giovedì 2 aprile 2026

Lady Nazca - La signora delle linee

"Lady Nazca - La signora delle linee" (Das Geihemnis der Nazca-Lineen) di Damien Dorsaz. Con Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, Marina Pamachapi, François Vallayes, Beto Benites e altri. Germania, Francia 2025 ★★★★

"Il mistero delle linee di Nazca", recita il sottotitolo in lingua originale, che viene solo in parte svelato al termine di questo film che è solo apparentemente biografico sulla vita di Maria Reiche, che le ha studiate e dedicato la sua vita alla loro preservazione. Giovane insegnante di matematica tedesca, nata a Dresda e in rotta con la famiglia, che la desiderava nella tradizionale versione KKK, ossia Kinder, Küche und Kirche, come dicevano i tedeschi, dedita a figli, cucina e chiesa, a metà degli anni Trenta, mentre la Germania era caduta in mano ai nazisti e  sull'Europa si addensavano nuvole di tempesta, si era trasferita in Perú, dove viveva con la proprietaria di un locale alla moda con cui aveva una relazione e lavorava in un liceo di Lima. Entrata in contatto con un archeologo francese che studiava gli Inca nella zona di Nazca, a Sud della capitale e a metà della strada per Ayacucho, venne a sapere dell'esistenza delle famose "linee", dall'origine e significati sconosciuti, che erano ben visibili, da una posizione sopraelevata, in quell'area desertica. Vi si trasferì, campeggiando in un podere di contadini indigeni, prima saltuariamente, poi via via sempre più stabilmente, finché non divennero la missione della sua vita, a costo anche di mettere in gioco anche la sua sfera sentimentale e quella della sua compagna di vita. Se da un lato si racconta la storia di questo affascinante enigma, l'intuizione dell'importanza della scoperta di queste righe tracciate su un terreno arido, la cui natura non interessava granché chi si occupava dei reperti e delle tombe delle civiltà precolombiane, e la possibile spiegazione del fenomeno (Reiche propendeva per il fatto che si trattasse di una sorta di orologio astronomico), dall'altro è un viaggio nella presa di coscienza di quella giovane donna su quale fosse lo scopo della propria esistenza, che non era soltanto la conservazione di queste linee ma la ricostruzione della loro ragione d'essere nonché la conoscenza della cultura che le aveva create. Entrata in contatto con la popolazione locale, rimase colpita dal fatto che non avessero la minima idea del loro senso, non per ignoranza o stupidità ma perché, semplicemente, con l'arrivo degli europei da Pizarro in poi tutta la loro cultura era stata cancellata, semplicemente spazzata via, con l'imposizione forzata di credenze, valori, lingua del tutto estranei, fenomeno mai successo ad alcuna popolazione europea, ché invece il passato, magari reinventato e rielaborato all'occorrenza, è sempre lì a ricordarci le nostre "gloriose" origini, ad uso e consumo, ovviamente, di chi detiene il potere al momento e utilizza questa trita retorica ai suoi scopi. Il regista procede con grande discrezione ed efficacia a ricostruire il tutto: innanzitutto attraverso una fotografia di prim'ordine (va da sé che la sola visione spettacolare e in ogni prospettiva delle "linee" vale di per sé il prezzo del biglietto) e un'ambientazione d'epoca perfettamente calzante e credibile, cogliendo bene le differenza tra la vita nella capitale, dove la classe dirigente quando non era del tutto bianca era comunque europeizzante, e quella del Paese meticcio e indigeno, dei centri minori e delle campagne, ma anche attraverso l'eccellente quanto misurata interpretazione soprattutto della bravissima Devrim Lingnau, nei panni di una giovane irrequieta, fuori dagli schemi, testarda, quasi  monomaniacale, a tratti perfino sgradevole e irritante, che però non solo aveva visto giusto nell'intuire e poi capire la straordinaria importanza del fenomeno che si era presa la briga di studiare con tanta passione, ma quanto sia importante la memoria nella storia di un popolo. Agli indigeni eredi degli Inca e di altre popolazioni locali con secoli di storia e una cultura dal legame profondo con la terra e la natura in generale, ignorata e rasa al suolo da gente che ne aveva una non solo diversa ma in molti ambiti meno avanzata, la memoria era stata estirpata con la violenza e la sopraffazione, e questo Maria Reiche l'aveva capito molto bene allora e vale ancora oggi. Per niente agiografico, ben girato, delicato e al contempo intenso, a momenti poetico, un film prezioso su un personaggio pressoché sconosciuto.

