venerdì 29 dicembre 2023

Foglie al vento

"Foglie al vento" (Kuolleet Lehdet) di Aki Kaurisimäki. Con Alma Pöysti, Jussi Vatanen, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Martti Siosalo e altri. Finlandia, 2023 ★★★★★

Graditissimo ritorno, sei anni dopo L'altro volto della speranza, del regista a mio parere più essenziale, poetico e umanista in circolazione, che ho avuto occasione di definire maestro del surrealismo magico, autore poco prolifico che però in quarant'anni di carriera cinematografica non ha mai sbagliato film e non ha mai deviato dalla sua linea: sinceri e coerenti come lui, solo Ken Loach e pochi altri, una categoria ormai rara. E sempre ispirato, che nelle sue storie di personaggi perdenti e stralunati che gli stanno realmente a cuore, riesce sempre a metterci un sorriso e una traccia di speranza, anche quando il mondo si affaccia sulle loro vite in tutta la sua insopportabile durezza. Come in questo caso le notizie della guerra tra Russia e Ucraina, una realtà che in Finlandia è letteralmente alle porte, che giungono via radio nel povero, essenziale ma inappuntabile appartamento di Ansa, una donna che ha avuto la vita famigliare distrutta dall'alcol che ha ucciso il padre, il fratello e indirettamente la madre, la quale passa da un impiego precario e malpagato all'altro (anche il Paese scandinavo si adegua al mercatismo ormai imperante ovunque) ma sempre con grande dignità. Per puro caso incontra Holappa, un metalmeccanico che viene cacciato in successione daogni posto di un lavoro perché con l'alcol cerca, inutilmente, di sfuggire alla depressione cronica che lo affligge, e viene regolarmente beccato a bere. I due si piacciono, e alla prima uscita vanno (significativamente) a vedere I morti non muoiono di Jim Jarmush (altro autore con una visione simile a Kaurisimäki) all'immancabile cinema Ritz, ma Holappa smarrisce proprio lì il biglietto col numero di telefono di Ansa. I due non hanno idea di dove viva l'altro, si perdono ma si cercheranno proprio lì, a turno davanti al cinema, e saranno le locandine dei film in programmazione, tutti dei classici amati dall'autore, a scandire il tempo: non citazionismo saccente, esibito e fastidioso, ma affettuoso e autorionico, così come quello musicale, dal rock in stile Leningrad Cowboys, al tango, a Schubert, specchio dei gusti  e dell'eclettismo del regista finlandese e immancabili in ogni sua pellicola. Che in 81 minuti concentra, senza una sbavatura, un distillato del suo modo di vedere il mondo, dove l'umanità di sottomessi, gli sfruttati, i traditi, coloro che Toni Negri aveva definito l'operaio sociale, va avanti a sopravvivere perché capace, in un panorama di squallore relazionale, a essere capace di vera e profonda solidarietà, pure nell'apparente afasia e carenza di comunicatività. Anche la storia raccontata nel film, i due (Alma Pöysti, Jussi Vatanen, che interpretano la coppia, sono portentosi) che si ritrovano nonostante tutti gli ostacoli che le vicende vissute hanno posto alla loro ricerca di un angolo di felicità, si chiude con una nota ottimistica, nonostante le tenebre e la follia imperanti: insomma, non bisogna perdere la fiducia, ma soprattutto la propria umanità. Un film esemplare, necessario, un gioiellino prezioso, coloratissimo benché girato in una Helsinki squallida, impersonale e straniante, che fa bene alla salute di chi lo vede, un altro bellissimo regalo da parte di un regista e narratore raro.

domenica 24 dicembre 2023

Un colpo di fortuna (Coup de chance)


"Un colpo di fortuna (Coup de chance)" di Woody Allen. Con Lou de Laâge, Valérie Lemercier, Melvil Poupard, Niels Schneider, Sara Martins, Elsa Zylberstein, Yannick Choirat, Gréegory Gadebois e altri. Francia, GB 2023 
★★★-

