venerdì 17 aprile 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

"Giulio Regeni - Tutto il male del mondo" di Simone Manetti. Con Paola Deffendi, Claudio Regeni, Alessandra Ballerini e altri. Italia 2026 

Non si può valutare il documentario di Simone Manetti alla stregua di un film, né giudicarlo con gli stessi parametri: è altra cosa. Andarlo a vedere lo considero un dovere morale non solo in ricordo del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni, sequestrato nel gennaio del 2016 al Cairo e poi torturato e ucciso in circostanze volutamente occultate dai servizi di sicurezza egiziani, ma anche nei confronti dell'autore e regista nonché dei produttori Fandango (Andrea Occhipinti) e Ganesh (Mario Mazzarotto), soprattutto in considerazione del fatto che era stato escluso dai finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura (MIC) nel 2026, perché considerato di scarso "interesse culturale". Angosciante, disturbante, a partire dalle immagini spesso sfuocate, buie, sgranate e sempre inquietanti della metropoli, specie quelle di un video girato di nascosto dal referente di Regeni nel sindacato degli ambulanti della metropoli, sul quale il giovane stava facendo uno studio per l'Università di Cambridge, colui che lo a tradito per consegnarlo ai servizi segreti del suo Paese: su quello si chiude il film, col volto di Giulio che saluta dopo una conversazione in cui ripete più volte che quella ricevuta in Inghilterra è una borsa di studio, non un fondo per finanziare le attività del sindacato di cui il losco personaggio, tale Mohamand Said Abdallah, è il rappresentante. Un pugno nello stomaco, insomma. Oltre a ricostruire la tragica vicenda, sbugiardando le diverse grottesche versioni dei fatti fornite in fasi successive dalle autorità egiziane, una più sballata dell'altra, nonché dai mezzi di comunicazione sotto il totale controllo del regime, in particolare la televisione (non mancano insulti non solo all'intelligenza di chi ne segue le trasmissioni, ma all'Italia come tale), e rivelando i silenzi stupidi anche di alcuni "amici" che dividevano con l'appartamento con Regeni, i quali non gli avevano riferito delle "visite" di uomini dei servizi nelle sue cose, avvenute prima che il ragazzo rientrasse in Italia per le festività natalizie (probabilmente, opportunamente allertato, si sarebbe ben guardato dal tornare in Egitto), il documentario la inquadra nella serie di avvenimenti che hanno avuto luogo nel Paese dall'inizio della "Primavera Araba" il 25 gennaio del 2011, con le ripetute, violente manifestazioni di Piazza Tahrir che causarono, nelle settimane successive, la caduta del regime di Mubarak, alla vittoria dei Fratelli Musulmani l'anno successivo, fino al colpo di stato Militare che ne spazzò via il governo nel 2013 per sostituirlo con la giunta tuttora guidata dal generale Al Sisi: un regime paranoico, onnisciente, con infiltrati in qualsiasi piega della società. L'altra traccia, oltre ai filmati e alle interviste dei genitori di Giulio, dell'ambasciatore italiano dell'epoca in Egitto, di suoi conoscenti, e alla ricostruzione cronologica delle indagini e allo smontaggio delle menzogne propinate dalla polizia egiziana da parte dell'avvocatessa dei diritti umani Alessandra Ballerini, che fa da filo conduttore, è costituita dalle riprese del processo, ora sospeso, che si tiene in Corte d'Appello a Roma in contumacia dei quattro accusati di sequestro di persona, tortura e omicidio, tutti alti funzionari dei servizi di sicurezza del Paese arabo. Un racconto duro, disperante, ma necessario, che sta, meritoriamente, avendo un riscontro molto positivo da parte del pubblico, così come l'aveva avuto la campagnaVerità per Giulio Regeni condotta in primis per anni dalla famiglia di Giulio, come testimoniano tuttora le decine di migliaia di striscioni gialli con quella scritta che ancora campeggiano sui balconi di ogni comune della nostra Penisola. 

