domenica 14 novembre 2021

Il bambino nascosto

"Il bambino nascosto" di Roberto Andò. Con Silvio Orlando, Giuseppe Pirozzi, Lino Musella, Imma Villa, Gianfelice Imparato, Salvatore Striano, Tonino Taiuti, Roberto Herlitzka e altri. Italia 2021 ★★★★-

Intellettuale poliedrico, Roberto Andò gira pochi film, ma buoni e mai banali: questa volta adatta sullo schermo un suo romanzo uscito l'anno scorso dallo stesso titolo, convincendo Silvio Orlando a tornare al cinema per interpretare il personaggio principale, Gabriele Santoro, un maestro di pianoforte che insegna al conservatorio di Napoli e ha scelto di vivere, in solitudine, fra spartiti, libri e li suo amato strumento, in un appartamento di un nobile palazzo in decadenza nel rione Forcella, considerato particolarmente pericoloso, dove, come nel resto del centro di Napoli, città stratificata come poche e nella quale tutto si mescola, alto e basso, ricco e povero si incontrano, si mescolano e vivono in simbiosi. E' un uomo abitudinario, metodico, colto, che combatte l'avanzare dell'età e l'intorpidimento mentale recitando poesie a memoria, il quale un bel giorno si ritrova in casa Ciro, un ragazzino di poco più di dieci anni, figlio di un vicino di casa legato alla camorra, che cerca rifugio e protezione. All'inizio l'uomo non capisce perché, ma pian piano scopre che gli sgherri di un boss stanno gli dando la caccia perché, assieme a un coetaneo già acciuffato, avrebbe scippato la madre del capobastone. Il film racconta, in maniera sobria, credibile ed estremamente elegante, la nascita e la trasformazione del rapporto tra due persone che più distanti non potrebbero essere, per età e ambiente d'origine, facendo interagire i personaggi, il cui modo di essere interpretati dai due attori, entrambi bravissimi (Orlando, come si sa, per la sua  misuratezza e l'uso parsimonioso di parole e gesti, il giovane Giuseppe Pirozzi per la sua esuberante fisicità), principalmente nel contesto della loro forzata convivenza, e intuire le ragioni morali che stanno alla base della scelta di Gabriele di nascondere il ragazzino dai suoi feroci inseguitori e prendersi cura di lui, nonostante gli enormi rischi che corre: il fratello, ambizioso magistrato che non smette di rimproverarlo per essere stato sempre la delusione della famiglia, per di più abbandonando la dimora avita al Vomero per mischiarsi ai plebei, si guarda bene dall'aiutarlo, così l'uomo, dopo aver visto il cadavere del padre di Ciro dopo che i persecutori hanno inscenato un finto suicidio, dapprima medita una sorta di vendetta nei confronti del boss, poi architetta una fuga, chiarendo in una lettera la sua decisione di sfidare non solo la camorra ma anche una giustizia meramente formale e obiettivamente complice, per non parlare delle cosiddette "forze dell'ordine", conniventi e tutt'al più rassegnate alla "riduzione del danno" di fronte al dilagare della malavita organizzata. Il film racconta anche questo, oltre a essere la storia di una sorta di paternità surrogata, dove un uomo apparentemente indifferente e chiuso in sé stesso si evolve prendendosi la cura e la responsabilità del prossimo per una motivazione morale superiore. Ambientazione suggestiva, citazioni non casuali, eleganza ma anche realismo nel mostrare alcuni angoli non banali di una città così complessa e contraddittoria come Napoli, sensibilità ed equilibrio, un fondo di malinconia, forse un po' lungo e probabilmente superflua la parentesi sull'omosessualità di Gabriele, ma comunque un ottimo film. 

venerdì 12 novembre 2021

Antigone

"Antigone" di Sophie Deraspe. Con Nahéma Ricci, Rachida Oussaada, Nour Belkhiria, Rawad El-Zein, Hakim Brahimi, Antoine DesRochers e altri. Canada 2019 ★★ 1/2

