sabato 24 ottobre 2026

Naza

"Naza" di Juval Abraham, Rachel Szor. Con Yuval Abraham. GB 2026 ★★★★1/2

Prodotto dal Guardian, Naza, acronimo usato dall'esercito israeliano per Nezek Agavi, ossia "Danni Collaterali", è un documentario opera della parte israeliana del collettivo di registi che aveva girato No Other Land, Premio Oscar dell'anno scorso per la sua categoria: una certezza, altro che le ridicole critiche malpensanti per avere oscurato i volti, e quindi garantito l'anonimato, dei testimoni interrogati di notte sul tetto di un palazzo di Tel Aviv, con sullo sfondo il profilo urbano della città, ormai identico a quello di una qualsiasi città dell'Occidente o di quelle raggiunte dalla sua nefasta influenza. Si tratta di militari e tecnici informatici a supporto dell'intelligence che dal 2023 monitorano ogni aspetto della vita degli abitanti di Gaza procedendo alla sistematica eliminazione dei "sospetti" e alla valutazione del rischio, ossia del numero di Naza tollerabile per eliminare il bersaglio: un numero molto variabile, a seconda dell'importanza dell' obiettivo, che può variare da 20 a 500 o anche oltre. Il che si traduce nel fatto che l'IDF, l'esercito più morale del mondo, così come viene percepito in un Paese che si considera destinato per diritto divino a un popolo di "eletti", non esita a radere al suolo non solo palazzi, ma isolati interi, e di fatto tutta quanta una città, il che ha avuto l'effetto di uccidere almeno 70 mila persone in un triennio (cifre confermate dall'IDF stesso). Però guai a chiamarlo genocidio, ché altrimenti Israele e i governi occidentali di supporto nonché i loro complici dell'informazione di sistema gridano all'antisemitismo, che non c'entra niente ed è tutt'altra cosa dell'antisionismo a cui viene capziosamente equiparato, ti riducono al silenzio e magari ti sbattono pure in galera. E' fin troppo scontato, guardando Naza, evocare La banalità del male scritto oltre sessant'anni fa da Hannah Arendt a proposito del processo ad Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961: era già tutto lì. I protagonisti si ritengono non responsabili, sono meri esecutori di ordini, in quanto militari, e chiunque abbia soltanto ricordi dell'esperienza di leva sa con quale istituzione e con quali logiche si ha a che fare, figurarsi in un Paese che si sente eternamente in guerra. A loro volta i tecnici informatici invocano una sorta di neutralità: non sono loro a sganciare ordigni mortali, si "limitano" a indicare i bersagli. Meri impiegati. Supporto tecnologico. Anche se ammettono, per la maggior parte, di sapere che lo scopo è cancellare Gaza, colpendo la popolazione per costringerla a evacuare la città per essere deportata in un qualche altrove (Egitto, Giordania, o magari scaraventata a mare) e sono coscienti che si tratta di un genocidio. La scusa è sempre il 7 ottobre 2023, l'attacco di Hamas contro le comunità israeliane installatesi ai confini con la Striscia di Gaza, 1400 morti che, nellottoca israeliana, ne giustificherebbero 72000, con un rapporto di quasi 70 a 1 che al confronto fa sembrare dei dilettanti i nazisti con le loro decimazioni. Però Israele, l'unica democrazia del Medio Oriente, può, ci mancherebbe. E' giustificato solo per il fatto di esistere, anche se sul perché e sul come ci sarebbe qualcosa da ridire, ma è, appunto, tabù. Ma rispetto ai tempi in cui scriveva la Arendt c'è un nuovo aspetto inquietante: il fatto che il teatro d'azione, o di guerra, assomiglia sempre più a un videogame e gli "addetti" a sorveglianza e droni operano a distanza, e sebbene osservino sullo schermo le conseguenze delle azioni che scatenano lo fanno a distanza di sicurezza, forse da un ufficio a Tel Aviv, e non sentono detonazioni, urla, pianti, non percepiscono l'olezzo di bruciato, di sangue e di morte: stanno davanti a un video con le cuffie, in una stanza con l'aria condizionata e magari una lattina di birra in mano. In più, si aggiunge l'utilizzo ormai sistematico dell'intelligenza artificiale e la sua crescente importanza in uno scenario bellico: come e più che con il nucleare, una volta intrapresa questo percorso, pensare di tenerla sotto controllo e non esserne travolti comincia a essere illusorio. Insomma: Naza racconta quanto chi si tiene un minimo informato sulle vicende internazionali già sapeva, e andare a vederlo è una sorta di dovere morale a sostegno dei suoi autori; per gli altri sarebbe necessario passarlo anche in televisione o almeno in streaming sulla piattaforme più popolari, ma temo sia una pia illusione. Da un punto cinematografico, interessante il contrappunto tra le interviste notturne in terrazza e la vita quotidiana nelle stanza degli edifici circostanti, almeno in quelli in cui sono accese le luci e, per lo più, anche le televisioni, con gli incessanti interventi di Netanyahu e di tutta la ghenga dei suoi sgherri ad aizzare l'odio verso i gazawi e i palestinesi in generale giustificando il lproprio operato con l'eterno vittimismo che li contraddistingue. Temo che le imminenti elezioni parlamentari non cambieranno lo scenario, perché già da tempo mi è chiaro che da almeno un ventennio il problema non sono tanto o solo i governi di Israele ma la sua popolazione, oltre chi lo appoggia quello Stato a prescindere non rendendosene conto.