Cinquantesimo film di Woody Allen, non uno dei suoi più memorabili ma nemmeno dei peggiori, come purtroppo lo era stato Un giorno di pioggia a New York, oppure alcuni girati in Europa che sembravano finanziati dagli enti di promozione del turismo dei vari Paesi che l'avevano ospitato: Spagna, Inghilterra, Italia e, soprattutto, Francia. Girato in una Parigi autunnale, in francese e con attori indigeni, torna su un argomento caro al regista, il caso e le coincidenze che incombono sul destino degli umani e ne determinano le traiettorie. Qui abbiamo una coppia di sposi apparentemente felice dell'alta borghesia: Jean, un uomo d'affari di successo, il cui lavoro consiste nel "rendere i ricchi ancora più ricchi", del quale si mormora che abbia qualcosa da nascondere del suo passato, in particolare la misteriosa sparizione del suo ex socio, e Fanny, al secondo matrimonio (il primo era con un musicista spiantato e drogato, quando ancora era una giovanissima idealista e ribelle), che si è adeguata alla situazione e a sua volta vende opere d'arte ad altri ricchi in una casa d'aste. Una perfetta coppia borghese, cementata dal quattrino e dalla convenienza reciproca, anche se dal casuale incontro con Alain, un ex compagno di liceo, aspirante scrittore e da sempre innamorato silenziosamente di lei, Fanny comincia a sospettare di essere una sorta di moglie-trofeo per il consorte. A quel primo casuale incontro ne seguono altri, da cosa nasce cosa, i due diventano amanti e il dubbio si insinua sia nella giovane donna, sia nel marito, sempre più geloso e ossessivo, che alla fine scopre la tresca dopo aver incaricato un'agenzia di investigatori privati di seguire la moglie e, pur facendo finta di nulla con lei, anche per salvare le apparenze, risolverà le cose alla sua maniera, ossia facendo "sparire" chi si mette sulla sua strada. Mentre Fanny, dopo che Alain è scomparso improvvisamente dalla circolazione, è sempre più confusa e sospetta di essere stata abbandonata dall'amante, ci vede invece chiaro la madre di Fanny, interpretata da una Valérie Lemercier che ricorda molto sia nel ruolo sia nelle fattezze la Diane Keaton in Misterioso omicidio a Manhattan, che sgama il genero e, per un "colpo di fortuna" evita la fine riservata al povero Alain e che sarà invece il caso, o se vogliamo la coincidenza, che gli renderà giustizia punendo Jean. Il come, lo scoprirete soltanto vedendo il film. Che rimane comunque ben fatto anche se prevedibile, poco pungente a parte un velo di ironia e sarcasmo che lo pervade, nella descrizione di una borghesia squallidamente attaccata al denaro. Si ride poco o niente, al massimo si sorride; Parigi, fotografata con la consueta maestria da Vittorio Storaro, quasi coetaneo di Allen, non è quella cartolinesca che si poteva temere, alla fine il risultato è discreto ma non si va molto oltre la sufficienza nel complesso. Magari per i suoi 90 anni il buon vecchio Woody sfornerà ancora uno dei suoi colpi di genio: attendiamo con fiducia!

lunedì 18 dicembre 2023

Il migliore dei mondi

"Il migliore dei mondi" di Maccio Capatonda aka Marcello Macchia. Con Maccio Capatonda, Piero Sermonti, Martina Gatti, Stefania Blandeburgo, Luca Vecchi e altri. Italia 2023 ★★★1/2

