giovedì 29 gennaio 2026

Ultimo schiaffo

"Ultimo schiaffo" di Matteo Olivotto. Con Adalgisa Manfrida, Massimiliano Motta, Giovanni Ludeno, Davide Jacopini, Giuseppe Battiston, Primož Pirnat, Antonio Scarpa e altri. Italia, Slovenia 2025 ★★★★+

Un graditissimo ritorno al lungometraggio, quello di Matteo Olivotto, che si era preso dodici anni di pausa dal suo felice esordio con Zoran, il mio nipote scemo, timoroso di affrontare il suo secondo film dopo il clamoroso successo del primo, come ha raccontato lui stesso presente in sala: nelle more si è dedicato alla televisione lasciando maturare nel cassetto i progetti per Ultimo schiaffo. Una lunga gestazione, tra ricerca di finanziamenti, casting, scelta (felice) delle musiche ma ne è valsa la pena, perché il risultato è decisamente all'altezza. Anomalo nel panorama nazionale così come lo era il film del suo debutto, come del resto lo è il territorio in cui è ambientato, il natìo Friuli, sfrutta le particolarità locali, a cominciare da quelle caratteriali, influenzate dalla mistura etnica della regione, per raccontare una storia apparentemente strampalata ma esemplare, ambientandola questa volta in Carnia, e precisamente a Cave di Predil, frazione quasi spopolata di Tarvisio. In quel lembo di terra in cui si incrociano tre confini (Italia, Slovenia e Austria) Petra e Jure Kravina sono due fratelli che vivono in una roulotte e si arrabattano facendo i tuttofare, dalle consegne a qualsiasi lavoretto che porti qualche soldo nelle magre casse. Petra, interpretata magnificamente da Adalgisa Manfrida, un vero portento, è volitiva, incazzata col mondo a cominciare dalla madre, malata di Alzheimer e ricoverata in casa di riposo, mentre Jure (Massimiliano Motta), apparentemente "scemo" come il già noto Zoran, è una pasta di pane, timido, remissivo: la prima ha il chiodo fisso di "svoltare", il secondo di portare la mamma a vedere il mare, a Grado. Un'occasione si presenta quando rintracciano Marlowe, un cane per il cui ritrovamento è stata promessa una "lauta ricompensa", e dalle manovre per ottenerla si dipana tutta a vicenda. C'è anche l'altro filone del racconto, quello della miniera, ormai dismessa, ma che viene usata per gare di power slap, termine americano per una specialità che consiste nel dare ceffoni a mano aperta e nella resistenza a riceverli (e che è diffusa nei Paesi dell'Est europeo) sul cui esito c’è un losco giro di scommesse e che dà ragione al titolo determinando il finale della vicenda, in cui non manca il ritrovamento del cadavere di un'anziana donna (la padrona del cane smarrito) da parte del nipote, fissato con podcast di criminologia d'accatto, oggi assai di moda, venuto in visita per Natale dalla Puglia (l’ottimo Giovanni Ludeno). Insomma, una voluta commistione di generi, dal thriller al grottesco, alla commedia natalizia, un noir in cui visivamente domina il bianco della neve (portata a camionate da oltreconfine: durante le riprese ha nevicato soltanto una volta) e non mancano il sangue e le sorprese. I personaggi stralunati, le situazioni apparentemente assurde, le coincidenze più strane, un umorismo sottile, malinconico e a tratti macabro ricordano alcuni film dei fratelli Coen e il grande Kaurisimäki, rendendo il film gustoso quanto inconsueto e capace di raccontare tra le righe, al di là della finzione, anche situazioni di disagio reale, dalla mancanza di lavoro, allo spopolamento della montagna, alla morte di interi paesi, alla malattia, alla solitudine. Un gran bel film, sorprendente per chi non conosce Olivotto e che va visto e consigliato col passaparola, considerato anche le poche copie in circolazione, con la speranza che possa essere apprezzato anche fuori dal Triveneto. 

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