martedì 6 ottobre 2026

Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta. Con Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Caterina Casini, Elio De Capitani, Giuseppe Pistillo e altri. Italia 2026 ★★★★+

Attendevo con curiosità e fiducia l'uscita in sala dell'esordio alla regìa di Anna Foglietta, che ho sempre apprezzato come attrice e che considero una donna intelligente e dalle idee molto chiare: presentato nella sezione Orizzonti all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Una storia ha ampiamente soddisfatto le mie aspettative, rivelandosi uno dei migliori film italiani usciti nell'ultimo anno. Scandito dallo scorrere delle stagioni, è il racconto di "un anno di merda" trascorso da una coppia sui 45 anni: Erika (Alba Rohrwacher), cassiera in un discount, e Mauro (Guido Caprino), elettricista che lavora alle dipendenze del burbero e anaffettivo padre, Marcello (un grande Elio De Capitani che completa il tris d'assi degli interpreti principali) che vede andare in crisi una coppia consolidata, che vive nelle proprie abitudinarie certezze, nel momento in cui la figlia, Irene, si allontana dal "nido" andando a vivere in uno studentato per frequentare l'università. E' soprattutto Erika a cominciare a sentirsi svuotata, non più necessaria, privata della sua mansione, non più rassicurata dalle spalle apparentemente larghe del marito, abituato ad "aggiustare" con il suo pragmatismo, nel lavoro come nella quotidianità, i problemi che si presentano man mano. Erika continua ad accudire e frequentare non solo la madre, ma anche Marcello, il suocero, con cui Mauro è entrato in conflitto, rompendo di fatto i rapporti, dopo che il padre, nel suo egoismo, ha venduto a terzi e senza consultarlo, la ditta in cui lavoravano entrambi. Mauro s'accorge della crisi della moglie, le lascia gli spazi di cui lei gli fa capire di aver bisogno, ma davanti al senso di inutilità e di mancanza di senso delle cose che fa rinfacciatagli da lei, non può che risponderle che nessuno le ha chiesto di farle. Ma anche lui è in conflitto col proprio ruolo, si accorge che con il padre non ha mai veramente parlato, soprattutto da quando era morta sua madre, evitando il confronto così come ha sempre evitato, per paura, i conflitti, ed è in questo questo che, alla chiusura dell'anno di merda, si traduce il commovente chiarimento tra i due coniugi, un dialogo ammirevole per lucidità e realismo, reso con primi piani alternati, che trovano il modo di capirsi e di andare avanti. Una storia esemplare per quanto è normale, raccontata con stile essenziale, che Anna Foglietta ha avuto l'accortezza di non ambientare in un contesto urbano, a Roma in zona Ozpetek (ossia Gazometro o Pigneto), "miracolosamente privo di cadute melodrammatiche e di concitazioni mucciniane", come ha causticamente quanto opportunamente osservato il mio vate cinematografico, G.M. Pellizzari, uscendo dunque dalla comfort zone di tanto cinema italiota, ma in un anonimo centro di un'altrettanto anonima provincia italiana. Una storia qualunque, sì, però autentica, non uno psicodramma di intellettualoidi borghesi o una commediola alle vongole, ma una vicenda umana, che racconta una crisi di ruolo da cui passano non solo le coppie ma qualsiasi persona vera e non degli scontati stereotipi, sempre, eternamente uguali a sé stessi. Scritto dalla stessa Anna Foglietta assieme a Tania Petroni e Matteo Ferri, Una storia convince non solo per la sua sincerità e asciuttezza ma perché è credibile e pure ben girato e interpretato in maniera eccellente. Brava.   

