venerdì 10 aprile 2026

Lo straniero

"Lo straniero" (L'Étranger") di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude, Jean-Charles Clichet e altri. Francia 2025 ★★★★1/2

Parrebbe doveroso un raffronto con l'adattamento di Luchino Visconti dell'omonimo romanzo di Albert Camus, del 1967, protagonista niente di meno che Marcello Mastroianni, ma non ne ho memoria: potrei anche averlo visto, come la maggior parte dei film dell'aristocratico regista milanese, e se così fosse non mi è certo rimasto impresso come gli altri; il romanzo invece sì, anche se non avevo ancora affrontato, avevo 12 anni all'epoca, quello che è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti. Visconti aveva sempre avuto un intenso rapporto con la letteratura, il Gattopardo ne è uno dei più brillanti esempi, ma era italiano, ha fatto notare François Ozon in una recente intervista, mentre il suo è l'adattamento de Lo straniero da parte di un francese, che l'epopea coloniale del suo Paese, particolarmente in Algeria, dove il romanzo è ambientato (e Camus era nato), la conosce dall'interno, per così dire. E il risultato è di altissimo livello, come del resto mi aspettavo da un regista del suo valore, bravo quanto felicemente prolifico, per la gioia degli aficionados come me. Girata in un bianco e nero che rende ancora più suggestiva e credibile l'ambientazione, Algeri 1935, ed esalta la crudezza del clima e la luce abbacinante del sole estivo, che sottolinea l'aridità del personaggio principale, la pellicola vede protagonista assoluto Meursault, un impiegato senza ambizioni catapultato lì da Parigi, un giovane uomo senza entusiasmi, anaffettivo, che non vede un senso nella vita: un nichilista o, meglio un esistenzialista ante litteram, incapace di fingere sentimenti che non ha, anche quando gli converrebbe, e pure a costo della vita. Ai funerali della madre, che aveva fatto ricoverare in un ospizio in una landa desolata fuori dalla capitale, non sparge una lacrima, si addormenta durante la veglia, e rientrato in città si reca immediatamente negli stabilimenti balneari, ovviamente riservati ai bianchi (come del resto i bar e i ristoranti), dove inizia, quasi controvoglia, una relazione con Maria, la brava quanto bella Rebecca Marder. Ancor più bravo il partner, Benjamin Voisin, a rendere tutte le sfumature possibili di un personaggio distaccato, indifferente a tutto più ancora che negativo, che tuttavia agisce soltanto per istinto, ed è così che, complice un violento raggio di sole che si riflette sulla lama del coltello di un arabo, con la pistola che si ritrova in mano, un giorno in spiaggia uccide un giovane del posto, e benché sia morto al primo colpo, gli scarica addosso tutto il caricatore. Finisce sotto processo e, nella Francia coloniale, sarebbe facile puntare sulla legittima difesa, ma è lui a rifiutarsi di farlo, e durante il dibattimento la sua sincerità e, se si vuole, coerenza, irrita a tal punto giudici e giurati nonché il pubblico che finisce per essere condannato a morte non tanto per aver ucciso un arabo, per quel che può interessare in un tribunale francese dei tempi, quanto per non essersi addolorato abbastanza ai funerali della madre; per non aver accettato una promozione che non avrebbe cambiato, a suo parere, la sua vita e soprattutto non le avrebbe dato un significato, e lo stesso valeva per la sua relazione con Marie: l'avrebbe anche sposata, come lei desiderava, anche se per lui non aveva alcun senso. Figurarsi il senso che poteva avere l'incontro, prospettatogli dal cappellano del carcere dopo aver ottenuto un ultimo colloquio alla vigilia dell'esecuzione, con un dio che non gli interessava, prima ancora di non crederci. In sostanza, finisce sulla ghigliottina perché non si adegua al comun sentire. Un estraneo alla società: uno straniero tout court, per l'appunto. Un film di rara potenza, bellissimo.

lunedì 6 aprile 2026

Il bene comune

"Il bene comune" di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo, Claudia Pandolfi, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano e altri. Italia 2026 ★★★1/2

