martedì 19 novembre 2019

Le Mans '66 - La grande sfida

"Le Mans '66 - La grande sfida" (Ford vs Ferrari) di James Mangold. Con Christian Bale, Matt Damon, Caitrionsa Balfe, Jon Bernthal, Josh Lucas, Tracy Letts, Remo Girone, Franscesco Bauco, e altri. USA 2019 ★★★★
E così, dopo essermi gustato le meravigliose berline anni Cinquanta sul grande schermo in Motherless Brooklyn senza dover prendere l'aereo per l'Avana per vederle ancora girare dal vivo, ecco i mostri su pista degli epici scontri fra produttori nei ruggenti anni Sessanta: in questo film il racconto di come la Ford ruppe il dominio della Ferrari nelle corse di prototipi (a gomme coperte) facendo tripletta alla 24 Ore di Lemans nell'edizione del 1966. Stanco di  essere sconfitto dalle auto del Drake, alla fin fine il prodotto artigianale di una piccola industria modenese dove tutto veniva fatto a mano, Henry Ford II, ossia l'emblema della catena di montaggio e della produzione in serie, decise di affidare la costruzione di una macchina in grado di sfidarlo a Carroll Shelby (qui Matt Damon), già pilota automobilistico texano e vincitore a Le Mans 1959 su Aston Martin e, inseguito a problemi cardiaci, costruttore di auto sportive, il tutto in dieci mesi: questi accettò, a patto che a occuparsi della progettazione, del collaudo e a condurla in pista fosse l'amico e pilota Ken Miles (il sempre camaleontico e grandissimo Christian Bale), un abilissimo e appassionato tecnico inglese naturalizzato americano dal carattere scorbutico, poco propenso ad accettare ordini, determinato: uno che durante la seconda Guerra Mondiale comandava carri armati. Riuscì a convincerlo, anche perché nel frattempo l'officina di cui era titolare era sull'orlo del fallimento, e di come riuscirono nell'impresa è raccontato in questo film. Trattandosi di un film americano, l'ottica è ovviamente manichea e nazionalista, il taglio schematico e la ricostruzione della vicenda piuttosto approssimativa, prendendosi le sue belle licenza, a cominciare da quella della presenza di Enzo Ferrari ai box del circuito francese, ma avendo due grandi meriti: l'aver reso omaggio alla figura di Miles, un pilota dimenticato (peraltro derubato della vittoria a Le Mans per una lettura capziosa del regolamento di gara a opera degli stessi dirigenti della Ford) e un altro "artigiano" senza la quale la mitica G-40 non sarebbe mai esistita, e con lui a Shelby, un Enzo Ferrari in piccolo, per i quali la passione era più importante del fatturato, e messo il dito nella piaga alla logica di puro marketing che stava dietro a tutta l'operazione voluta da Ford, che non ne esce per niente bene, a cominciare dalla figura del suo sommo capo (fulminante la battuta del Drake che, rispetto al fondatore Henry Ford I, lo riteneva nient'altro che un "numero due"). La pellicola è girata con buon ritmo, le riprese delle corse e i relativi dettagli sono appassionanti e colgono nel segno, all'altezza di quelle viste in Rush, l'atmosfera d'epoca è ricreata in maniera credibile, capace quasi di evocare il tipico odore di officina, un vero elisir per gente come Ken Miles e i suoi epigoni a ogni latitudine, tutt'altra cosa rispetto alle asettiche gare di F1 del giorno d'oggi, gare di durata, con Prototipi o Grat Turismo, vere maratone di resistenza per macchine e piloti come Le Mans o Daytona, erano e rimangono tutt'altra cosa. 

