lunedì 13 luglio 2026

After Life - Qual è il tuo ricordo più bello?

"After Life - Qual è il tuo ricordo più bello?" (Wandāfuro raifu) di Kore'eda Hirokazu. Con Arata, Erika Oda, Susumu Terajima, Takashi Naitô, Kyôko Kagawa, Yusuke Yseya e altri. Giappone 1998 ★★★★★

E' stata una piacevole sorpresa tornare a frequentare la frescura di una sala cinematografica dopo oltre un mese di astinenza recuperando un film del grande cineasta giapponese Kore'eda Hirozaku che mai era uscito prima in Italia benché fondamentale nella sua carriera: si tratta del suo secondo lungometraggio, dopo l'esordio fulminante con Maborosi del 1995 e Nessuno lo sa  (Nobody Knows), che gli diede la definitiva consacrazione internazionale. Miscelando finzione ed elementi documentaristici che, data la sua formazione, rispuntano costantemente nelle sue opere, conferendo loro quella pulizia formale e obiettività scevra da giudizi che lascia parlare le immagini e in particolare i dettagli delle inquadrature, che cura con un'attenzione che ha pochi uguali, After Life racconta la permanenza temporanea di un gruppo di persone appena defunte in una sorta di limbo, situato in un anonimo edificio amministrativo in stato di semiabbandono dove, assistite da apposito personale opportunamente addestrato, anch'esso deceduto, che le aiuta a focalizzare un solo ricordo della loro esistenza: sarà quello che porteranno con sé per sempre. Avranno tempo una settimana per fare la loro scelta, da effettuarsi dopo una serie di colloqui con gli impiegati, che li coadiuvano con grande pazienza, attenzione e rispetto. Se sono rimasti con il compito a loro attribuito in quella situazione di passaggio è perché a loro volta non sono stati in grado o non hanno voluto effettuare quella scelta. Una volta individuato il ricordo, quel momento che diventerà eterno verrà ricostruito sul set cinematografico dagli assistenti e proiettato agli ospiti del centro al termine del loro passaggio tra la vita e la morte. Il ventaglio delle scelte è quanto mai vario e tutt'altro che scontato: colpisce semmai la banalità di alcune di loro oppure la loro bizzarria, così come la decisione di non scegliere oppure di cambiarla nel corso dei colloqui, così come anche quelle "depistanti", per non far trapelare la vera personalità degli "intervistati". Del resto, per le risposte, Kore'eda a suo tempo si era basato su un sondaggio effettuato da un gruppo di studenti universitari su 500 un campione di 500 persone. Tutte le risposte hanno diritto di cittadinanza, nella situazione immaginata dal regista, che è del tutto laica e umanista e nulla ha a che vedere con una dimensione religiosa, e invariabilmente coinvolge lo spettatore che vi si immedesima e si pone a sua volte le domande  inevitabili sul senso della propria esistenza, su quel che ne rimane, sui ricordi e sulla memoria in generale e sull'identità di ogni persona, sulla labilità dei rapporti umani, e sulla relazione tra realtà e rappresentazione, temi che, come quello della famiglia, sono onnipresenti nell'autore e regista giapponese, e ne hanno caratterizzato il lavoro fino a oggi. E che non delude mai.

sabato 6 giugno 2026

Amarga Navidad

"Amarga Navidad" di Pedro Almodóvar. Con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Vicky Luengo, Patrick Criado, Milena Smit, Quim Gutierrez, Carmen Machi, Rossy De Palma e altri. Spagna 2026 ★★★★+

