domenica 11 gennaio 2026

Norimberga

"Norimberga" (Nuremberg) di James Vanderbilt. Con Russell Crowe, Sami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Mark O'Brien, Richard E. Grant, Michael Shannon, Colin Hanks, Wrenn Schmidt, Lydia Peckhan, Lotte Verbeek e altri. USA 2025 ★★1/2

Seconda prova di James Vanderbilt, sceneggiatore collaudato e scaltro, dietro la macchina da presa dopo Truth, uscito dieci anni fa. Uguale il risultato: un film sconclusionato, slegato, artificioso, contraddittorio e con alcuni errori marchiani, che tutto sommato merita di essere visto per quello che dice, con tutta probabilità molto al di là delle intenzioni dell'autore (che evidentemente non se ne è reso conto, come nemmeno i produttori che, se fossero stati in grado di capirlo, non l'avrebbero nemmeno finanziato, e così la critica USA) nonché per la debordante interpretazione di Russell Crowe nei panni di Hermann Göring, più Göring dello stesso gerarca nazista. Ispirata dal saggio The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, uscito nel 2013, la storia si incentra sul confronto tra il maggiore medico Jack Kelly, psichiatra incaricato di valutare la sanità mentale o meno degli imputati in quello che sarà il celebre Processo di Norimberga e di impedirne il suicidio, e in particolare Hermann Göring, già numero due dopo Hitler e caduto parzialmente in disgrazia per la sua brama di potere, ma comunque il più alto in grado (e autorevole) di quelli messi alla sbarra. In maniera peraltro assai pretestuosa e con scarsa convinzione anche da parte statunitense: è Robert H. Jackson stesso, giudice della Corte Suprema USA (e che ambisce a presiederla), che sarà capo dell'accusa, a dire che non ci sono precedenti, il che per un giurista anglosassone, il cui diritto si basa per l'appunto sui precedenti giudiziali, a differenza di quello europeo, che si fonda sulla legge scritta, è quantomeno paradossale e rasenta il delirio. In sostanza, il tanto celebrato processo è stato un'ignobile e inutile farsa, specie considerandone i risultati: in ottanta anni, e ne abbiamo avuto innumerevoli dimostrazioni fino ai tempi più recenti, spesso a opera o comunque con la complicità degli USA (i quali non riconoscono la giurisdizione né della Corte Internazionale di Giustizia, né della Corte Penale Internazionale), come per ultimo a Gaza, non sono serviti a fermare né i cosiddetti i crimini di guerra né quelli "contro l'umanità", e nemmeno a sanzionarli in qualche maniera quando erano opera degli Stati Uniti o dei loro sodali. Una farsa, dicevo, a uso dei tele e cinegiornali dell'epoca e della propaganda statunitense. Il film segue il doppio binario del rapporto che si instaura tra Kelly e Göring, che ha lo stesso esito di quello tra i loro due interpreti, col secondo, Crowe, che giganteggia e annichilisce il primo, lo stralunato Rami Malek, uno che sembra psichicamente disturbato quanto il suo personaggio e non si capisce a che titolo ci si ostini ad affidargli dei ruoli e farlo per forza passare per un attore di prima grandezza, e quello dell'allestimento del processo, con contorno fuori ordinanza di improbabili figure femminili (la moglie di Göring, la giornalista vamp che segue il processo ancor prima che venga allestita l'aula che lo accoglierà) e poi la sua celebrazione. Dove nemmeno il tradimento della propria etica professionale da parte di Kelly, incaricato di carpire la fiducia di Göring per scoprirne in anticipo la linea di difesa, servirà per evitare all'accusa di fare una figuraccia epocale: il procuratore Jackson (uno stordito e attonito Michael Shannon che però rende bene l'imbecillità del personaggio) sarà salvato dal provvidenziale intervento del giurista inglese David Fyfe, impersonato dall'altrettanto ottimo Richard E. Grant, e dalla  proiezione dei raccapriccianti filmati girati dalle truppe USA durante la "liberazione" dei campi di concentramento negli ultimi giorni di guerra (ovviamente non quelli forniti dai sovietici, che li avevano anticipati di mesi) e propinati a volontà anche agli spettatori in sala oggi. Tra gli errori più marchiani: i vetri al di qua delle sbarre delle celle dei detenuti in attesa di giudizio. In quella di Göring, nelle ultime sequenze del film, compaiono pure due spunzoni di metallo che all'inizio non c'erano. Dettagli, ma non da poco, in un film con grandi ambizioni di attendibilità. Alla fine il rischio di un autogol involontario è evidente, sia per i riferimenti all'attualità, non si capisce se voluti o meno, sia per l'uscita di scena dei due personaggi chiave: con grande dignità Göring, che befferà la sorveglianza e si suiciderà con una capsula di cianuro nascosta con un magheggio; lo psichiatra che secondo il film gliel'aveva insegnato, pure lui suicidandosi ma dopo essere caduto prima nel ridicolo e poi in depressione e avendo dato fuori di matto nel 1958. Rimane nella memoria il dito di Göring puntato contro l'ipocrisia degli americani, indignati per i campi di concentramento, e senza prove sostanziali contro di lui di essere al corrente di quanto vi avvenisse, e per cui si assumeva comunque la responsabilità, ma non per le bombe atomiche sganciate sulla popolazione civile a Hiroshima e Nagasaki, a guerra sostanzialmente conclusa, ritenute autodifesa e non aggressione deliberata (risuonano le recenti parole pronunciate del nostro attuale presidente del Consiglio sul bombardamento di Caracas e il sequestro del presidente del Venezuela e di sua moglie e deportazione a New York per un'accusa assai improbabile di narcotraffico). 

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