sabato 13 agosto 2022

Generazione Low Cost

"Generazione Low Cost" (Rien a foutre) di Julie Lecoustre, Emmanuel Marre. Con Adèle Exarchopoulos, Alexandre Perrier (II), Mara Taquin, Jonathan Sawdon, Jean Benoît Ugeux, Julie Sokolowski e altri. Belgio, Francia 2021 ★★★1/2

Scrivevo, a proposito di Full Time - Al cento per cento, che raramente il mondo del lavoro, specialmente del settore terziario, è rappresentato al cinema, eppure, a partire da I Tuttofare, nelle ultime due settimane sono ben tre i film, ripescati dai fondi di magazzino e distribuiti in questa stagione estiva di rara povertà di proposte, che ne parlano, e in modo efficace benché con uno spirito e un taglio diversi da quelli di un maestro come Ken Loach, e comunque ben vengano. Nel caso di Generazione Low Cost, solito titolo ambiguo all'italiana, edulcorato per non tradurre alla lettera l'originale "Frega un cazzo" come invece suona quello scelto per la distribuzione internazionale: Zero Fucks Given, esplicito come quello in francese, si tratta della esistenza "campata in aria", è il caso di dirlo, della giovane Cassandra, assistente di volo di una compagnia low cost, che passa da un volo all'altro su tratte turistiche europee, le cui entrate, oltre a stipendi piuttosto bassi, sono dovute a quanto riesce a vendere tra pasti, bevande e profumi. Lei è tra le migliori a farlo, benché a volte ceda all'indisciplina: non si depila con grande accuratezza, si fa beccare con l'alito che sa di alcol dopo una delle notti brave con amanti più o meno occasionali, ma tutti della solita compagnia di giro del personale di volo, a cui si abbandona tra uno scalo e l'altro, tutti rapporti o amicizie che non significano nulla, senza prospettive. A cui peraltro non crede, facendo del Carpe Diem, logo che campeggia sul suo profilo Instagram, il suo motto, ma non è un "cogli l'attimo" edonistico, positivo, gioioso bensì il riempimento di un vuoto esistenziale che sembra sì appartenere a tutta una generazione, che un futuro, per una serie di cause, non riesce nemmeno a immaginarselo, inchiodata com'è a un presente immutabile e quasi ossessivo (cosa che il film, girato con una tecnica quasi documentaristica, riproduce assai efficacemente, rallentando volutamente il ritmo del racconto anche a rischio di renderlo noioso). Emblematica è la vita di Cassandra, che si svolge perlopiù nel non-luogo per eccellenza, l'aeroporto, e sul mezzo di trasporto più spersonalizzato che si possa immaginare: perfino la scarsa vita privata la trascorre in un altro luogo elezione del nulla e del posticcio, un resort a Lanzarote, nelle Isole Canarie, per dipendenti delle compagnie aere. Non coltiva ambizioni, anzi: cerca di evitare anche le promozioni a cui la compagnia la spinge per la sua anzianità, e le conseguenti maggiori responsabilità. Un ritratto per nulla lusinghiero di un'esponente tipica di tutta una generazione allo sbando, resa credibile da un'attrice portentosa, a mio parere, e che mi aveva già fatto drizzare le antenne in La vita di Adèle quando aveva soltanto 20 anni, Adèle Exarchopoulos, e che oggi a 28 ha la stessa età della Cassandra che interpreta. Un viso infantile, nemmeno particolarmente bella ma espressiva come poche anche nell'inespressività e nei cambi di registro, camaleontica, potrebbe anche rimanere muta per tutta la durata della pellicola e colpire ugualmente nel segno dando spessore al personaggio. In questo caso uno spessore evanescente, e della ragazza si riescono a capire alcune cose solo quando, una volta licenziata dalla Wing, torna nella cittadina belga dove vivono il padre e la sorella minore, che si occupano dell'agenzia immobiliare di famiglia in cui la morte della madre di Cassandra in un incidente d'auto su cui il genitore dopo anni insiste pervicacemente a voler fare chiarezza, per ottenere giustizia ha lasciato il segno e la ragazza, a sua volta, per non doverne affrontare la scomparsa, è pressoché sparita a sua volta. Le rimaneva una vaga aspirazione, su cui non puntava molto perché non particolarmente fascinosa né portata per le lingue: entrare nel giro delle hostess per Emirates, così fini ed eleganti, ma alla fine la sua caparbietà e anche faccia tosta hanno la meglio nonostante le sue previsioni viene chiamata a Dubai per essere assunta da una compagnia che noleggia voli privati, insomma l'élite delle élite del ramo. E il circo ricomincia, nel glamour del luogo più artificiale e "non luogo" del mondo, dove i giorni e l'intrattenimento per gonzi si ripetono uguali in un loop senza fine, con gli spettacoli di plastica sullo sfondo di scenari futuristici e megalomani quanto banali e privi di senso che hanno ripreso vita, con le dovute precauzioni igieniche post Covid, e lei a riprendere il tutto con lo smartphone per postarlo sulle sue "storie" in rete... Carpe Diem, appunto, come se non ci fosse un domani. Va da sé che prestazione di Adèle Exarchopoulos, che riempie lo schermo con sicurezza sbalorditiva, vale ampiamente il prezzo del biglietto e una certa lentezza del film.