Che i film di Pedro Almodóvar, che quest'anno compirà 77 anni, siano intrisi di elementi autobiografici è evidente fin dai suoi esordi: ipocondria, dolore per la separazione o per la morte delle persone amate, crisi di ispirazione sono ingredienti che ha sempre saputo miscelare con grande bravura dando vita a pellicole che sono dei variopinti e intensi cocktail di emozioni, in cui colori e musica hanno, significativamente, un ruolo di primo piano. Con l'avanzare dell'età del regista, malattia e ansia da pagina bianca (o schermo vuoto) hanno comprensibilmente preso il sopravvento, ma nelle sue opere di autofinzione, per quanto possa rivelare le sue angosce e la sua disillusione, Don Pedro riesce a farlo con un'autoironia sincera e disincantata per cui lo si segue sempre con piacere, oltre che affetto, nelle sue contorte elucubrazioni mentali, anche perché, in fondo, sono quelle di tutti, se vogliamo essere sinceri. In questo divertissement che è un gioco di specchi, Almodóvar propone un film nel film, o più precisamente una sceneggiatura in una sceneggiatura, dove Raúl (Sbaraglia), un regista di culto che da 5 anni non gira più un film e in preda alle sue paranoie, inizia a scrivere Amarga Navidad, che racconta del suo alter ego al femminile Elsa (Bárbara Lennie), con due film apprezzati solo dai cinefili in carnet, e che ormai gira solo spot pubblicitari, immaginando la sua prima crisi di panico di vent'anni prima. In realtà lo fa vampirizzando Mónica (Aitana Sánchez Gijón), la sua fedele lettrice e collaboratrice da, appunto, vent'anni, che si è appena licenziata lasciando il suo incarico di collaboratrice e, di fatto, "badante", all'attuale compagno di Raúl, Santi (Quim Gutierrez). Il motivo, è occuparsi a sua volta della compagna, Natália (Milena Smit), aspirante suicida in seguito alla morte del figlio in un incidente. Vendetta per l'abbandono? Una sorta di plagio, in mancanza di un colpo d'ala di una fantasia ormai esaurita? Elsa diventa l'alter ego di Raúl così come questi lo è di Almodóvar, che però è in parte anche Mónica e che si autocannibalizza davanti al  pubblico che da anni lo segue e, in parte, riesce a identificarcisi. Insomma, può piacere o meno, ma Don Perdo rimane un maestro e, con una camera da presa in mano sa cosa farci, così come a scrivere un film e mettere a nudo le contraddizioni umane in tempi stranianti come quelli attuali. E, come si sarà capito, a me piace così, perché comunque siamo ad alti livelli. Molto bravi tutti gli interpreti, quelle femminili innanzitutto. Merita, come sempre.

sabato 30 maggio 2026

The Sea

"The Sea" (Ha'yam) di Shai Karmeli-Pollak. Con Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali, Hilla Sarjon, Gabriel Horn a altri. Israele 2025 ★★★★

Opera di finzione, diretta dal documentarista israeliano Shai Karmeli-Pollak e girata da una troupe mista di ebrei e arabi, The Sea racconta attraverso una storia semplice ed emblematica la tragica realtà vissuta dai palestinesi in Israele e in particolare nei territori occupati abusivamente dallo Stato ebraico. Khaled è un ragazzino di 11 anni che vive a Ramallah, in Cisgiordania: territorio teoricamente amministrato dall'Autorità (fantoccio) Palestinese e di fatto occupato da Israele che procede instancabilmente a insediarvi i suoi coloni, sionisti fanatici. Ha un sogno: vedere per la prima volta nella sua vita  il mare, e sta per realizzarsi quando la sua classe va in gita scolastica a Tel Aviv, ma ai controlli di frontiera viene rimandato indietro, da solo, perché il suo permesso non risulta valido. Bruciato dall'esperienza, Khaled non molla il colpo e decide di andarci per conto suo, seguendo il percorso del padre, che a sua volta sta lavorando come muratore (clanidestino e in nero) in un cantiere di Tel Aviv, ossia l'espatrio clandestino lungo canali ben oliati e conosciuti. Si trova così sperduto nella metropoli israeliana, in un Paese ostile, di cui non conosce la lingua, anche se nulla, nel suo aspetto, lo possa distinguere dalla popolazione locale (salvo, ad esempio, non portare la kippah sul capo, cosa che peraltro ben pochi ebrei fanno). Nel frattempo il padre, Rihbi, viene messo in allarme dai parenti di Ramallah i quali lo avvertono che il ragazzino è scomparso per recarsi, presumibilmente, a trovarlo o, appunto, a vedere il mare, e così il film racconta la duplice odissea cittadina dei due: del perseverante Khaled, e di Rihbi che si arrabatta per rintracciare il figlio, e lo fa attraverso i diversi incontri che i due fanno, nelle rispettive ricerche, con una realtà estranea, ostile, in cui sono clandestini e devono passare il più possibile inosservati. E' la realtà, non le singole persone, a essere loro avversa, e troverà il suo epilogo quando Rihbi sarà costretto a rivolgersi alla polizia per segnalare la scomparsa del figlio, rivelando così la sua condizione di "abusivo", con la certezza che perderà il suo lavoro, già di per sé precario, e Khaled sarà rintracciato proprio a pochi passi dalla agognata meta: la spiaggia della città. Senza bisogno di forzare le situazioni e senza proclami, lasciando parlare le immagini, i volti dei protagonisti (bravissimi) e le situazioni, il regista raggiunge il suo scopo di far riflettere lo spettatore se sia giusto che un'intera popolazione debba rinunciare a qualsiasi sogno e a un qualsiasi futuro che non sia determinato da chi lo opprime ormai da generazioni, e se sia consentito al mondo, che con Israele intrattiene rapporti di ogni genere, chiudere ancora gli occhi. Ovviamente no, almeno per quanto mi riguarda. Benché abbia vinto l'anno scorso cinque premi degli Ophir Awards, ossia l’equivalente israeliano degli Oscar, non è certo un caso che il governo israeliano faccia di tutto per evitarne la diffusione: a maggior ragione sarebbe opportuno approfittare del fatto che sia in programmazione in alcune sale scelte del nostro Paese, prima che scompaia nel dimenticatoio.  

