"L'infiltrata" (La infiltrada) di Arantxa Echevarría. Con Carolina Yuste, Luís Tosar, Iñigo Gastesi, Diego Anido, Víctor Clavijo, Nausicaa Bonnín, Pepe Ocio a altri. Spagna 2024 ★★★★
Il filone dei film e delle serie spagnoli legati alle vicende dell'ETA, l'organizzazione indipendentista basca che ha cessato la propria attività militare soltanto nel 2011 per sciogliersi definitivamente nel 2018 è particolarmente florido, anche se solo una parte di essi sono passati sugli schermi cinematografici o televisivi nostrani, il che dimostra che quel fenomeno terrorista, particolarmente intenso e brutale quanto la controffensiva dello Stato spagnolo, si sia sedimentato nella coscienza collettiva dei nostri "cugini" ben più dei cosiddetti "anni di piombo" nostrani. Arantxa Echevarría affronta l'argomento da un punto di vista originale, prendendo spunto da una vicenda vera, quella della giovanissima agente della Polizia Nazionale Elena Tejada, che accetta di infiltrarsi, siamo agli inizi degli anni Novanta, negli ambienti della izquierda abertsale (sinistra patriottica) di Donostia/San Sebastián, braccio politico dell'ETA, dove trascorre sei anni sotto la falsa identità di Mónica Marín prima che dal gruppo terrorista le venga chiesto di ospitare due membri dell'organizzazione in clandestinità, ossia lo scopo dell'intera operazione: siamo in un periodo in cui l'ETA aveva dichiarato una falsa tregua, mentre invece si accingeva a compiere attentati particolarmente sanguinosi. Dicevo originale, perché per quanto l'impianto del film sia quello di un thriller incalzante, grazie anche a un montaggio alternato estremamente efficace e a tratti adrenalinico, il vero oggetto del film è introspettivo, centrato sulla figura della protagonista, interpretata da una bravissima Carolina Yuste, in quanto donna prima che come agente di polizia, la cui personalità viene via via disgregata in seguito alla decisione di accettare la missione, da un lato attraverso la costante manipolazione da parte del suo capo e unico referente, Angel (Luís Tosar), detto El Inhumano, una sorta di figura paterna sostitutiva, dall'altro attraverso il suo forzato adattamento a una situazione sempre più intricata e pericolosa, in quanto i due "ospiti", e particolarmente il secondo, Teruel, un vero psicopatico, non si fidano del tutto di lei, e le continue maschere che deve imporsi, cosa che capita per altri versi anche ma anche al suo contraltare Andrea (Nausicaa Bonnín), apparentemente una figura secondaria, l'unica donna del gruppo operativo della Polizia che funge da "controllore" di Mónica, un'unità dell'antiterrorismo per il resto unicamente composta da uomini. Il ritmo è incalzante, l'ambientazione assolutamente perfetta e del tutto credibile (mi è capitato di essere in zona, tra San Sebastián e Bilbao, proprio in quegli anni e mi ricordo bene il senso di tensione opprimente, quasi claustrofobico), la descrizione dei personaggi assolutamente credibile ed efficace, il risultato è una pellicola che inchioda lo spettatore alla poltrona per la violenza, che pure mai esplicitata attraverso scene di crunete e sanguonolente è la costante di tutto il film, perché è psicologica, nelle relazioni tra i personaggi, e ambientale, perché è costantemente nell'aria, in qualsiasi frangente della vita quotidiana. Chi in Euskadi è stato all'epoca, oppure ha letto Patria di Fernando Aramburu (oppure anche solo ha visto la serie TV di HBO che ne è stata tratta nel 2020) sa di cosa parlo. Un film che suggerisco di andare a vedere.