domenica 17 novembre 2019

I flagelli della Laguna


E avanti, e ancora, imperterriti. In mezzo alla Laguna, fra il pattume e gli escrementi veleggiavano pure degli stronzi in carne e ossa. Cosiddette "autorità" acquiescenti; un'informazione indecente, complice e corriva; una cittadinanza di una pazienza bovina e che confina con l'imbecillità autolesionista, hanno consentito l'ennesima ripugnante passerella dopo l'ultima acqua granda che ha flagellato Venezia, la seconda della storia, con un picco di 187 cm registrato martedì scorso (erano 194 il 3 novembre del 1966) alla classe politica e dirigente che è la prima responsabile di aver sostenuto un'opera non solo discutibile, ma che dopo 16 anni dall'inizio dei lavori (2° governo Berlusconi: con Renato Brunetta - chissà che casso ga da rider, 'sto mona - e l'attuale sindaco Luigi Brugnaro nella foto che  immortala il brianzolo giovedì scorso in una Piazza San Marco chiusa al pubblico) non è ancora stata completata. "Sarebbe una follia pura non finire in fretta il Mose e non metterlo in funzione", ha detto l’ex premier che, da presidente del Consiglio, nel 2003, posò la prima pietra del Mose, opera non ancora finita. "La partita del Mose è decollata sotto il mio governo, me lo ricordo benissimo - ha aggiunto -. Venimmo qui anche per dare una spinta alla velocità dei lavori e alla fine furono assolutamente tutti convinti che le cose erano così avanti che bisognava continuare". Appunto, le stesse cose ridette oggi: "Siamo al 92-93%, e guardando all'interesse pubblico non c'è che da prendere una direzione nel completamento di questo percorso", così l'attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte ma pure Matteo Salvini, accorso anche lui sul cadavere della un tempo Serenissima. Eccerto, a questo punto tanto vale finirlo, come ha ribadito Massimo Cacciari, tre volte sindaco della città e che è stato uno dei pochi a opporsi alla realizzazione del faraonico progetto. Intanto i collaudi del Mose che, ricordiamolo, è l'acronimo per Modulo Sperimentale Elettromeccanico (capito? sperimentale: questa è stata la scelta geniale per affrontare una situazione endemica, a prescindere da ogni discorso su una crisi - e non "emergenza" - climatica ormai conclamata), sono stati rinviati, se tutto va bene, al 2021. E così Luca Zaia, il supervotato governatore del Veneto, paladino dell'autonomia (ma coi soldi di Roma), il quale afferma che "è una porcheria che 5 miliardi di euro siano in fondo al mare: finiamo il Mose, anche se non lo avrei mai approvato". Peccato sia al secondo incarico, succeduto a Giancarlo Galan, di cui fu vice nell'ultimo dei tre mandati da governatore (dal 1995), coinvolto nel giro di tangenti che ruotava attorno all'ennesima Grande Opera e che, naturalmente, ora si "chiama fuori". Anche Zaia, come il suo mentore, gioca allo scaricabarile. Eppure tutti ci hanno mangiato, anche a sinistra, come ha opportunamente ricordato l'ex magistrato veneziano ed ex parlamentare ulivista Felice Casson. Per quanto mi riguarda, su questo blog, del più che prevedibile, ed evitabile, tracollo di Venezia ne ho parlato qui, qui e qui e non mi va di ripetermi, tanto mi è chiara la situazione, tra cause, effetti nonché responsabilità, e in questa occasione mi limito a riproporre quanto ne ha scritto Paolo Cacciari, fratello di Massimo, sul Fatto Quotidiano di venerdì 15:
Non prendiamoci in giro. Il riscaldamento climatico globale è un flagello epocale, ma non usiamolo come paravento per coprire una storia che ha ben determinate responsabilità locali. La distruzione della laguna di Venezia (e quindi della città insulare storica che con la laguna vive in simbiosi) viene da lontano e deriva da precise scelte di politiche economiche e di pianificazione territoriale che continuano imperterrite. L’aumento del numero e della forza delle maree è provocato solo in parte dall’eustatismo (aumento del livello medio del mare). Il resto è tutta opera nostra!
La laguna ha una superficie di 550 km quadrati. È uno straordinario ecosistema formato da bassi fondali (barene, velme, ghebi, valli ecc.) che reggono, avvolgono e proteggono le isole edificate dagli eventi marini esterni. Le colossali opere idrauliche costruite nei secoli dalla Repubblica di Venezia (deviazione dei fiumi a monte e “murazzi” a mare) hanno sempre seguito questo criterio: non esporre Venezia alle mareggiate ed evitare gli interramenti. Con l’avvento dell’era industriale e il prevalere degli interessi portuali, che dura fino ai nostri giorni con il business della crocieristica, si è fatto esattamente il contrario: si è ristretta la laguna e si sono approfonditi i canali marittimi che regolano i flussi mare/laguna innescando una erosione dei fondali (mezzo milione di metri cubi di sedimenti all’anno) che ha trasformato la laguna in un braccio di mare. Il punto più profondo dell’Altro Adriatico lo si trova in laguna, al Faro Rocchetta: una fossa profonda più di 50 metri in cui si pescano ostriche!
Le conseguenze le abbiamo viste anche l’altra drammatica notte. Non siamo più in presenza di “acqua alta” (che cresce lentamente), ma di una violenta onda di marea. L’acqua sospinta dal vento di scirocco non trova più ostacoli lungo il suo percorso (bassi fondali e terre emerse) in entrata in laguna attraverso le tre bocche di porto (Lido, Malamocco e Chioggia) e diventa un fiume in piena che si infrange sulle fragili rive, sulle fondamenta e sulle fondazioni della città.
Il Mose era sbagliato anche prima di diventare un’opera corruttiva (e proprio per questo motivo aveva bisogno di corrompere gli organi tecnici e politici dello Stato). La scelta progettuale derivava dal fatto di non disturbare gli interessi dei traffici marittimi e di consentire a navi sempre di grandi di entrare in laguna.
Gli ambientalisti lo dicono da sempre: la prima opera di “adattamento” volta ad aumentare la “resilienza” dell’ecosistema veneziano dovrebbe essere il piano morfologico di rinaturalizzazione della Laguna di Venezia, la creazione di un parco nazionale naturale (che il sindaco Brugnaro ha ben pensato di abrogare), la immediata fuoriuscita delle navi dalla laguna, la bonifica di Porto Marghera.
Amen