sabato 28 marzo 2026

I colori del tempo

"I colori del tempo" (La venue de l'avenir) di Cédric Klapisch. Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile de France, Sara Giraudeau e altri. Francia 2025 ★★★

Una commedia garbata, fantasiosa, tipicamente francese (Oltralpe è stata campione di incassi), ideale per trascorrere due ore serene in rilassatezza, che è anche, per una volta coerentemente col titolo della versione italiana, un viaggio nel tempo, quello attuale, nevrotico e frustrante, e quello vibrante e fiducioso nel futuro della fin de siècle (il diciannovesimo) nella Parigi della Belle Epoque, e allo stesso momento nei colori, quelli della Normandia e dei dintorni della Ville Lumière, tramandati dai pittori impressionisti dell'epoca, a cui il film rende omaggio. Lo spunto è la convocazione, al giorno d'oggi, dei discendenti della proprietaria di una magione ormai abbandonata in Normandia da parte di un'immobiliare che desidera acquistarla, assieme ai terreni circostanti, per una speculazione edilizia: la trasformazione in un centro commerciale. Il gruppo sceglie quattro suoi rappresentanti che si incaricano di andare a verificare la situazione in loco per decidere il da farsi: lì, tra vecchie fotografie, alcuni quadri (uno in modo particolare, che si rivelerà un Monet), lettere, oggetti vari, ricostruiscono la vita di Adèle che, attorno al 1895, aveva lasciato per un periodo la casa, dopo la morte della nonna che l'aveva cresciuta, per andare a Parigi a cercare la madre che non aveva mai conosciuto ma che spediva alle due donne ogni mese il necessario per vivere. La vicenda si sviluppa così su due piani temporali: la ricostruzione dell'avventura parigina della ragazza, aiutata a orientarvici insieme a due ragazzi conosciuti durante il suggestivo viaggio in battello verso la capitale, Anatole, pittore, e Lucien, fotografo, la "nuova arte" (sono altresí gli anni della nascita del cinema, e il cuore della vita artistica e intellettuale era Montmartre, allora in parte ancora un borgo di campagna), tra personaggi famosi o che lo sarebbero diventati e, appunto il ritrovamento della madre che sarà traumatico ma il confronto con la realtà formativo per lei, il suo carattere e il suo futuro. Parallelamente anche i quattro "delegati" dei famigliari, tra una trasferta e l'altra tra Parigi e la Normandia, non solo faranno progressiva conoscenza della loro progenitrice ma anche tra di loro (un creatore di video, un insegnante di letteratura, una ingegnera dei trasporti e un apicultore ecologista), diventando in qualche modo famiglia e solidali e trovando, in un gioco di specchi, ognuno riscontro di sé stesso in Adèle o nei personaggi che ha incontrato durante la sua avventura parigina più di un secondo prima. Il tocco è leggero, lievemente ironico, affettuoso, complice e il risultato è un film popolare, senza velleità intellettualoidi, piacevole e ben confezionato e recitato da interpreti capaci di empatia che riescono a far voler bene ai loro personaggi. Un film adatto alla stagione primaverile appena iniziata, insomma: niente di più e niente di meno, ma abbastanza. 

martedì 24 marzo 2026

24 marzo 1976 / 24 marzo 2026 - Oggi più che mai


E la Repubblica Italiana tacque. 

A cominciare dal Grande Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, altrimenti impegnato.

Io me lo ricordo bene.

giovedì 12 marzo 2026

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin

"Il Mago del Cremlino - Le origini di Putin" (Le Mage du Kremlin) di Olivier Assayas. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Jude Law, Tom Sturridge, Jeffrey Wright, Will Keen II a altri. Francia 2025 
★★★★1/2