Originale l'idea di adattare, pur con alcune variazioni sostanziali, la tragedia di Sofocle, scritta quasi 2500 anni fa, a una situazione attuale, peraltro ricavata da una vicenda realmente accaduta in Canada alcuni anni fa: del resto si chiamano classici proprio perché sono attuali, e sull'animo, le pulsioni più profonde dell'uomo e la sua psicologia gli antichi greci ne sapevano esattamente quanto noi al giorno d'oggi, ma con idee decisamente meno confuse. La regista e sceneggiatrice Sophie Deraspe ne ha conservato i nomi, applicandoli alla famiglia degli Ippomeni, rifugiati magrebini o mediorientali residenti già da una quindicina d'anni a Montréal ma che non hanno ancora ricevuto la cittadinanza: accolti, insomma, ma non tutelati. Si tratta di quattro ragazzi, due maschi e due femmine, che hanno perso i genitori e sono giunti nel Paese nordamericano assieme alla nonna, che tutt'ora non parla né l'inglese né il francese, mentre i più giovani sono perfettamente "integrati". Si fa per dire, ovviamente: alla francese (o alla belga): cioè relegati nelle banlieue (e infatti il film ha cadenze franco-belghe, anche se lievemente meno lugubri), con i maschi che operano in una gang di piccoli criminali e una delle ragazze che fa la sciampista. Fa eccezione Antigone, che non a caso è anche quella che ha l'aspetto nettamente più quebecois dei quattro Ippomenes, studentessa modello, all'ultimo anno di liceo e con ottime probabilità di vincere una borsa di studio che le permetta di frequentare l'Università: sarà lei che deciderà di sostituirsi, durante un colloquio in carcere, al fratello Polinice, arrestato per aver aggredito il poliziotto che aveva sparato al fratello maggiore Eteocle durante un controllo in una strada del "Quartiere", uccidendolo, per salvarlo dalla sicura espulsione dal Paese che grava su di lui, già carico di precedenti penali. Incurante del rischio che corre di mettere a repentaglio il suo futuro, a cominciare dall'ottenimento della cittadinanza, Antigone affronta il processo e la "legge degli uomini" dichiarandosi colpevole e facendo prevalere le ragioni del cuore (e della famiglia) su quelle della legalità nonché della convenienza: nella tragedia di Sofocle si tratta del diritto alla sepoltura dei fratelli, qui si tratta della dignità per uno, Eteocle, e della salvezza per l'altro, Polinice che, se rimpatriato, rischierebbe la vita. Il suo slancio e la sua generosità diventano "virali", come si usa dire, coinvolgono i suoi compagni di studi, poi le compagne del carcere minorile dov'è rinchiusa, comprese alcune assistenti, quindi una massa di giovani e meno giovani che avviano una campagna a suo favore, coinvolgendo perfino un politico di spicco in un primo momento diffidente: sorde, o quasi, rimangono le istituzioni e i suoi rappresentanti, trinceranti dietro a quello che stabiliscono i codici e le procedure. Insomma niente di nuovo sotto il sole, ciò ci cui parla il film è, alla fine, il rapporto fra individuo e autorità. La pellicola è girata discretamente, brava ed espressiva soprattutto Nahéma Ricci nella parte della protagonista, ma per il resto non è entusiasmante: la cupezza e l'impressione di trovarsi davanti a una realtà di alienati con seri problemi di comunicazione rimane, come in altri film franco-canadesi (o franco-belgi), e non contribuisce a suscitare empatia per alcuno dei personaggi. E per fortuna che questa volta non mi è toccato vedere il film in lingua originale, perché non avrei retto alla prova. 

mercoledì 10 novembre 2021

Freaks Out

"Freaks Out" di Gabriele Mainetti. Con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Franz Rogowski, Giorgio Tirabassi, Max Mazzotta, Emilio De Marchi, Astrid Meloni, Anna Tenta e altri. Italia, Belgio 2021 ★★★★★