venerdì 15 novembre 2019

Motherless Brooklyn - I segreti di una città

"Motherless Brooklyn - I segreti di una città" (Motherless Brooklyn) di Edward Norton. Con Edward Norton, Bruce Willis, Gugu Mbatha-Raw, Alec Baldwin, Daniel Defoe, Cherry Jones, Josh Pais, Olli Haaskivi, Bobby Cannavale, Michael Kenneth Williams e altri. USA 2019 ★★★★½
Oltre le più rosee previsioni: per chi ama il noir, in un'atmosfera d'altri tempi (che io definirei "chandleriana"), Motherless Brooklyn è un film da non perdere, per il ritorno alla regìà, a vent'anni di distanza da Tentazioni d'amore, di Edward Norton, uno degli attori più completi e poliedrici della sua generazione, che qui interpreta Lionel Essrog, un detective privato con disturbi della personalità (sindrome di Tourette) che lavora nell'agenzia di Frank Minna (un misurato Bruce Willis, ideale nel ruolo), che lo ha tolto dall'orfanotrofio dove era finito in balìa di suore sadiche dopo la morte della madre all'età di sei anni, e che proprio nella sua straordinaria attitudine a ricordare ogni dettaglio e ogni parola (magari ripetendola nei suoi incontrollabili tic) intravede uno grande talento per l'osservazione e l'indagine: è lui che lo ha soprannominato Brooklyn (perché da lì proviene), mentre i colleghi lo chiamano Fenomeno. La pellicola, tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Lethem, ma retrodatato nella New York degli anni Cinquanta anziché Novanta, racconta la ricomposizione da parte di Lionel, in quella sua testa che va per conto suo e che gli parla come da fuori, dei fili dell'indagine che stava svolgendo il suo capo, mentore e unico amico prima di rimanere ucciso, al fine di scoprire autori e mandanti dell'omicidio. In una città, e un quartiere, in piena mutazione come Brooklyn, preda delle mire di speculatori senza scrupoli che si annidano nel cuore dell'amministrazione cittadina (i rimandi all'immortale Chinatown sono palesi e voluti, ma stavolta siamo sulla East invece che sulla West Coast: la cosiddetta gentrificazione ha lì le sue origini), in quest'opera di ricostruzione della trama, che lo condurrà nei diversi ambienti della città, dalle sue viscere (i fumosi jazz club di Harlem, dove furoreggia il cool jazz con personaggi che ricordano Miles Davis, John Coltrane e altri di quel calibro: la colonna sonora è all'altezza) ai piani alti, dal Municipio alla Bridge Authority, Lionel riuscirà a scoprire i colpevoli e i dettagli della ramificata manovra corruttiva che coinvolge politici, lobbisti e immobiliaristi, e troverà insieme l'amore in Laura, una giovane attivista di origine afroamericana e non solo (e qui sta la sorpresa finale). Un cast d'eccellenza e che interagisce alla perfezione, fotografia eccezionale, quel tot di nostalgia per quelle meravigliose macchine d'epoca e per la grande musica di allora e ritmo sincopato come la colonna sonora: funziona tutto, a cominciare da Edward Norton, non nuovo nei panni di personaggi affetti da psicopatie e che riesce a non diventare mai caricaturale, e del tutto convincente davanti come dietro la macchina da presa. 

