sabato 6 giugno 2026

Amarga Navidad

"Amarga Navidad" di Pedro Almodóvar. Con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Vicky Luengo, Patrick Criado, Milena Smit, Quim Gutierrez, Carmen Machi, Rossy De Palma e altri. Spagna 2026 ★★★★+

Che i film di Pedro Almodóvar, che quest'anno compirà 77 anni, siano intrisi di elementi autobiografici è evidente fin dai suoi esordi: ipocondria, dolore per la separazione o per la morte delle persone amate, crisi di ispirazione sono ingredienti che ha sempre saputo miscelare con grande bravura dando vita a pellicole che sono dei variopinti e intensi cocktail di emozioni, in cui colori e musica hanno, significativamente, un ruolo di primo piano. Con l'avanzare dell'età del regista, malattia e ansia da pagina bianca (o schermo vuoto) hanno comprensibilmente preso il sopravvento, ma nelle sue opere di autofinzione, per quanto possa rivelare le sue angosce e la sua disillusione, Don Pedro riesce a farlo con un'autoironia sincera e disincantata per cui lo si segue sempre con piacere, oltre che affetto, nelle sue contorte elucubrazioni mentali, anche perché, in fondo, sono quelle di tutti, se vogliamo essere sinceri. In questo divertissement che è un gioco di specchi, Almodóvar propone un film nel film, o più precisamente una sceneggiatura in una sceneggiatura, dove Raúl (Sbaraglia), un regista di culto che da 5 anni non gira più un film e in preda alle sue paranoie, inizia a scrivere Amarga Navidad, che racconta del suo alter ego al femminile Elsa (Bárbara Lennie), con due film apprezzati solo dai cinefili in carnet, e che ormai gira solo spot pubblicitari, immaginando la sua prima crisi di panico di vent'anni prima. In realtà lo fa vampirizzando Mónica (Aitana Sánchez Gijón), la sua fedele lettrice e collaboratrice da, appunto, vent'anni, che si è appena licenziata lasciando il suo incarico di collaboratrice e, di fatto, "badante", all'attuale compagno di Raúl, Santi (Quim Gutierrez). Il motivo, è occuparsi a sua volta della compagna, Natália (Milena Smit), aspirante suicida in seguito alla morte del figlio in un incidente. Vendetta per l'abbandono? Una sorta di plagio, in mancanza di un colpo d'ala di una fantasia ormai esaurita? Elsa diventa l'alter ego di Raúl così come questi lo è di Almodóvar, che però è in parte anche Mónica e che si autocannibalizza davanti al  pubblico che da anni lo segue e, in parte, riesce a identificarcisi. Insomma, può piacere o meno, ma Don Perdo rimane un maestro e, con una camera da presa in mano sa cosa farci, così come a scrivere un film e mettere a nudo le contraddizioni umane in tempi stranianti come quelli attuali. E, come si sarà capito, a me piace così, perché comunque siamo ad alti livelli. Molto bravi tutti gli interpreti, quelle femminili innanzitutto. Merita, come sempre.

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