lunedì 2 marzo 2026

Il filo del ricatto

"Il filo del ricatto" (Dead Man's  Wire) di Gus Van Sant. Con Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Myha'la Herrold, Al Pacino, Michael Grable e altri. USA 2025 ★★+

Considerata la fama del regista, "cantore" degli ultimi, diseredati, sconfitti del Grande Sogno Americano, che peraltro ricostruisce un fatto di cronaca vero, avvenuto a Indianapolis nel febbraio del 1977, mi aspettavo decisamente qualcosa di più, a parte la sacrosanta critica di un sistema basato unicamente sul denaro, sul "business is business", "niente di personale", "the show must go on" e "I love you" a ogni piè sospinto. Dané che sono l'unica ossessione e ragione d'essere, in base a cui si parametra qualsiasi aspetto dell'esistenza, dell'intera società USA, in tutti i suoi strati, salvo rarissime e personali eccezioni: l'unica etica che esiste, è quella degli affari, e l'episodio ne è la plastica dimostrazione. In quel giorno invernale Tony Kiritis, 44 anni, entra nella sede della Meridian Mortgage e, in mancanza del titolare, con cui aveva appuntamento, prende in ostaggio il figlio e socio in affari Richard Hall (Dacre Montogomery), agghindandogli il collo un marchingegno dotato di cavo d'acciaio collegato al grilletto che gli tiene puntato addosso un fucile a canne mozze: chiede 5 milioni di dollari di risarcimento alla società di mutui per avergli mandato a monte l'affare della vita, una speculazione su un terreno su cui costruire un centro commerciale. Ma soprattutto vuole le scuse pubbliche da parte del titolare della Meridian, Hall padre, interpretato da un Al Pacino più carogna del solito, che sta svernando da qualche parte in Florida, pronto a sacrificare la vita del figlio e a impartire a Tony la sacrosanta predica sull'Etica degli Affari, ossia di fottere il prossimo, che è alla base dell'American Way of Life ed è il motivo per cui gli USA stanno sui coglioni a tutto il resto del pianeta esclusi i loro compari anglosassoni e il resto dei loro servitori europei e oceanici. Van Sant infarcisce la vicenda principale, incentrata sulle trattative telefoniche con le autorità locali e gli esponenti dei media, con altre storie che inquadrano l'ambiente del MidWest: la giovane giornalista televisiva che intravede lo scoop che le farà fare carriera, la polizia più idiota e incapace che si possa immaginare, dei magistrati maneggioni, il conduttore radiofonico nero che è la "Voce di Indianapolis", interlocutore privilegiato del sequestratore, che non ci mette molto a diventare una sorta di eroe del pubblico che segue praticamente dal vivo, tra radio e TV, lo svolgersi della vicenda. Infine, i rapporti tra Tony e Richard, sostanzialmente amichevoli, quasi da "Sindrome di Stoccolma", nonostante le circostanze, che danno un tono vagamente ironico e buonista a tutta la storia. Che alla fine finisce bene, perché le scuse, almeno dalla società (non dal suo presidente) arrivano, il danaro ovviamente no, però al processo Tony verrà giudicato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. A parte Al Pacino, già visto almeno altre 100 volte in camei simili, film con un nucleo di caratteristi discreti a interpretare una manica di deficienti, salvo Colman Domingo nel ruolo del DJ Sam Temple, meritevole se non altro di mettere sul piatto musica all'altezza (l'unico vero merito del film), mentre inaccettabile è aver affidato il ruolo di protagonista a tale Bill Skarsgård, la versione scandinava di Sami Malek, tutto smorfie alla Meloni, uno che deve avere seri problemi psichici o di abuso "bamba", del tutto fuori ruolo nell'interpretare un personaggio che a tutta evidenza aveva almeno 20 anni più di quelli che dimostra lui sullo schermo, particolare che si può peraltro facilmente evincere dai filmati dell'epoca inseriti nella pellicola. Insomma, un film d'azione che finisce per essere noioso oltre che scontato anche se non supera i 105' di durata. C'è di meglio in giro, perfino attualmente. 

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