mercoledì 13 novembre 2019

Parasite

"Parasite" (Gisaenchung) di Bong Joon-ho. Con Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sil, Park So-dam, Hyae Jin Chang. Corea del Sud 2019 ★★★★★
Primo film coreano a vincere, con pieno merito, la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes, Parasite è un film geniale, perfetto, a momentaneo coronamento della già fulgida carriera di Bong Joon-ho e a confermare l'altissimo livello della cinematografia di quel Paese nel suo insieme: autori, interpreti, tecnici. Tema del regista, in questa occasione come nel notevole Snowpiercer, le differenze e la conseguente lotta di classe: in quell'occasione a svolgimento orizzontale (il treno), in questa verticale, e in entrambi i casi con uno sfondo claustrofobico dominante. Stavolta si comincia con un sordido sotterraneo nei bassifondi di Seoul dove vive, in un'atmosfera di solidale armonia, pur nelle ristrettezze e nella miseria, la famiglia Kim, che si arrabatta con lavoretti vari per integrare un miserevole sussidio di disoccupazione; la svolta c'è quando un amico del più giovane, che sta per andare a studiare all'estero, gli propone di sostituirlo come insegnante d'inglese presso una ricca famiglia dei quartieri alti, cosa che gli riesce grazie alla sua raccomandazione e a dei documenti falsificati dalla sorella, un vero talento nell'arte digitale (e applicata). Presto diviene un beniamino della famiglia Park: sia della ragazza a cui insegna, che si innamora di lui, sia della madre una giovane donna "bene" svampita quel che basta e completamente incapace di accudire chicchessia, né i tre orridi cagnetti di cui si circonda, e tantomeno il figlio minore, un piccolo tiranno che soffre di crisi epilettiche dopo aver visto un fantasma (che si rivelerà non essere tale) il giorno del suo sesto compleanno: nelle debolezze di quest'ultima il giovane insegnante intravede uno sbocco per la sorella, che si inventerà un curriculum di art-therapist negli USA senza svelare i legami di parentela col fratello; con la stessa tattica, il raggiro astuto e l'imnpostura, verranno sostituiti l'autista personale del signor Park, un imprenditore di successo, dal loro padre e pure, dalla madre (sempre in incognito), la vecchia governante della bellissima casa, che la ricca coppia ha ereditato dal precedente proprietario, un famosissimo architetto coreano: i "parassiti" del titolo si sono incistati dunque con successo rendendosi indispensabili all'esistenza della famiglia Park, e fin qui siamo arrivati a metà film, ma proprio quando i Kim, in assenza dei padroni, stanno festeggiando sbronzandosi tutti insieme allegramente nel bel salone minimalista della magione, ecco emergere i fantasmi del passato, ossia la ex governante che nasconde un segreto nei sotterranei della casa, di cui lei sola conosce l'esistenza, un bunker costruito dal progettista contro eventuali attacchi atomici dai vicini del Nord... e si scatena una guerra tra poveri senza esclusione di colpi, perché c'è sempre "qualcuno che è il terrone di qualcun altro" con una resa dei conti che non risparmia nessuno, il tutto in un crescendo parossistico in cui la fantasia del regista e il suo gusto per il grottesco si scatena, culminando in occasione della festa di compleanno del viziatissimo bambino epilettico che diventa un furibondo campo di battaglia nello stile del Tarantino più scatenato; eppure il finale non sarà quello che si può immaginare e, nonostante lo squallore dominante, è pieno di saggezza e moralità. Spettacolo, irriverenza, acutezza in una pellicola tecnicamente impeccabile, un ritmo incalzante e un'attenzione al dettaglio da elogiare, eccezionali sia la fotografia sia la scelta degli interpreti: accanto al grande e già noto da noi Song Kang-ho tutti i suoi colleghi sono all'altezza, e Parasite è un grandissimo film d'autore e al contempo popolare, in grado volare sia alto sia basso e di parlare a chiunque. E far riflettere.

