giovedì 20 ottobre 2022

Ninjababy

"Ninjababy" di Yngvild Sve Flikke. Con Kristine Kujath Thorp, Arthur Berning, Nader Khademi, Tora Christine Dietrichson, Sylva Nymoen, Herman Tømmeraas e altri. Norvegia 2021 ★★★1/2

Un altro personaggio femminile del giorno d'oggi, questa volta interpretato dalla bravissima Kristine Thorp, protagonista di questa commedia norvegese che presenta molti tratti in comune con La persona peggiore del mondo, uscito sempre nel 2021 ma nelle sale italiane già l'anno scorso. Al centro della vicenda c'è sempre una ragazza piena di vita, irrisolta, che vive alla giornata senza avere le idee molto chiare né su sé stessa né su cosa fare, i cui rapporti sentimentali sono altrettanto confusi e poco profondi. Questa volta però Rakel, caotica 23enne di Oslo, aspirante disegnatrice di fumetti (ulteriore somiglianza con luna delle figure centrali del film connazionale sopracitato), che condivide l'appartamento con la più posata e sensata Ingrid, scopre di essere incinta di sei mesi, senza averne avuto il minimo sospetto, solo perché l'amica e convivente la costringe a fare un test di gravidanza notandone le mutate abitudini alimentari (di pancia non c'è quasi traccia), quando è ormai troppo tardi per abortire. Così le tocca venire a patti con l'indesiderato ospite, il Ninjababy del titolo, di cui comincia a fare schizzi immaginandolo un feto maschile e, in tutti i sensi, invadente, col quale inizia a interloquire in un simpatico e irriverente scambio di battute fino al termine della gravidanza, introducendo così pure un originale elemento grafico nella pellicola, già abbastanza vivace di suo. Il fatto è che Rakel, già casinista di suo, oltre a non essere ancora un grado di dare una forma alla sua esistenza e sostanzialmente mai uscita dallo stato adolescenziale, tra sbronze e rapporti del tutto casuali e solitamente ad alto tasso alcolico, non ha alcuna vocazione alla maternità e il film racconta del suo tentativo di risolvere il problema. Il primo scoglio è scoprire chi è il padre: non Mos, il gentile maestro di aikido con cui ha appena iniziato una relazione e che le sarà a fianco, ma Minchia Santa, un nome un programma, uno spilungone allampanato, perennemente fumato e sconclusionato come lei, che invece scoprirà una inaspettata vocazione paterna che alla fine le risolverà il problema, perché la via dell'adozione, con la sue pratiche burocratiche nonché le spesso ipocrite e discutibili motivazioni da parte degli aspiranti genitori, non risulterà praticabile, come nemmeno sarà fattibile che del piccolo Ninja si prenda cura la sorellastra di Rakel che, sposata da tempo e pur con una vita professionale impegnativa, avrebbe voluto un figlio senza poterlo avere. Il film, che risulta divertente (più di quanto uno possa normalmente aspettarsi da un film scandinavo), sboccato e anticonformista ma tutt'atro che banale e stupido, è stato definito banalmente "femminista": in realtà esprime un punto di vista comprensibile da parte dell'esponente di una generazione il cui orizzonte mentale, e non per colpa loro ma di chi li ha preceduti e messi al mondo, non va oltre le 24 ore, perché il vero problema è questo, oltre al fatto che non avere la vocazione alla "genitorialità" non deve motivo di condanna sociale (da quale pulpito, poi?), il che non esime dal fatto che una persona a 23 anni dovrebbe almeno essere messa nelle condizioni, dalla famiglia d'origine (di quella di Rakel nulla si sa ma certamente la ragazza qualche problema deve averlo avuto), dalla scuola, e a maggior ragione da uno Stato-mamma e onnipresente come quello Norvegese, di avere un minimo di controllo e coscienza del proprio corpo e della propria sessualità, tantopiù in un ambiente che ci si aspetterebbee particolarmente evoluto e disinibito. Insomma il risultato è più che gradevole nel suo complesso. 