Prodotto dalla Leone Group e distribuito da Prime Video, e visibile su questa piattaforma in streaming, il terzo lungometraggio che vede Maccio Capatonda sia nelle vesti di regista sia di protagonista, oltre che autore del soggetto, non assurge alle cime abissali di Italiano medio, suo film d'esordio del 2016, ma si colloca al discreto livello di Omicidio all'italiana, del 2017, godibile, scritto bene e interpretato in modo eccellente quanto stralunato dallo stesso Maccio e dai suoi compagni di ventura, a cui manca però ancora una certa fluidità e continuità per farne una commedia a tutto tondo, di grande respiro. Sul "breve", vedi spot, sit-com, videoclip, Capatonda è un fenomeno, così come lo è nella parte dei personaggi solo apparentemente macchiettistici che dipinge in toni volutamente esagerati, ma assolutamente congrui alla realtà di tutti i giorni da cui li pesca, realtà e squallore che sono spesso oltre ogni immaginazione: lui ha il coraggio di metterli in scena, altri suoi più noti colleghi no. Diversa la compagnia di giro e l'ambientazione abituali: siamo nel 2023, a Roma e non a Milano oppure in Molise, e il nostro eroe, Ennio Storto, è il tipico nerd, uno smanettone che gestisce un negozio di elettronica assieme al fratello, ex ribelle no global, che rimpiange i tempi dei cocktail molotov e si dà alle droghe da discoteca. Ennio invece conduce una vita abitudinaria e senza scosse, scandita dalla rete in una casa domotica dove dialoga con Alexa, si masturba con video porno, fa "dating" non impegnativi, finché non incrocia Viola, una ragazza che appartiene a una comunità che rifiuta il rincoglionimento tecnologico e viene a farsi riparare un modem da 56 kb, agli occhi del tecnico un reperto archeologico: quando si fa convincere ad accontentarla, viene catapultato in un universo parallelo dove lo sviluppo informatico, in seguito ai disastri del Millennium Bug, è stato bloccato negli anni Novanta. Ennio vi cade fornito del suo iPhone14, che susciterà le mire di un gruppo di rivoluzionari, una setta confinata in un ospedale psichiatrico di cui fa parte Viola (di cui in questo mondo di innamora), che invece crede nello sviluppo tecnologico, insomma un totale ribaltamento dei ruoli e un viaggio nel tempo, pane per Capatonda e per il suo omino: basti pensare come si destreggia in automobili non dotate di servosterzo e, soprattutto, navigatore... Il resto ve lo lascio immaginare. Peccato che Viola, che possiede il modem che è l'unico mezzo per consentirgli un ritorno nell'universo originario, muoia in una sparatoria con la polizia, e mentre il fratello ritroverà il suo spirito rivoluzionario, lui dovrà rivolgersi a Steve Jobs in persona che, dopo il disastro del Bug, si è rifugiato sotto falso nome in un casolare di campagna. Insomma, ce n'è per tutti. Si ride, a tratti si sghignazza, ma con un fondo amarognolo, sentendosi anche abbastanza cretini per come siamo diventati ormai totalmente dipendenti da smartphone e compagnia. E se lo dice Marcello Macchia che è del ramo, c'è da credergli. Insomma: soddisfatto, ma il buon Maccio ha ampi margini di miglioramento anche sul "lungo". 

mercoledì 8 novembre 2023

Anatomia di una caduta

"Anatomia di una caduta" (Anatomie d'une chute) di Justine Triet. Con Sandra Hüller, Swann Arlaud, Milo Machado Graner, Antoine Reinarzt, Samuel Theis, Jehnny Beth, Saadia Bentaïb e altri. Francia 2023 ★★★1/2