lunedì 11 novembre 2019

Gli uomini d'oro

"Gli uomini d'oro" di Vincenzo Alfieri. Con Fabio De Luigi, Edoardo Leo, Giampaolo Morelli, Giuseppe Ragone, Mariela Garriga, Susy Laude, Matilde Gioli, Gianmarco Tognazzi e altri. Italia 2019 ★★★½
Secondo, convincente film del giovane Vincenzo Alfieri, dopo I peggiori, che prende spunto da un fatto davvero avvenuto nell'estate del 1996 nel Torinese, quando alla direzione delle poste si accorsero che i sacchi che avrebbero dovuto contenere valori erano stati riempiti di pagine di vecchi fumetti (peccato, per i geniali autori del classico "colpo grosso", eseguito con astuzia e sangue freddo e senza l'uso di armi, che il bottino fosse costituito prevalentemente da titoli non smerciabili e relativo poco contante), a dimostrazione che anche in Italia si possono fare film che sono d'azione ma non solo: ritrae un periodo, una città, le sue contraddizioni, ambienti diversi, rappresentati dai protagonisti della vicenda, che raccontano la storia, in tre capitolo distinti, a secondo del loro punto di vista. C'è Luigi (Morelli), detto il Playboy, napoletano estroverso, autista di furgoni portavalori, a cui il Governo Dini ha appena allungato di 10 anni il termine per andare in pensione, quando gli mancavano tre soli mesi, e già si sognava in Costarica a gestire un chiringuito acquistato con il TFR; Alvise (un sorprendentemente bravo De Luigi, cui si addice il ruolo di cattivo), il suo compagno di lavoro, quello che propriamente porta i sacchi contenenti i valori, detto il Cacciatore, piemontese rancoroso, irascibile e introverso, che si arrabatta in mille attività collaterali lavorando senza tregua per mantenere in un decoro piccolo borghese la famiglia (stupendo il dettaglio del copritelefono in raso verde, con l'apparecchio dotato di lucchetto per indurre moglie e figlia al risparmio), che ha l'idea di come compiere il furto; Nicola detto il Lupo (Leo, che miracolosamente riesce a dominare la cadenza romanesca) un ex puglie con cui Alvise gestisce una birreria in periferia; ma personaggio di primo piano è anche Luciano, un ex postino baby pensionato (un bravissimo Ragone), che divide l'appartamento con Luigi il quale riesce a convincerlo a partecipare al colpo, divenendone l'elemento decisivo: piccolo com'è può nascondersi in una cassaforte inutilizzata e procedere allo scambio tra sacchi veri e scamuffi durante le pause, circa 10', tra una tappa e l'altra del percorso che il furgone compie, accompagnato da una volante, quotidianamente. La storie è raccontata con brio, colpi di scena, dove protagonisti sono una anche una Torino cupa, settentrionali contro meridionali, torinisti contro juventini, un ricettatore e strozzino (chiamato Boutique, Tognazzi) che agisce dietro il paravento di sarto di lusso, donne insospettabilmente forti a far da contrappunto a maschi apparentemente duri ma in realtà insicuri. Tanti spunti originali ma anche un debito con i fortunati film della serie Smetto quando voglio (da cui eredita tre degli interpreti), buona colonna sonora, suggestiva la fotografia: la dimostrazione che si possono fare dei noir originali, spettacolari e non banali. 

