venerdì 30 novembre 2018

In guerra

"In guerra" (En Guerre) di Stéphane Brizé. Con Vincent Lidon, Mélenie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire, Bruno Bourthol, David Rey, Isabelle Rufin, Sébastien Lamelle, Valérie Lamonde e altri. Francia 2018 ★★★★★
Massimo dei voti per un film che, nel suo genere (militante? politico? di denuncia? realista?) è esemplare, potente, duro, difficile, indigesto e rimane a "lavorare dentro", e non soltanto per il colpo di scena con cui si conclude: un pugno nello stomaco che ci meritiamo tutti quando, dando credito alle ciance sui populismi, le migrazioni epocali, il dogma della legge del mercato, l'unica ideologia sopravvissuta e vincente su ogni altra visione del mondo e dell'esistenza umana, ci dimentichiamo del tema centrale: il lavoro che viene meno, che  grazie alla delocalizzazione, la finanziarizzazione dell'economia e, non ultima, la robotizzazione, sparisce. La telecamera "a spalla" di Stéphane Brizé ci porta all'interno della fabbrica Perrin, con sede ad Agen, in una regione ad alta disoccupazione come la Garonna, specializzata in apparecchiature automobilistiche che fa parte di una multinazionale tedesca, e nelle stanze in cui si svolgono le infuocate assemblee dei lavoratori e in quelle in cui avvengono le estenuanti trattative con la controparte durante un durissimo contenzioso tra i sindacati e l'azienda di cui la proprietà decide unilateralmente la chiusura dei battenti nonostante abbia firmato un accordo che prevedeva il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro in cambio di una sostanziosa riduzione di stipendio e di bonus, con aumento della produttività, da parte del personale tutto per cinque anni: dopo due anni l'accordo, per decisione della dirigenza, diventa carta straccia, l'esistenza dei lavoratori sconvolta, minata alla base, nel sostanziale menefreghismo del governo, che dopo aver tergiversato facendo inasprire ancor di più la vertenza, fa finta di appoggiare le loro istanze proponendosi però al più come mediatore, si tira indietro prendendo le distanze non appena la rabbia e il malcontento operaio oltrepassano i "limiti" della stessa legalità, sfociando in aggressioni non solo verbali e incidenti con la polizia, fatta intervenire in assetto antiguerriglia. Come nel precedente e più che egregio La legge del mercato, l'ottimo Stéphane Brizé (che aveva firmato anche un altro bel film, di tutt'altro tipo, Una vita, tratto dall'omonimo romanzo di Guy de Maupassant, a conferma della sua versatilità e bravura) si avvale di un attore eccezionale come Vincent Lidon, perfetto nel dare vita all'irriducibile capo sindacalista Vincent Amédeo, e di altri non professionisti ma altrettanto bravi ed efficaci, smaschera il linguaggio manipolatore dei vertici aziendali e dei politici nonché quello ambiguo dell'informazione, compresa quella che passa dai social media, sottolinea quanto attraverso questo e le tattiche dilatorie che si basano sull'eterno, diabolico schema del divide et impera utilizzato da chi ha il coltello dalla parte del manico, porti all'immancabile, letale contrapposizione tra i lavoratori che si divideranno ancora una volta tra duri e puri, decisi a difendere con il lavoro quella che vedono come l'essenza stessa della loro esistenza, e i "trattativisti", disposti ad arrendersi all'inevitabile (e,  nelle condizioni attuali, sempre che si dia per scontata la suprememazia e l'ineluttabilità della legge del mercato così è) in cambio di sostanziose buonuscite. Un film da vedere, qualsiasi siano le convinzioni politiche, per chiunque si renda conto quanto il tema del lavoro e della sua scomparsa e comunque cambio di senso sia cruciale al giorno d'oggi.

mercoledì 28 novembre 2018

Red Land (Rosso Istria)