Benché diffidi sempre dei verdetti delle giurie dei maggiori festival cinematografici, specialmente negli ultimi decenni dominati dal dogma del "politicamente corretto" con ulteriori iniezioni di Me Too di rinforzo al luogo comune, fregiarsi della Paola d'Oro è sempre un buon viatico e quindi di buon grado sono andato a vedere Anatomia di una caduta, quella che ha causato la morte di Samuel dal balcone dello chalet di montagna (siamo vicini a Grenoble) dove viveva con la moglie Sandra Voyter (una scrittrice tedesca di successo) e il figlio ipovedente Daniel. Caduta che viene analizzata in ogni possibile dettaglio in fase di indagine e poi dibattimentale, perché prima la polizia e poi la pubblica accusa dubitano della causa accidentale e puntano i loro sospetti sulla donna. Lo schema è dunque quello di film poliziesco e processuale, la cui azione è ambientata in gran parte nell'aula del tribunale del capoluogo regionale dove si svolge il processo, tra interrogatori e controinterrogatori dell'accusata, degli investigatori, dei periti e di altri testi e che diviene, visti l'argomento e la pruriginosità dei palesi dissapori di coppia e la notorietà dell'accusata, un caso mediatico. In realtà ciò che viene dissezionato è il rapporto di una coppia disfunzionale in cui i ruoli tradizionali sono invertiti: Sandra è una donna forte, indipendente, autocentrata, che non nega di ispirarsi per i propri romanzi a eventi reali tratti dalla propria esperienza come anche di trarre spunto da idee di suo marito, un ex docente che si è ritirato dall'insegnamento proprio per dedicarsi anche lui alla scrittura ma a cui viene a mancare l'ispirazione, a differenza di Sandra che va avanti spedita per la sua strada. Però a incrinare la loro relazione è il senso di colpa che Samuel sente per l'incidente che ha causato la lesione al nervo ottico del figlio, rendendolo quasi cieco, su cui in parte gioca Sandra per rinfacciargli l'inconcludenza oltre alla scelta di essersi isolati in un luogo isolato, con scarsissimi contatti con il prossimo e pressoché privi di vita sociale. Durante il processo Sandra (la interpreta l'omonima Hüller, attrice tedesca di grandissima levatura, eccezionale nella parte) è assistita dall'avvocato Rizzi (Swann Arlaud), un amico di vecchia data, e verrà alla fine scagionata grazie a una testimonianza del figlio e... del cane di famiglia, ma non è l'esito di un thriller quasi "hitchcockiano" nel ritmo e nell'intrigo (ci sono anche molti flash-back a illustrare un rapporto di coppia fatto di profonda incomprensione e visioni diametralmente opposte) la parte interessante del film quanto la doppia verità che emerge da un flusso continuo di domande e risposte, resa evidente soprattutto durante il dibattimento ma anche dalle registrazioni di alcuni scambi verbali effettuate da Samuel durante i numerosi litigi della coppia, recuperate e prodotte in aula. Insomma un film interessante, ben congegnato, forse un po' troppo arzigogolato, a cui probabilmente avrebbe giovato una sforbiciata di un buon terzo delle due ore e mezzo di durata per renderlo meno simile a un prodotto televisivo. Comunque, non male, in gamba la regista Justine Triet, giunta al suo quarto lungometraggio (il primo per me) anche se il negletto La verità secondo Maureen K. di Jean-Paul Salomé. apprezzato di recente, con cui pure ha qualche affinità (per la parte poliziesco-processuale, oltre che per avere come protagonista una donna in stato di accusa), è a tutt'altro livello.

sabato 4 novembre 2023

C'è ancora domani

"C'è ancora domani" di Paola Cortellesi. Con Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Romana Maggiora Vergano, Emanuela Fanelli, Sergio Colangeli, Vinicio Marchioni, Francesco Centorame e altri. Italia 2023 ★★★★1/2