sabato 26 settembre 2026

Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio

"Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio" di Annemarie Jacir. Con Saleh Bakri, Hiam Abbass, Yasmine Al Massri, Billy Howle, Robert Aramayo, Jeremy Irons, Karim Daoud Anaya, Liam Cunningham, Christopher Villiers, Sam Hoare e altri. UK, Qatar 2025 ★★★★

Esce sugli schermi nostrani in un momento particolarmente opportuno il film in cui la regista palestinese Annamaria Jacir, nata a Betlemme, ambienta questa storia che dovrebbe fare chiarezza sui precedenti dell’annosa questione, che non è scoppiata, come la propaganda sionista e la versione cara al luogo comune occidentale nel 1948 vogliono far credere, con la nascita dello Stato di Israele, una creatura del tutto artificiale, seguita ad anni di terrorismo sionista, voluta in particolare dalla Gran Bretagna, di cui la Palestina era un governatorato: secondo questa versione, gli arabi avrebbero rifiutato la soluzione “a due Stati” proposta già allora dall’ONU, con la conseguenza di essere cacciati a centinaia di migliaia dalle loro terre e dalle loro case (chi la subì la chiama nakba, ossia “catastrofe”). Detto per inciso, la cosa ricorda da vicino l’attuale diatriba “aggressore/aggredito” relativo alla guerra tra Russia e Ucraina: tutti a concentrarsi su quella che la Russia definisce “Operazione Speciale” intrapresa dalla prima per proteggere la popolazione russofona del Donbass, dimenticandosi che dal 2014 il regime ucraino la stava reprimendo con gli stessi mezzi usati dagli ebrei per appropriarsi delle terre altrui, ossia con la pulizia etnica, ora a Gaza e in Cisgiordania, e già a metà degli anni Trenta, durante il protettorato britannico. Fino ad allora, sotto quest’ultimo, ebrei e arabi convivevano, come già da sempre, nello stesso territorio (prima parte dell’Impero  Ottomano), fino a quando, sotto la spinta del movimento sionista, sono cominciate ad arrivare, dall’Europa (e non solo dalla Germania già nazista) e anche dagli Stati Uniti le prima avanguardie di coloni che ritenevano loro diritto “rientrare nella terra degli avi”, dopo un paio di millenni. Un diritto che considerano tuttora di di origine divina. Del resto, sono anche convinti di essere il popolo eletto. Il metodo: lo stesso usato in Inghilterra per dare avvio alla rivoluzione industriale, gli enclosure acts con cui tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo si fornì fraudolentemente una base giuridica alla proprietà privata dando il permesso ai ricchi di recintare pascoli e terre comuni, cacciandone chi la lavorava, e fornendo così anche manodopera da sfruttare nei nascenti opifici e nelle miniere. Allo stesso modo i britannici favorirono l’acquisizione dei terreni da parte dei coloni sionisti in Palestina negli anni Trenta, pretendendo la produzione di atti di proprietà registrati da parte degli arabi che possedevano case e terreni da centinaia di anni, senza bisogno di carte, e che venivano requisiti e dassegnati ai nuovi arrivati. In questo contesto nasce la prima rivolta araba già nel 1936, ed è qui che Annamaria Jacir inserisce la sua storia, che vede al centro della vicenda Josef, un giovane palestinese che si sposta tra il villaggio dove vivono la famiglia e gli amici, e la città, Gerusalemme, dove fa l’autista di un autorevole giornalista che intrallazza con gli inglesi, che ha una moglie, giornalista a sua volta, ma costretta a scrivere sotto pseudonimo maschile, che invece vede chiaramente le ingiustizie subite dagli arabi. Così come fa Thomas, il giovane e nuovo segretario del governatore britannico. Yusuf si schiererà coi rivoltosi, così come il prete ortodosso del villaggio e altri suoi autorevoli esponenti, e faranno, per mano dei macellai inglesi, una brutta fine. Insomma, una storia di fantasia, però credibile, che rende molto bene l’ambiente e l’atmosfera, grazie anche a inserti che sembrano essere tratti da immagini girate all’epoca ma opportunamente trattati e colorati, rendendo ancora meglio l’atmosfera. Bravi gli interpreti, ma al di là di tutto l’importante è il messaggio che il film trasmette, oggi. 