giovedì 21 maggio 2026

In the Grey

"In the Grey" di Guy Ritchie. Con Henry Cavill, Eiza González, Jake Gyllenhaal, Kristofer Hivju, Rosamund Pike, Carlos Bardem, Fisher Stevens e altri. GB, USA 2026 ★★★+

Nel panorama alquanto grigio di questo spicchio di stagione cinematografica che, dalle notizie che giungono da Cannes, non verrà ravvivata di molto dalle pellicole in uscita dal relativo festival, riesce a spiccare perfino un film d'azione come In the Grey, grazie al talento speciale di Guy Ritchie (vedi The Gentlemen), qui anche sceneggiatore, di rendere edibile e divertente una storia sconclusionata ma avvincente grazie alla scelta di un cast azzeccato e alla freneticità della vicenda. Sophia/Rachel (non è chiaro), interpretata da Eiza González, è un'avvocata che opera nella "zona grigia" tra legalità e illegalità e si occupa, sostanzialmente, di recupero crediti, coadiuvata da una coppia di avventurieri, Bronco e Sid, rispettivamente Gyllenhaal e Cavill, particolarmente affiatata, di cui si fida ciecamente e che da lei sono stati tirati fuori da una galera tipo Guantanamo e quindi per Mamma, come la chiamano, darebbero la vita. Entrano in azione con un commando composto da altri quattro membri, organizzatissimi e iper professionali, quando la giovane legale, a occhio sui trenta, ma già incredibilmente espertissima in diritto internazionale, societario e finanziario, viene ingaggiata da tale Bobby, una Rosamund Pike sempre perfetta nei ruoli ambigui, per recuperare un miliardo di dollari fregati da tale Somoza, una sorta di oligarca ispanico (Bardem) al suo superiore, un altro squalo della finanza newyorkese, e sbarcano sull'isola del tipo, al largo della costa africana (sembrerebbe una delle Canarie). Lo scopo è preparare il terreno alla visita che "Mamma Rachel" farà a Somoza per cercare di convincerlo a restituire il maltolto e predisporre vie di fuga sicure nel caso le cose si mettessero male. Cosa che puntualmente avviene quando, dopo che Rachel/Sophia verrà sequestrata (nel frattempo, grazie all'abilità del suo staff di informatici, legali ed esperti ha minato l'impero finanziario di Salazar facendogli sequestrare quasi tutti i beni) dal "cattivo" della situazione. Inutile dire che la Squadra dei Sei avrà la meglio sui settanta uomini armati fino ai denti che Salazar le scatenerà addosso e che quest'ultimo sarà deportato negli USA, ma ci sarà una sorpresa finale, perché nei guai veri finirà qualcun altro, e il Bene, forse, trionferà, o almeno una certa idea di giustizia (si fa per dire, visto l'ambientino). Per tenere le fila del caos che ha messo in piedi, Ritchie si affida alla voce fuori campo di Sophia/Raquel che racconta nei particolari tutti gli inghippi legali, le trappole economiche, quelle informatiche e quelle tecniche (a cominciare dalle intercettazioni): non ci si capisce un cazzo ma va bene così, perché lo spettatore, preso in contropiede dalla frenesia che imperversa e dall'adrenalina che scorre, fa finta di sì e sta a guardare, prima i preparativi, ossia le fasi dell'addestramento della squadra di incursori, e poi la fuga vera e propria dall'isola, che ovviamente conterrà qualche imprevisto, fino all'epilogo. Confusi e quasi felici, si esce dalla sala soddisfatti per essersi divertiti con poco e nell'arco di un'ora e mezzo scarsa, il che va a merito del prolifico e abile regista britannico. Uno yankee l'avrebbe tirata in lungo per tre ore.

