della "Primavera Araba" il 25 gennaio del 2011, con le ripetute, violente manifestazioni di Piazza Tahrir che causarono, nelle settimane successive, la caduta del regime di Mubarak, alla vittoria dei Fratelli Musulmani l'anno successivo, fino al colpo di stato Militare che ne spazzò via il governo nel 2013 per sostituirlo con la giunta tuttora guidata dal generale Al Sisi: un regime paranoico, onnisciente, con infiltrati in qualsiasi piega della società. L'altra traccia, oltre ai filmati e alle interviste dei genitori di Giulio, dell'ambasciatore italiano dell'epoca in Egitto, di suoi conoscenti, e alla ricostruzione cronologica delle indagini e allo smontaggio delle menzogne propinate dalla polizia egiziana da parte dell'avvocatessa dei diritti umani Alessandra Ballerini, che fa da filo conduttore, è costituita dalle riprese del processo, ora sospeso, che si tiene in Corte d'Appello a Roma in contumacia dei quattro accusati di sequestro di persona, tortura e omicidio, tutti alti funzionari dei servizi di sicurezza del Paese arabo. Un racconto duro, disperante, ma necessario, che sta, meritoriamente, avendo un riscontro molto positivo da parte del pubblico, così come l'aveva avuto la campagnaVerità per Giulio Regeni condotta in primis per anni dalla famiglia di Giulio, come testimoniano tuttora le decine di migliaia di striscioni gialli con quella scritta che ancora campeggiano sui balconi di ogni comune della nostra Penisola. 

lunedì 13 aprile 2026

A cena con il dittatore

"A cena con il dittatore" (La cena) di Manuel Gómez Pereira. Con Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Nora Hernandez, Oscar Lasarte, Martin Páez, Elvira Minguez, Ferran Gadea, Carlos Serrano, Eva Ugarte, Xavi Francés, Antonio Resines e altri. Spagna, Francia 2025 ★★★★+

E' consolante che un film che sbeffeggia la presa del potere di Franco nel 1939, dopo tre anni di guerra civile seguita al suo Alziamiento del luglio 1936 contro il legittimo governo repubblicano, sia stato campione di incassi in Spagna, dove il passato non è mai davvero passato, almeno per quella parte di Paese che si riconosce in Vox, il partito gemello dei "Fratellos" italiani, al cui congresso del 2021 la cui leader, nonché nostra attuale presidenta del Consiglio, sbraitava il celebre ritornello "Yo soy Gioggia". Basata sulla pièce teatrale La cena de los generales, scritta nel 1998 da Luis Alonso de Santos, a cui sono occorsi 10 anni per essere rappresentata, questa commedia grottesca tipicamente spagnola, carica di humor negro, immagina una sorta di rivalsa dei perdenti a due settimane soltanto dalla caduta di Madrid, quando Franco, per celebrare la vittoria falangista, ordina di organizzare, oggi per oggi, una cena per i suoi generali al Palace, l'albergo più lussuoso della capitale, incaricando all'uopo il tenente Medina (Mario Casas), che dirigerà le operazioni assieme al maître d'hôtel Genaro (Alberto San Juan). Peccato che il salone delle feste sia stato nel frattempo trasformato in un ospedale da campo, e che i viveri, in una città sotto assedio da anni e ridotta alla fame, scarseggino, tranne ovviamente che al mercato nero, di cui i fascisti negavano l'esistenza, anche e soprattutto a onta dell'evidenza. E, cosa ancora più grave, la brigata di cucina del Palace si trovi in carcere, in attesa di essere giustiziata, in quanto interamente composta da repubblicani, "perché tutti i migliori cuochi di Madrid sono rossi". A differenza dei camerieri, tra cui prevalgono gli amici del nuovo regime, guarda caso. Come da noi i giornalisti, per esempio. Si tratta così di liberarli limitatamente alla preparazione di una cena all'altezza dell'illustre anfitrione: il Caudillo de España. Se il cuoco Antón si rifiuterà di accettare e verrà freddato con uno sparo in fronte dal falangista Alonso, gli altri sapranno approfittare della situazione per darsela a gambe e raggiungere, come altre centinaia di migliaia di compagni, la Francia non prima, però, di aver ammannito una cena sopraffina. In unità di tempo e luogo la pellicola illustra dunque i frenetici preparativi e descrive in  maniera credibile caratteri e ambiente dell'epoca, per quanto in termini di farsa, ma mai sopra le righe. Ovviamente sono presi di mira principalmente i vincitori, in tutta la loro boria, arroganza, imbecillità e profonda ignoranza, ma ce n'è anche per alcuni vezzi tipici della sinistra. Alla coppia di protagonisti si aggiunge una prestazione eccellente da parte di un gruppo affiatato di ottimo caratteristi, e tutta l'allegra compagnia, cfr. cast, ha l'aria di essersi divertita un mondo durante le riprese. All'altezza delle interpretazioni anche la gustosa colonna sonora, ritmi sostenuti, durata ottimale (un'ora e 45'), un film perfetto per farsi quattro risate, di cui mi guardo bene dallo svelare ulteriormente la trama e, soprattutto il finale, a sorpresa.