venerdì 18 settembre 2026

Ritorno a Buenos Aires

"Ritorno a Buenos Aires" di Marco Bechis. Con Adriano Giannini, Ana Celentano, Veronica Gerez, Adrián Fondari, Olivia Nuss, Paula Cohen, Marcelo Chaparro, María Laila Fernandez, Marcela Serli e altri. Italia, Brasile 2026 ★★★★+

Da trent'anni in Italia, esule dalla dittatura Argentina (1976/83), Mariano Guerra lavora come medico d'emergenza a Torino. E' un uomo solitario, cupo e ne ha donde: per due anni e quattro mesi è stato "ospite" del centro di detenzione illegale di Garage Olimpo (cfr l'omonimo film di Marco Bechis del 1999, che colà vi trascorse 4 mesi di persona; seguì, due anni dopo, Figli/Hijos, sul dramma dei figli di desaparecidos affidati a famiglie di militari, gli aguzzini dei loro genitori). Un'esperienza che l'ha segnato per sempre, e di fatto rotto dentro. Da giorni dalla segreteria del telefono del suo appartamento ascolta messaggi dal tribunale di Stato di Buenos Aires che gli chiede la disponibilità a testimoniare nel processo aperto nel 2008 contro un gruppo di militari responsabili di quanto accaduto nel suddetto Garage Olimpo. Processo reso possibile dopo l'annullamento delle leggi del Punto Final e della Obediencia Debida sotto il governo, per quanto controverso, di Nestor Kirchner che ha reso possibile una resa dei conti con un passato vergognoso: in Argentina, i militari hanno avuto l'ergastolo e sono marciti in galera, mentre in Cile Augusto Pinochet è morto nel suo letto, omaggiato da sostenitori e conniventi nazionali e stranieri. Per Mariano si tratta di una testimonianza soltanto orale, da cui potrebbe perfino uscire perfino come imputato, in cui dovrà affidarsi soltanto alla sua memoria, lui, solo, davanti a coloro che lo sequestrarono, torturarono, resero uno schiavo e, per certi versi, un complice. Dopo molte titubanze, e dopo aver affidato il suo cane, unica compagnia, alla figlia, con cui ha scarsissimi rapporti, ma che intuisce che per il genitore questo sia un passo necessario per ritrovare sé stesso ed accettarsi. Perché quella di Mariano Guerra, interpretato da un Adriano Giannini quanto mai convincente (uno dei rari attori italiani contemporanei che non fagocita il personaggio, ma se ne fa carico e lo esprime in maniera credibile) è la classica sindrome del sopravvissuto, che convive con il senso si colpa di essere ancora qui ad affrontare i propri mostri. Alla fine il ritorno a Buenos Aires non è quello a una città a cui Bechis, che ci ha abitato, e chi come la conosce bene come chi scrive non può che essere legato e affezionato, ma a sé stesso. Infatti la città non si vede, salvo l'aeroporto di Ezeiza, e qualche scorcio dall'alto di