"Red Land (Rosso Istria)" di Maximiliano Hernando Bruno. Con Selene Gandini, Geraldine Chaplin, Romeo Grebensek, Franco Nero, Sandra Ceccarelli, Eleonora Bolla, Maximiliano Hernando Bruno, Diego Pagotto, Vincenzo Bellini e altri. Italia 2018 ★★★★
Al solito, non riesco a capire la titolazione dei film italiani o in italiano di film stranieri. Che cosa cazzo mi significa Red Land? Non bastava Rosso Istria per una pellicola prodotta e girata in Italia con interpreti italiani (salvo il bravissimo Romeo Gebenscek, sloveno) che racconta una storia italiana? Ah, ecco: una storia italiana ma avvenuta nel lontano NordEst, che da 75 anni viene pervicacemente rimossa, occultata, manipololata a piacere senza mai affrontarla per quello che è stata e in cui, come al solito, ci è andato di mezzo il cittadino comune, ossia chi ha subito le conseguenze di quanto deciso altrove e in più alte, inarrivabili sfere. Che è poi la storia dell'umanità, e non dal  punto di vista del potere: in questo caso quella degli accadimenti che precedettero l'esodo degli italiani d'Istria e Dalmazia, un caso di vera e propria pulizia etnica che si sarebbe concluso nel 1954, in contemporanea con l'assegnazione definitiva della Zona A del Territorio Libero di Trieste all'Italia. I prodromi dell'esodo nell'estate del 1943, tra la caduta di Mussolini e l'8 Settembre, con lo sbandamento dell'esercito italiano lasciato senza comandi dai suoi vertici e dai Savoia fuggitivi, insomma, e in particolare, vi si racconta la tragica vicenda di Nora Cossetto, giovane studentessa universitaria di Visinada, in Istria, prima stuprata e poi infoibata, vittima simbolica della prima ondata di esecuzioni da parte dei partigiani titini, che non coinvolsero soltanto militari ed esponenti del regime fascista, ma anche e soprattutto i civili italiani, compresi quelli antifascisti e perfino alcuni comunisti non allineati, e pure quegli slavi che simpatizzavano con gli italiani non per motivi politici, ma perché ci convivano pacificamente da centinaia di anni, prima che le smanie nazionaliste prendessero il sopravvento. A pensarci bene, prima dello scoppio della Grande Guerra, quando entrambe le etnie (e ve ne erano un'altra decina) convivevano pacificamente nell'Impero Austroungarico. Per raccontare questa storia negletta ci è voluto un regista e attore (e qui anche sceneggiatore) argentino, per quanto di origini italiane: uno nostrano difficilmente avrebbe avuto il coraggio di andare contro l'onda da sempre dominante nell'universo cinematografaro concentrato nella Capitale (che da queste parti risulta molto più lontana di Vienna e lo è, anche geograficamente: ma è una cosa che non si deve dire), da sempre complice o succube del luogocomunismo de sinistra; e non stupisce nemmeno che siano vergognosamente poche le sale in cui viene proiettato (40 in tutta Italia nella seconda settimana) e magari a orari assurdi come a Udine, nel primissimo pomeriggio e dopo le 21: quasi un boicottaggio; e così, per protesta, sono andato a vederlo ieri a Trieste, città che più di ogni altra ha avuto un ruolo in quelle tristi vicende, per di più al Cinema Nazionale, così se qualche cretino vuole darmi anche del fascista, se ci tiene, faccia pure. Forse qualcuno avrà voluto leggere in quel "Rosso Istria" (da mettere tra parentesi) un riferimento troppo esplicito alle malefatte dei partigiani jugoslavi e alle complicità dei comunisti locali (su istruzioni del Migliore, il compagno Palmiro Togliatti, il braccio destro di Stalin per i repulisti a livello internazionale, vedi Guerra di Spagna), e invece si tratta del titolo della tesi di laurea, riferito al colore che la terra ha in Istria, dovuto alla massiccia presenza di bauxite, che Norma Cossetto, studentessa di lettere e filosofia all'Università di Padova, stava preparando, con l'aiuto del professor Ambrosin, altro personaggio di spicco del film interpretato da Franco Nero, l'intellettuale del posto (siamo a Visinada, nell'Istria Occidentale, tra Pirano e Parenzo) a cui i giovani italiani, fascisti e no, facevano riferimento. Norma era sì figlia del podestà locale, peraltro in quel periodo a Trieste, a cercare di capirre istruzioni sul da farsi che nessuno si prendeva la responsabilità di dare, ma nulla più; così come non c'entravano coi fascisti la maggior parte degli infoibati di quella tornata: il film ne racconta la storia inquadrandola nelle sue relazioni famigliari e di amicizia, rendendo vivo, a quasi ottant'anni di distanza, un intero ambiente e una realtà che appare oggi remota: ci sono gli amici antifascisti, a cominciare dall'amica del cuore, disposta perfino a tradirla; c'è il disertore, peraltro un ex spasimante (la componente mélo non poteva mancare); c'è il prete del paese; ci sono i carabinieri; ci sono i coloni, slavi e italiani; ci sono i partigiani titini, forse eccessivamente tratteggiati come i malvagi della situazione, ma chi ha voluto vedere un film politicamente schierato è decisamente in malafede e pure dotato di una ragguardevole coda di paglia, perché il regista non nasconde, le cause di tanta furia anti-italiana da parte dei seguaci di Tito, gli slavi emarginati a loro volta e brutalizzati dall'italianizzazione forzata voluta dal regime fascista, peraltro comune a quella tentata in Sud Tirolo, e questo la dice lunga sulla politica della "madre patria" nei confronti delle popolazioni che abitavano le cosiddette "terre redente", così come sottolinea l'ignominia delle alte sfere militari e di Casa Savoia nonché la codardia dei caporioni fascisti. Chi paga il prezzo maggiore, anche nel film, non è alla fine chi è schierato in un senso o nell'altro, ma proprio chi non c'entra o chi più chiaramente ha capito che la bestialità senza controllo viene puntualmente scatenata da quelle ideologie che spregiano l'umanesimo, a cominciare da quelle nazionaliste, come il professore a suo tempo soldato nella Prima Guerra Mondiale; l'antifascista non comunista; l'amico e disertore che rimane nel dubbio. Inevitabilmente mi è venuto da pensare a ciò che diceva, mai abbastanza ascoltato l'indimenticato Fulvio Tomizza, nato proprio da quelle parti, sempre troppo italiano per gli jugoslavi e troppo slavo per gli italiani; uno comunista per i fascisti di qua e borghese per quelli di à. Due ore e mezzo in un film ben girato e ambientato alla perfezione, che ha il difetto dei essere di taglio un po' troppo televisivo, ma glielo perdono volentieri per il senso generale che vuol comunicare, affrontando un tema finora tabù nel nostro cinema oltre a cercare di oliare la memoria di un Paese che, se non sa nemmeno di preciso dove si collochi e che storia abbia il Friuli, figurarsi l'Istria o la Dalmazia, salvo andarci in vacanza d'estate (e solo i migliori lo fanno). 