Se un film ti inchioda alla poltrona per due ore e quaranta minuti, durante i quali non mi è mai capitato di dare un'occhiata all'orologio, e alla fine vorresti che non terminasse con un colpo di pistola sparato da uno sconosciuto di cui ti piacerebbe che fossero svelati identità e movente, purché non comparissero i titoli di cola, significa che è degno di nota perché funziona in tutti i suoi aspetti. Regia, sceneggiatura, interpreti, fotografia, semplicemente tutto. Adattamento dell'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli a opera del brillante regista francese in collaborazione con Emmanuel Carrère, più addentro di lui nelle vicende russe e presente personalmente in un cameo, la pellicola di Assayas ricostruisce in maniera verosimile ma per nulla pedissequa e scontata i retroscena della sorprendente salita al potere di Vladimir Putin, ex colonnello del KGB, i servizi segreti dell'ex URSS, che aveva abbandonato nel 1991, dopo il suo scioglimento, per intraprendere la carriera politica nell'amministrazione della natia San Pietroburgo, fino a diventare vice del Anatolij Sobčak, sindaco riformista della  città e figura di spicco della perestrojka. Lo fa, per storicizzare la vicenda, facendola raccontare da chi ne fu l'eminenza grigia, ossia il "mago" del titolo, Vadim Baranov, un personaggio fittizio, reso in maniera inquietante dal volto eternamente enigmatico di Paul Dano, personaggio ispirato a Vladislav Surkov, che almeno fino al 2020 è stato uno dei principali consiglieri del leader russo, a colloquio con un giornalista statunitense: entrambi questi ultimi trovano un punto di partenza comune nell'ammirazione per Evgenij Zamjatin, autore del romanzo distopico Noi, pubblicato nel 1924, che aveva a sua volta ispirato George Orwell per 1984, e questo è già estremamente significativo. Negli Anni 90, dopo il crollo dell'URSS, a Mosca il clima era effervescente almeno quanto durante gli anni della NEP, tra il 1921 e il 1928, e altrettanto rivoluzionario: crollato il regime che aveva imbalsamato il Paese per settant'anni, le energie represse avevano preso sfogo in tutte le direzioni immaginabili e in questo crogiolo, dove accadeva tutto e il suo contrario, si stavano ridistribuendo rapidamente le ricchezze (a cominciare dai beni pubblici finiti nelle mani degli oligarchi, quasi tutti legati in qualche modo al vecchio sistema) e ridisegnando le mappe del potere. E' in questa atmosfera confusa ma fertile che si sviluppa la carriera di Baranov, un intellettuale e figlio di intellettuali fedeli al partito attratto dal teatro d'avanguardia e dal mondo della comunicazione che, soprattutto dopo l'incontro con Xsenia (Alicia Vikander), altro personaggio attivo nell'area della sperimentazione artistica e capace di adattarsi ai tempi che cambiano, entra in contatto col mondo politico, lavorando come ideatore di reality show nella principale televisione russa, proprietà di Boris Berezovskij (Will Keen II), primo finanziatore del partito Unione, quello di Putin, e suo principale sostenitore fino ad avversarlo e chiedere asilo politico nel Regno Unito nel 2003, dove morì dieci anni dopo. E' proprio Berezovskij a farne il principale consigliere dell'uomo di Leningrado, ritenendo di poterlo così condizionare e indirizzare un volta giunto al potere, ma si sbaglia due volte: perché Putin, interpretato da un Jude Law in forma strepitosa, ha le idee molto chiare su quello che vuole e il suo sodalizio sempre più solido con Baranov, uomo di comunicazione e "narrazione" nonché mente creativa, è funzionale a capire anche il come realizzare i propri obiettivi. Vediamo così la coppia attraversare, in un rapporto sempre più simbiotico, tutte le tappe successive, dai rapporti altalenanti con gli oligarchi (tra cui Dmitrij Sidorov, già amico di Baranov in gioventù e diventato inviso al Cremlino) all'affondamento del sottomarino nucleare Kursk e la scelta di sacrificarne l'equipaggio, ai conflitti ceceni, fino alle guerre di reciproca disinformazione con l'Occidente alla base delle "proteste" di EuroMaidan nel 2014 che avrebbero portato alla crisi dei rapporti con l'Ucraina (fino alla situazione attuale). Un film complesso, di fatto sul rapporto tra la realtà (sempre più oscura) e il suo racconto pro domo sua da chi detiene il comando, sulla manipolazione della cittadinanza per ottenerne il consenso, sulla teoria del caos applicata alla politica e che vale per tutte le parti in causa: in questo senso non l'ho percepito come un film ostile alla Russia, perché è una questione che riguarda tutti i sistemi di potere che operano attualmente sul pianeta, e ha a che vedere anche con il moltiplicarsi delle tecniche informatiche, ultima l'applicazione dell'Intelligenza artificiale, i cui effetti sono ancora incerti ma saranno sicuramente devastanti per quanto riguarda il condizionamento delle masse. Forse è stata scelta la parabola di un personaggio come Putin perché, al di là di pregi e difetti, a livello di intelligenza politica assieme al suo collega cinese è sicuramente di qualche spanna superiore agli altri protagonisti della scena politica internazionale e degno di essere considerato uno statista, e in termini di carisma personale, se si vuole anche in senso negativo, è senz'altro il solo all'altezza che sia in circolazione. Insomma un film davvero consigliato, tanto più nel desolante panorama cinematografiche di queste ultime settimane. 