qualche quartiere anonimo: che si tratti della Reina del Plata si evince dalla struttura rigorosamente ortogonale e dalle veredas (marciapiedi)  baldosas (tipiche piastrelle cementizie). Oltre al labirintico tribunale e all'aula in cui si tiene il processo. Mariano e un altro gruppo di testimoni, altri rari sopravvissuti come lui, sono ospitati in una sorta di foresteria organizzata in un palazzo del Ministero della Giustizia, e quella riservatagli non è esattamente un'accoglienza amichevole: si ricordano che lui, studente di medicina, era diventato un assistente e "protetto" del Dottor Kappa, il medico del "campo", quello che faceva in modo di regolare adeguatamente la corrente elettrica della picaña con cui venivano torturati i prigionieri, che questi sopravvivessero alle sevizie durante gli interrogatori e che iniettava loro il pentothal per narcotizzarli prima di farli imbarcare sui voli della morte da cui sarebbero stati scaraventati nel Rio de la Plata o al largo, nell'Oceano Atlantico. Capitava che venisse incaricato il giovane Mariano, a fare le iniezioni, o a manovrare le manopole della corrente. Guerra va in crisi, specie quando assieme alla figlia di una sua ex compagna di lotta, che lo rintraccia per avere notizie della madre, si reca con lei in quello che rimane del Garage Olimpo in cui era detenuto assieme a lei, ancora di più quando, nei bagni del tribunale, incontra il suo ex protettore e al contempo carnefice, il Dottor Kappa, che è convinto che sia ancora suo succube e che non lo denuncerà. Il coraggio glielo trasmetterà un'altra ex compagna di lotta e detenzione, attraverso la comprensione del suo stato ma soprattutto attraverso un'ulteriore testimonianza, la sua quinta nel corso del processo, in cui troverà a sua volta il coraggio di denunciare le violenze sessuali e di gruppo subite dai depravati che si trova schierati davanti. Quando il giorno dopo toccherà a Mariano, non si tirerà indietro. Bisogna avere coraggio, determinazione, idee chiare e una profonda umanità per fare un film così. Quindi Grazie a Marco Bechis, ai suoi collaboratori, a tutti gli interpreti e a chi ha voluto e prodotto questo film, a cominciare da Domenico Procacci e dalla sua Fandango. Non a caso una coproduzione italo-brasiliana, finché dura Lula, e non italo-argentina, finché presidente resta quello psicopatico di Milei: ci si augura ancora per poco

lunedì 7 settembre 2026

Il falsario

"Il falsario" di Stefano Lodovichi. Con Pietro Castellitto, Giulia Michelini, Andrea Arcangeli, Pierluigi Gigante, Edoardo Pesce, Aurora Giovinazzo, Fabrizio Ferracane, Edoardo Pesce, Claudio Santamaria, Mattia Carrano e altri. Italia, 2025 ★★+ 