sabato 9 novembre 2019

Il segreto della miniera

"Il segreto della miniera" di Hanna Antonina Wojcik-Slak. Con Leon Lučev, Marina Redžepović, Zala Djurić Ribić, Boris Cavazza, Maj Klemenc, Tin Marn, Nikolaj Burger. Slovenia-Bosnia Erzegovina 2017 ★★★★★
Dopo essere stato presentato nel 2018 al Trieste Film Festival, dove è stato premiato dalla Giuria Giovani, è apparso finalmente nelle sale Il segreto della miniera, cui sarebbe stato più opportuno e meno fuorviante conservare il titolo originale, Rudar, che tradotto significa Il muratore: un film magnifico, essenziale, toccante, tratto da una storia vera, raccontata nell'autobiografia dal minatore bosniaco Mehmedalija Ali No one, pubblicata nel 2013: una vicenda di morti cancellate, di desaparecidos, di rimozione della memoria, che si ripete nel tempo, oggi come ieri, tragicamente e ciclicamente, ovunque. E' il 1995 quando l'adolescente Alja Bašić, nel corso del conflitto jugoslavo, lascia il suo villaggio, e l'amata sorella Mirsada, in Bosnia per emigrare in Slovenia, dove rimarrà, come centinaia di altri conterranei, a lavorare in miniera, formandosi una famiglia. Nel 2007, nel pieno di un periodo di conversioni industriali e ristrutturazioni societarie, proprio lui verrà incaricato, per la sua esperienza, di ispezionare una miniera di carbone chiusa dalla fine della seconda guerra mondiale e stilare un rapporto che certifichi che è vuota, prima che i nuovi amministratori (i tipici, arroganti mannagger e tagliatori di teste uguali dappertutto) la mettano in vendita. Peccato che vuota non è, perché Alja Bašić, così si chiama il minatore magnificamente interpretato da Leon Lučev, vi scopre le fosse che contenevano i resti di oltre 4000 rifugiati civili, e non militari nazisti o collaborazionisti come qualcuno aveva fatto intendere, minimizzando, spediti dagli inglesi dai campi profughi in Austria verso Trieste e rimasti vittime di una strage compiuta dai vincitori nella località della Slovenia centrale in cui è stata mirabilmente girata la pellicola dalla regista Hanna Slak. La polizia, le autorità e la popolazione locale sanno, ma tacciono: salvo l'anziano Lojze, un emigrato in Australia di ritorno che in quella oscura e dimenticata vicenda ha perso una parte della famiglia, per anni alla ricerca delle prove. Pur invitato a lasciar perdere, e poi minacciato, Alja continua a estrarre dalla miniera e ad accumulare testimonianze della sua scoperta: indumenti, scarpe, trecce di capelli, e denuncia immediatamente i ritrovamenti alle autorità, che però prima cominciano a far sentire il fiato sul collo a lui e alla famiglia per questioni burocratiche pretestuose (viene qui accennata la vergognosa vicenda degli izbrizani, raccontata nell'altro bel film presentato al Trieste Film Festival di quest'anno, I cancellati) fino ad arrestarlo. Alja però non abbasserà la testa, questa volta, e troverà il modo e la forza di spiegare alla figlia Elma, peraltro coinvolta nelle proteste di lavoratori e studenti che nel decennio scorso hanno percorso la Slovenia, i motivi della sua ostinazione, ossia che è l'unico superstite maschio della strage di Srebrenica, avvenuta nel 1995, in cui la sorella Mirsada, divenuta nel frattempo maestra di scuola, perse la vita per aver tentato di salvare i suoi alunni. Lo chiameranno anche un film minimalista, ma è un gioiello raro, un film potente come pochi, asciutto, intenso, vero. Chi ne è l'autore, e anche chi lo interpreta, sa di cosa parla. E usa un linguaggio universale, comprensibile per chi vuol capire, e non dimenticare.