Evviva! Al secondo film, Gabriele Mainetti si conferma e forse si supera, ed è una gran bella notizia per il cinema italiano che, con autori dotati del suo talento ed entusiasmo, non è ancora morto, almeno per quello che riguarda il grande schermo e la fruibilità fuori dai nostri confini, dato che le menate intimiste, le saghe ozpetekiane e le pippe pseudo autoriali non oltrepassano le Alpi perché non le capisce nessuno e il resto della produzione pecoreccia va bene giusto per passare sugli schermi della TV o nelle multisale dei centri commerciali dove chi alza il culo dal divano di casa va essenzialmente a broccolare, ingozzarsi di pop corn e bibite gassate e ruttare.  Mi aspettavo il seguito del sorprendente Lo chiamavano Jeeg Robot, che peraltro ci stava, e invece sono stato piacevolmente smentito, questa volta il regista romano non si ispira direttamente ai fumetti di supereroi, per quanto se ne notino le tracce, e la vicenda, che coinvolge quattro emarginati, dotati però di superpoteri, è ambientata in un periodo storico ben preciso e tragico, quello della Roma "Città aperta" ma di fatto occupata dai tedeschi e delle deportazioni degli ebrei dal ghetto. I quattro saltimbanchi, Santamaria il licantropo, Giovinazzo la ragazza elettrica, in grado di fulminare chiunque la tocchi, Castellitto l'albino che ha il dono di controllare gli insetti, Martini il nano-calamita, lavorano in un circo diretto da Israel che, essendo ebreo, tenta la fuga ma verrò catturato e poi sequestrato dai nazisti per essere deportato nei campi di sterminio: rimasti senza lavoro e senza quello che, di fatto, era una sorta di padre, si trovano in balia degli eventi, ma vengono adocchiati da Franz (Rogowski), direttore del Zirkus Berlin, anch'esso in scena a Roma, che a sua volta è uno "scherzo della natura": nazista fanatico, pianista e musicista sopraffino, fornito di sei dita e per questo riformato dall'esercito, possiede anche la dote prevedere il futuro e quindi la sconfitta della Germania e la caduta del regime, ma è convinto di poterle evitare se riuscirà a mettere le mani sui quattro superdotati perché in grado di cambiare il corso degli eventi e conta di poterli recare in regalo, e in soccorso, all'adorato Führer. Riuscirà ad accalappiarli e i quattro lavoreranno al circo tedesco, ma con risultati del tutto inaspettati: per Franz come per gli spettatori. Nella vicenda entrano anche un gruppo di gappisti formato esclusivamente da inabilitati di varia natura (mutilati che corrono, guerci che sono cecchini infallibili), lo stato maggiore tedesco dell'epoca a cominciare del generale Kesselring, gli ebrei romanizzati da ormai duemila anni, la battaglia finale con Franz che rileva il comando delle forze tedesche prendendo il posto del suo fratello, un ufficiale che l'ha sempre umiliato perché interdetto alla carriera militare... Freaks Out è spettacolo a tutto tondo: coinvolgente la storia, a cavallo fra la fantasia più sfrenata e la realtà storica (in questo e non solo emulo di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, capolavoro assoluto), basata su una sceneggiatura solida; provocazione intelligente; riferimenti all'attualità puntuali, felicità espressiva, gioia di raccontare, gran bella musica, pieno dominio da parte di regista, fotografi, montatori dei mezzi tecnici oggi a disposizione, ottima scelta degli attori, che a loro volta hanno lavorato con entusiasmo visibile. Forse, dico, forse, avrebbero giovato 10/15' in meno, ma mi sento comunque di dare il massimo dei voti e di consigliarlo vivamente a chi vuole passare bene un paio d'ore liberatorie.

lunedì 8 novembre 2021

Madres parallelas

"Madres parallelas" di Pedro Almodóvar. Con Penélope Cruz, Milena Smit, Rossy De Palma, Aitána Sánchez-Gijón, Israel Elejade, Julieta Serrano e altri. Spagna 2021 ★★★★1/2