Arcistufo di guardare serie TV a tempo perso e orfano da mesi di una programmazione cinematografica accettabile in sala, sono stato incautamente attratto da un film intero su Netflix, con la garanzia di una produzione Cattleya, che persevera nel meritorio tentativo di ricostruire la storia nostrana degli anni Settanta attraverso la descrizione degli intrecci fra trame rosse, nere, malavita, servizi deviati, insomma di quel "mondo di mezzo" romano protagonista ormai di una infinità di pellicole, serie TV, inchieste e libri di vario genere, tra cui Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, uscito ormai nel 2008, su cui si basa la sceneggiatura. Presentato all'ultimo Fesyival di Roma, racconta dunque della avventura nella capitale di Toni, (ispirato ad Antonio Chichiarelli e interpretato da un gigionesco Pietro Castellitto, dall'eterno e attonito sguardo ceruleo), Don Vittorio e Fabione, tre amici che da Rieti si trasferiscono nella capitale e faranno strada nei rispettivi settori: la carriera artistica, quella ecclesiastica e quella sovversiva (nella BR all'epoca del sequestro Moro). Il loro legame rimarrà intatto, salvo un tradimento finale, in tutta la intricatissima vicenda che scorre sotto gli occhi dello spettatore e che ha dell'inverosimile, per com'è resa nella pellicola, se non fosse che la realtà supera la fantasia. Personaggio principale è per l'appunto Toni, un vero talento, soprattutto nella riproduzione di falsi d'autore, qualità che gli apre le porte della collaborazione con Donata, che diventerà la sua compagna e complice nello smercio delle opere, e successivamente della collaborazione con Balbo (il sempre ottimo Edoardo Pesce), uno dei capi della Banda della Magliana, che gli metterà a disposizione gratuita un atelier in Via Giulia (che mi pare di riconoscere), e del Sarto (Claudio Santamaria), alto funzionario dei Servizi, infine con l'emissario di Cosa Nostra nella capitale (un Fabrizio Ferracane all'altezza) che si avvarranno della sua abilità nella contraffazione di documenti. Tra cui uno dei comunicati, il 7°, delle BR durante il sequestro Moro del 1978, un falso clamoroso che depistò le indagini sulla ricerca del suo cadavere nel Lago della Duchessa. Come uomo, complessivamente, è una vera merda, totalmente amorale, come testimoniano le frequentazioni a dir poco discutibili (mi viene in mente un certo reporter le cui vicende hanno riempito le pagine dei giornali durante questa calda estate), ed egocentrato. Non insisto sulla trama perché è troppo arzigogolata e confusionaria, ma garantisco che c'è di tutto, e tutto quanto già visto innumerevole volte e in tutte le salse. Il che andrebbe anche bene, perché la ricostruzione ambientale è credibile, le interpretazioni accettabili (a parte l'autocompiacimento del protagonista), il ritmo sostenuto, ma anziché buttare tutto nel tritacarne e miscelarlo per comprimerlo in un budello di due ore scarse, sarebbe stato più saggio diluirlo in una decina di puntate e serializzare il materiale, come del resto sarebbe vocazione di Netflix. Altro aspetto irritante è la mancata sottotitolazione in italiano quando i personaggi biasciano in romanesco ruminando le parole e mangiandosi consonanti per di più a mezza voce: un buon quarto del film è inintelligibile per buona parte del pubblico. Insomma, mi aspettavo di più, ma sbagliavo io. Speriamo in meglio per l'avvio della stagione autunnale.

sabato 8 agosto 2026

Le Aquile della Repubblica

"Le Aquile della Repubblica" (Eagles of the Republic) di Tarik Saleh. Con Fares Fares, Lina Khoudri, Zineb Triki, Amr Waked, Ahmed Khayri e altri. Svezia, Francia 2025 ★★★