lunedì 17 ottobre 2022

Gli orsi non esistono

"Gli orsi non esistono" (Khers Nist) di Jafar Panahi. Con Jafar Panahi, Naser Hashemi, Vahid Mobasheri, Mina Khosravani, Bakhtiyar Panjeei, Reza Heydari, Narjes Delaram e altri. Iran 2022 ★★★★★

Ancora una volta Jafar Panahi è stato costretto a escogitare un espediente per aggirare i rigidi limiti posti alla sua attività di regista e sceneggiatore dal regime teocratico iraniano che gli impedisce ormai dal 2010 di girare un film vero e proprio: mentre nell'ultimo Taxi-Teheran al divieto di girare in esterni aveva risposto trasformandosi in conducente di auto pubbliche piazzando una camera sul parabrezza interno e riprendendo le chiacchiere con clienti apparentemente casuali in giro per le strade della capitale, questa volta si è trasferito in un paesino rurale a ridosso del confine con la Turchia, da dove segue da remoto le riprese di un film che avvengono nella città posta appena dopo la frontiera attraverso un computer che si avvale, però, di una connessione alquanto instabile, scelta dovuta al fatto di voler essere il più vicino possibile fisicamente alla sua troupe. Si intrecciano quindi due vicende, quella di una coppia di quarantenni iraniani da anni in Turchia che cerca di raggiungere l'Europa ma è senza documenti, e quella di Panahi che, al di qua della frontiera, ospitato in una casa di un abitante su intercessione dello sceriffo del villaggio, che ne racconta la storia, e che rimane invischiato in una grottesca contesa paesana che ha a che fare con pregiudizi e menzogne: lo accusano di avere fotografato una coppia di amanti, mettendo a rischio un matrimonio combinato che "si ha da fare". Mentre su lato turco un sofferto Bakhtiyar (Panjeei) riesce finalmente a recuperare un passaporto per Zara (Mina Khorsavani), lei si rifiuta di partire senza di lui, a costo di perdere l'occasione si raggiungere Parigi, su quello iraniano il regista rimane impantanato in un'altra storia di amore contrastato, con protagonisti un villico che reclama dei presunti diritti su una fanciulla basati sulla tradizione e un ex studente espulso per motivi politici dall'università di Tehran, col primo che fa riunire i maggiorenti del villaggio per sottoporre Panahi a una sorta di processo incolpandolo di avere ritratto la coppia "clandestina" e chiedendogli di giurare sul Corano di non averlo fatto, benché abbia già restituito la scheda di memoria alle autorità del villaggio, giuramento che il regista si rifiuta di prestare chiedendo invece che la riunione venga documentata attraverso una ripresa. Da una parte e dall'altra di un confine precario, dove se nei posti di frontiera i controlli sono ferrei a pochi chilometri di distanza è oltremodo poroso, consentendo traffici di ogni genere, realtà e finzione si intrecciano, gli interpreti stessi del film si ribellano ai personaggi che mettono in scena, e perfino il regista non se la sente di superare la linea di separazione che divide i due Paesi (e quindi, simbolicamente, realtà e finzione), e gli tocca subire i fastidi che gli procura quella permanenza in un ambiente da cui viene sentito estraneo nonostante l'atteggiamento apparentemente ospitale ma sostanzialmente ambiguo e ostile degli autoctoni, schiavi di superstizioni e menzogne su cui del resto qualsiasi regime punta per mantenerli tali e garantirsi potere, tanto che alla fine è costretto, per evitare guai maggiori, a rientrare a Teheran. Sale sulla sua auto, mette in moto e parte: uscito dal villaggio si ferma, tira il freno a mano e mette in folle, le luci si spengono, il motore rimane acceso, sullo schermo appare la scitta: Fine. Sarà l'ultimo film di Panahi prima di aver scontato la più recente condanna che gli è stata inflitta: attualmente è nuovamente in carcere. Non è vero che, come dice il titolo, gli orsi non esistono: la prova è lui, che ha l'aspetto bonario e pacifico di un panda e che si muove con la medesima goffaggine. E noi siamo con lui. Un grande artista, un piccolo grande uomo. A presto, Jafar.

