"Lo straniero" (L'Étranger") di François Ozon. Con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude, Jean-Charles Clichet e altri. Francia 2025 ★★★★1/2
Parrebbe doveroso un raffronto con l'adattamento di Luchino Visconti dell'omonimo romanzo di Albert Camus, del 1967, protagonista niente di meno che Marcello Mastroianni, ma non ne ho memoria: potrei anche averlo visto, come la maggior parte dei film dell'aristocratico regista milanese, e se così fosse non mi è certo rimasto impresso come gli altri; il romanzo invece sì, anche se non avevo ancora affrontato, avevo 12 anni all'epoca, quello che è sempre stato uno dei miei scrittori preferiti. Visconti aveva sempre avuto un intenso rapporto con la letteratura, il Gattopardo ne è uno dei più brillanti esempi, ma era italiano, ha fatto notare François Ozon in una recente intervista, mentre il suo è l'adattamento de Lo straniero da parte di un francese, che l'epopea coloniale del suo Paese, particolarmente in Algeria, dove il romanzo è ambientato (e Camus era nato), la conosce dall'interno, per così dire. E il risultato è di altissimo livello, come del resto mi aspettavo da un regista del suo valore, bravo quanto felicemente prolifico, per la gioia degli aficionados come me. Girata in un bianco e nero che rende ancora più suggestiva e credibile l'ambientazione, Algeri 1935, ed esalta la crudezza del clima e la luce abbacinante del sole estivo, che sottolinea l'aridità del personaggio principale, la pellicola vede protagonista assoluto Meursault, un impiegato senza ambizioni catapultato lì da Parigi, un giovane uomo senza entusiasmi, anaffettivo, che non vede un senso nella vita: un nichilista o, meglio un esistenzialista ante litteram, incapace di fingere sentimenti che non ha, anche quando gli converrebbe, e pure a costo della vita. Ai funerali della madre, che aveva fatto ricoverare in un ospizio in una landa desolata fuori dalla capitale, non sparge una lacrima, si addormenta durante la veglia, e rientrato in città si reca immediatamente negli stabilimenti balneari, ovviamente riservati ai bianchi (come del resto i bar e i ristoranti), dove inizia, quasi controvoglia, una relazione con Maria, la brava quanto bella Rebecca Marder. Ancor più bravo il partner, Benjamin Voisin, a rendere tutte le sfumature possibili di un personaggio distaccato, indifferente a tutto più ancora che negativo, che tuttavia agisce soltanto per istinto, ed è così che, complice un violento raggio di sole che si riflette sulla lama del coltello di un arabo, con la pistola che si ritrova in mano, un giorno in spiaggia uccide un giovane del posto, e benché sia morto al primo colpo, gli scarica addosso tutto il caricatore. Finisce sotto processo e, nella Francia coloniale, sarebbe facile puntare sulla legittima difesa, ma è lui a rifiutarsi di farlo, e durante il dibattimento la sua sincerità e, se si vuole, coerenza, irrita a tal punto giudici e giurati nonché il pubblico che finisce per essere condannato a morte non tanto per aver ucciso un arabo, per quel che può interessare in un tribunale francese dei tempi, quanto per non essersi addolorato abbastanza ai funerali della madre; per non aver accettato una promozione che non avrebbe cambiato, a suo parere, la sua vita e soprattutto non le avrebbe dato un significato, e lo stesso valeva per la sua relazione con Marie: l'avrebbe anche sposata, come lei desiderava, anche se per lui non aveva alcun senso. Figurarsi il senso che poteva avere l'incontro, prospettatogli dal cappellano del carcere dopo aver ottenuto un ultimo colloquio alla vigilia dell'esecuzione, con un dio che non gli interessava, prima ancora di non crederci. In sostanza, finisce sulla ghigliottina perché non si adegua al comun sentire. Un estraneo alla società: uno straniero tout court, per l'appunto. Un film di rara potenza, bellissimo.

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