lunedì 13 aprile 2026

A cena con il dittatore

"A cena con il dittatore" (La cena) di Manuel Gómez Pereira. Con Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Nora Hernandez, Oscar Lasarte, Martin Páez, Elvira Minguez, Ferran Gadea, Carlos Serrano, Eva Ugarte, Xavi Francés, Antonio Resines e altri. Spagna, Francia 2025 ★★★★+

E' consolante che un film che sbeffeggia la presa del potere di Franco nel 1939, dopo tre anni di guerra civile seguita al suo Alziamiento del luglio 1936 contro il legittimo governo repubblicano, sia stato campione di incassi in Spagna, dove il passato non è mai davvero passato, almeno per quella parte di Paese che si riconosce in Vox, il partito gemello dei "Fratellos" italiani, al cui congresso del 2021 la cui leader, nonché nostra attuale presidenta del Consiglio, sbraitava il celebre ritornello "Yo soy Gioggia". Basata sulla pièce teatrale La cena de los generales, scritta nel 1998 da Luis Alonso de Santos, a cui sono occorsi 10 anni per essere rappresentata, questa commedia grottesca tipicamente spagnola, carica di humor negro, immagina una sorta di rivalsa dei perdenti a due settimane soltanto dalla caduta di Madrid, quando Franco, per celebrare la vittoria falangista, ordina di organizzare, oggi per oggi, una cena per i suoi generali al Palace, l'albergo più lussuoso della capitale, incaricando all'uopo il tenente Medina (Mario Casas), che dirigerà le operazioni assieme al maître d'hôtel Genaro (Alberto San Juan). Peccato che il salone delle feste sia stato nel frattempo trasformato in un ospedale da campo, e che i viveri, in una città sotto assedio da anni e ridotta alla fame, scarseggino, tranne ovviamente che al mercato nero, di cui i fascisti negavano l'esistenza, anche e soprattutto a onta dell'evidenza. E, cosa ancora più grave, la brigata di cucina del Palace si trovi in carcere, in attesa di essere giustiziata, in quanto interamente composta da repubblicani, "perché tutti i migliori cuochi di Madrid sono rossi". A differenza dei camerieri, tra cui prevalgono gli amici del nuovo regime, guarda caso. Come da noi i giornalisti, per esempio. Si tratta così di liberarli limitatamente alla preparazione di una cena all'altezza dell'illustre anfitrione: il Caudillo de España. Se il cuoco Antón si rifiuterà di accettare e verrà freddato con uno sparo in fronte dal falangista Alonso, gli altri sapranno approfittare della situazione per darsela a gambe e raggiungere, come altre centinaia di migliaia di compagni, la Francia non prima, però, di aver ammannito una cena sopraffina. In unità di tempo e luogo la pellicola illustra dunque i frenetici preparativi e descrive in  maniera credibile caratteri e ambiente dell'epoca, per quanto in termini di farsa, ma mai sopra le righe. Ovviamente sono presi di mira principalmente i vincitori, in tutta la loro boria, arroganza, imbecillità e profonda ignoranza, ma ce n'è anche per alcuni vezzi tipici della sinistra. Alla coppia di protagonisti si aggiunge una prestazione eccellente da parte di un gruppo affiatato di ottimo caratteristi, e tutta l'allegra compagnia, cfr. cast, ha l'aria di essersi divertita un mondo durante le riprese. All'altezza delle interpretazioni anche la gustosa colonna sonora, ritmi sostenuti, durata ottimale (un'ora e 45'), un film perfetto per farsi quattro risate, di cui mi guardo bene dallo svelare ulteriormente la trama e, soprattutto il finale, a sorpresa. 

venerdì 10 aprile 2026

Lo straniero

"Lo straniero" (L'Étranger") di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude, Jean-Charles Clichet e altri. Francia 2025 ★★★★1/2