Sempre una certezza, il Maestro colpisce ancora: riesce a parlare di cose serie e far riflettere pur non abbandonando mai il melodramma e la messa in scena di un universo prevalentemente femminile, che sa descrivere come pochi, e il gioco d'incastri di situazioni che solo in apparenza sono delle semplici coincidenze ma risultano invece sempre funzionali sia al racconto, per renderlo più appassionante, sia a ciò che ci sta dietro e che rappresenta, ossia quanto Pedro Almodóvar intende esprimere. Che, in questo film in particolare, è la necessità della memoria: per poter affrontare il futuro, personale come di un Paese, nella fattispecie la Spagna ma vale altrettanto, se non di più, per l'Italia, occorre sapere da dove si viene e chi si è, affrontando un passato su cui si preferisce sorvolare. Janis e Ana sono due donne che si conoscono partorendo lo stesso giorno nella stessa clinica di Madrid due bimbe, Cecilia e Anita, che nascono entrambe senza padre. Fortemente voluta Cecilia da Janis (Penélope Cruz), quarantenne fotografa affermata, cresciuta a sua volta senza padre da una nonna che le parlava sempre del bisnonno sequestrato dai franchisti durante i primi giorni della Guerra Civile e mai tornato, ossessionata dal desiderio di riesumarne i resti per dar loro degna sepoltura che si trovano in una fossa comune di cui tutto il paese d'origine ha conoscenza ma le autorità, guarda caso no; mentre Anita (Milena Smit) è il frutto di uno stupro di gruppo, dunque subita, da una ragazza che ha la metà degli anni di Janis, un pessimo rapporto sia col padre, sia con la madre, un'assenza/presenza che a sua volta si è sposata solo per uscire di casa e dedicarsi alla sua carriera di attrice (Aitána Sánchez Gijón è superba nel suo ruolo): un'adolescente che non ha la minima idea del passato, senza radici, né desidera averne. Nonostante siano per molti versi l'opposto, le due donne solidarizzano e dopo una serie di traversie tornano a entrare in contatto e il loro rapporto si trasforma. Nel mentre però la piccola Anita è morta per un problema respiratorio che presentava già alla nascita mentre il padre di Cecilia, Arturo, l'unica presenza fisica maschile del film, che è un antropologo forense a suo tempo contattato da Janis per lavorare alla fossa comune indicatale dalla nonna, non potendo non notare il suo aspetto decisamente "etnico" si dice subito sicuro di non poterne essere il genitore biologico e induce nel dubbio Janis, che fa fare l'esame del DNA a Cecilia e poi anche all'amica Ana, divenuta nel frattempo sua convivente, a anche lei cadrà nel tranello del "non detto", finché non si arriverà a una svolta che porterà a un chiarimento per tutti. Ho già detto troppo, il resto lo scoprirete andando a vedere questo film che conferma, se ve ne fosse la necessità, l'immenso talento del regista manchego nel raccontare storie, ambienti, psicologie e di far pensare, divertendo. Vale sempre la pena andarlo a vedere. 

sabato 6 novembre 2021

L'arminuta

"L'arminuta" di Giuseppe Bonito. Con Sofia Fiore, Carlotta De Leonardis, Vanessa Scalera, Fabrizio Ferracane, Elena Lietti, Andrea Fuorto e altri. Italia 2021 ★★★+

Non ho letto l'omonimo romanzo di successo di Donatella Di Pietrantonio da cui è tratto il film, per cui non posso fare raffronti e giudicare quanto gli sia fedele: sicuramente l'ultimo lavoro di Giuseppe Bonito, regista romano non prolifico e che, nella prova precedente, Figli, non mi aveva per nulla convinto, ha un suo perché e una vita propria, riabilitandolo ai miei occhi benché sussista la tendenza a una certa lentezza, che qui può anche starci, per lasciar parlare più gli sguardi e i gesti che le parole, invero piuttosto scarne ma sempre significative, e a una ripetitività che a volte diventa pesante; e, anche se i colpi di scena, almeno per chi non conosce la trama, non mancano, il racconto scorre nei binari di una prevedibilità che tuttavia non guasta. Se l'intento era da un lato ricostruire la divaricazione esistente tra città e campagna a compimento del boom economico degli anni Sessanta e della relativa rivoluzione sociologica avvenuta nel Paese, quando (siamo nell'estate del 1975 in Abruzzo) sia la piccola borghesia sia la classe operaia si erano almeno parzialmente emancipate, adeguandosi al modello consumistico, e dall'altro la consuetudine, peraltro tutt'ora attuale, di trattare i figli come dei "pacchi postali", decidendo dei loro destini senza ascoltare il loro parere, con conseguenze spesso disastrose, la storia dell'arminuta, ossia la "ritornata", magnificamente interpretata dall'adolescente Sofia Fiore, si presta in maniera esemplare. Cresciuta in città, a Pescara, presso una coppia benestante che ha sempre considerato i suoi genitori naturali, nell'estate fra la 2ª e la 3ª media viene rispedita dai genitori biologici che vivono in un cascinale nell'aspro interno della regione che, a sole poche decine di chilometri dalla costa, è un mondo che vive in una dimensione completamente diversa, completamente agreste, distante anni luce dalla città. La ragazza, 13 anni, vi si ritrova spaesata, costretta a vivere in un ambiente totalmente estraneo, in una situazione di promiscuità con quattro fratelli di cui uno che la tampina in preda a crisi ormonali, un padre che non parla se non a grugniti e cinghiate con chi mette in discussione la sua autorità e una madre anaffettiva con cui non riesce a comunicare fino a quando, in seguito alla perdita di uno dei figli in un incidente, le confesserà quello che tutti gli altri, meno lei, sanno già: ossia che è finita in quella famiglia per un patto con una cugina che, all'apparenza, non poteva avere figli e che il ritorno è stato dovuto a un cambiamento di prospettiva. L'unico rapporto positivo lo ha con la sorellina Adriana, la più sveglia della famiglia, che la "adotta" come sorella maggiore e come modello e al contempo riesce a renderle più sopportabile la situazione, e con la professoressa di lettere dell'ultima classe delle medie che frequenta al paesello e che la convince a partecipare a un concorso letterario che ha come premio, peri il vincitore, una borsa di studio per le superiori e la incoraggia a iscriversi al liceo classico del capoluogo. Per chi ha vissuto quegli anni è un tuffo nei ricordi molto realistico, per la precisione con cui sono stato ricostruiti ambienti e situazioni; gli interpreti sono tutti all'altezza, le due ragazze una spanna in più, e credibili nelle rispettive parti. Un buon film complessivamente, e nessun amarcord nostaglico, benché il presente non sia per nulla migliore. 