Eccellente esordio alla regia di Paola Cortellesi, che mi fa un immenso piacere perché da sempre la stimo come attrice, comica, sceneggiatrice ma soprattutto come persona: intelligente, equilibrata, discreta, mai sopra le righe. Film d'apertura della recente Festa del Cinema di Roma, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti, a cominciare dall'apprezzamento del pubblico: scontato forse nella capitale, dove "gioca in casa", ma confermato dal successo che C'è ancora domani sta avendo nelle sale di tutto il Paese dopo la sua uscita, la scorsa settimana (a Udine, al Visionario", un applauso spontaneo durante una proiezione pomeridiana, cosa del tutto inconsueta). E la pellicola merita, ché più italiana non potrebbe essere, omaggio sì (ma non solo) al genere cinematografico più originale che questo Paese abbia prodotto, il neorealismo, ma anche alla commedia che, sotto varie forme, ne sarebbe stata l'erede e che ne ha raccontato la storie, i vizi le e virtù, mettendolo impietosamente davanti allo specchio. Paola Cortellesi lo fa con un film molto originale, con cui ha voluto raccontare le storie a sua volta ascoltate da parenti più anziani: bisnonni, nonni, genitori, zii che le avevano vissute nell'immediato dopoguerra. Siamo infatti a Roma, vita di quartiere, anzi: di cortile, nella tarda primavera del 1946: per le strade c'è ancora la Military Police americana. La giornata di Delia, la protagonista (Paola Cortellesi stessa) inizia con un ceffone ricevuto dal marito Ivano (un grandioso e Valerio Mastandrea, generoso ad accettare il ruolo di un personaggio così odioso) mentre gli dà il buongiorno. Ché a Ivano si devono perdonare gli scatti d'ira, ché, poveretto, "ha fatto due guerre". Sulla quarantina, la donna ha tre figli, di cui la maggiore, Marcella, vorrebbe studiare ma non può perché è meglio che porti a casa una paga e cerchi un buon partito: infatti è fidanzata col figlio del bar-pasticceria del rione, rampa di lancio per uscire dalla condizione in cui versa la famiglia. Delia, oltre a tenere in ordine il sottoscala in cui vivono, fa lavori di rammendo per una merciaia, iniezioni a domicilio, riparazioni di ombrelli. Abbozza in casa, ma ha la sua valvola di sicurezza fuori: un amore di gioventù che fa il meccanico e sta pensando di trasferirsi al Nord (Vinicio Maerchioni), soprattutto un'amica che vende ortaggi al mercato (Marisa, interpretata da Emanuela Fanelli: strepitosa) che la sostiene. In casa sopporta, ha pure a carico il suocero capriccioso e indolente (Sergio Colangeli: altra chicca). Vita quotidiana, pure squallida, dove il sopruso, anche la violenza, viene condivisa pure dai vicini, ché denunciarla non servirebbe: Cortellesi la descrive così com'era, e chi ha vissuto la vita di "cortile" in un rione di una grande città anche solo negli anni Cinquanta e Sessanta lo sa, senza premere mai sul tasto più scontato, il manicheismo che, invece, caratterizza il "politicamente corretto" in auge attualmente. La violenza maschilista, pur denunciata, è messa anche in ridicolo, e le scene potenzialmente più cruente risolte magari in un casquet, ballando su un motivo d'epoca, intonato da Achille Togliani, oppure su un pezzo di Lucio Dalla o Battiato, apparentemente fuori contesto ma in realtà del tutto "sul pezzo". Ho molto apprezzato anche che Paola abbia usato la parola "negro" parlando, per l'appunto, con un militare statunitense di colore: termine che fino a solo quarant'anni fa non aveva nessun connotato offensivo o razzista. Non tutto è bianco e nero, dice il film, benché in bianco e nero, molto suggestivo e assolutamente congruo, sia la pellicola: altra scelta coraggiosa e inusuale. Un bel giorno Delia riceve una lettera indirizzata proprio a lei: la legge, la mette da parte in un luogo segreto, dove tiene anche i suoi pochi risparmi personali (il suo tesoro), sembra uno spiraglio per un futuro diverso. Lo sarà, ma non come immagina, inevitabilmente, la gran parte degli spettatori: la sorpresa è in agguato e sta nel titolo. E nella lettera che una lettera non è, ma un "passaporto" per un futuro diverso, forse. Perché dopo la domenica, c'è (o almeno c'era) anche un lunedì. Come scoprirà chi seguirà il mio consiglio di non farsi scappare questo film. Che merita, come Paola Cortellesi, un applauso, anche per avere fatto un atto più che mai politico senza mai parlare di politica. Brava davvero. 

martedì 31 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon

"Killers of the Flower Moon" di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, Brendan Fraser, Louis Cancelmi, Larry Sellers e altri. USA 2023 ★★★★★