sabato 15 ottobre 2022

Athena

"Athena" di Romain Gavras. Con Dali Benssalah, Alexis Manenti, Anthony Bajon, Karim Lasmi, Radostina Rogliano, Ouassini Embarek, Tarek Haddaji, Mehdi Abldelhakmi, Sami Slimane e altri. Francia 2022 ★★★1/2

Athena, nome immaginario di una banlieue parigina quanto mai realistica, è il primo lavoro che vedo del controverso figlio di cotanto padre, da cui ha ereditato la propensione per il cinema scomodo e un indubbio talento dietro alla macchina da presa. Athena ha molti tratti in comune con I Miserabili di Ladj Ly, che peraltro qui è cosceneggiatore, uscito tre anni fa, però mostrando alcuni pregi in più. Originale senza dubbio la scelta di adattare agli stilemi della tragedia greca classica una potenziale vicenda attuale, una rivolta particolarmente violenta di un intero quartiere di emarginati pressoché "off limits", situazione peraltro comune nelle periferie francesi sempre sull'orlo dell'esplosione, in seguito alla morte di un ragazzino di cui i ribelli ritengono responsabile la polizia. Il film si apre con il tentativo di Abdel, un soldato fresco reduce dai vari fronti (africani) in cui è impegnato l'esercito francese e originario di Athena che, in fianco al capo della polizia, cerca di calmare le acque garantendo ai suoi abitanti che i colpevoli verranno identificati e resi noti: la sua credibilità sta nel fatto, oltre a essere una sorta di eroe del quartiere, di essere il fratello maggiore di Imir, il ragazzino tredicenne assassinato, ma a non dargli credito, per primo, è il penultimo dei fratelli, Karim, il giovane caporione che, facendo scoppiare la molotov che tiene in mano nella sala del commissariato dove sta avendo luogo la conferenza stampa di Abdel, dà il via alla rivolta, che parte con un piano-sequenza memorabile in cui si vedono i rivoltosi invadere l'edificio, impossessarsi di armi e automezzi e sfrecciare verso il loro quartiere a bordo di un camioncino della polizia che issa la bandiera francese, dove si asserraglieranno erigendo barricate contro la polizia e mettendo Athena a ferro e fuoco. Di piani sequenza, che portano lo spettatore a immergersi nel caos della protesta, fin quasi a venirne stordito, ce ne sono altri, seguendo i movimenti sia di Karim, che organizza militarmente la rivolta nei meandri del quartiere, sia di Abdel che tenta di penetrarvi per persuaderlo a non insistere nella protesta, sia il terzo dei fratelli sopravvissuti, Moktar, uno spacciatore che risulta equidistante perché interessato unicamente alla prosecuzione indisturbata dei propri affari ma di "importanza strategica" per i piani degli altri due. I ritmi sono frenetici, i toni a loro modo epici, la tensione allo spasimo, i colpi di scena a ripetizione ma, come in ogni tragedia che si rispetti, in tanto odio latente che scoppia quando saltano tutti gli schemi, compresi quelli dei rapporti famigliari, e la situazione è totalmente fuori controllo, finirà male per tutti e tre i fratelli rimasti (per non parlar del quarto, già cadavere, origine del tutto), ognuno dei quali ha combattuto per uno scopo: uno per il mantenimento di una sorta di status quo; un altro vendetta, ritenendo impossibile una giustizia; l'ultimo per i suoi interessi, ma che nulla possono contro il destino. Senza dubbio un film spettacolare e coinvolgente, che non ha mancato di far discutere, come se nelle intenzioni di Gavras vi fosse una sorta di inno alla violenza, mentre mi pare evidente che sia, da un lato la riproposizione di un dramma che esiste da quando lo hanno rappresentato gli antichi greci; dall'altro, un'immersione estremamente efficace in contesti più reali di quel che si vuol credere, o che si finge di non vedere, pronti a deflagrare da un momento all'altro. Grande abilità di ripresa, anche se l'utilizzo dei piani sequenza di cui sopra può rasentare l'abuso, ottime le prestazioni degli interpreti, potente la colonna sonora: un film che non può lasciare indifferenti. 

mercoledì 12 ottobre 2022

Everything Everywhere All At Once

"Everything Everywhere All At Once" di Dan Kwan e Daniel Sheinert. Con Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Ke Huy Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis, Tallie Medel, Jenny Slate e altri. USA 2022 ★1/2