Giunto alla sua quinta regia, Rocco Papaleo rimane in linea con i suoi film precedenti, sempre gradevoli, garbatamente ironici, delle commedie gentili con una punta surreale, magari dalla trama un po' esile ma non per forza scontata, che sono un pretesto per parlare del Sud e in particolare della natìa e poco conosciuta (per fortuna) Basilicata. Oltre che autore, anche questa volta è l'interprete principale e una delle voci narranti, ché il film è strutturato quasi come un musical: qui è Biagio, una guida turistica dell'incantevole Parco Nazionale del Pollino, situato tra Lucania e Calabria, che assieme al nipote ventenne (ancora incerto se proseguire con gli studi) vi accompagna in una gita quattro detenute sul punto di finire di scontare la pena, ospiti in una casa d'accoglienza. L'idea era venuta a una sua conoscente, Raffaella (Vanessa Scalera) attrice di in-successo, che gestisce un laboratorio teatrale nel centro che ospita le quattro "semilibere", in cui le sollecita a immaginarsi degli alberi, da qui l'iniziativa di portarle a visitare l'ambiente naturale in cui trovare i rari esemplari di pino loricato, simbolo più degli altri di resistenza e capacità di adattarsi ai terreni più impervi e di sopravvivenza in condizioni estreme. Biagio accetta e i sette partono all'avventura on the road su un pulmino scolastico, lungo un percorso che non è più Coast to Coast come nel suo primo lungometraggio ma che da Lauria porta al Pollino, compresi dei trekking per andare a vedere il famoso albero e con finale a Diamante, centro balneare in provincia di Cosenza. Le quattro donne sono Gudrun (Teresa Saponangelo, che spicca insieme alla Scalera), un'infermiera che per necessità si era improvvisata un'improbabile rapinatrice; Fiammetta (Pandolfi), trafficante di droga per sottrarsi col figlio a un marito violento; Anny (Sparapano) un'ingegnera informatica diventata hacker e Fiammetta, cantautrice ammutolitasi per ripicca che per vendicarsi di una manager che l'ha tradita le ha bruciato la casa, interpretata da Livia Ferri, cantautrice a sua volta che contribuisce alla ottima colonna sonora con un suo brano inedito. Come e più che negli altri suoi film la musica, a cura di Michele Braga con brani scritti dallo stesso Papaleo, è un elemento fondamentale e funge da filo conduttore: in successivi intermezzi i singoli personaggi cantano un testo che sintetizza le loro disavventure passate le quali vengono rievocate in flashback, non solo le quattro semidetenute e la loro insegnante, ma anche Biagio, che si scopre esser stato maresciallo dell'esercito (dimessosi per non aver accettato favoritismi) nonché preparatore atletico, attività che continua a svolgere col nipote Luciano (provvidenzialmente e con successo, come si scoprirà) mentre questi prende tempo sul decidere cosa "fare da grande", il tutto a ritmo di un jazz piacevole e arioso come il racconto. Alla fine Il bene comune, che non è soltanto l'ambiente naturale preservato da quel gioiello che è il Parco del Pollino, ma anche la tutela del patrimonio culturale di quella parte del Sud negletto e sempre più spopolato da cui proviene il regista, un tema che ha una valenza generale. Al di là di questo aspetto serio (e necessario) che sta in sottofondo, e della storia in sé, alquanto tenue, è la maniera come il tutto viene proposto al pubblico il punto di forza del film, perché lo spettatore viene coccolato piacevolmente a ritmo di buona musica e belle immagini e, per una volta, non aggredito, provocato, invaso, sia da suoni, sia da immagini, il tempo in sala trascorre sereno, senza scosse, e se ne conserva una sensazione di onesto e di pulito, il che di questi tempi non guasta mai. 

giovedì 2 aprile 2026

Lady Nazca - La signora delle linee

"Lady Nazca - La signora delle linee" (Das Geihemnis der Nazca-Lineen) di Damien Dorsaz. Con Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, Marina Pamachapi, François Vallayes, Beto Benites e altri. Germania, Francia 2025 ★★★★