giovedì 7 maggio 2026

Un anno di scuola

"Un anno di scuola" di Laura Samani. Con Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno, Magnus Krepper, Silvia Gallerano, Maurizio Zacchigna e altri. Italia 2025 ★★★★+

Rivelatasi al grande pubblico cinque anni fa con il sorprendente Piccolo corpo, suo primo lungometraggio, Laura Samani si conferma ampiamente con Un anno di scuola, che adatta, attualizzandolo, un bellissimo racconto di Giani Stuparich uscito nel 1929 e ambientato nella Trieste del 1909. Parlare di adolescenza non è mai facile, col rischio immediato di cadere nel luogo comune e nella caricatura, quindi nella mancanza di credibilità, così come non lo è lavorare con degli esordienti e meno ancora su un testo che è un classico, che tale diventa perché, appunto, fotografa una situazione di passaggio che è di per sé eterna. Se nel libro di passaggio, oltre all'età dei protagonisti, è l'epoca, nell'imminenza della Grande Guerra e della caduta dell'Impero Austroungarico, di cui Trieste faceva parte, nel film della Samani è il 2007, anno in cui, con l'entrata della Slovenia nello Spazio di Schengen, è caduta anche l'ultima frontiera ereditata dalla Guerra Fredda. La storia, semplice, è basata sull'arrivo, in una classe tutta maschile dell'ultimo anno di un istituto tecnico, di Fredrika, una ragazza svedese (il padre è stato mandato in Italia per tagliare teste in uno stabilimento siderurgico): una una miccia innescata in un ambiente in tempesta ormonale ma che lega subito con un terzetto di ragazzi con cui fa gruppo, ossia Antero, riflessivo e "alternativo", da cui è attratta e col quale entra di più in confidenza, Pasini, il disadattato (reduce da un trauma famigliare) e il protettivo e tranquillizzante Mitis. Tra bevute, soggiorni nella "trappola", l'ex tipografia del nonno di Mitis trasfromata nel covo che utilizzano per starsene per conto loro, escursioni sul Carso (un punto di svolta del racconto avviene in un casotto doganale dove correva la frontiera su una strada secondaria), giri notturni sulle rive e nei locali della città dopo le ore di scuola, si svolge l'anno che precede la maturità: un tempo che per tutti al momento in cui lo si vive sembra eterno e in cui avvengono i cambiamenti più significativi e scoppiano anche le contraddizioni più grosse, quelle che lasceranno un segno anche se ci si perde. Insomma, un punto di svolta. Sembra banale, ma non lo è renderlo: né sulla pagina, né sullo schermo, ma Samani ci riesce benissimo, e suo ulteriore merito è farlo rendendo protagonista, oltre ai quattro ragazzi della "banda", una città che non è Roma, Milano o la cinematografica Torino di tanti film italiani degli ultimi tempi ma una città marginale e poco conosciuta, con la sua atmosfera tra il mitteleuropeo e il veneziano, la sua parlata ibrida che è lontana anni luce dal romanesco cinematografico dilagante, fuori dagli schemi italiani (proprio perché lo è assai poco). Si respira un'aria diversa, in questo film, il cui segreto è l'autenticità. Da non perdere assolutamente.

venerdì 1 maggio 2026

Primo Maggio


LAVORATORI
, e non CONSUMATORI. A 162 anni dalla fondazione della Prima Internazionale (Associazione Internazionale dei Lavoratori), rimane ancora il messaggio più attuale e necessario. 