Presentato come una sorta di prodigio dalla critica militonta, un evento da iscrivere tra le vette più alte della nuova cinematografia ormai entrata nella gloriosa era del multiverso, il film dei due Daniels, Kwan e Sheinert, la cui origine di autori di videoclip appare in tutta evidenza lungo le quasi due ore e mezzo di proiezione, celebrerebbe la rivalsa della produzione indipendente nei confronti di quella "maggiore" come la Marvel coi suoi supereroi sul suo stesso terreno ma con mezzi più modesti: a mio parere questo vale anche per i risultati. Non per il minore impatto: quello che in altre mega produzioni viene ottenuto con costosi effetti speciali, qui si consegue facendo scorrere le immagini a velocità doppia o tripla, ossia "effetto Ridolini", ovvero ottundendo la capacità ricettiva dello spettatore con l'intendo di distrarne l'attenzione da una trama inconsistente e ridicola: Tutto, ovunque e allo stesso tempo suona la traduzione del titolo, insomma un pastrocchio colossale. Evelyn è un'americana di origini cinesi che gestisce in maniera caotica assieme al marito una lavanderia che ha problemi finanziari e sulla quale ha puntato l'attenzione l'occhiuta agenzia delle entrate locale: con lei vive il vecchio padre, che non spiccica una parola di inglese e la coppia ha una figlia, Joy,  invece completamente americanizzata, il cui rapporto omosessuale con la coetanea Becky Evelyn viene rimosso perché di fondo non accettato. Inetta in tutto, votata al fallimento, Evelyn viene scelta dall'alter-ego del marito, proveniente da una realtà parallela, proprio per questa caratteristica: non avendone una in cui eccella, è perfetta per assorbire quelle in cui invece primeggiano le varie Evelyn che vivono negli universi paralleli, e così, trovandosi nell'ufficio delle entrate dove si è recata per perorare la propria causa presso l'arcigna burocrate impersonata da una Jamie Lee Curtis resa quasi irriconoscibile, la nostra "eroina", interpretata dalla paraltro bravissima e pluriprermiata Michelle Yeoh, viene palleggiata come una pallina da flipper impazzita da un universo all'altro per salvare l'AlfaVerso in cui ha preso il potere Jobu Tobaki, già Alpha Joy, che altri non è che la "alfa" versione della figlia. Ritmi parossistici, commedia a tratti noir e a tratti fantasy con dosi massicce di kung fu, un omaggio al cinema di Hong Kong e un altro a quello americano anni Ottanta, il film vuole forse fare un ritratto ironico della condizione dei cinesi d'America, tirare frecciatine apparentemente iconosclaste e irriverenti qua e là ma in realtà prive di mordente e francamente puerili, ma quello che ormai è insopportabile è il continuo ed esasperato citazionismo cinéphile, con cui sarebbe ora piantarla per raccontare qualcosa di originale senza fare sempre riferimento a un passato più o meno autoriale, uno stucchevole strizzare l'occhio tra addetti ai lavori e pubblico che si ritiene consenziente che a forza di insistere ha rotto i coglioni. Se il film si fa sopportare, a fatica, fino alla fine, è solo perché c'è movimento (parossistico), ritmo e colore e si è pagato il biglietto, e perché ci si vuol rendere conto fino a che punto si è disposti a farsi prendere per il culo: una sorta di autopunizione, che si merita per esserci cascati. Se siete disposti a fare lo stesso, è un film da non perdere. Altrimenti meglio che aspettiate che passi in TV e metterlo a velocità tripla, tanto non cambia niente, e alla fine ve la cavereste con poco più di tre quarti d'or di visione. 

domenica 9 ottobre 2022

La notte del 12

"La notte del 12" (La nuit du 12) di Dominik Moll. Con Bastien Bouillon, Bouli Lanners,  Anouk Grinberg, Théo Cholbi, Johann Dionnet, Mouna Saoualem, Lula Contton-Frapier, Pauline Serieys e altri, Francia 2022 ★★★1/2