lunedì 8 agosto 2022

Full Time - Al cento per cento

"Full Time - Al cento per cento" (À plein temps) di Eric Gravel. Con Laure Calamy, Anne Suarez, Geneviève Mnich, Nolan Arizmendi, Sasha Lamaitre Cermaschi, Lucie Gallo, Cyrl Gueï e altri. Francia 2021 ★★★★+

Il mondo del lavoro, e quello oggi predominante nel settore terziario, raramente è rappresentato al cinema. Lo fa in modo originale Eric Gravel, canadese originario del Québec ma residente da un ventennio in Francia, con questo film serrato, quasi adrenalinico, che racconta con estremo realismo e grande credibilità la situazione in cui può trovarsi una donna che cresce da sola due figli piccoli e che ha scelto di vivere in un tranquillo paesino di campagna pur lavorando in città (in questo caso come capo-governante in un albergo di lusso del centro di Parigi), sobbarcandosi quindi due trasferte al giorno da pendolare quando, a partire da alcuni scioperi nel settore dei trasporti, il conflitto si inasprisce fino al punto in cui tutto il Paese rimane completamente bloccato (perché a differenza che da noi, in Francia, Germania, Spagna o Gran Bretagna, quando la lotta si fa dura si fa sul serio, non le "astensioni dal lavoro programmate", possibilmente di sole 4 ore il venerdì a fine turno). Per Julie, questo il nome della donna magnificamente interpretata dalla bravissima Laure Calamy (premiata assieme al regista nella Sezione Orizzonti all'ultimo Festival di Venezia), il disagio si aggiunge a un periodo particolarmente delicato: l'ex marito in arretrato con gli alimenti, irraggiungibile all'estero; un'anziana vicina che a cui affida i bambini che ha sempre più problemi ad accudirli e la invita a cercare chi possa sostituirla; la banca che sollecita il pagamento della rata del mutuo e finisce col bloccarle la carta per i prelievi di contante; i problemi che le causano i ritardi sul lavoro oltre ai contrasti con le sue colleghe per le necessarie sostituzioni che deve chiedere perché, come se non bastasse, sta sostenendo in segreto colloqui per un'ambita posizione in una grande azienda come analista di mercato (questo era stato del resto il suo impiego prima che si sposasse e che corrisponde alla sua formazione universitaria): tutto si accumula nei giorni in cui si inaspriscono le vertenze sindacali e le veementi proteste che, periodicamente, scuotono la nazione transalpina, e quella di Julie diventa una angosciosa  lotta contro il tempo, durante la quale lei deve cercare di incastrare tutte le tessere della sua esistenza che si stanno scompigliando, senza mai perdersi d'animo, cercando di adattarsi a tutte le situazioni, usando ogni risorsa o stratagemma e trovando sempre energie e motivazioni per tirare avanti: un'impresa titanica, sottoposta com'è a pressioni contrastanti e in balia degli eventi, e che però è la vita di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo che, per motivi non solo economici, si trovano a vivere nelle periferie delle grandi città per poi lavorare nei centri storici ormai svuotati e occupati da banche, uffici, negozi e alberghi di lusso alberghi, musei e altre attrazioni turistiche quand'anche ve ne siano. Esistenze da automi, dai  ritmi demenziali e inumani, che diventano impossibili da gestire se poi capita di trovarsi coinvolti dalle conseguenze di uno sciopero fatto sul serio. Julie finisce col perdere il lavoro e questo paradossalmente le consente di staccare la spina per qualche giorno e di uscire paradossalmente dal vortice per guardare in faccia la realtà: il lieto fine del film, ossia la telefonata da parte della dirigente che le aveva fatto l'ultimo colloquio la quale, scusandosi per il ritardo con cui la chiama, le comunica che è stata scelta lei, è solo apparente perché, ormai assuefatto al ritmo insensato delle giornate di Julie, lo spettatore già sa che non saranno rose e fiori e che la situazione potrebbe anche peggiorare, dal momento che tornerà a lavorare in una realtà dove al primo posto c'è la dedizione all'azienda e alla sua mission, la disponibilità nonché reperibilità un requisito essenziale e un orario regolare un optional, per quanto ben retribuitoMano sicura da parte di Eric Gravel, racconto efficace, camera a mano, nervosa quando necessario per rendere i momenti più affannosi delle giornate di Julie; più rilassata e panoramica quando ne tratteggia altri momenti di normalità: sul lavoro, a casa coi figli, con l'unica amica che riesce a frequentare a stento, perché una vita privata, presa com'è dai suoi impegni e dalla costante lotta contro l'orologio, questa donna non ne ha proprio. Full Time è anche un'ulteriore dimostrazione che quando si hanno le iddee chiare e si ha qualcosa da dire, basta meno di un'ora e mezzo di film girato e montato come si deve e che non servono i pipponi ideologici ed estremizzare situazioni limite di casi umani per raccontare l'insensatezza dei tempi in cui ci tocca vivere. 

