sabato 3 gennaio 2026

Un inverno in Corea

"Un inverno in Corea" (Hiver a Sokcho) di Koya Kamura. Con Bella Kim, Roschdy Zem, Mi-heon Park, Riu Tae-ho, Gong Tu-yu, Kyung Soon Jung e altri. Francia, Corea del Sud 2024 ★★★1/2

Esordio positivo e promettente nel lungometraggio dello sceneggiatore nippo-francese Koya Kamura, che deve essersi sentito a suo agio, destreggiandosi tra due culture, nel rendere sullo schermo l'omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin, scrittrice franco-svizzera a sua volta di origini coreane per parte di madre così come franco-coreana è Soo-ha, la protagonista interpretata dalla 29 enne Bella Kim (modella coreana che però vive a Parigi da un decennio), esordiente pure lei sullo schermo. Prima di conoscere i dettagli della biografia del regista, avrei detto che Un inverno in Corea è un film giapponese più che coreano, e ci avrei azzeccato: tipicamente nipponico è il tocco lieve, il lasciare parlare i dettagli, le situazioni, l'interazione tra i personaggi e pure i silenzi: il parlato è solo un elemento, e sempre significativo proprio perché senza fronzoli e legato alla quotidianità. Soo-ha ha studiato letteratura francese a Seoul ma è tornata a vivere nella città costiera di Sokcho, dove lavora in una piccola pensione e vive con la madre, che ha un banco del pesce nel rinomato mercato ittico locale ed è in possesso della prestigiosa licenza per il fogu, il pesce palla che ha alcuni organi altamente tossici, e necessaria in Corea e in Giappone per poterlo cucinare. Non ha mai conosciuto il padre, francese,   e l'arrivo in città di Yan Kerrand (il sempre ottimo Roschdy Zem), disegnatore di graphic novel abituato a cercare motivi di ispirazione per le sue storie capitando come per caso in un luogo apparentemente scelto a caso, isolandosi e al contempo immergendosi nella sua atmosfera, fa scattare qualcosa nell'esistenza della ragazza: una mai risolta ricerca del padre, di cui ignora tutto perché la madre evade qualsiasi domanda in proposito. Soo-ha è una ragazza complessa, una sorta di pesce fuor d'acqua nel suo ambiente: più alta della media, porta gli occhiali invece delle lenti a contatto, viene chiamata Spilungona e continuamente invitata a ricorrere alla chirurgia plastica per correggere "difetti" reputati tali solo dalla mania di parecchi asiatici di occidentalizzare le proprie fattezze (basta guardare un cartone animato giapponese, cinese o coreano per accorgersi di questa specie si ossessione) e nessuno comprende perché si ostini a lavorare in una pensioncina anziché seguire il suo ragazzo nella capitale adeguandosi ai suoi sogni di carriera come modello. L'incontro con lo scorbutico uomo francese, con cui costruisce un rapporto esclusivo essendo l'unica a parlare correntemente la sua lingua, ha ovviamente a che vedere con la necessità di capire qualcosa su come sarebbe potuta essere la relazione col suo padre ignoto e costituisce il punto di partenza di un viaggio nella propria individualità e dunque per capire e accettare sé stessa ma anche comprendere sogni e frustrazioni di sua madre. Significativi sono le sequenze d'animazione introdotte nel film, che danno vita ai disegni dell'illustratore ed esprimono gli stati d'animo della ragazza, per come lui se li immagina interagendo man mano con essa, le passeggiate dei due nella Sokcho invernale e priva di turisti, le sequenze che riguardano il cibo e la sua preparazione che sottolineano i passaggi centrali del racconto: è proprio quando sua zia torna a Sokcho per festeggiare il Capodanno e gustare il rituale fogu preparato dalla sorella che da lei viene a sapere che il padre era un ingegnere della pesca con cui la madre aveva avuto una relazione molto intensa svanita a causa del suo ritorno in patria. A parte le notevoli quanto misurate prestazioni dei due protagonosti, da sottolineare quelle degli interpreti della madre e della zia di Soo-ha nonché del padrone della pensione, tutt'e tre rodati attori coreani ben conosciuti in patria. Il racconto funziona, l'inverno "ha da passà" e tornerà la primavera, e Soo-ha in pace con sé stessa anche dopo che Karrand, terminata la sua opera, tornerà in Normandia, ché lì si è rifugiato fuggendo, non si sa perché ma si può intuire che per causa di altrettante turbe famigliari, da Parigi. 

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