Parrebbe doveroso un raffronto con l'adattamento di Luchino Visconti dell'omonimo romanzo di Albert Camus, del 1967, protagonista niente di meno che Marcello Mastroianni, ma non ne ho memoria: potrei anche averlo visto, come la maggior parte dei film dell'aristocratico regista milanese, e se così fosse non mi è certo rimasto impresso come gli altri; il romanzo invece sì, anche se non avevo ancora affrontato, avevo 12 anni all'epoca, quello che è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti. Visconti aveva sempre avuto un intenso rapporto con la letteratura, il Gattopardo ne è uno dei più brillanti esempi, ma era italiano, ha fatto notare François Ozon in una recente intervista, mentre il suo è l'adattamento de Lo straniero da parte di un francese, che l'epopea coloniale del suo Paese, particolarmente in Algeria, dove il romanzo è ambientato (e Camus era nato), la conosce dall'interno, per così dire. E il risultato è di altissimo livello, come del resto mi aspettavo da un regista del suo valore, bravo quanto felicemente prolifico, per la gioia degli aficionados come me. Girata in un bianco e nero che rende ancora più suggestiva e credibile l'ambientazione, Algeri 1935, ed esalta la crudezza del clima e la luce abbacinante del sole estivo, che sottolinea l'aridità del personaggio principale, la pellicola vede protagonista assoluto Meursault, un impiegato senza ambizioni catapultato lì da Parigi, un giovane uomo senza entusiasmi, anaffettivo, che non vede un senso nella vita: un nichilista o, meglio un esistenzialista ante litteram, incapace di fingere sentimenti che non ha, anche quando gli converrebbe, e pure a costo della vita. Ai funerali della madre, che aveva fatto ricoverare in un ospizio in una landa desolata fuori dalla capitale, non sparge una lacrima, si addormenta durante la veglia, e rientrato in città si reca immediatamente negli stabilimenti balneari, ovviamente riservati ai bianchi (come del resto i bar e i ristoranti), dove inizia, quasi controvoglia, una relazione con Maria, la brava quanto bella Rebecca Marder. Ancor più bravo il partner, Benjamin Voisin, a rendere tutte le sfumature possibili di un personaggio distaccato, indifferente a tutto più ancora che negativo, che tuttavia agisce soltanto per istinto, ed è così che, complice un violento raggio di sole che si riflette sulla lama del coltello di un arabo, con la pistola che si ritrova in mano, un giorno in spiaggia uccide un giovane del posto, e benché sia morto al primo colpo, gli scarica addosso tutto il caricatore. Finisce sotto processo e, nella Francia coloniale, sarebbe facile puntare sulla legittima difesa, ma è lui a rifiutarsi di farlo, e durante il dibattimento la sua sincerità e, se si vuole, coerenza, irrita a tal punto giudici e giurati nonché il pubblico che finisce per essere condannato a morte non tanto per aver ucciso un arabo, per quel che può interessare in un tribunale francese dei tempi, quanto per non essersi addolorato abbastanza ai funerali della madre; per non aver accettato una promozione che non avrebbe cambiato, a suo parere, la sua vita e soprattutto non le avrebbe dato un significato, e lo stesso valeva per la sua relazione con Marie: l'avrebbe anche sposata, come lei desiderava, anche se per lui non aveva alcun senso. Figurarsi il senso che poteva avere l'incontro, prospettatogli dal cappellano del carcere dopo aver ottenuto un ultimo colloquio alla vigilia dell'esecuzione, con un dio che non gli interessava, prima ancora di non crederci. In sostanza, finisce sulla ghigliottina perché non si adegua al comun sentire. Un estraneo alla società: uno straniero tout court, per l'appunto. Un film di rara potenza, bellissimo.

lunedì 6 aprile 2026

Il bene comune

"Il bene comune" di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo, Claudia Pandolfi, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano e altri. Italia 2026 ★★★1/2