venerdì 5 agosto 2022

Hope

"Hope" (Håp) di Maria Sødahl. Con Andrea Bræin Hovig, Stellan Skarsgård, Terje Auli, Ingrid Bugge, Hala Dakhil Norvegia, Gjertrud L. Jynge, Dina Enoksen Elvehaug e altri. Norvegia, Svezia 2019 ★★★★+

Una gran bella sorpresa, questo film norvegese giunto nelle nostre sale con ben tre anni di ritardo, e si deve forse ringraziare il desolante paesaggio delle uscite estive l'averlo ripescato, doppiato e finalmente proposto al pubblico italiano. Hope racconta la vicenda di Anja, una regista teatrale sui 50 anni che, reduce dal lusinghiero successo di una sua rappresentazione ad Amsterdam, rientrata ad Oslo alla vigilia di Natale e corsa a farsi visitare per un un fastidio a un occhio che coi giorni si era aggravato impedendole di dormire, scopre di avere un tumore al  cervello, forse una metastasi di un altro avuto l'anno prima a un polmone (era una fumatrice accanita) e, in tal caso, incurabile e pure inoperabile. L'arco temporale della storia va dal 23 dicembre al 2 di gennaio, giorno in cui verrà alla fine sottoposta all'intervento che potrebbe salvarla, e viene scandito dalle visite, gli accertamenti, le attese, le ansie gli alti e bassi sia emotivi sia fisici dovuti anche alle massicce dosi di steroidi e antidolorifici che deve ingerire sia per sopportare il male sia per impedire che il tumore avanzi crescendo di dimensioni, ma soprattutto racconta il modo in cui affronta la cosa Anja, che da anni con Tomas, dal quale ha avuto tre figli e che, assieme agli altri tre avuti dall'uomo dalla ex moglie, costituiscono la famiglia allargata, piuttosto armoniosa e felice, della donna, e questo in un frangente come le festività natalizie, particolarmente sentite nei Paesi nordici, piene di doveri sociali così come e soprattutto famigliari, tra cene, regali, parenti e amici per casa. Maria Sødahl, la talentuosa regista rivelatasi con Limbo, del 2010, e che ha scritto anche la sceneggiatura, conosce bene la situazione avendola vissuta di persona e questa è anche la ragione della sua lunga inattività: a suo merito, oltre a una narrazione onesta, realistica, per niente artificiosa e patetica e che non gioca sulla compassione dello spettatore, l'essersi affidata a due interpreti di bravura eccezionale come Stellan Skarsgård, ben conosciuto anche fuori dalla Norvegia ma, soprattutto, la sensazionale Andrea Bræin Hovig, in possesso di tutta la gamma di espressioni, sguardi e movenze che rendono il tormento e lo stato emozionale della donna, che entra in una dimensione completamente diversa della propria esistenza, che la costringe da un lato a prendere confidenza con la prossima, probabile fine della stessa e con le conseguenze di questo su chi ama, dal compagno di vita ai figli, alcuni già adulti ma altri adolescenti o ancora bambini, a cominciare dal come e quando raccontare loro della malattia e del suo possibile, fatale decorso, e dall'altro affrontare la quotidianità in quel particolare momento dell'anno e, al contempo, fare i conti con la propria vita, il rapporto con l'uomo con cui ha scelto di condividerla ma che l'ha anche condizionata, perché la loro relazione è sì basata sull'onestà intellettuale ma non per questo perfetta, per limiti ed egoismi di entrambi. Pur così pacato e di una chiarezza esemplare, il racconto è tutt'altro che privo di svolte e risulta particolarmente coinvolgente. Un film di grande spessore, che fa bene allo spirito nonostante l'argomento ostico, che rischierebbe di scivolare nel pietistico se non fosse stato affrontato con estrema lucidità e chiarezza. Assolutamente da raccomandare.