Di Dominik Moll, regista tedesco da tempo naturalizzato francese, avevo apprezzato il curioso, anomalo noir Only The Animals, apparso qualche mese fa in Italia, tre anni dopo la sua uscita in patria, e ora torna nelle sale con una tempistica più adeguata con questo film che, di nuovo, è un poliziesco sui generis, che ha al centro un caso non risolto (in Francia, secondo una statistica, il 20% degli omicidi lo è): ogni poliziotto ne ha uno, nell'arco della propria carriera, che lo tormenta diventando un'ossessione divorante, in questo caso per Yohan, appena nominato a capo della polizia giudiziaria di Grenoble, il quale non riesce a finire di festeggiare il pensionamento del predecessore nonché la propria nomina assieme ai suoi colleghi che gli tocca dirigere le indagini sulla misteriosa morte di Clara, una ragazza poco più che ventenne assalita e bruciata viva mentre stava rientrando a casa in un paesino di montagna, reduce da una festa organizzata dalla sua più cara amica e coetanea, Stéphanie. E' dall'interrogatorio di quest'ultima che parte l'inchiesta, che il film segue passo per passo, anche perché aveva ricevuto sul proprio cellulare un ultimo video messaggio da parte di Clara poco prima della sua morte, cui ne seguono altri di tutte le persone che, man mano, si scoprono aver frequentato la ragazza, che risulta aver avuto "anche" una vita sessuale attiva e variegata, oltre a essere stata una sportiva, che però, secondo i canoni non solo maschilisti (il film è stato definito "femminista" per questo) e bacchettoni, ma semplicemente improntati al luogo comune, la rendono in qualche modo responsabile della propria stessa morte, mentre Clara aveva semplicemente voglia di vivere e, perché no, sperimentare. Conscia di questi pregiudizi, Stéphanie dapprima è reticente a riferire dettagli sulla vita e le frequentazioni della sua amica, ma poi si apre rendendosi conto che Yohan ha un punto di vista differente dai suoi colleghi, per la maggior parte dei quali vale l'equazione giovane disinvolta=se l'è cercata. In particolare Yohan deve frenare l'impeto di Marceau (il bravissimo Boulin Lanners), collega e soprattutto amico, che sembra prendere il caso come un fatto personale e un modo di vendicarsi della moglie che lo ha tradito, tanto che il neo capitano lo convince a lasciare la polizia e trasferirsi altrove prima che faccia danni e si cacci nei guai lui stesso. Gli interrogatori del vari tipi, in realtà uno più ambiguo e spesso spregevole dell'altro, per la maggior parte maschi, ne fruga la grettezza nonché gli aspetti sordidi di una in apparenza tranquilla cittadina di provincia; a un certo punto pare che i sospetti si addensino su un giovane che però risulta essere un mitomane e per di più in cura per problemi psichiatrici e ricoverato in una struttura al tempo del delitto: un alibi di ferro,  insomma la polizia, come su suol dire, brancola nel buio. A sostituire Marceau arriva una collega donna, che contribuisce ad avere dell'assassinio un punto di vista diverso da quello scontato e prevalente, come del resto il suo capo, un uomo giovane e introverso, sensibile, senza vita privata, che si rifiuta di adagiarsi nel luogo comune, ben conscio che non solo gran parte degli omicidi di questo genere sono compiuti da maschi, ma che chi deve scoprirne il colpevole è a sua volta quasi sempre maschio e comunque ne adotta gli schemi mentali. Un anno dopo i fatti, un nuovo giudice istruttore donna convoca Yohan e, studiando i fascicoli ricevuti in eredità, decide di riaprire il caso e lo convince a riprendere le indagini e a tentare di far cedere in trappola l'assassino in occasione dell'anniversario dell'omicidio di Clara, ma invano anche questa volta perché il suo autore rimarrà ignoto (in realtà avrebbe potuto essere chiunque dei personaggi indagati, compresa una donna, a mio modo di vedere la sospetta principale): l'unico testimone risulterà essere un gatto, che però non sa parlare... Film strano, sospeso, inquietante, ma profondo, molto ben girato e recitato: Dominik Moll è decisamente un regista originale, che merita di essere seguito con attenzione. 