Giunto alla sua quinta regia, Rocco Papaleo rimane in linea con i suoi film precedenti, sempre gradevoli, garbatamente ironici, delle commedie gentili con una punta surreale, magari dalla trama un po' esile ma non per forza scontata, che sono un pretesto per parlare del Sud e in particolare della natìa e poco conosciuta (per fortuna) Basilicata. Oltre che autore, anche questa volta è l'interprete principale e una delle voci narranti, ché il film è strutturato quasi come un musical: qui è Biagio, una guida turistica dell'incantevole Parco Nazionale del Pollino, situato tra Lucania e Calabria, che assieme al nipote ventenne (ancora incerto se proseguire con gli studi) vi accompagna in una gita quattro detenute sul punto di finire di scontare la pena, ospiti in una casa d'accoglienza. L'idea era venuta a una sua conoscente, Raffaella (Vanessa Scalera) attrice di in-successo, che gestisce un laboratorio teatrale nel centro che ospita le quattro "semilibere", in cui le sollecita a immaginarsi degli alberi, da qui l'iniziativa di portarle a visitare l'ambiente naturale in cui trovare i rari esemplari di pino loricato, simbolo più degli altri di resistenza e capacità di adattarsi ai terreni più impervi e di sopravvivenza in condizioni estreme. Biagio accetta e i sette partono all'avventura on the road su un pulmino scolastico, lungo un percorso che non è più Coast to Coast come nel suo primo lungometraggio ma che da Lauria porta al Pollino, compresi dei trekking per andare a vedere il famoso albero e con finale a Diamante, centro balneare in provincia di Cosenza. Le quattro donne sono Gudrun (Teresa Saponangelo, che spicca insieme alla Scalera), un'infermiera che per necessità si era improvvisata un'improbabile rapinatrice; Fiammetta (Pandolfi), trafficante di droga per sottrarsi col figlio a un marito violento; Anny (Sparapano) un'ingegnera informatica diventata hacker e Fiammetta, cantautrice ammutolitasi per ripicca che per vendicarsi di una manager che l'ha tradita le ha bruciato la casa, interpretata da Livia Ferri, cantautrice a sua volta che contribuisce alla ottima colonna sonora con un suo brano inedito. Come e più che negli altri suoi film la musica, a cura di Michele Braga con brani scritti dallo stesso Papaleo, è un elemento fondamentale e funge da filo conduttore: in successivi intermezzi i singoli personaggi cantano un testo che sintetizza le loro disavventure passate le quali vengono rievocate in flashback, non solo le quattro semidetenute e la loro insegnante, ma anche Biagio, che si scopre esser stato maresciallo dell'esercito (dimessosi per non aver accettato favoritismi) nonché preparatore atletico, attività che continua a svolgere col nipote Luciano (provvidenzialmente e con successo, come si scoprirà) mentre questi prende tempo sul decidere cosa "fare da grande", il tutto a ritmo di un jazz piacevole e arioso come il racconto. Alla fine Il bene comune, che non è soltanto l'ambiente naturale preservato da quel gioiello che è il Parco del Pollino, ma anche la tutela del patrimonio culturale di quella parte del Sud negletto e sempre più spopolato da cui proviene il regista, un tema che ha una valenza generale. Al di là di questo aspetto serio (e necessario) che sta in sottofondo, e della storia in sé, alquanto tenue, è la maniera come il tutto viene proposto al pubblico il punto di forza del film, perché lo spettatore viene coccolato piacevolmente a ritmo di buona musica e belle immagini e, per una volta, non aggredito, provocato, invaso, sia da suoni, sia da immagini, il tempo in sala trascorre sereno, senza scosse, e se ne conserva una sensazione di onesto e di pulito, il che di questi tempi non guasta mai. 

giovedì 2 aprile 2026

Lady Nazca - La signora delle linee

"Lady Nazca - La signora delle linee" (Das Geihemnis der Nazca-Lineen) di Damien Dorsaz. Con Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, Marina Pamachapi, François Vallayes, Beto Benites e altri. Germania, Francia 2025 ★★★★