"Il mistero delle linee di Nazca", recita il sottotitolo in lingua originale, che viene solo in parte svelato al termine di questo film che è solo apparentemente biografico sulla vita di Maria Reiche, che le ha studiate e dedicato la sua vita alla loro preservazione. Giovane insegnante di matematica tedesca, nata a Dresda e in rotta con la famiglia, che la desiderava nella tradizionale versione KKK, ossia Kinder, Küche und Kirche, come dicevano i tedeschi, dedita a figli, cucina e chiesa, a metà degli anni Trenta, mentre la Germania era caduta in mano ai nazisti e  sull'Europa si addensavano nuvole di tempesta, si era trasferita in Perú, dove viveva con la proprietaria di un locale alla moda con cui aveva una relazione e lavorava in un liceo di Lima. Entrata in contatto con un archeologo francese che studiava gli Inca nella zona di Nazca, a Sud della capitale e a metà della strada per Ayacucho, venne a sapere dell'esistenza delle famose "linee", dall'origine e significati sconosciuti, che erano ben visibili, da una posizione sopraelevata, in quell'area desertica. Vi si trasferì, campeggiando in un podere di contadini indigeni, prima saltuariamente, poi via via sempre più stabilmente, finché non divennero la missione della sua vita, a costo anche di mettere in gioco anche la sua sfera sentimentale e quella della sua compagna di vita. Se da un lato si racconta la storia di questo affascinante enigma, l'intuizione dell'importanza della scoperta di queste righe tracciate su un terreno arido, la cui natura non interessava granché chi si occupava dei reperti e delle tombe delle civiltà precolombiane, e la possibile spiegazione del fenomeno (Reiche propendeva per il fatto che si trattasse di una sorta di orologio astronomico), dall'altro è un viaggio nella presa di coscienza di quella giovane donna su quale fosse lo scopo della propria esistenza, che non era soltanto la conservazione di queste linee ma la ricostruzione della loro ragione d'essere nonché la conoscenza della cultura che le aveva create. Entrata in contatto con la popolazione locale, rimase colpita dal fatto che non avessero la minima idea del loro senso, non per ignoranza o stupidità ma perché, semplicemente, con l'arrivo degli europei da Pizarro in poi tutta la loro cultura era stata cancellata, semplicemente spazzata via, con l'imposizione forzata di credenze, valori, lingua del tutto estranei, fenomeno mai successo ad alcuna popolazione europea, ché invece il passato, magari reinventato e rielaborato all'occorrenza, è sempre lì a ricordarci le nostre "gloriose" origini, ad uso e consumo, ovviamente, di chi detiene il potere al momento e utilizza questa trita retorica ai suoi scopi. Il regista procede con grande discrezione ed efficacia a ricostruire il tutto: innanzitutto attraverso una fotografia di prim'ordine (va da sé che la sola visione spettacolare e in ogni prospettiva delle "linee" vale di per sé il prezzo del biglietto) e un'ambientazione d'epoca perfettamente calzante e credibile, cogliendo bene le differenza tra la vita nella capitale, dove la classe dirigente quando non era del tutto bianca era comunque europeizzante, e quella del Paese meticcio e indigeno, dei centri minori e delle campagne, ma anche attraverso l'eccellente quanto misurata interpretazione soprattutto della bravissima Devrim Lingnau, nei panni di una giovane irrequieta, fuori dagli schemi, testarda, quasi  monomaniacale, a tratti perfino sgradevole e irritante, che però non solo aveva visto giusto nell'intuire e poi capire la straordinaria importanza del fenomeno che si era presa la briga di studiare con tanta passione, ma quanto sia importante la memoria nella storia di un popolo. Agli indigeni eredi degli Inca e di altre popolazioni locali con secoli di storia e una cultura dal legame profondo con la terra e la natura in generale, ignorata e rasa al suolo da gente che ne aveva una non solo diversa ma in molti ambiti meno avanzata, la memoria era stata estirpata con la violenza e la sopraffazione, e questo Maria Reiche l'aveva capito molto bene allora e vale ancora oggi. Per niente agiografico, ben girato, delicato e al contempo intenso, a momenti poetico, un film prezioso su un personaggio pressoché sconosciuto.

sabato 28 marzo 2026

I colori del tempo

"I colori del tempo" (La venue de l'avenir) di Cédric Klapisch. Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile de France, Sara Giraudeau e altri. Francia 2025 ★★★

