"After Life - Qual è il tuo ricordo più bello?" (Wandāfuro raifu) di Kore'eda Hirokazu. Con Arata, Erika Oda, Susumu Terajima, Takashi Naitô, Kyôko Kagawa, Yusuke Yseya e altri. Giappone 1998 ★★★★★
E' stata una piacevole sorpresa tornare a frequentare la frescura di una sala cinematografica dopo oltre un mese di astinenza recuperando un film del grande cineasta giapponese Kore'eda Hirozaku che mai era uscito prima in Italia benché fondamentale nella sua carriera: si tratta del suo secondo lungometraggio, dopo l'esordio fulminante con Maborosi del 1995 e Nessuno lo sa (Nobody Knows), che gli diede la definitiva consacrazione internazionale. Miscelando finzione ed elementi documentaristici che, data la sua formazione, rispuntano costantemente nelle sue opere, conferendo loro quella pulizia formale e obiettività scevra da giudizi che lascia parlare le immagini e in particolare i dettagli delle inquadrature, che cura con un'attenzione che ha pochi uguali, After Life racconta la permanenza temporanea di un gruppo di persone appena defunte in una sorta di limbo, situato in un anonimo edificio amministrativo in stato di semiabbandono dove, assistite da apposito personale opportunamente addestrato, anch'esso deceduto, che le aiuta a focalizzare un solo ricordo della loro esistenza: sarà quello che porteranno con sé per sempre. Avranno tempo una settimana per fare la loro scelta, da effettuarsi dopo una serie di colloqui con gli impiegati, che li coadiuvano con grande pazienza, attenzione e rispetto. Se sono rimasti con il compito a loro attribuito in quella situazione di passaggio è perché a loro volta non sono stati in grado o non hanno voluto effettuare quella scelta. Una volta individuato il ricordo, quel momento che diventerà eterno verrà ricostruito sul set cinematografico dagli assistenti e proiettato agli ospiti del centro al termine del loro passaggio tra la vita e la morte. Il ventaglio delle scelte è quanto mai vario e tutt'altro che scontato: colpisce semmai la banalità di alcune di loro oppure la loro bizzarria, così come la decisione di non scegliere oppure di cambiarla nel corso dei colloqui, così come anche quelle "depistanti", per non far trapelare la vera personalità degli "intervistati". Del resto, per le risposte, Kore'eda a suo tempo si era basato su un sondaggio effettuato da un gruppo di studenti universitari su 500 un campione di 500 persone. Tutte le risposte hanno diritto di cittadinanza, nella situazione immaginata dal regista, che è del tutto laica e umanista e nulla ha a che vedere con una dimensione religiosa, e invariabilmente coinvolge lo spettatore che vi si immedesima e si pone a sua volte le domande inevitabili sul senso della propria esistenza, su quel che ne rimane, sui ricordi e sulla memoria in generale e sull'identità di ogni persona, sulla labilità dei rapporti umani, e sulla relazione tra realtà e rappresentazione, temi che, come quello della famiglia, sono onnipresenti nell'autore e regista giapponese, e ne hanno caratterizzato il lavoro fino a oggi. E che non delude mai.






