venerdì 18 settembre 2026

Ritorno a Buenos Aires

"Ritorno a Buenos Aires" di Marco Bechis. Con Adriano Giannini, Ana Celentano, Veronica Gerez, Adrián Fondari, Olivia Nuss, Paula Cohen, Marcelo Chaparro, María Laila Fernandez, Marcela Serli e altri. Italia, Brasile 2026 ★★★★+

Da trent'anni in Italia, esule dalla dittatura Argentina (1976/83), Mariano Guerra lavora come medico d'emergenza a Torino. E' un uomo solitario, cupo e ne ha donde: per due anni e quattro mesi è stato "ospite" del centro di detenzione illegale di Garage Olimpo (cfr l'omonimo film di Marco Bechis del 1999, che colà vi trascorse 4 mesi di persona; seguì, due anni dopo, Figli/Hijos, sul dramma dei figli di desaparecidos affidati a famiglie di militari, gli aguzzini dei loro genitori). Un'esperienza che l'ha segnato per sempre, e di fatto rotto dentro. Da giorni dalla segreteria del telefono del suo appartamento ascolta messaggi dal tribunale di Stato di Buenos Aires che gli chiede la disponibilità a testimoniare nel processo aperto nel 2008 contro un gruppo di militari responsabili di quanto accaduto nel suddetto Garage Olimpo. Processo reso possibile dopo l'annullamento delle leggi del Punto Final e della Obediencia Debida sotto il governo, per quanto controverso, di Nestor Kirchner che ha reso possibile una resa dei conti con un passato vergognoso: in Argentina, i militari hanno avuto l'ergastolo e sono marciti in galera, mentre in Cile Augusto Pinochet è morto nel suo letto, omaggiato da sostenitori e conniventi nazionali e stranieri. Per Mariano si tratta di una testimonianza soltanto orale, da cui potrebbe perfino uscire perfino come imputato, in cui dovrà affidarsi soltanto alla sua memoria, lui, solo, davanti a coloro che lo sequestrarono, torturarono, resero uno schiavo e, per certi versi, un complice. Dopo molte titubanze, e dopo aver affidato il suo cane, unica compagnia, alla figlia, con cui ha scarsissimi rapporti, ma che intuisce che per il genitore questo sia un passo necessario per ritrovare sé stesso ed accettarsi. Perché quella di Mariano Guerra, interpretato da un Adriano Giannini quanto mai convincente (uno dei rari attori italiani contemporanei che non fagocita il personaggio, ma se ne fa carico e lo esprime in maniera credibile) è la classica sindrome del sopravvissuto, che convive con il senso si colpa di essere ancora qui ad affrontare i propri mostri. Alla fine il ritorno a Buenos Aires non è quello a una città a cui Bechis, che ci ha abitato, e chi come la conosce bene come chi scrive non può che essere legato e affezionato, ma a sé stesso. Infatti la città non si vede, salvo l'aeroporto di Ezeiza, e qualche scorcio dall'alto di qualche quartiere anonimo: che si tratti della Reina del Plata si evince dalla struttura rigorosamente ortogonale e dalle veredas (marciapiedi)  baldosas (tipiche piastrelle cementizie). Oltre al labirintico tribunale e all'aula in cui si tiene il processo. Mariano e un altro gruppo di testimoni, altri rari sopravvissuti come lui, sono ospitati in una sorta di foresteria organizzata in un palazzo del Ministero della Giustizia, e quella riservatagli non è esattamente un'accoglienza amichevole: si ricordano che lui, studente di medicina, era diventato un assistente e "protetto" del Dottor Kappa, il medico del "campo", quello che faceva in modo di regolare adeguatamente la corrente elettrica della picaña con cui venivano torturati i prigionieri, che questi sopravvivessero alle sevizie durante gli interrogatori e che iniettava loro il pentothal per narcotizzarli prima di farli imbarcare sui voli della morte da cui sarebbero stati scaraventati nel Rio de la Plata o al largo, nell'Oceano Atlantico. Capitava che venisse incaricato il giovane Mariano, a fare le iniezioni, o a manovrare le manopole della corrente. Guerra va in crisi, specie quando assieme alla figlia di una sua ex compagna di lotta, che lo rintraccia per avere notizie della madre, si reca con lei in quello che rimane del Garage Olimpo in cui era detenuto assieme a lei, ancora di più quando, nei bagni del tribunale, incontra il suo ex protettore e al contempo carnefice, il Dottor Kappa, che è convinto che sia ancora suo succube e che non lo denuncerà. Il coraggio glielo trasmetterà un'altra ex compagna di lotta e detenzione, attraverso la comprensione del suo stato ma soprattutto attraverso un'ulteriore testimonianza, la sua quinta nel corso del processo, in cui troverà a sua volta il coraggio di denunciare le violenze sessuali e di gruppo subite dai depravati che si trova schierati davanti. Quando il giorno dopo toccherà a Mariano, non si tirerà indietro. Bisogna avere coraggio, determinazione, idee chiare e una profonda umanità per fare un film così. Quindi Grazie a Marco Bechis, ai suoi collaboratori, a tutti gli interpreti e a chi ha voluto e prodotto questo film, a cominciare da Domenico Procacci e dalla sua Fandango. Non a caso una coproduzione italo-brasiliana, finché dura Lula, e non italo-argentina, finché presidente resta quello psicopatico di Milei: ci si augura ancora per poco

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