"Naza" di Juval Abraham, Rachel Szor. Con Yuval Abraham. GB 2026 ★★★★1/2
Prodotto dal Guardian, Naza, acronimo usato dall'esercito israeliano per Nezek Agavi, ossia "Danni Collaterali", è un documentario opera della parte israeliana del collettivo di registi che aveva girato No Other Land, Premio Oscar dell'anno scorso per la sua categoria: una certezza, altro che le ridicole critiche malpensanti per avere oscurato i volti, e quindi garantito l'anonimato, dei testimoni interrogati di notte sul tetto di un palazzo di Tel Aviv, con sullo sfondo il profilo urbano della città, ormai identico a quello di una qualsiasi città dell'Occidente o di quelle raggiunte dalla sua nefasta influenza. Si tratta di militari e tecnici informatici a supporto dell'intelligence che dal 2023 monitorano ogni aspetto della vita degli abitanti di Gaza procedendo alla sistematica eliminazione dei "sospetti" e alla valutazione del rischio, ossia del numero di Naza tollerabile per eliminare il bersaglio: un numero molto variabile, a seconda dell'importanza dell' obiettivo, che può variare da 20 a 500 o anche oltre. Il che si traduce nel fatto che l'IDF, l'esercito più morale del mondo, così come viene percepito in un Paese che si considera destinato per diritto divino a un popolo di "eletti", non esita a radere al suolo non solo palazzi, ma isolati interi, e di fatto tutta quanta una città, il che ha avuto l'effetto di uccidere almeno 70 mila persone in un triennio (cifre confermate dall'IDF stesso). Però guai a chiamarlo genocidio, ché altrimenti Israele e i governi occidentali di supporto nonché i loro complici dell'informazione di sistema gridano all'antisemitismo, che non c'entra niente ed è tutt'altra cosa dell'antisionismo a cui viene capziosamente equiparato, ti riducono al silenzio e magari ti sbattono pure in galera. E' fin troppo scontato, guardando Naza, evocare La banalità del male scritto oltre sessant'anni fa da Hannah Arendt a proposito del processo ad Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 1961: era già tutto lì. I protagonisti si ritengono non responsabili, sono meri esecutori di ordini, in quanto militari, e chiunque abbia soltanto ricordi dell'esperienza di leva sa con quale istituzione e con quali logiche si ha a che fare, figurarsi in un Paese che si sente eternamente in guerra. A loro volta i tecnici informatici invocano una sorta di neutralità: non sono loro a sganciare ordigni mortali, si "limitano" a indicare i bersagli. Meri impiegati. Supporto tecnologico. Anche se ammettono, per la maggior parte, di sapere che lo scopo è cancellare Gaza, colpendo la popolazione per costringerla a evacuare la città per essere deportata in un qualche altrove (Egitto, Giordania, o magari scaraventata a mare) e sono coscienti che si tratta di un genocidio. La scusa è sempre il 7 ottobre 2023, l'attacco di Hamas contro le comunità israeliane installatesi ai confini con la Striscia di Gaza, 1400 morti che, nellottoca israeliana, ne giustificherebbero 72000, con un rapporto di quasi 70 a 1 che al confronto fa sembrare dei dilettanti i nazisti con le loro decimazioni. Però Israele, l'unica democrazia del Medio Oriente, può, ci mancherebbe. E' giustificato solo per il fatto di esistere, anche se sul perché e sul come ci sarebbe qualcosa da ridire, ma è, appunto, tabù. Ma rispetto ai tempi in cui scriveva la Arendt c'è un nuovo aspetto inquietante: il fatto che il teatro d'azione, o di guerra, assomiglia sempre più a un videogame e gli "addetti" a sorveglianza e droni operano a distanza, e sebbene osservino sullo schermo le conseguenze delle azioni che scatenano lo fanno a distanza di sicurezza, forse da un ufficio a Tel Aviv, e non sentono detonazioni, urla, pianti, non percepiscono l'olezzo di bruciato, di sangue e di morte: stanno davanti a un video con le cuffie, in una stanza con l'aria condizionata e magari una lattina di birra in mano. In più, si aggiunge l'utilizzo ormai sistematico dell'intelligenza artificiale e la sua crescente importanza in uno scenario bellico: come e più che con il nucleare, una volta intrapresa questo percorso, pensare di tenerla sotto controllo e non esserne travolti comincia a essere illusorio. Insomma: Naza racconta quanto chi si tiene un minimo informato sulle vicende internazionali già sapeva, e andare a vederlo è una sorta di dovere morale a sostegno dei suoi autori; per gli altri sarebbe necessario passarlo anche in televisione o almeno in streaming sulla piattaforme più popolari, ma temo sia una pia illusione. Da un punto cinematografico, interessante il contrappunto tra le interviste notturne in terrazza e la vita quotidiana nelle stanza degli edifici circostanti, almeno in quelli in cui sono accese le luci e, per lo più, anche le televisioni, con gli incessanti interventi di Netanyahu e di tutta la ghenga dei suoi sgherri ad aizzare l'odio verso i gazawi e i palestinesi in generale giustificando il lproprio operato con l'eterno vittimismo che li contraddistingue. Temo che le imminenti elezioni parlamentari non cambieranno lo scenario, perché già da tempo mi è chiaro che da almeno un ventennio il problema non sono tanto o solo i governi di Israele ma la sua popolazione, oltre chi lo appoggia quello Stato a prescindere non rendendosene conto.

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