venerdì 24 aprile 2026

Il caso 137

"Il caso 137" (Dossier 137) di Dominik Moll. Con Léa Drucker, Jonathan Turnbull, Solan Machado Graner, Sandra Colombo, Mathilde Roehrich, Stanislav Merhar, Guslagie Malanga, Genevève Minch e altri. Francia 2025 ★★★★+

Stéphanie Bertrand, magnificamente impersonata da Léa Drucker, è un tenente della IGPN, Ispettorato Generale della Police Nationale, che indaga per l'appunto sui reati commessi dagli agenti in servizio: nella fattispecie il ferimento, con gravi conseguenze, di un ragazzo di vent'anni, Guillaume, colpito alla testa da un proiettile di gomma ai margine di una manifestazione dei Gilets Jaunes l'8 dicembre 2018 sugli Champs Elysées, a Parigi. Il giovane era venuto nella capitale dalla provincia assieme alla sorella, al ragazzo di questa, Rémi, testimone diretto dell'accaduto, arrestato e non ritenuto credibile, e alla madre, che sporge la denuncia anche per i danni permanenti subiti dal figlio. La famigliola non faceva parte di gruppi organizzati, e l'adesione alla protesta contro i tagli alle spese sociali era stata anche l'occasione di una gita nella sfavillante metropoli, trasformandosi però in un incubo. Come c'era da aspettarsi (il film si ispira a fatti realmente accaduti) l'inchiesta si infrange su un muro di omertà da parte degli agenti coinvolti e dei loro responsabili, in nome di una solidarietà di corpo di un apparato poco amato dalla popolazione ma a sua volta sfruttato, sottopagato, male equipaggiato e preparato, mandato spesso allo sbaraglio da governi che, con le loro politiche, sono i primi responsabili del malcontento generale e delle proteste conseguenti e che, si sa, in Francia sono particolarmente decise e durature. Con infinita pazienza, e pur sottoposta a pressioni concentriche, da parte dei superiori come dei colleghi, compresi l'ex marito, agente pure lui e la sua nuova compagna, peraltro pure sindacalista della polizia, Stéphanie circoscrive le circostanze dell'accaduto, e prende particolarmente a cuore la vicenda quando scopre che la famiglia del ragazzo abita nella cittadina di cui è originaria lei stessa e dove vivono i suoi genitori, che conoscono la madre di Guillaume ma non si peritano di farglielo sapere, dubbiosi come sono essi stessi che la figlia andrà in fondo alla faccenda riuscendo a ottenere giustizia. Stéphanie non si scoraggia e, durante un sopralluogo sulla scena del fatto, si accorge che c'era la possibilità che ci fosse un testimone diretto dell'accaduto, affacciato alla finestra di un albergo che dà sulla strada in cui è stato colpito Guillaume. Lo scova, e si tratta di una cameriera che aveva pure girato un video dell'accaduto col suo cellulare, ma pure lei, straniera e di colore, recalcitra per la scarsa fiducia che ha nella giustizia, quando si tratta di emarginati, ma Stéphanie riuscirà a convincerla. Gli agenti coinvolti non potranno più negare l'evidenza e si scoprirà che i colpi sparati sono stati due e da due armi diverse, ma la via d'uscita consiste nel fatto che la perizia balistica non è in grado di stabilire con certezza da quale arma è partito lo sparo che ha colpito Guillaume, che quindi non potrà ottenere alcun risarcimento mentre i due agenti che hanno sparato saranno prosciolti. Vince insomma la ragion di Stato, che non vuole inimicarsi ulteriormente coloro che manda a metterci la faccia e a rischiare la pelle al posto di chi governa, e a Stéphanie verrà pure rinfacciato di essere stata fin troppo solerte per il solo fatto di venire dalla stessa cittadina dei denuncianti, e di avere incontrato la madre di Guillaume nel corso dell'indagine, ma non subirà ulteriori conseguenze. Il caso 137 si chiude così. Il grande merito del film, stringato, preciso, molto bene interpretato, girato con mano sicura, è di non giudicare e mostrare le comprensibili ragioni di tutte le parti in causa, che pure esistono: quello che sicuramente è in crisi, in Francia come da qualsiasi altra parte, è il rapporto di fiducia tra cittadini, specie quelli subalterni, con le forze dell'ordine che rappresentano e difendono uno Stato che tende a escluderli. Una vecchia storia, e in Italia ne sappiamo qualcosa. Da vedere.