Sono tre ore e mezzo ben spese, quelle che attendono chi si decide di andare a vedere in sala l'ultimo lavoro di Martin Scorsese che, infallibilmente, ha colpito ancora con un monumentale affresco che mette in luce, attraverso una micro saga famigliare che ruota attorno a tre personaggi, tutto l'immenso marciume, l'avidità, la grettezza, il razzismo, l'ignoranza che stanno alla base società americana, la stessa che impone il suo modo di vivere e il suo sistema come un valore universale da difendere a qualsiasi costo contro chi osa metterlo in dubbio o semplicemente si rifiuta di condividerlo: ne abbiamo un esempio proprio attualmente, con le guerre foraggiate da questo impero in disfacimento e dai suoi alleati più fedeli (a cominciare dal nostro governo attuale e a buona parte di quelli che l'hanno preceduto). Si tratta dell'adattamento dell'omonimo romanzo-indagine di David Gann, uscito in Italia col titolo Gli assassini della terra rossa, e sceneggiato dallo stesso Scorsese assieme a Eric Roth, che racconta come un'orda di famelici "coloni" bianchi si siano impossessati, con i vari trucchi consentito dalla "legge" (quella del Far West, in sostanza, che caratterizza tuttora il sistema normativo USA, una cosa da primitivi, per un qualsiasi europeo continentale e che avrebbe inorridito un qualsiasi cittadino dell'Impero Romano 2000 anni fa), di tutti i diritti che facevano capo alla Nazione indiana degli Osage dopo che in Oklahoma, terra desolata dove erano stati forzatamente trasferiti e relegati dagli originari territori che abitavano negli attuali Kansas e Louisiana, era stato scoperto il petrolio. Che aveva fatto immensamente ricchi gli indigeni, i quali però potevano esercitare le loro facoltà solamente attraverso un tutore bianco. In questa situazione, nei primi anni Venti del Novecento, Ernest Burkhard (DiCaprio), un giovane reduce di guerra senza arte né parte né dotato di grande intelligenza, ma attirato dal danaro facile, torna nella natìa Fairfax dove lo zio William Hale (De Niro) lo assume come autista e, sostanzialmente, tirapiedi, invitandolo a cercare moglie fra delle eredi Osage, in modo da poterne a sua volta ereditare i diritti ed esercitarli direttamente e, appunto, "legalmente". E, per interesse ma anche per amore, Ernest la moglie la trova in Molly (Lily Gladstone), che ha visto morire il padre e poi una dopo l'altra la madre e le sorelle, uccise o in circostanze oscure, e lei stessa via via avvelenata, fino a perdere quasi del tutto la capacità di agire, con una falsa cura per il diabete di cui soffre. Cosa che succede a tutta la gente Osage, infiltrata man mano da avventurieri bianchi con la complicità tacita del governo. Unica eccezione alcuni agenti del neonato BOI (dal 1935 FBI) di Edgar J. Hoover, mandati a Fairfax da Washington per risolvere i casi di morti sospette e guidati da Tom White (Jesse Plemons), che riescono a convincere Ernest a testimoniare contro lo zio, la vera anima nera che si professava amico e protettore degli Osage, mettendo alle strette Hale, ma l'unico che pagherà davvero, nonostante gli accordi presi, sarà proprio l'ingenuo e sprovveduto Ernest, che perderà tutto mentre i veri gangster si approprieranno di tutto, distruggendo ancora di più la Nazione Osage. Grande prestazione dei due attori protagonisti, con una menzione di merito particolare per Leonardo di Caprio, che ha accettato il ruolo di un personaggio sotto tono rispetto a quelli che interpreta di solito, un giovane privo di talento e fondamentalmente stupido, attirato sì dal denaro ma non del tutto immorale, innamorato della moglie ma ignaro dei meccanismi diabolici messi in atto dallo zio e del significato di quel che gli accade intorno. Anche Hale, del resto, è a suo modo "in buona fede", si crede sul serio amico degli indigeni ma perché li considera poco più che degli animali domestici, infarcito com'è della retorica della frontiera che ancora oggi ammanta di un supposto idealismo l'atavica sete di danaro a qualunque costo e l'individualismo sfrenato che stanno alla base del mito americano e del relativo sistema di vita e di "valori": si sta parlando di un Paese nato su un genocidio sistematico e che non ha ancora risolto, nel 2023, il problema del razzismo, non solo verso i pochi "nativi" superstiti, i milioni di discendenti degli schiavi africani ma anche le nuove minoranze, a cominciare da quella ispanica, in preda a una violenza endemica nonché il più drogato e impasticcato del pianeta. Tutta la filmografia di Scorsese (e di rari coraggiosi autori, come Quentin Tarantino e pochi altri ancora) è lì a ricordarcelo. Da sottolineare, oltre all'accuratezza della ricostruzione ambientale, una fotografia con i controfiocchi, interpretazioni di altissimo livello e, al solito, una colonna sonora di lusso, affidata niente meno che a Robbie Robertson (già membro della Band), purtroppo scomparso nell'agosto scorso. Grande film, a mio parere imperdibile, e Scorsese sempre un fuoriclasse. 