sabato 30 luglio 2022

I Tuttofare

"I Tuttofare" (Sis Dies Corrents) di Neus Ballús. Con Mohamend Mellali, Valero Escolar, Pep Sarrá, Paqi Becerra, Pere Codorníu e altri. Spagna 2021 ★★★

In 85', tanto dura I Tuttofare, ho dato un'occhiata all'orologio 5 volte e, all'uscita della sala, dove mi trovavo in beata solitudine nel tardo pomeriggio di ieri, la prima reazione è stata: un film inutile, al di là di avermi fatto trascorrere un'ora e mezzo al fresco. Ragionandoci sopra, non del tutto: la regista catalana è riuscita nell'intento di girare una commedia in cui non succede assolutamente nulla usando uno stile prettamente documentaristico e facendo interpretare sé stessi e la propria attività tre tizi che sono per davvero degli idraulici-elettricisti, di fatto quei preziosi aggiusta-tutto dei quali c'è sempre un disperato bisogno, di cui uno effettivamente in pensione: Valero è il corpulento marito della proprietaria nonché amministratrice di un'impresa famigliare, Pep il collega che sta per andare ritirarsi e Moha (Mohamed) un trentenne marocchino candidato a sostituirlo, e che è anche la voce narrante della storia, che è quella della sua settimana di prova. I capitoli sono sei, quanti i giorni lavorativi, tanti quanti saranno necessari perché il burbero ma ciarliero Valero, un classico bauscia (termine milanese che sta per sbruffone), superi i suoi pregiudizi nei confronti del potenziale nuovo collega, cosa che avverrà il settimo giorno quando Moha lo manderà finalmente affanculo dicendogli quel che pensa davvero di lui e "conquistandolo". In realtà a "lavorarlo" saranno già stati da un lato Pep, che agisce come mediatore e lo conosce (e sopporta) da una vita, e dall'altro Paqi, che sa come trattare il marito: entrambi riflettono, a tutta evidenza, la posizione della regista, che ha il pregio di non abbandonarsi al banale e triste dogma del "politicamente corretto" raccontando con occhio divertito una vicenda di pregiudizi (reciproci) ma anche il tentativo di integrazione da parte del giovane marocchino in una realtà, come quella catalana (siamo a Barcellona) dove gli indigeni già a fatica sopportano gli immigrati dalle altre regioni della Spagna per il solo fatto che parlano castigliano, figurarsi un nord africano, e invece Moha prende perfino lezioni di quest'altra lingua. E poi c'è la particolarità di un lavoro, quello dei tre personaggi, che li fa entrare nella quotidianità e intimità delle vite altrui, e così un giorno capitano nell'abitazione di un centenario maniaco della ginnastica e dell'alimentazione naturale, un altro di un ragazzo alle prese con la fidanzata che lo lascia e due sorelle minori incontrollabili che finiscono per chiudere Valero e Moha sul terrazzo; quello successivo a casa di una fotografa di moda che convince Moha a posare per lei; un altro ancora nella casa-studio di uno psichiatra pazzo almeno quanto i suoi pazienti, e infine in una enorme cucina dove un gruppo di muratori ha combinato disastri lavorando, come si suol dire, "col culo" facendo indignare i tre Tuttofare e fino a venire alle mani con loro. Le giornate terminano  invariabilmente nel bar di quartiere a raccontarsela su sui fatti salienti davanti a una birra, con gran sofferenza di Valero a cui tocca berla analcolica perché perennemente a dieta. Non si capisce neanche bene come finisca la storia perché non ha importanza: è la vita di tutti i giorni che scorre davanti ai nostri occhi, dove non ci sono eroi né avvenimenti strabilianti. E alla fine il film ha comunque un suo perché, forse perché è strambo e imprevedibilmente prevedibile, sicuramente originale e alla fine l'ho rivalutato: si può fare. 

