"Il bene comune" di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Vanessa Scalera, Teresa Saponangelo, Claudia Pandolfi, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano e altri. Italia 2026 ★★★1/2
Giunto alla sua quinta regia, Rocco Papaleo rimane in linea con i suoi film precedenti, sempre gradevoli, garbatamente ironici, delle commedie gentili con una punta surreale, magari dalla trama un po' esile ma non per forza scontata, che sono un pretesto per parlare del Sud e in particolare della natìa e poco conosciuta (per fortuna) Basilicata. Oltre che autore, anche questa volta è l'interprete principale e una delle voci narranti, ché il film è strutturato quasi come un musical: qui è Biagio, una guida turistica dell'incantevole Parco Nazionale del Pollino, situato tra Lucania e Calabria, che assieme al nipote ventenne (ancora incerto se proseguire con gli studi) vi accompagna in una gita quattro detenute sul punto di finire di scontare la pena, ospiti in una casa d'accoglienza. L'idea era venuta a una sua conoscente, Raffaella (Vanessa Scalera) attrice di in-successo, che gestisce un laboratorio teatrale nel centro che ospita le quattro "semilibere", in cui le sollecita a immaginarsi degli alberi, da qui l'iniziativa di portarle a visitare l'ambiente naturale in cui trovare i rari esemplari di pino loricato, simbolo più degli altri di resistenza e capacità di adattarsi ai terreni più impervi e di sopravvivenza in condizioni estreme. Biagio accetta e i sette partono all'avventura on the road su un pulmino scolastico, lungo un percorso che non è più Coast to Coast come nel suo primo lungometraggio ma che da Lauria porta al Pollino, compresi dei trekking per andare a vedere il famoso albero e con finale a Diamante, centro balneare in provincia di Cosenza. Le quattro donne sono Gudrun (Teresa Saponangelo, che spicca insieme alla Scalera), un'infermiera che per necessità si era improvvisata un'improbabile rapinatrice; Fiammetta (Pandolfi), trafficante di droga per sottrarsi col figlio a un marito violento; Anny (Sparapano) un'ingegnera informatica diventata hacker e Fiammetta, cantautrice ammutolitasi per ripicca che per vendicarsi di una manager che l'ha tradita le ha bruciato la casa, interpretata da Livia Ferri, cantautrice a sua volta che contribuisce alla ottima colonna sonora con un suo brano inedito. Come e più che negli altri suoi film la musica, a cura di Michele Braga con brani scritti dallo stesso Papaleo, è un elemento fondamentale e funge da filo conduttore: in successivi intermezzi i singoli personaggi cantano un testo che sintetizza le loro disavventure passate le quali vengono rievocate in flashback, non solo le quattro semidetenute e la loro insegnante, ma anche Biagio, che si scopre esser stato maresciallo dell'esercito (dimessosi per non aver accettato favoritismi) nonché preparatore atletico, attività che continua a svolgere col nipote Luciano (provvidenzialmente e con successo, come si scoprirà) mentre questi prende tempo sul decidere cosa "fare da grande", il tutto a ritmo di un jazz piacevole e arioso come il racconto. Alla fine Il bene comune, che non è soltanto l'ambiente naturale preservato da quel gioiello che è il Parco del Pollino, ma anche la tutela del patrimonio culturale di quella parte del Sud negletto e sempre più spopolato da cui proviene il regista, un tema che ha una valenza generale. Al di là di questo aspetto serio (e necessario) che sta in sottofondo, e della storia in sé, alquanto tenue, è la maniera come il tutto viene proposto al pubblico il punto di forza del film, perché lo spettatore viene coccolato piacevolmente a ritmo di buona musica e belle immagini e, per una volta, non aggredito, provocato, invaso, sia da suoni, sia da immagini, il tempo in sala trascorre sereno, senza scosse, e se ne conserva una sensazione di onesto e di pulito, il che di questi tempi non guasta mai.

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