Una commedia garbata, fantasiosa, tipicamente francese (Oltralpe è stata campione di incassi), ideale per trascorrere due ore serene in rilassatezza, che è anche, per una volta coerentemente col titolo della versione italiana, un viaggio nel tempo, quello attuale, nevrotico e frustrante, e quello vibrante e fiducioso nel futuro della fin de siècle (il diciannovesimo) nella Parigi della Belle Epoque, e allo stesso momento nei colori, quelli della Normandia e dei dintorni della Ville Lumière, tramandati dai pittori impressionisti dell'epoca, a cui il film rende omaggio. Lo spunto è la convocazione, al giorno d'oggi, dei discendenti della proprietaria di una magione ormai abbandonata in Normandia da parte di un'immobiliare che desidera acquistarla, assieme ai terreni circostanti, per una speculazione edilizia: la trasformazione in un centro commerciale. Il gruppo sceglie quattro suoi rappresentanti che si incaricano di andare a verificare la situazione in loco per decidere il da farsi: lì, tra vecchie fotografie, alcuni quadri (uno in modo particolare, che si rivelerà un Monet), lettere, oggetti vari, ricostruiscono la vita di Adèle che, attorno al 1895, aveva lasciato per un periodo la casa, dopo la morte della nonna che l'aveva cresciuta, per andare a Parigi a cercare la madre che non aveva mai conosciuto ma che spediva alle due donne ogni mese il necessario per vivere. La vicenda si sviluppa così su due piani temporali: la ricostruzione dell'avventura parigina della ragazza, aiutata a orientarvici insieme a due ragazzi conosciuti durante il suggestivo viaggio in battello verso la capitale, Anatole, pittore, e Lucien, fotografo, la "nuova arte" (sono altresí gli anni della nascita del cinema, e il cuore della vita artistica e intellettuale era Montmartre, allora in parte ancora un borgo di campagna), tra personaggi famosi o che lo sarebbero diventati e, appunto il ritrovamento della madre che sarà traumatico ma il confronto con la realtà formativo per lei, il suo carattere e il suo futuro. Parallelamente anche i quattro "delegati" dei famigliari, tra una trasferta e l'altra tra Parigi e la Normandia, non solo faranno progressiva conoscenza della loro progenitrice ma anche tra di loro (un creatore di video, un insegnante di letteratura, una ingegnera dei trasporti e un apicultore ecologista), diventando in qualche modo famiglia e solidali e trovando, in un gioco di specchi, ognuno riscontro di sé stesso in Adèle o nei personaggi che ha incontrato durante la sua avventura parigina più di un secondo prima. Il tocco è leggero, lievemente ironico, affettuoso, complice e il risultato è un film popolare, senza velleità intellettualoidi, piacevole e ben confezionato e recitato da interpreti capaci di empatia che riescono a far voler bene ai loro personaggi. Un film adatto alla stagione primaverile appena iniziata, insomma: niente di più e niente di meno, ma abbastanza. 

martedì 24 marzo 2026

24 marzo 1976 / 24 marzo 2026 - Oggi più che mai


E la Repubblica Italiana tacque. 

A cominciare dal Grande Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, altrimenti impegnato.

Io me lo ricordo bene.

giovedì 12 marzo 2026

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin

"Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin" (Le Mage du Kremlin) di Olivier Assayas. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Jude Law, Tom Sturridge, Jeffrey Wright, Will Keen II a altri. Francia 2025 
★★★★1/2

