"Il falsario" di Stefano Lodovichi. Con Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Andrea Arcangeli, Pierluigi Gigante, Edoardo Pesce, Aurora Giovinazzo, Fabrizio Ferracane, Edoardo Pesce, Claudio Santamaria, Mattia Carrano e altri. Italia, 2025 ★★+
Arcistufo di guardare serie TV a tempo perso e orfano da mesi di una programmazione cinematografica accettabile in sala, sono stato incautamente attratto da un film intero su Netflix, con la garanzia di una produzione Cattleya, che persevera nel meritorio tentativo di ricostruire la storia nostrana degli anni Settanta attraverso la descrizione degli intrecci fra trame rosse, nere, malavita, servizi deviati, insomma di quel "mondo di mezzo" romano protagonista ormai di una infinità di pellicole, serie TV, inchieste e libri di vario genere, tra cui Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, uscito ormai nel 2008, su cui si basa la sceneggiatura. Presentato all'ultimo Fesyival di Roma, racconta dunque della avventura nella capitale di Toni, (ispirato ad Antonio Chichiarelli e interpretato da un gigionesco Pietro Castellitto, dall'eterno e attonito sguardo ceruleo), Don Vittorio e Fabione, tre amici che da Rieti si trasferiscono nella capitale e faranno strada nei rispettivi settori: la carriera artistica, quella ecclesiastica e quella sovversiva (nella BR all'epoca del sequestro Moro). Il loro legame rimarrà intatto, salvo un tradimento finale, in tutta la intricatissima vicenda che scorre sotto gli occhi dello spettatore e che ha dell'inverosimile, per com'è resa nella pellicola, se non fosse che la realtà supera la fantasia. Personaggio principale è per l'appunto Toni, un vero talento, soprattutto nella riproduzione di falsi d'autore, qualità che gli apre le porte della collaborazione con Donata, che diventerà la sua compagna e complice nello smercio delle opere, e successivamente della collaborazione con Balbo (il sempre ottimo Edoardo Pesce), uno dei capi della Banda della Magliana, che gli metterà a disposizione gratuita un atelier in Via Giulia (che mi pare di riconoscere), e del Sarto (Claudio Santamaria), alto funzionario dei Servizi, infine con l'emissario di Cosa Nostra nella capitale (un Fabrizio Ferracane all'altezza) che si avvarranno della sua abilità nella contraffazione di documenti. Tra cui uno dei comunicati, il 7°, delle BR durante il sequestro Moro del 1978, un falso clamoroso che depistò le indagini sulla ricerca del suo cadavere nel Lago della Duchessa. Come uomo, complessivamente, è una vera merda, totalmente amorale, come testimoniano le frequentazioni a dir poco discutibili (mi viene in mente un certo reporter le cui vicende hanno riempito le pagine dei giornali durante questa calda estate), ed egocentrato. Non insisto sulla trama perché è troppo arzigogolata e confusionaria, ma garantisco che c'è di tutto, e tutto quanto già visto innumerevole volte e in tutte le salse. Il che andrebbe anche bene, perché la ricostruzione ambientale è credibile, le interpretazioni accettabili (a parte l'autocompiacimento del protagonista), il ritmo sostenuto, ma anziché buttare tutto nel tritacarne e miscelarlo per comprimerlo in un budello di due ore scarse, sarebbe stato più saggio diluirlo in una decina di puntate e serializzare il materiale, come del resto sarebbe vocazione di Netflix. Altro aspetto irritante è la mancata sottotitolazione in italiano quando i personaggi biasciano in romanesco ruminando le parole e mangiandosi consonanti per di più a mezza voce: un buon quarto del film è inintelligibile per buona parte del pubblico. Insomma, mi aspettavo di più, ma sbagliavo io. Speriamo in meglio per l'avvio della stagione autunnale.






