"Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio" di Annemarie Jacir. Con Saleh Bakri, Hiam Abbass, Yasmine Al Massri, Billy Howle, Robert Aramayo, Jeremy Irons, Karim Daoud Anaya, Liam Cunningham, Christopher Villiers, Sam Hoare e altri. UK, Qatar 2025 ★★★★
Esce sugli schermi nostrani in un momento particolarmente opportuno il film in cui la regista palestinese Annamaria Jacir, nata a Betlemme, ambienta questa storia che dovrebbe fare chiarezza sui precedenti dell’annosa questione, che non è scoppiata, come la propaganda sionista e la versione cara al luogo comune occidentale nel 1948 vogliono far credere, con la nascita dello Stato di Israele, una creatura del tutto artificiale, seguita ad anni di terrorismo sionista, voluta in particolare dalla Gran Bretagna, di cui la Palestina era un governatorato: secondo questa versione, gli arabi avrebbero rifiutato la soluzione “a due Stati” proposta già allora dall’ONU, con la conseguenza di essere cacciati a centinaia di migliaia dalle loro terre e dalle loro case (chi la subì la chiama nakba, ossia “catastrofe”). Detto per inciso, la cosa ricorda da vicino l’attuale diatriba “aggressore/aggredito” relativo alla guerra tra Russia e Ucraina: tutti a concentrarsi su quella che la Russia definisce “Operazione Speciale” intrapresa dalla prima per proteggere la popolazione russofona del Donbass, dimenticandosi che dal 2014 il regime ucraino la stava reprimendo con gli stessi mezzi usati dagli ebrei per appropriarsi delle terre altrui, ossia con la pulizia etnica, ora a Gaza e in Cisgiordania, e già a metà degli anni Trenta, durante il protettorato britannico. Fino ad allora, sotto quest’ultimo, ebrei e arabi convivevano, come già da sempre, nello stesso territorio (prima parte dell’Impero Ottomano), fino a quando, sotto la spinta del movimento sionista, sono cominciate ad arrivare, dall’Europa (e non solo dalla Germania già nazista) e anche dagli Stati Uniti le prima avanguardie di coloni che ritenevano loro diritto “rientrare nella terra degli avi”, dopo un paio di millenni. Un diritto che considerano tuttora di di origine divina. Del resto, sono anche convinti di essere il popolo eletto. Il metodo: lo stesso usato in Inghilterra per dare avvio alla rivoluzione industriale, gli enclosure acts con cui tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo si fornì fraudolentemente una base giuridica alla proprietà privata dando il permesso ai ricchi di recintare pascoli e terre comuni, cacciandone chi la lavorava, e fornendo così anche manodopera da sfruttare nei nascenti opifici e nelle miniere. Allo stesso modo i britannici favorirono l’acquisizione dei terreni da parte dei coloni sionisti in Palestina negli anni Trenta, pretendendo la produzione di atti di proprietà registrati da parte degli arabi che possedevano case e terreni da centinaia di anni, senza bisogno di carte, e che venivano requisiti e dassegnati ai nuovi arrivati. In questo contesto nasce la prima rivolta araba già nel 1936, ed è qui che Annamaria Jacir inserisce la sua storia, che vede al centro della vicenda Josef, un giovane palestinese che si sposta tra il villaggio dove vivono la famiglia e gli amici, e la città, Gerusalemme, dove fa l’autista di un autorevole giornalista che intrallazza con gli inglesi, che ha una moglie, giornalista a sua volta, ma costretta a scrivere sotto pseudonimo maschile, che invece vede chiaramente le ingiustizie subite dagli arabi. Così come fa Thomas, il giovane e nuovo segretario del governatore britannico. Yusuf si schiererà coi rivoltosi, così come il prete ortodosso del villaggio e altri suoi autorevoli esponenti, e faranno, per mano dei macellai inglesi, una brutta fine. Insomma, una storia di fantasia, però credibile, che rende molto bene l’ambiente e l’atmosfera, grazie anche a inserti che sembrano essere tratti da immagini girate all’epoca ma opportunamente trattati e colorati, rendendo ancora meglio l’atmosfera. Bravi gli interpreti, ma al di là di tutto l’importante è il messaggio che il film trasmette, oggi.

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