lunedì 2 marzo 2026

Il filo del ricatto

"Il filo del ricatto" (Dead Man's  Wire) di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha'la Herrold, Al Pacino, Michael Grable e altri. USA 2025 ★★+

Considerata la fama del regista, "cantore" degli ultimi, diseredati, sconfitti del Grande Sogno Americano, che peraltro ricostruisce un fatto di cronaca vero, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977, mi aspettavo decisamente qualcosa di più, a parte la sacrosanta critica di un sistema basato unicamente sul denaro, sul "business is business", "niente di personale", "the show must go on" e "I love you" a ogni piè sospinto. Dané che sono l'unica ossessione e ragione d'essere, in base a cui si parametra qualsiasi aspetto dell'esistenza, dell'intera società USA, in tutti i suoi strati, salvo rarissime e personali eccezioni: l'unica etica che esiste, è quella degli affari, e l'episodio ne è la plastica dimostrazione. In quel giorno invernale Tony Kiritis, 44 anni, entra nella sede della Meridian Mortgage e, in mancanza del titolare, con cui aveva appuntamento, prende in ostaggio il figlio e socio in affari Richard Hall (Dacre Montogomery), agghindandogli il collo un marchingegno dotato di cavo d'acciaio collegato al grilletto che gli tiene puntato addosso un fucile a canne mozze: chiede 5 milioni di dollari di risarcimento alla società di mutui per avergli mandato a monte l'affare della vita, una speculazione su un terreno su cui costruire un centro commerciale. Ma soprattutto vuole le scuse pubbliche da parte del titolare della Meridian, Hall padre, interpretato da un Al Pacino più carogna del solito, che sta svernando da qualche parte in Florida, pronto a sacrificare la vita del figlio e a impartire a Tony la sacrosanta predica sull'Etica degli Affari, ossia di fottere il prossimo, che è alla base dell'American Way of Life ed è il motivo per cui gli USA stanno sui coglioni a tutto il resto del pianeta esclusi i loro compari anglosassoni e il resto dei loro servitori europei e oceanici. Van Sant infarcisce la vicenda principale, incentrata sulle trattative telefoniche con le autorità locali e gli esponenti dei media, con altre storie che inquadrano l'ambiente del MidWest: la giovane giornalista televisiva che intravede lo scoop che le farà fare carriera, la polizia più idiota e incapace che si possa immaginare, dei magistrati maneggioni, il conduttore radiofonico nero che è la "Voce di Indianapolis", interlocutore privilegiato del sequestratore, che non ci mette molto a diventare una sorta di eroe del pubblico che segue praticamente dal vivo, tra radio e TV, lo svolgersi della vicenda. Infine, i rapporti tra Tony e Richard, sostanzialmente amichevoli, quasi da "Sindrome di Stoccolma", nonostante le circostanze, che danno un tono vagamente ironico e buonista a tutta la storia. Che alla fine finisce bene, perché le scuse, almeno dalla società (non dal suo presidente) arrivano, il danaro ovviamente no, però al processo Tony verrà giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. A parte Al Pacino, già visto almeno altre 100 volte in camei simili, film con un nucleo di caratteristi discreti a interpretare una manica di deficienti, salvo Colman Domingo nel ruolo del DJ Sam Temple, meritevole se non altro di mettere sul piatto musica all'altezza (l'unico vero merito del film), mentre inaccettabile è aver affidato il ruolo di protagonista a tale Bill Skarsgård, la versione scandinava di Sami Malek, tutto smorfie alla Meloni, uno che deve avere seri problemi psichici o di abuso "bamba", del tutto fuori ruolo nell'interpretare un personaggio che a tutta evidenza aveva almeno 20 anni più di quelli che dimostra lui sullo schermo, particolare che si può peraltro facilmente evincere dai filmati dell'epoca inseriti nella pellicola. Insomma, un film d'azione che finisce per essere noioso oltre che scontato anche se non supera i 105' di durata. C'è di meglio in giro, perfino attualmente. 