giovedì 4 novembre 2021

I giganti

"I giganti" di Bonifacio Angius. Con Bonifacio Angius, Stefano Deffenu, Michele Manca, Riccardo Bombagi, Stefano Manco, Francesca Niedda, Noemi Medas, Roberta Passaghe, Mila Angius. Italia 2021 ★★★★★

Sono grato all'intuito di non essermi perso, nei pochi giorni in cui è rimasto nelle sale, questo film sorprendente, per me che non ne conoscevo l'autore, incuriosito dal fatto che fosse inequivocabilmente sardo (anche se parlato in italiano, e sempre in maniera del tutto comprensibile, al di là dell'accento insopprimibile) oltre a essere stato l'unico film italiano in concorso all'ultimo Festival di Locarno, uno dei pochi davvero credibili rimasti in circolazione. Il titolo si ispira alle tumbas de los mannos, tombe dei giganti, fosse collettive di cui è disseminata l'isola, che qui sono invece dei perdenti, un gruppo di quattro amici che si raduna nella decadente casa situata in una vallata dispersa e davanti a una strada poco trafficata, abitata dal quinto, Stefano (Deffenu), diventato praticamente afasico dopo una delusione amorosa, che ripeta come un mantra che “le persone dicono una cosa e ne fanno un'altra”, per certi versi il motivo conduttore della pellicola. Si tratta di una rimpatriata di amici sulla quarantina, salvo il fratello più giovane di uno di loro, dopo un lungo periodo in cui non ce n'era stata l'occasione (lock down da Covid?) ad altissima tossicità fra droghe di ogni genere e alcol, fornite in particolare da Andrea (Manca), all'apparenza il più ben disposto e allegro di tutti mentre in realtà è il più sgangherato, incapace di farsi prendere sul serio perfino da un paio di prostitute che ha convocato per l'occasione; gli altri due sono Massimo (Angius) e Piero (Manco), un attore il primo, disperato per non poter più vedere la figlia dopo la separazione dalla moglie; un politico intrallazzone l'altro, che rivangano sul passato; il più giovane (Bombagi) inizialmente sembra avere il ruolo di una sorta di coscienza critica, lontano dalla beghe degli altri, che emergono in modo per niente chiaro dai loro discorsi, resi tortuosi dall'abuso delle sostanze ma che sono lasciate bene intuire, però alla fine coinvolto nel vortice autodistruttivo che ha intrappolato gli altri. Per un incidente, o un malore, Andrea scopre che il padrone di casa è esanime nel suo letto, cadavere, e da lì si scende insesorabilmente nell'abisso che si intuiva stesse preparandosi già dalla prima scena, logica e inevitabile conseguenza dei fallimenti che tutt'e quattro si sono rinfacciati e confessati, e soprattutto della presenza di una pistola che, come diceva Cechov, se si trova all'interno di un romanzo, in questo caso una sceneggiatura e, ben carica, sul set, è inevitabile che prima o poi spari. Regia stringata, senza sbavature; durata ridotta all’essenziale: 80 minuti sono il tempo perfetto per mettere in scena questo dramma intenso e che lascia il segno. Gli interpreti sono bravissimi e la colonna sonora di rara efficacia: nella sua dimensione, un film perfetto. Angius un regista, oltre che attore, sceneggiatore e produttore atipico, coraggioso e coerente, da seguire con grande attenzione, totalmente fuori dal coro e dalle convenzioni, che mi ha ricordato, per certi aspetti, lo scomparso Claudio Caligari.