mercoledì 20 luglio 2022

La donna del fiume - Suzhou River

"La donna del fiume - Suzhou River" (Su Zhou he) di Lou Ye. Con Xun Zhou, Hongshen Ja, Zhongkai Hua, Anlian Yao, Nai An, Zhang Ming Fan e altri. Germania, Francia, Cina 2000 ★★★★★

A 22 anni dalla sua realizzazione è uscito nelle sale nostrane, doppiato e in versione restaurata, una vera perla della nuova cinematografia cinese, proiettata in Italia soltanto in occasione di un festival di cinema asiatico a Roma nel 2001. Si tratta di un film costruito con una tecnica molto particolare, inserendo elementi tipicamente documentaristici (l'acqua, le attività sul fiume, la demolizione di vecchi palazzi per fare spazio alle futuristiche costruzioni che caratterizzano la Shanghai di oggi) in una trama da noir che racconta una doppia storia d'amore dagli esiti tragici che si svolge negli ambienti a margine della travolgente modernizzazione che ha sgretolato un mondo e un modo di vivere nel giro di pochi decenni, ed è anche un evidente omaggio a due maestri di cui Lou Ye (a lungo osteggiato in patria) ha sicuramente assorbito la lezione: il Wong Kar-way di Hong Kong Express, e l'Alfred Hitchcock de La donna che visse due volte. La voce narrante è un fotografo e video-operatore che ha una relazione con una ragazza, la misteriosa e sfuggente Meimei, che si esibisce come sirena nell'acquario del Happy Tavern, un ambiguo locale dei bassifondi, e che vive su una barca: ogni tanto Meimei sparisce senza dare spiegazioni, poi ritorna. Mentre l'uomo, tra una birra e una vodka (mi è tornato in mente anche il delirante romanzo Mosca sulla vodka di Venedikt Eroféev per la circolarità della storia, oltre che per il suo elevato tasso alcolico) si abbandona a riflessioni sull'amore, la ragazza gli chiede se, nel nel caso scomparisse, lui la "cercherebbe ovunque così come Mardar", un giovane sbalestrato che vive facendo consegne e piccole commissioni in città con la sua moto (rubata), ha fatto con Moudan, la figlia di un trafficante (anche di alcolici di contrabbando: vodka dell'Est europeo, preferibilmente la polacca Zubrowka) che aveva in consegna quando il padre riceveva una delle sue amanti e di cui si era innamorato (sia Meimei sia Moudan sono interpretate dalla bravissima Xun Zhou). Nonostante ciò, Mardar si fa coinvolgere nel sequestro della ragazza per estorcere denaro al padre e la ragazza, delusa da lui, si getta nel fiume e il suo corpo non viene più trovato. Mardar finisce in carcere ma quando ha scontato la pena, torna a Shanghai e alla sua vecchia attività di rider e, alla ricerca ossessiva di Moudan, si imbatte in Meimei ed è convinto di averla ritrovata sotto falso nome, e racconta tutta la sua storia sia a Meimei sia al fotografo, che riesce, apparentemente, a convincerlo dell'errore; Mardar continua le sua disperata ricerca e infine trova (forse: ma potrebbe trattarsi del delirio etilico del narratore) la vera Moudan come commessa in uno spaccio di liquori in periferia: complice un'ultima bottiglia di Zubrowka, lei e Mardar la scolano girando in moto nella zone più degradate del lungofiume, dove vengono ritrovati cadaveri e riconosciuti proprio dal fotografo, a sua volta alquanto alterato dalla vodka dopo l'ennesimo abbandono, questa volta definitivo, da parte della "sua" Meimei. 83 minuti di rara intensità e suggestione, che dicono e suggeriscono molto più di quanto possa apparire, uno di quei film che ha il dono di rimanerti dentro a lungo con le sensazioni che ha suscitato; oltre alla fotografia e al montaggio, un contributo alla sua qualità la dà la colonna sonora tutt'altro che scontatamente esotica composta da Jörg Lemberg. Il risultato è un ondeggiare tra realtà e sogno che lascia il... segno.  