sabato 7 febbraio 2026

Lavoreremo da grandi

"Lavoreremo da grandi" di Antonio Albanese. Con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston,  Niccolò Ferrero, Nicola Rignanese, Francesco Brandi, Marianna Folli, Claudia Stecher, Chiara Pazzaglia, Bebo Storti e altri. Italia 2026 ★★1/2

Giunto alla sua sesta regìa, sempre caratterizzata da un umorismo gentile ammantato di una costante nota surreale, l'Uomo d'acqua dolce, come da titolo del suo film d'esordio dietro la macchina da presa, si rifugia in un luogo sicuro e familiare, il lago d'Orta, in riva al quale ambienta la strampalata vicenda "tutta in una notte" che vede come protagonisti quattro amici, uno più perdente dell'altro in cui, per rimediare a un danno, infilano, in un crescendo rossiniano, delle toppe che sono puntualmente peggiori del buco. L'Albanese regista si riserva il ruolo del protagonista, Umberto, un musicista dodecafonico fallito che ha dilapidato il patrimonio paterno ed è stato mollato da due mogli e altrettanti figli (che ricompaiono per l'occasione) assieme al buon Giuseppe Battiston, Beppe, un idraulico vessato dalla madre e giunto vergine alla mezza età; comprimari l'amico Gigi, mai lavorato un giorno durante tutta la sua esistenza, in stato di incoscienza etilica dopo aver scoperto che la zia, sulla cui eredità contava, ha lasciato tutti i suoi averi alla chiesa, a parte i set di parrucche e trucchi. Reduce dai funerali della vegliarda, il terzetto va a prelevare Nino, figlio di Umberto, messo in libertà provvisoria dopo essere stato arrestato per truffa. Trascorso il resto della serata a bere al bar del paese, rientrando a casa in macchina sentono un botto e si convincono di aver urtato qualcosa o qualcuno. Presi dal dubbio, e in preda all'alcol, fanno un sopralluogo e scoprono che Mattias, un altro avventore del bar, è finito con la bici in una scarpata verso la riva del lago e si convincono che sia morto. Per colpa loro. Che fare? Da qui in poi si dipana la vicenda, in un susseguirsi di scelte demenziali, resurrezioni e nuovi decessi, apparizioni misteriose a altre meno misteriose: Pinky, una escort convocata da Nino; Giulia, la sua malmostosa sorellastra per parte di padre (Umberto). Gli sviluppi, li lascio a chi deciderà di andare a vedere il film. Che è anche discreto, nella sua dimensione provinciale e nel consueto stile dolce-amaro e stralunato di Albanese, in questo degno discepolo di Carlo Mazzacurati, e sicuramente ben più accettabile di quel che passa la nostrana commedia più o meno "brillante", tra cecchizaloni, muccini e quant'altro, ma ha avuto la sfiga di uscire dopo il travolgente e inaspettato successo di Le città di pianura di Francesco Sossai e l’ancor più recente Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, due film che con ben maggiore impatto e potenza raccontano storie di emarginati, devastati, fuori di testa, in una dimensione tutta locale e lontana dai luccichii della grande città. La differenza non la fanno solo la sceneggiatura, i buchi della quale qui sono evidenti, la verosimiglianza o meno delle situazioni, la scontatezza di non poche battute (altro difetto di Lavoreremo da grandi) ma soprattutto personaggi e interpreti. Che qui sono caricaturali, e nei due film sopra citati erano veri, delle forze della natura. Forse una storia simile avrebbe potuto funzionare meglio a teatro, dove la carenza di effetti più o meno speciali fa lavorare l'immaginazione degli spettatori al di là della maschera, che si sa essere finzione, mentre sul grande schermo si è legati alla caratterizzazione dei personaggi, che in questo caso erano dei cliché, a cui hanno dato corpo due attori, peraltro bravissimi, come Albanese e Battiston, e al cinema funzionano personaggi credibili, veri, autentici e al contempo sorprendenti come quelli a cui hanno dato vita interpreti meno conosciuti o sconosciuti del tutto come quelli degli altri due film citati sopra, non delle macchiette, o delle maschere, appunto. Qualcosa in più di una mezza delusione, con tutto il bene che voglio ad Albanese e Battiston.