Se un film ti inchioda alla poltrona per due ore e quaranta minuti, durante i quali non mi è mai capitato di dare un'occhiata all'orologio, e alla fine vorresti che non terminasse con un colpo di pistola sparato da uno sconosciuto di cui ti piacerebbe che fossero svelati identità e movente, purché non comparissero i titoli di cola, significa che è degno di nota perché funziona in tutti i suoi aspetti. Regia, sceneggiatura, interpreti, fotografia, semplicemente tutto. Adattamento dell'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli a opera del brillante regista francese in collaborazione con Emmanuel Carrère, più addentro di lui nelle vicende russe e presente personalmente in un cameo, la pellicola di Assayas ricostruisce in maniera verosimile ma per nulla pedissequa e scontata i retroscena della sorprendente salita al potere di Vladimir Putin, ex colonnello del KGB, i servizi segreti dell'ex URSS, che aveva abbandonato nel 1991, dopo il suo scioglimento, per intraprendere la carriera politica nell'amministrazione della natia San Pietroburgo, fino a diventare vice del Anatolij Sobčak, sindaco riformista della  città e figura di spicco della perestrojka. Lo fa, per storicizzare la vicenda, facendola raccontare da chi ne fu l'eminenza grigia, ossia il "mago" del titolo, Vadim Baranov, un personaggio fittizio, reso in maniera inquietante dal volto eternamente enigmatico di Paul Dano, personaggio ispirato a Vladislav Surkov, che almeno fino al 2020 è stato uno dei principali consiglieri del leader russo, a colloquio con un giornalista statunitense: entrambi questi ultimi trovano un punto di partenza comune nell'ammirazione per Evgenij Zamjatin, autore del romanzo distopico Noi, pubblicato nel 1924, che aveva a sua volta ispirato George Orwell per 1984, e questo è già estremamente significativo. Negli Anni 90, dopo il crollo dell'URSS, a Mosca il clima era effervescente almeno quanto durante gli anni della NEP, tra il 1921 e il 1928, e altrettanto rivoluzionario: crollato il regime che aveva imbalsamato il Paese per settant'anni, le energie represse avevano preso sfogo in tutte le direzioni immaginabili e in questo crogiolo, dove accadeva tutto e il suo contrario, si stavano ridistribuendo rapidamente le ricchezze (a cominciare dai beni pubblici finiti nelle mani degli oligarchi, quasi tutti legati in qualche modo al vecchio sistema) e ridisegnando le mappe del potere. E' in questa atmosfera confusa ma fertile che si sviluppa la carriera di Baranov, un intellettuale e figlio di intellettuali fedeli al partito attratto dal teatro d'avanguardia e dal mondo della comunicazione che, soprattutto dopo l'incontro con Xsenia (Alicia Vikander), altro personaggio attivo nell'area della sperimentazione artistica e capace di adattarsi ai tempi che cambiano, entra in contatto col mondo politico, lavorando come ideatore di reality show nella principale televisione russa, proprietà di Boris Berezovskij (Will Keen II), primo finanziatore del partito Unione, quello di Putin, e suo principale sostenitore fino ad avversarlo e chiedere asilo politico nel Regno Unito nel 2003, dove morì dieci anni dopo. E' proprio Berezovskij a farne il principale consigliere dell'uomo di Leningrado, ritenendo di poterlo così condizionare e indirizzare un volta giunto al potere, ma si sbaglia due volte: perché Putin, interpretato da un Jude Law in forma strepitosa, ha le idee molto chiare su quello che vuole e il suo sodalizio sempre più solido con Baranov, uomo di comunicazione e "narrazione" nonché mente creativa, è funzionale a capire anche il come realizzare i propri obiettivi. Vediamo così la coppia attraversare, in un rapporto sempre più simbiotico, tutte le tappe successive, dai rapporti altalenanti con gli oligarchi (tra cui Dmitrij Sidorov, già amico di Baranov in gioventù e diventato inviso al Cremlino) all'affondamento del sottomarino nucleare Kursk e la scelta di sacrificarne l'equipaggio, ai conflitti ceceni, fino alle guerre di reciproca disinformazione con l'Occidente alla base delle "proteste" di EuroMaidan nel 2014 che avrebbero portato alla crisi dei rapporti con l'Ucraina (fino alla situazione attuale). Un film complesso, di fatto sul rapporto tra la realtà (sempre più oscura) e il suo racconto pro domo sua da chi detiene il comando, sulla manipolazione della cittadinanza per ottenerne il consenso, sulla teoria del caos applicata alla politica e che vale per tutte le parti in causa: in questo senso non l'ho percepito come un film ostile alla Russia, perché è una questione che riguarda tutti i sistemi di potere che operano attualmente sul pianeta, e ha a che vedere anche con il moltiplicarsi delle tecniche informatiche, ultima l'applicazione dell'Intelligenza artificiale, i cui effetti sono ancora incerti ma saranno sicuramente devastanti per quanto riguarda il condizionamento delle masse. Forse è stata scelta la parabola di un personaggio come Putin perché, al di là di pregi e difetti, a livello di intelligenza politica assieme al suo collega cinese è sicuramente di qualche spanna superiore agli altri protagonisti della scena politica internazionale e degno di essere considerato uno statista, e in termini di carisma personale, se si vuole anche in senso negativo, è senz'altro il solo all'altezza che sia in circolazione. Insomma un film davvero consigliato, tanto più nel desolante panorama cinematografiche di queste ultime settimane. 

