sabato 30 maggio 2026

The Sea

"The Sea" (Ha'yam) di Shai Karmeli-Pollak. Con Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali, Hilla Sarjon, Gabriel Horn a altri. Israele 2025 ★★★★

Opera di finzione, diretta dal documentarista israeliano Shai Karmeli-Pollak e girata da una troupe mista di ebrei e arabi, The Sea racconta attraverso una storia semplice ed emblematica la tragica realtà vissuta dai palestinesi in Israele e in particolare nei territori occupati abusivamente dallo Stato ebraico. Khaled è un ragazzino di 11 anni che vive a Ramallah, in Cisgiordania: territorio teoricamente amministrato dall'Autorità (fantoccio) Palestinese e di fatto occupato da Israele che procede instancabilmente a insediarvi i suoi coloni, sionisti fanatici. Ha un sogno: vedere per la prima volta nella sua vita  il mare, e sta per realizzarsi quando la sua classe va in gita scolastica a Tel Aviv, ma ai controlli di frontiera viene rimandato indietro, da solo, perché il suo permesso non risulta valido. Bruciato dall'esperienza, Khaled non molla il colpo e decide di andarci per conto suo, seguendo il percorso del padre, che a sua volta sta lavorando come muratore (clanidestino e in nero) in un cantiere di Tel Aviv, ossia l'espatrio clandestino lungo canali ben oliati e conosciuti. Si trova così sperduto nella metropoli israeliana, in un Paese ostile, di cui non conosce la lingua, anche se nulla, nel suo aspetto, lo possa distinguere dalla popolazione locale (salvo, ad esempio, non portare la kippah sul capo, cosa che peraltro ben pochi ebrei fanno). Nel frattempo il padre, Rihbi, viene messo in allarme dai parenti di Ramallah i quali lo avvertono che il ragazzino è scomparso per recarsi, presumibilmente, a trovarlo o, appunto, a vedere il mare, e così il film racconta la duplice odissea cittadina dei due: del perseverante Khaled, e di Rihbi che si arrabatta per rintracciare il figlio, e lo fa attraverso i diversi incontri che i due fanno, nelle rispettive ricerche, con una realtà estranea, ostile, in cui sono clandestini e devono passare il più possibile inosservati. E' la realtà, non le singole persone, a essere loro avversa, e troverà il suo epilogo quando Rihbi sarà costretto a rivolgersi alla polizia per segnalare la scomparsa del figlio, rivelando così la sua condizione di "abusivo", con la certezza che perderà il suo lavoro, già di per sé precario, e Khaled sarà rintracciato proprio a pochi passi dalla agognata meta: la spiaggia della città. Senza bisogno di forzare le situazioni e senza proclami, lasciando parlare le immagini, i volti dei protagonisti (bravissimi) e le situazioni, il regista raggiunge il suo scopo di far riflettere lo spettatore se sia giusto che un'intera popolazione debba rinunciare a qualsiasi sogno e a un qualsiasi futuro che non sia determinato da chi lo opprime ormai da generazioni, e se sia consentito al mondo, che con Israele intrattiene rapporti di ogni genere, chiudere ancora gli occhi. Ovviamente no, almeno per quanto mi riguarda. Benché abbia vinto l'anno scorso cinque premi degli Ophir Awards, ossia l’equivalente israeliano degli Oscar, non è certo un caso che il governo israeliano faccia di tutto per evitarne la diffusione: a maggior ragione sarebbe opportuno approfittare del fatto che sia in programmazione in alcune sale scelte del nostro Paese, prima che scompaia nel dimenticatoio.  

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