domenica 17 luglio 2022

Elvis

"Elvis" di Baz Luhrmann. Con Austin Butler, Tom Hanks, Helen Thompson, Richard Roxburgh, Olivia DeJonge, Luke Bracey, Natasha Bassett, David Wenham, Dacre Montgomery, Kelvin Harrison Jr e altri. USA 2022 ★★★1/2

Non amo particolarmente i film biografici musicali, per cui mi sono perso per strada sia Bohemian Rapsody, su Freddy Mercury, sia Rocket Man, su Elton John, ma non potevo esimermi dal rendere omaggio a Elvis Presley, senza il quale i sopracitati non sarebbero mai esistiti, tanto più che a narrarne la storia è l'australiano Baz Luhrmann, di cui avevo già visto a suo tempo un altro musical del tutto particolare e sfavillante come Moulin Rouge (con la connazionale Nicole Kidman al massimo del suo splendore come protagonista) e poi Australia (sempre con la Kindman) e Il Grande Gatsby: c'era da fidarsi, e ho avuto ragione. Lungi dall'essere tutto lustrini e poca sostanza, il film percorre sì le fasi di genesi, nascita, affermazione, declino e successivo clamoroso come back di un mito destinato a rimanere tale ancor oggi a 45 anni dalla morte di Elvis Aaron Presley (per alcuni è ancora vivo e "lotta insieme a noi") ma affida il racconto alla figura di colui che ne fu il pigmalione, il manager di tutta la carriera, che lo rese quello che fu ma anche colui che lo sfruttò oltre ogni limite, provocandone la triste e dolorosa fine: il fantomatico Colonnello Parker, Tom di nome, che tale non era bensì un impostore di origine olandese che si chiamava Andreas Cornelis van Kuijk il quale, giunto misteriosamente negli USA, si era fatto le ossa come imbonitore circense e, notato il giovane talento mentre incideva, nell'estate del 1954,  il suo primo successo alla Sun Records di Memphis,That's All Right, Mama, cover del suo mito Arthur "Big Boy" Crudup, bluesman nero di cui andava a spiare le esibizioni quando era bambino. Luhrmann a interpretarlo chiama un Tom Hanks di una bravura impressionante, mentre per l'alter ego del cantante sceglie il giovane e semisconosciuto Austin Butler, vincendo nettamente la scommessa, e la coppia risulta complementare come quella vera come verosimili sono anche i complessi rapporti, di dipendenza reciproca, che si creano tra i due, ai limiti della dipendenza psicologica e affettiva da parte di Elvis, soprattutto dopo la morte prematura della madre, a cui era molto legato, rispetto a questo simulacro di figura paterna, mentre quello vero, messo a capo della Presley Enterprise solamente pro forma, che non metteva becco nella gestione della carriera del figlio, era debole e ricattabile da parte del "Colonnello". Personalmente condivido anche l'idea di adottare il punto di vista della voce narrante, in questo caso, e del personaggio più discutibile, notata già in Esterno notte di Bellocchio per quanto riguarda la figura di Morucci e, di recente, in Lettera a Franco di Amenábar quella di Unamuno, perché ne accentua, se possibile, il peso e le responsabilità. La storia di Elvis Presley viene percorsa, in due ore e 20' intensi e senza tregua, con sostanziale fedeltà, sottolineando il forte legame che questo ragazzo di un Tennessee percorso ancora oggi da pregiudizi razziali aveva sempre avuto con la comunità nera in mezzo alla quale era cresciuto, lui bianco ma di famiglia povera, così come quella del suo