giovedì 7 novembre 2019

Downton Abbey

"Downton Abbey" di Michael Engler. Con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Allen Leech, Robert James-Collier, Elizabeth McGovern, Maggie Smith, Imelda Staunton, Penelope Wilton, Tuppence Middleton, Brendan Coyle e altri. GB 2019 ★★★½
Pur essendo un buon fruitore di serie televisive, non ho mai visto finora una puntata di Downton Abbey, produzione britannica di 52 puntate per 6 stagioni, che narra le vicende ambientate in piena Belle Epoque, tra il 1912 e il 1926, dell'aristocratica famiglia Crawley, proprietaria terriera e di una sontuosa dimora nello Yorkshire e della sua numerosa servitù, di cui questo film dello stesso autore, e con pressoché per intero il medesimo cast, è il sequel collocato nel 1927, quando si immagina che la coppia reale, ossia Giorgio V e la regina Mary, i nonni dell'attuale Elisebetta II, abbia soggiornato nel maniero in occasione di una parata e di un ballo per un giorno e una notte, portando con sé il proprio esercito di lacché e addetti alle varie funzioni, i quali entreranno inevitabilmente in conflitto con la servitù locale dei Crawley, che farà del suo meglio per dimostrare, come i suoi padroni, di essere all'altezza della situazione. Nulla che valga la pena di svelare sulla trama: si tratta del consueto autoincensamento da parte degli inglesi di sé stessi e dei bei tempi andati e di una giustificazione del loro innato classismo che perlomeno ha il pregio dell'autoironia e di un umorismo tutto particolare e quasi universalmente apprezzato. Se lo si prende come un divertissement, quale è, considerata la dimestichezza britannica con l'argomento, la capacità di raccontare storie, la tradizione teatrale e l'altissimo livello degli interpreti e l'abilità nel promuovere quello che da sempre è il primo prodotto d'esportazione delle isole d'Oltre Manica, ossia la Famiglia Reale, il film è quanto di più godibile e rassicurante si possa immaginare, e quindi il modo ideale per trascorrere due ore rilassanti in una sala cinematografica, unendo l'utile di ascoltare e ripassare la lingua di Shakespeare non deturpata da pronunce che la rendono indigesta come quella americana, australiana o di altri territori del Commonwealth, al dilettevole di una commediola ben fatta, con un'attenzione ai dettagli maniacale nell'ambientazione d'epoca come nel linguaggio utilizzato dai diversi personaggi a seconda della classe d'appartenenza; scambi di battutte intelligenti e a volte fulminanti; l'inevitabile happy end (anzi: un happy end multiplo, dato che tutte le sottostorie hanno il migliore degli esiti possibile, che peraltro sono forieri di un ulteriore sequel su grande schermo). L'ironia vuole che la Royal Family, il massimo del brit sia d'origine tedesca; che il film si chiuda con un ballo sulle note di walzer viennesi e che gli altri due maggiori prodotti d'esportazione dal Regno Unito da un secolo in qua siano una band musicale di Liverpool i cui due fondatori, Lennon e McCartney, sono di chiare origini irlandesi e la Mini Minor, progettata da un greco, l'ignegner Issigonis.