"Il mistero delle linee di Nazca", recita il sottotitolo in lingua originale, che viene solo in parte svelato al termine di questo film che è solo apparentemente biografico sulla vita di Maria Reiche, che le ha studiate e dedicato la sua vita alla loro preservazione. Giovane insegnante di matematica tedesca, nata a Dresda e in rotta con la famiglia, che la desiderava nella tradizionale versione KKK, ossia Kinder, Küche und Kirche, come dicevano i tedeschi, dedita a figli, cucina e chiesa, a metà degli anni Trenta, mentre la Germania era caduta in mano ai nazisti e  sull'Europa si addensavano nuvole di tempesta, si era trasferita in Perú, dove viveva con la proprietaria di un locale alla moda con cui aveva una relazione e lavorava in un liceo di Lima. Entrata in contatto con un archeologo francese che studiava gli Inca nella zona di Nazca, a Sud della capitale e a metà della strada per Ayacucho, venne a sapere dell'esistenza delle famose "linee", dall'origine e significati sconosciuti, che erano ben visibili, da una posizione sopraelevata, in quell'area desertica. Vi si trasferì, campeggiando in un podere di contadini indigeni, prima saltuariamente, poi via via sempre più stabilmente, finché non divennero la missione della sua vita, a costo anche di mettere in gioco anche la sua sfera sentimentale e quella della sua compagna di vita. Se da un lato si racconta la storia di questo affascinante enigma, l'intuizione dell'importanza della scoperta di queste righe tracciate su un terreno arido, la cui natura non interessava granché chi si occupava dei reperti e delle tombe delle civiltà precolombiane, e la possibile spiegazione del fenomeno (Reiche propendeva per il fatto che si trattasse di una sorta di orologio astronomico), dall'altro è un viaggio nella presa di coscienza di quella giovane donna su quale fosse lo scopo della propria esistenza, che non era soltanto la conservazione di queste linee ma la ricostruzione della loro ragione d'essere nonché la conoscenza della cultura che le aveva create. Entrata in contatto con la popolazione locale, rimase colpita dal fatto che non avessero la minima idea del loro senso, non per ignoranza o stupidità ma perché, semplicemente, con l'arrivo degli europei da Pizarro in poi tutta la loro cultura era stata cancellata, semplicemente spazzata via, con l'imposizione forzata di credenze, valori, lingua del tutto estranei, fenomeno mai successo ad alcuna popolazione europea, ché invece il passato, magari reinventato e rielaborato all'occorrenza, è sempre lì a ricordarci le nostre "gloriose" origini, ad uso e consumo, ovviamente, di chi detiene il potere al momento e utilizza questa trita retorica ai suoi scopi. Il regista procede con grande discrezione ed efficacia a ricostruire il tutto: innanzitutto attraverso una fotografia di prim'ordine (va da sé che la sola visione spettacolare e in ogni prospettiva delle "linee" vale di per sé il prezzo del biglietto) e un'ambientazione d'epoca perfettamente calzante e credibile, cogliendo bene le differenza tra la vita nella capitale, dove la classe dirigente quando non era del tutto bianca era comunque europeizzante, e quella del Paese meticcio e indigeno, dei centri minori e delle campagne, ma anche attraverso l'eccellente quanto misurata interpretazione soprattutto della bravissima Devrim Lingnau, nei panni di una giovane irrequieta, fuori dagli schemi, testarda, quasi  monomaniacale, a tratti perfino sgradevole e irritante, che però non solo aveva visto giusto nell'intuire e poi capire la straordinaria importanza del fenomeno che si era presa la briga di studiare con tanta passione, ma quanto sia importante la memoria nella storia di un popolo. Agli indigeni eredi degli Inca e di altre popolazioni locali con secoli di storia e una cultura dal legame profondo con la terra e la natura in generale, ignorata e rasa al suolo da gente che ne aveva una non solo diversa ma in molti ambiti meno avanzata, la memoria era stata estirpata con la violenza e la sopraffazione, e questo Maria Reiche l'aveva capito molto bene allora e vale ancora oggi. Per niente agiografico, ben girato, delicato e al contempo intenso, a momenti poetico, un film prezioso su un personaggio pressoché sconosciuto.