lunedì 2 febbraio 2026

L'agente segreto

"L'agente segreto" (O agente secreto) di Kleber Mendonça Filho. Con Wagner Moura, Carlos Francisco, Tânia Maria, Robério Diogenes, Maria Fernanda Cândido, Hermila Guedes, Gabriel Leone, Roney Villela, Alice Carvalho, Laura Lufési, Luciano Chirolli, Udo Kier, João Vitor Silva e altri. Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania 2025 ★★★★★👏

Perché non tornino i tempi bui della ventennale dittatura brasiliana (1964/1985), è cosa buona e giusta rievocarli e lo fa, rendendone con intensità l'angosciante atmosfera, L'agente segreto di Kleber Mendonça Filho, come già fece il collega Walter Selles con Io sono ancora qui, senz'altro uno dei migliori film visti lo scorso anno. Invece che nel Sud del Paese, tra Rio de Janeiro e San Paolo, qui siamo nel 1977, negli anni della presidenza di Ernesto Geisel, però nel periferico e sottosviluppato Nordeste, e precisamente a Recife, Stato del Pernambuco, dove dopo un viaggio di tre giorni su un Maggiolino VW giallo come ne giravano a centinaia di migliaia in quegli anni giunge Armando, che torna nella città natale sotto il falso nome di Marcelo dopo una lunga permanenza nel Sud, dove si era “mimetizzato” nella metropoli paulista. Lo ospita in un condominio abitato da altri personaggi che vivono sotto falsa identità Dona Sebastiana, un'anziana e vivace donna dalla lunga e avventurosa storia che aveva vissuto nell'Italia fascista, la quale cerca di tenerli lontano dalla attenzioni della polizia. Armando è tornato a Recife, dove è riuscito a farsi assumere all'archivio demografico municipale, allo scopo di recuperare i documenti di nascita originali della madre e di ricongiungersi col figlioletto, affidato e cresciuto dai nonni, ossia i genitori della moglie Fátima. Scopriremo nel prosieguo del racconto che si tratta di un ingegnere, docente e direttore di dipartimento nella locale Università, silurato a suo tempo per contrasti insanabili con un cinico e corrotto, oltre che razzista, imprenditore d'origine italiana, che era riuscito a far tagliare i fondi federali di ricerca in favore della sulla sua azienda energetica, e che sua moglie Fátima era una sua collega, e non la “segretaria compiacente”, scomparsa a suo tempo nel nulla dopo una furibonda lite con il losco personaggio. Che non gliel'ha perdonata e gli ha sguinzagliato dietro, ad anni di distanza, due sicari per eliminarlo. Il film è suddiviso in capitoli e il racconto assemblato come un mosaico tra flash-back e flash-forward che rendono comprensibile tutta la vicenda quando viene ricostruita a posteriori da due studentesse che al giorno d'oggi riascoltano i nastri registrati anni prima da Claudia, una giornalista che oltre a raccogliere le testimonianze dei perseguitati politici era in grado di procurare passaporti falsi per farli espatriare, e tra questi Armando/Marcelo assieme al figlio. Una di queste studentesse, originaria anche lei di Recife, contatterà il figlio di Armando, diventato medico, il quale esercita in un centro di donazione del sangue che ha sede in quello che era il cinema dove il nonno che l'aveva cresciuto, Alexandre, suocero del padre, faceva il proiezionista, e dove Armando aveva rilasciato le sue testimonianze "a futura memoria" a Claudia prima di tentare di lasciare il Paese: non gli riuscirà. Come si può capire, a dispetto del titolo non si tratta propriamente di una storia di spionaggio, anche se mistero, sotterfugi e azione, anche violenta, non mancano, ma la vicenda è emblematica di altre migliaia di simili ed è raccontata con taglio giornalistico (professione del resto esercitata in passato dal regista) con grande efficacia. Il ritmo è sostenuto, gli interpreti tutti bravissimi: al protagonista, il bahiano Wagner Moura, conosciuto internazionalmente soprattutto per aver dato il volto a Pablo Escobar nella serie Narcos, il regista ha affiancato delle attrici molto note in Brasile (Maria Fernanda Cândido anche da noi), ma il più grande merito del film, oltre al fatto di riportare alla memoria quel che succedeva in quegli anni nell'intero Continente sudamericano, è il modo in cui riesce a immergere lo spettatore in quella realtà e nel clima di eterna incertezza e paura di quell'epoca in una parte del mondo a cui molti di noi sono particolarmente legati, per ricordi e per esperienza personale che sono, alla luce degli eventi attuali, meno remoti di quel che possa apparire.