lunedì 2 marzo 2026

Il filo del ricatto

"Il filo del ricatto" (Dead Man's  Wire) di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha'la Herrold, Al Pacino, Michael Grable e altri. USA 2025 ★★+

Considerata la fama del regista, "cantore" degli ultimi, diseredati, sconfitti del Grande Sogno Americano, che peraltro ricostruisce un fatto di cronaca vero, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977, mi aspettavo decisamente qualcosa di più, a parte la sacrosanta critica di un sistema basato unicamente sul denaro, sul "business is business", "niente di personale", "the show must go on" e "I love you" a ogni piè sospinto. Dané che sono l'unica ossessione e ragione d'essere, in base a cui si parametra qualsiasi aspetto dell'esistenza, dell'intera società USA, in tutti i suoi strati, salvo rarissime e personali eccezioni: l'unica etica che esiste, è quella degli affari, e l'episodio ne è la plastica dimostrazione. In quel giorno invernale Tony Kiritis, 44 anni, entra nella sede della Meridian Mortgage e, in mancanza del titolare, con cui aveva appuntamento, prende in ostaggio il figlio e socio in affari Richard Hall (Dacre Montogomery), agghindandogli il collo un marchingegno dotato di cavo d'acciaio collegato al grilletto che gli tiene puntato addosso un fucile a canne mozze: chiede 5 milioni di dollari di risarcimento alla società di mutui per avergli mandato a monte l'affare della vita, una speculazione su un terreno su cui costruire un centro commerciale. Ma soprattutto vuole le scuse pubbliche da parte del titolare della Meridian, Hall padre, interpretato da un Al Pacino più carogna del solito, che sta svernando da qualche parte in Florida, pronto a sacrificare la vita del figlio e a impartire a Tony la sacrosanta predica sull'Etica degli Affari, ossia di fottere il prossimo, che è alla base dell'American Way of Life ed è il motivo per cui gli USA stanno sui coglioni a tutto il resto del pianeta esclusi i loro compari anglosassoni e il resto dei loro servitori europei e oceanici. Van Sant infarcisce la vicenda principale, incentrata sulle trattative telefoniche con le autorità locali e gli esponenti dei media, con altre storie che inquadrano l'ambiente del MidWest: la giovane giornalista televisiva che intravede lo scoop che le farà fare carriera, la polizia più idiota e incapace che si possa immaginare, dei magistrati maneggioni, il conduttore radiofonico nero che è la "Voce di Indianapolis", interlocutore privilegiato del sequestratore, che non ci mette molto a diventare una sorta di eroe del pubblico che segue praticamente dal vivo, tra radio e TV, lo svolgersi della vicenda. Infine, i rapporti tra Tony e Richard, sostanzialmente amichevoli, quasi da "Sindrome di Stoccolma", nonostante le circostanze, che danno un tono vagamente ironico e buonista a tutta la storia. Che alla fine finisce bene, perché le scuse, almeno dalla società (non dal suo presidente) arrivano, il danaro ovviamente no, però al processo Tony verrà giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. A parte Al Pacino, già visto almeno altre 100 volte in camei simili, film con un nucleo di caratteristi discreti a interpretare una manica di deficienti, salvo Colman Domingo nel ruolo del DJ Sam Temple, meritevole se non altro di mettere sul piatto musica all'altezza (l'unico vero merito del film), mentre inaccettabile è aver affidato il ruolo di protagonista a tale Bill Skarsgård, la versione scandinava di Sami Malek, tutto smorfie alla Meloni, uno che deve avere seri problemi psichici o di abuso "bamba", del tutto fuori ruolo nell'interpretare un personaggio che a tutta evidenza aveva almeno 20 anni più di quelli che dimostra lui sullo schermo, particolare che si può peraltro facilmente evincere dai filmati dell'epoca inseriti nella pellicola. Insomma, un film d'azione che finisce per essere noioso oltre che scontato anche se non supera i 105' di durata. C'è di meglio in giro, perfino attualmente.