Appena uscito con oltre un anno di ritardo sulla presentazione al Festival di Cannes 2025, sono subito corso a vedere l'ultimo lavoro di Tarik Saleh, regista svedese di origini egiziane, che avevo ammirato nei precedenti Omicidio al Cairo e La cospirazione del Cairo: questo Le Aquile della Repubblica, che completa una sorta di trilogia che ha per protagonista la capitale egiziana (e lo scopo dichiarato di denunciare la corruzione a ogni livello, in particolare del regime occhiuto, repressivo e violento che opprime il Paese, l'ultimo, quello di Al Sisi, di una lunga serie) non è però all'altezza dei due precedenti. A chiusura di un cerchio, mentre il primo si concentrava sulle forze di polizia, il secondo sul mondo religioso, quest'ultimo film prende di mira direttamente l'entourage del presidente attuale, che vi compare in duplice veste: dal vero in filmati ufficiali, e per interposta persona, ossia George El Nabawi, il "Faraone", la stella più brillante del cinema nazionale, che vede anche in questa occasione come protagonista Fares Fares, che si trova costretto a interpretare Abdel Fatah al-Sisi in un film celebrativo, che ne narra le eroiche gesta nel periodo precedente al suo insediamento con il colpo di stato del luglio 2013, quando depose il presidente legittimo al Morsi: il generale era allora comandante delle Forze armate e al contempo ministro della Difesa, e aveva già fatto capire al presidente in carica che il giuramento di fedeltà al Paese e alla sua Costituzione non avrebbe significato che comprendesse per forza la sua persona. Personaggio vacuo, copto e non musulmano, capriccioso, sostanzialmente amorale, un mentitore seriale e professionale, George vive da separato con una coetanea di suo figlio, aspirante attrice, e può permetterselo grazie alla sua fama e alla sua ricchezza, ma è facilmente ricattabile, e viene costretto ad accettare la parte da qualcuno prossimo alle alte sfere, che minaccia la vita del figlio, benché l'attore fisicamente sia l'esatto contrario del presidente: più alto di una testa, magro e dalla capigliatura folta, il tutto basato su un copione grottesco imposto dall'alto al regista, a sua volta, sotto ricatto, il che dà adito anche a un film-nel film che scorre parallelo all'intorbidirsi della vicenda, la quale si arricchisce di complotti a diversi livelli e trappole che scattano inesorabili con l'intricarsi della vicenda "extra-set", e diventa realmente pericolosa per il malcapitato quando questo è così avventato da diventare l'amante della bella moglie del ministro della Difesa. A differenza dei film precedenti, non manca l'aspetto farsesco: George viene rappresentato sostanzialmente come uno che vive fuori dal mondo, recitando costantemente una parte, che involontariamente si trova immischiato in una trama che non capisce, e che francamente non è di facile comprensione nemmeno per lo spettatore, a cui tocca seguire intrighi e tradimenti reciproci tre le Aquile della Repubblica che, almeno in teoria, ne dovrebbero essere i difensori, e culmina con una improvvisa sparatoria che ricorda nella dinamica l'attentato che costò la vita ad Anwar al-Sadat, terzo presidente della Repubblica, il 6 ottobre del 1981 (gli succedette Hosni Mubarak, di berlusconiana memoria), la scena più spettacolare e inaspettata del film, che si avvia a una conclusione stanca e abbastanza piatta. Insomma: d'accordo con i chiari intenti di denuncia (va da sé che il Tarik Saleh non ha girato il film in Turchia e al Cairo non ci abbia messo piede), meno su come in questa occasione sia stata esplicitata nella vicenda, troppo ingarbugliata e che, per la cotê in parte comica della sceneggiatura, manca della tensione delle pellicole precedenti. Alla fine comunque il risultato è accettabile, in considerazione dell'offerta in sala di questo periodo. Bravi gli interpreti principali, in particolare Fares Fares e Zineb Triki, l'amante non convivente, con cui il "Faraone" avvia una relazione quanto mai pericolosa...  

lunedì 27 luglio 2026

L'Hangar Rosso

"L'Hangar Rosso" (Hangar Rojo) di Juan Pablo Sallato. Con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández, Renzo Fioretti e altri. Cile, Argentina, Italia 2026 ★★★★+