cuore, e che lui amava suonare, fosse proprio la loro musica, i gospel e i blues che ascoltava da piccolo e che, miscelati al country e al jazz avrebbero dato vita al rock'n roll di cui fu il re indiscusso, anche perché senza di lui, proprio perché era bianco, non avrebbe varcato i confini della "race music" e le soglie di radio e televisioni diventando un fenomeno non solo musicale, ma anche di costume (e ribellione) a livello planetario. Concentrato sulle sue esibizioni dal vivo, che preparava meticolosamente, Elvis rimaneva spesso succube delle discutibili scelte opportunistiche e commerciali del suo manager, come avvenne dopo il rientro da due anni di servizio militare in Germania (che gli servirono in realtà anche per scansare le denunce per l'oscenità delle sue esibizioni e rendere più accettabile il suo personaggio ribelle) quando Parker gli prospettò una folgorante carriera cinematografica sulle orme di James Dean, altro idolo del giovane Elvis, ovverosia filmacci sempre più raffazzonati e prodotti in serie, non molto diversi da quelli che, quand'ero teenager io, vedevano impegnati i "divi" anni Sessanta nostrani come Gianni Morandi (In ginocchio da te o simili). Si ribellò nel 1968 (un caso?) quando, con uno staff musicale all'altezza ad affiancarlo, preparò il suo comeback come rocker e fu un trionfo, perfino in Mondovisione, ma anche in quel caso Parker gli tarpò le ali, impedendogli di volare (e fare tournée in Europa e Giappone, ad esempio, cosa per cui comprò apposta un aereo: ma Elvis, salvo sei concerti in Canada e il servizio di leva in Germania, non mise mai piede fuori dagli States) accampando motivi di security, in realtà perché aveva firmato un contratto capestro con l'International Hotel di Las Vegas, a cui era legato per sei anni, con una  provvigione spropositata a suo vantaggio e la clausola di credito illimitato nelle sale da gioco dell'albergo: la verità è che Parker, sommerso da ingenti debiti di gioco, uccise la sua gallina dalle uova d'oro sfruttandola fino all'osso, costringendo Presley a intossicarsi di farmaci per superare lo stress, rendendolo paranoico e dipendente e facendogli perdere il senso della realtà, tanto che quando il cantante decise finalmente di licenziarlo, si trovò impossibilitato di farlo perché Parker l'aveva fregato con una serie di clausole e cavilli che l'avrebbe comunque mandato in rovina se non gli fosse ceduto il cuore quando, nel 1977, ridotto a una caricatura di sé stesso, Elvis morì. A parte un'imperdonabile castroneria (aver collocato l'omicidio di Bob Kennedy a ridosso del Natale del 1968, periodo in cui Elvis stava era alle prese con un controverso spettacolo commerciale a cui non voleva partecipare alle condizioni della produzione e del  Colonnello Parker, mentre era avvenuto sei mesi prima), oltre all'ambiente musicale e a quello dello Show Business, è descritto piuttosto fedelmente anche il clima generale degli anni tra la metà dei Cinquanta e quella dei Settanta negli USA, anche da un punto di vista politico, per quanto nel sottofondo. Ottime le interpretazioni, anche dei personaggi secondari, ciò che si ascolta è di altissima qualità, e, soprattutto, The King è sempre The King: Rock'n Roll Will Never Die, e tantomeno Lui, Elvis. Che davvero non ha avuto una bella vita, nonostante tutto.