mercoledì 25 ottobre 2023

Il cielo sopra Berlino

"Il cielo sopra Berlino" (Der Himmel über Berlin) di Wim Wenders. Con Bruno Ganz, Otto Sander, Peter Falk, Solveig Dommartin, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder e altri. Germania, 1987 ★★★★★

Dal 2 ottobre è tornata in circolazione nelle sale la versione restaurata, a cura della Wim Wenders Foudation in collaborazione con la Cineteca di Bologna, del capolavoro del regista tedesco, Palma d'Oro a Cannes 35 anni fa, un film senza tempo (e senza età) come gli angeli che ne sono protagonisti, Damiel (Bruno  Ganz) e Cassiel (Otto Sander), i quali hanno l'incarico di assistere i berlinesi dall'alto di quell'unico cielo che sovrasta la città che, quando fu girato, nel 1987, era ancora divisa in due dal Muro. Li vediamo ascoltare i pensieri delle persone sui treni della metropolitana, nelle strade e nei negozi, nelle sale di lettura della biblioteca di Stato, nei bar, e si ritrovano ogni tanto a raccontarsi le loro esperienze e le loro impressioni: vivono in un universo in bianco e nero dove solo i bambini sono in grado di riconoscerli, come avviene nel circo dove capita Damiel e dove vede all'opera una trapezista alla sua ultima rappresentazione, licenziata perché il circo chiuderà per debiti, che volteggia sul suo attrezzo, incantando il pubblico, con delle ali attaccate alle spalle; oppure i poeti, come Homer, che invano cerca la Potsdamer Platz, prima della guerra una delle più belle piazze europee, trovando uno spiazzo desolato dove non è rimasto che il famoso Muro. Li riconosce anche un attore americano, venuto a girare un film ambientato in epoca nazista, Peter Falk, universalmente noto come il Tenente Colombo, pure lui un ex angelo che ha rinunciato all'immortalità per aiutare concretamente, condividendone l'esistenza, gli umani. Che la loro vita la vivono a colori, come a colori sono le immagini della Berlino uscita distrutta dai bombardamenti, e quelle della seconda parte del film, quando Damiel decide anche lui di diventare umano e andare in cerca della bella trapezista (Solveig Dommartin) che aveva incontrato una seconda  volta, mentre era ancora uno spirito, in un locale dove si teneva un concerto di Nick Cave and The Bad Seeds: ricordo, se fosse necessario, il ruolo fondamentale che la musica ha avuto in tutta la filmografia di Wenders, almeno quanto le parole (qui la sceneggiatura si avvale del contributo dell'amico Peter Handke, che ha collaborato con lui anche in altre occasioni) e la fotografia (che ne Il cielo sopra Berlino era curata da Henri Alekan, da cui anche il circo citato nella pellicola prende il nome). E' proprio Peter Falk ad avvertire Damiel degli inconvenienti che potrà incontrare diventando uomo in carne e ossa, a dargli suggerimenti e a incoraggiarlo a cercare la giovane donna che da subito aveva sentito come l'unico completamento possibile del suo essere, e che a sua volta stava attendendo la persona del suo destino. Un film profondamente umanista, di grande suggestione e di rara poesia, che è un viaggio nella memoria della città, nella crisi di identità dei suoi abitanti per la sua vicenda del tutto particolare, e quindi inserito in un ben preciso contesto storico, ma che ha al cobtempo una valenza generale, parla del significato del tempo, dei sogni e delle aspirazioni, della ricerca di felicità e pienezza di ogni essere umano, di dare insomma un senso alla propria esistenza nonostante tutte le contrarietà degli eventi e i condizionamenti a cui è sottoposto. Se vi capita a portata di mano, va da sé che raccomando di correre a vederlo. Il paragone con quello che è mediamente in circolazione negli ultimo dieci anni è sconfortante.