Lungometraggio d’esordio dei documentarista cileno Juan Pablo Sallato e presentato con buon esito all’’ultima Berlinale, L’Hangar rosso è transitato come una meteora sugli schermi nostrani, mentre vi avrebbe meritato una permanenza maggiore oppure l’uscita in sala in un periodo meno infelice, infarcito com’è di ripescaggi da stagioni passate, proposte di commediole insulse ma anche favorevole a operazioni commerciali e mediatiche in grande stile come quella che ha accompagnato il lancio di Odissea di Chris Nolan, che sta catalizzando l’interesse di un pubblico di boccaloni abbacinati dall’Evento a cui si sentirono in dovere di presenziare per poter dire la loro sui sòscial e schierarsi a favore o contro, come su ogni argomento buttato in pasto dai media ai loro affamati fruitori, rigorosamente a cazzo. Tratto dal libro Disparen a la bandada di Fernando Villagrán che racconta una vicenda avvenuta nei giorni a cavallo del golpe militare dell’11 settembre del 1973 in Cile che ha posto fine alla presidenza di Salvador Allende, il film racconta il dubbio morale tra l’obbedienza agli ordini e la propria coscienza che attanaglia il capitano d’aviazione Jorge Silva. Famoso per i suoi trascorsi di provetto paracadutista, rispettato e amato dai suoi uomini e già a capo dell’intelligence della sua arma (aveva denunciato nel 1970 un suo superiore per cospirazione contro il presidente), al tempo dirigeva un centro di formazione per cadetti nella zona Sud di Santiago, da dove peraltro sarebbero partiti i caccia che avrebbero bombardato il Palazzo della Moneda in quel giorno fatidico. Qualcosa era nell’aria, ma solo la mattina del golpe e proprio dal colonnello che aveva “inguaiato”, riceve l’ordine di predisporre nel centro d’addestramento un luogo dove trattenere, interrogare (e torturare) la “feccia comunista” che l’esercito avrebbe rastrellato in quelle prime ore nelle sedi dei partiti, nelle fabbriche, nelle scuole e università e nelle abitazioni dei militanti di sinistra e dei simpatizzanti di Unidad Popular. Insomma, l’intento è di metterlo alla prova oppure renderlo comunque complice dell’abiezione che avrebbe portato a un totale stimato di 40 mila desaparecidos durante i lunghi anni di una dittatura che sarebbe durata fino al 1990, per non parlare del numero dei torturati, incarcerati ed esiliati. Così viene allestito l’Hangar rosso, uno spazio che sarebbe diventato il centro di raccolta degli interrogandi allo scopo di costringerli a rivelare i nomi dei compagni latitanti e l’indirizzo dei loro “covi”, insomma un luogo di detenzione clandestino, mentre se non altro quello diventato famoso in tutto il mondo dello Estadio Nacional de Chile era quello ufficiale. Nell’ambientazione claustofobica del centro militare, in particolare nell’hangar, resa ancora più efficace dalla potente e a tratti abbacinante fotografia in bianco e nero scelta da Sellato, e in un paio di scene nell’abitazione cittadina di Silva, messa sotto controllo dai superiori del capitano, costretto a “cifrare” i suoi colloqui con la consorte, docente universitaria e di per sé sospetta, si svolge dunque una sorta di thriller morale che copre un arco temporale di non più di 36 ore, dalla sera precedente il colpo di Stato alla mattinata successiva, reso angosciante quanto credibile dalla perfetta interpretazione del personaggio principale da parte del bravissimo Nicolás Zárate, a cui non è secondo Marcial Tagle nei panni del colonnello Mário Jahn. Non svelo il finale, che sta nei titoli di coda, salvo che Jorge Silva è morto in esilio volontario a Londra nel 2024 dopo essere riuscito comunque a fare annullare in patria la condanna a 20 anni di reclusione per “tradimento della patria”, subita assieme ad alti ufficiali lealisti.