mercoledì 5 ottobre 2022

Omicidio nel West End

"Omicidio nel West End" (See How They Run) di Tom George. Con Sam Rockwell, Saoirse Ronan, Adrien Brody, Ruth Wilson, Reece Shearsmith, Harris Dickinson, David Oyewolo, Shirley Henderson, Sian Clifford, Pippa Bernett-Warner e altri. USA 2022 ★★+

Che si tratti di un gioco, un divertissement cinematografico-letterario citazionista a oltranza ce ne si accorge fin da quando appare sullo schermo il cartellone del teatro londinese dove, nell'inverno del 1953, si festeggiava la centesima rappresentazione di Trappola per topi di Agatha Christie (ve ne sarebbero state infinite altre: la più lunga serie ininterrotta fino al lockdown da pandemia del 2020, fra l'Ambassador's e il St Martin Theatre, entrambi nel West end londinese): durante il relativo ricevimento, viene assassinato dietro le quinte Leo Köpernick, un regista americano che vorrebbe farne l'adattamento cinematografico, cosa che qualcuno non gradisce e il suo cadavere viene esposto in scena. A impersonarlo è Adrien Brody, che da "Morto" fa la voce narrante; e già da qui si ha l'impressione di assistere a un film di Wes Anderson (vedi Grand Hotel Budapest) senza però lui a dirigere le operazioni, ma Tom George, esordiente nel lungometraggio e proveniente dalle serie TV e si vede, a cominciare dall'utilizzo indiscriminato dello schermo diviso e del flash back. Come non bastassero gli intorcolati e improbabili intrecci della Christie, a cui il film vuole rendere seppure ironicamente omaggio (visto un giallo, visti tutti è una delle battute che ritorna) a fare da base, abbiamo il mondo del cinema con i suoi tormentoni (i battibecchi tra registi, sceneggiatori e produttori) che si inserisce in quello del teatro con i suoi, e i relativi luoghi comuni: le checche isteriche, gli attori egolatri, le rivalità, gli intrecci di corna, le gelosie, l'avidità (tutte cose già viste, e mi torna alla mente un altro capolavoro inarrivabile: Birdman); infine le indagini vere e proprie affidate alla solita vista e rivista scombinata e improbabile coppia di poliziotti, ovviamente di Scoltand Yard, una sorta di Gianni e Pinotto di sesso diverso: il disilluso e alcolizzato ispettore Stoppard e la petulante agente e aspirante sergente che l'assiste, Stalker (un nome, un programma), interpretati rispettivamente da Sam Rockwell e Saoirse Ronan, entrambi bravissimi, come del resto tutto gli altri componenti del cast. Che hanno se non altro tutti l'aria di essersi divertirsi un sacco durante le riprese, e se si prende il film come un gioco, che per fortuna dura (relativamente) poco, un'ora e mezzo e spiccioli, ci sono buone probabilità che il buonumore contagi anche il pubblico in sala, almeno quello che ama i "gialli" dell'autrice inglese (non è il mio caso), gli ammiccamenti, i giochi di parole scontati e le trame inutilmente intricate e sconclusionate: poco dopo essere uscito dal cinema avevo già dimenticato chi fosse l'assassino (come in ogni lavoro della Christie avrebbe potuto essere qualsiasi dei personaggi, a cominciare dal maggiordomo, tanto per rimanere ai luoghi comuni). Insomma, se l'intento affettuosamente parodistico è evidente quanto dichiarato, la sua riuscita mi sembra francamente discutibile anche se il film si fa vedere. 

domenica 2 ottobre 2022

Il signore delle formiche

"Il signore delle formiche" di Gianni Amelio. Con Luigi Lo Cascio, Elio Germano, Leonardo Maltese, Sara Serraiocco, Anna Caterina Antonacci, Rita Bosello, Dabide  Vecchi, Maria Caleffi, Valerio Binasco, Alberto Cracco e altri. Italia 2022 ★★★