sabato 28 marzo 2026

I colori del tempo

"I colori del tempo" (La venue de l'avenir) di Cédric Klapisch. Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Cécile de France, Sara Giraudeau e altri. Francia 2025 ★★★

Una commedia garbata, fantasiosa, tipicamente francese (Oltralpe è stata campione di incassi), ideale per trascorrere due ore serene in rilassatezza, che è anche, per una volta coerentemente col titolo della versione italiana, un viaggio nel tempo, quello attuale, nevrotico e frustrante, e quello vibrante e fiducioso nel futuro della fin de siècle (il diciannovesimo) nella Parigi della Belle Epoque, e allo stesso momento nei colori, quelli della Normandia e dei dintorni della Ville Lumière, tramandati dai pittori impressionisti dell'epoca, a cui il film rende omaggio. Lo spunto è la convocazione, al giorno d'oggi, dei discendenti della proprietaria di una magione ormai abbandonata in Normandia da parte di un'immobiliare che desidera acquistarla, assieme ai terreni circostanti, per una speculazione edilizia: la trasformazione in un centro commerciale. Il gruppo sceglie quattro suoi rappresentanti che si incaricano di andare a verificare la situazione in loco per decidere il da farsi: lì, tra vecchie fotografie, alcuni quadri (uno in modo particolare, che si rivelerà un Monet), lettere, oggetti vari, ricostruiscono la vita di Adèle che, attorno al 1895, aveva lasciato per un periodo la casa, dopo la morte della nonna che l'aveva cresciuta, per andare a Parigi a cercare la madre che non aveva mai conosciuto ma che spediva alle due donne ogni mese il necessario per vivere. La vicenda si sviluppa così su due piani temporali: la ricostruzione dell'avventura parigina della ragazza, aiutata a orientarvici insieme a due ragazzi conosciuti durante il suggestivo viaggio in battello verso la capitale, Anatole, pittore, e Lucien, fotografo, la "nuova arte" (sono altresí gli anni della nascita del cinema, e il cuore della vita artistica e intellettuale era Montmartre, allora in parte ancora un borgo di campagna), tra personaggi famosi o che lo sarebbero diventati e, appunto il ritrovamento della madre che sarà traumatico ma il confronto con la realtà formativo per lei, il suo carattere e il suo futuro. Parallelamente anche i quattro "delegati" dei famigliari, tra una trasferta e l'altra tra Parigi e la Normandia, non solo faranno progressiva conoscenza della loro progenitrice ma anche tra di loro (un creatore di video, un insegnante di letteratura, una ingegnera dei trasporti e un apicultore ecologista), diventando in qualche modo famiglia e solidali e trovando, in un gioco di specchi, ognuno riscontro di sé stesso in Adèle o nei personaggi che ha incontrato durante la sua avventura parigina più di un secondo prima. Il tocco è leggero, lievemente ironico, affettuoso, complice e il risultato è un film popolare, senza velleità intellettualoidi, piacevole e ben confezionato e recitato da interpreti capaci di empatia che riescono a far voler bene ai loro personaggi. Un film adatto alla stagione primaverile appena iniziata, insomma: niente di più e niente di meno, ma abbastanza. 

martedì 24 marzo 2026

24 marzo 1976 / 24 marzo 2026 - Oggi più che mai


E la Repubblica Italiana tacque. 

A cominciare dal Grande Partito Comunista Italiano di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, altrimenti impegnato.

Io me lo ricordo bene.