martedì 2 novembre 2021

La scuola cattolica

"La scuola cattolica" di Stefano Mordini. Con Benedetta Porcaroli, Luca Vergoni, Francesco Cavallo, Giulio Pranno, Andrea Lintozzi Senneca, Giulio Fochetti, Alessandro Cantalini, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Valeria Golino, Valentina Cervi, Fausto Russo Alesi, Fabrizio Gifuni, Gianluca Guidi e altri. Italia 2021 ★★★1/2

Esempio classico del fatto che non bisogna fidarsi della critica professionale ed embedded e dare, invece credito al passaparola: La scuola cattolica è un ottimo film, che senza bisogno di tanti spiegoni e  sottili quanto pedanti analisi delle psicologie dei personaggi, racconta in quale ambiente, non a caso, e in quale clima di miseria culturale e di ipocrisia perbenista sia maturato uno dei crimini più truci degli anni Settanta, rimasto nella memoria collettiva come il Massacro del Circeo, un caso di sequestro, stupro e omicidio compiuto da un terzetto di giovinastri della Roma bene, già frequentatori dell'Istituto Leone Magno da liceali, avvenuto alla fine di settembre del 1975 e ricostruito da Edoardo Albinati, che a sua volta era stato allievo in quella scuola durante quel periodo, nell'omonimo romanzo con cui ha vinto il Premio Strega del 2016: è su questo soggetto che si basa la sceneggiatura firmata anche dal regista della pellicola. La vicenda è raccontata da uno degli studenti del liceo, Edoardo, che descrive l'ambiente di quella scuola privata, ovviamente tutta maschile, in cui la le famiglie abbienti mandavano i propri rampolli per tenerli al riparo dalle turbolenze che in quegli anni di attivismo politico e di scontri sociali agitavano gli istituti pubblici: meglio il porto sicuro di quelle mura con tanto di piscina e professori compiacenti e "giri" dei quartieri-bene, con le loro festicciole, le auto e le moto costose in mano a ragazzi neopatentati e magari ancora minorenni, lontano da quanto avveniva nelle strade a poche centinaia di metri di distanza: questo accadeva non solo a Roma, ma in egual misura a Milano (vedi Leone XIII dei gesuiti, in zona Magenta/Monti, o lo Zaccaria dei Salesiani) e in tutte le altre città di una certa dimensione, terreno fertile anche per la crescita di virgulti che avrebbero germogliato nell'eversione di estrema destra in particolare. La doppia morale era la regola, in quelle famiglie che, pur nella loro diversità come le descrive la voce narrante e come vengono illustrate nel film, avevano in comune dei rapporti basati sulla legge del più forte (e infatti nelle scuole private il bullismo era la regola molto più che in quelle pubbliche) e una logica maschilista che non era stata minimamente scalfita dal movimento femminista che pure in quegli anni era particolarmente vivo. La pellicola descrive molto bene la vita all'interno di quella scuola e quella di relazione dei suoi discepoli, dove ogni problema, e spesso sopraffazione, veniva messo a tacere dalla compiacenza di chi la dirigeva davanti a generose "donazioni" dei genitori di prepotenti e teppisti. E' in questa melma che nasce l'idea, a tre individui particolarmente marci, di circuire delle ragazze di tutt'altra estrazione, delle "estranee" che vivevano fuori dal quartiere, delle coatte, in altre parole, che servivano solo per divertirsi o sfogare su di loro una sessualità repressa e quindi già malata, pronte a divenire carne da macello davanti a un eventuale rifiuto. E così è stato. Ai tempi lo stupro era ancora considerato un reato contro la morale, e non contro la persona: sono passati 45 anni da allora, ma a me non pare che nella realtà e nelle teste sia cambiato poi molto da allora... Mordini ci sa fare, il film scorre verso il precipizio, e se anche gli ultimi 20' sono duri, non c'è compiacimento e insistenza nelle scene che illustrano la violenza e il cinismo degli squallidi personaggi autori del crimine e la sofferenza delle vittime. La scuola cattolica fa da un lato rivivere quell'epoca, dall'altra ricorda quanto ci sia ancora da fare e di stare all'erta.