Grande merito dell'ultimo film di Amelio, presentato in concorso alla recente Mostra del Cinema di Venezia, è di aver riportato alla memoria dei più anziani, e conoscere ai più giovani, la vicenda di Aldo Braibanti, già partigiano, comunista (critico), drammaturgo e poeta, nonché appassionato studioso di formiche (ossia mirmecologo, da qui il titolo) e in particolare del loro comportamento sociale, che nel 1968 venne condannato a 9 anni di reclusione (14 ne aveva chiesti il PM), poi ridotti a 4 in appello per plagio nei confronti di un giovane: era la prima volta che questo reato ereditato dal Codice Rocco, e mal configurato, veniva applicato. Surrettiziamente: perché l'accusa di avere subornato la mente di un giovane (Ettore, peraltro maggiorenne) celava in realtà lo scopo di condannare l'omosessualità, peraltro orgogliosamente rivendicata, del Braibanti e la sua condotta immorale. Oltre a questo pregio principale, ha quello ulteriore di fornire un quadro piuttosto fedele dell'Italia di quegli anni, anche attraverso personaggi di contorno quali il giornalista dell'Unità Ennio (Elio Germano), la sua cugina attivista e il suo compagno, avvocato comunista: rendono bene l'atmosfera di quella fase di passaggio, in cui la conquista dei diritti civili entrò a fare parte, a fatica, del dibattito politico. I fatti "incriminanti" sarebbero avvenuti a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta quando, al Torrione Farnese di Castell'Arquato, Braibanti era stato attivo nel ruolo di animatore di un laboratorio culturale molto vivace che coinvolse un buon numero di giovani tra cui, per l'appunto, Ettore, che per volere della famiglia si era messo a studiare medicina invece di seguire la sua passione per il disegno: Braibanti si limitò a incoraggiarlo a coltivare il suo talento, oltre a stringere con lui un rapporto intenso. Il film inizia con la scena del sequestro del ragazzo da parte del fratello e della madre nella pensione romana in cui erano ospitati lui e il Braibanti nel 1962, con successivo ricovero del giovane in una clinica psichiatrica privata dove venne costretto a essere "curato" dall'omosessualità, con l'uso ripetuto, oltre agli psicofarmaci, dell'elettroshock, per poi raccontare in flash-back come avevano cominciato a frequentarsi e l'opposizione della famiglia e in particolare la madre, una cattolica particolarmente retriva, e del fratello, che peraltro frequentava pure lui il centro culturale ma soffriva del fatto che il Braibanti non lo tenesse in particolare considerazione. La seconda parte del film, invece, racconta lo svolgimento del processo che si tenne a Roma, la volontà persecutoria dell'accusa, l'ottusità perbenista e bigotta non solo dei giudici e della stampa in generale ma perfino di molta parte del suo stesso partito, il PCI. Tra le eccezioni Ennio, il sempre ottimo Elio Germano, nei panni del giornalista dell'Unità incaricato di seguire il caso, che cerca di convincere il Braibanti a cambiare l'atteggiamento scostante che teneva in aula, dove volgeva le spalle ai giudici e si rifiutava di rispondere alle (capziose e prevenute) domande del presidente della corte: quell'arrogante aria di superiorità intellettuale che rende insopportabili e odiosi tanti intellettuali sedicenti di sinistra anche oggi. Fuori dal Palazzaccio, intanto, cresce il movimento di protesta animato dai radicali di Pannella in appoggio al Braibanti, in una battaglia contro l'oscurantismo che sarebbe culminato negli anni successivi con l'approvazione delle legge sul divorzio nel 1970 e la vittoria del referendum sulla sua abrogazione nel 1974. Tutto funziona, a cominciare dal Braibanti non particolarmente empatico interpretato da Luigi Lo Cascio; particolarmente coinvolgente la testimonianza di Ettore, nonostante le sue precarie condizioni di salute, a sua volta ottimamente impersonato dall'esordiente Leonardo Maltese, non fosse per un eccesso di didascalismo, e quella che trovo una forzatura: il cameo di Emma Bonino versione 2022, con tanto di turbante, in una scena del sit-in davanti al Palazzo di Giustizia, quando in realtà non era presente nell'occasione. Lo era invece era Marco Pannella con i suoi: sarebbe stato più corretto, a mio avviso, cercare qualcuno che gli somigliasse per farne la controfigura. Insomma, buone le intenzioni, coretto il racconto, ma nell'insieme non del tutto convincente.