giovedì 14 luglio 2022

Scalfari: una vita in terrazza


Chi mi conosce sa quanto detestassi il personaggio per cui, da quando in mattinata ha cominciato a circolare la notizia della morte di Eugenio Scalfari, più di qualcuno mi ha stuzzicato aspettandomi al varco per un commento. Una sorta di controcanto rispetto ai coccodrilli celebrativi (e in larga parte ipocriti) che si ritrovano già ora sui siti on line dei giornali e che domani ne riempiranno le pagine, per non parlare delle TV, di cui il Fondatore (di Repubblica) era un frequentatore parsimoniosamente abituale per distribuire al volgo dall'alto della sua augusta persona pillole di saggezza, spesso di una banalità sconcertante, almeno fino a quando fu vagamente in grado di dire cose sensate anche quando non condivisibili. Ma se provenivano da lui, tutti con il cappello in mano ad abbeverarsi delle sue parole: provenivano da un Padre della Patria, un'Autorità per definizione, una divinità. Anzi: il Dio del giornalismo italiano. E nel suo infinito narcisismo, che anche in vecchiaia aveva conservato qualcosa di ridicolmente puerile e, se possibile, si era perfino accentuato, del giornalismo italiano è stato l'equivalente di Wanda Osiris per la rivista. Barbapapà, il Patriarca lo chiamavano e lo chiameranno in queste ore in segno di riverenza nei quadretti edificanti in suo ricordo. Non nego la sua rilevanza nella storia del giornalismo nostrano e il suo fiuto editoriale (prima dell'avventura di Repubblica, nel 1955 fu tra i fondatori, e non il fondatore, come si tende a credere, anche dell'Espresso, oggi virtualmente scomparso), ma più che un giornalista (peraltro a mio avviso enormemente sopravvalutato, anche se era bravissimo a scegliersi i collaboratori più brillanti e capaci) è sempre stato un uomo di potere, di più: un feticista del potere, un intrigante, intrinseco al mondo dei politicanti i cui maneggi conosceva come nessun altro frequentandoli da sempre. E in politica aveva attraversato tutto lo spettro costituzionale e non, partendo fascista, come del resto il suo sodale e pressoché coetaneo Giorgio Napolitano, sparendo oppurtunamente dai radar per un po' nel dopoguerra rifugiandosi in banca (da allora gli venne riconosciuta una competenza in campo economico che era più fumo che arrosto), per ricomparire sullo scenario politico anche qui come co-fondatore, stavolta del Partito Radicale, dopo aver frequentato i circoli del Mondo (quanto ci ha scassato i coglioni con gli insegnamenti di Mario Pannunzio, citato milioni di volte nei pezzi in cui autoincensava i suoi esordi, "quando bivaccavamo a Via Veneto"), poi socialista (del PSI fu anche deputato), quindi, da direttore di Repubblica, filodemocristiano, filocomunista (specie dopo la "svolta" pro NATO di Berlinguer), nemico di Craxi ma sostenitore di Amato, le sue giravolte erano costanti ma sempre giustificate dalla sua supposta "libertà e indipendenza di pensiero", una spregiudicatezza che sconfina nella mignotteria e nell'opportunismo. Un terrazzato, l'ho sempre definito, riferendomi proprio a quel mondo di maneggioni, esibizionisti, mitomani e puttani che gravita nei salotti romani e che Paolo Sorrentino ha così magistralmente descritto nel suo La grande bellezza. Arrogante quanto inguaribilmente vanitoso, un autentico trombone, aveva a mio parere molti più tratti in comune di quello che si può pensare con il suo acerrimo (per un periodo e anche questo per interesse) rivale Silvio Berlusconi: le loro querelle facevano in realtà gioco a entrambi. No: non ho mai stimato Eugenio Scalfari, non lo rimpiango e non mi mancherà. Men che mai i suoi sermoni domenicali, dei pipponi interminabili, pretenziosi, scritti in maniera involuta e di una prevedibilità sconcertante, che spesso mi divertivo ad anticipare il sabato sera alla chiusura del giornale (il CorSera, non Repubblica), azzeccando spesso quale sarebbe stato il tema dell'omelia del giorno dopo sul giornale della concorrenza. Adiós, comunque.