domenica 25 novembre 2018

Troppa grazia

"Troppa Grazia" di Gianni Zanasi. Con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Rosa Vannucci, Carlotta Natoli, Teco Celio, Thomas Trabacchi, Daniele De Angelis e altri. Italia 2018 ★★½
Altro film che parte col piede giusto, scoppiettante, imprevedibile, sorprendente, e si va via via spegnendo: non negli ultimi dieci minuti come Chesil Beach, ma in tutta la sua seconda parte, in cui sembra perdersi tutta la verve, la freschezza e l'originalità della prima. E nulla può l'eccellente interpretazione della generosa e versatile Alba Rohrwacher, né quelle degli altri ottimi attori che le fanno da spalla: la trama, che nella surrealtà aveva la sua forza provocatoria (una Madonna vestita da profuga dimessa e dall'atteggiamento decisionista che appare a una geometra esperta in rilevamenti catastali, ragazza madre tanto pignola sul lavoro quanto confusionaria nella sua vita privata, e interferisce nella sua esistenza), si sfilaccia col risultato di non portare da nessuna parte, salvo in una sorta di paradiso bucolico, una vallata sotterranea svelata in seguito all'attentato a un cantiere che avrebbe dovuto edificare l'ennesima pensata del solito architetto sulla cresta dell'onda. Lucia (Rohrwacher) è una "disgraziata", come la definisce Paolo (Battiston) un assessore o sindaco di un paesino probabilmente toscano e suo vecchio amico per giustificare la sua scelta per mettere la firma a un progetto a cui tiene: troppo disgraziata per fare storie e non passare sopra a delle palesi irregolarità, ma appare, per l'appunto, la Madonna a cambiare le carte in tavola e a favorire il miracolo, ossia la "grazia", di una giustizia che per una volta si realizza non a opera delle istituzioni preposte ma per via del tutto illegale oltre che "divina". Gli spunti originali non mancano, alcune scene e scambi di battute sono decisamente originali e divertenti ma questa volta non bastano per ripetere il "miracolo" de  La felicità è un sistema complessoil film precedente del regista emiliano, che pure di talento ne ha e, paradossalmente, fanno precipitare la pellicola, nel suo complesso, nello scontato e nel luogocomunismo della commedia italiota, per quanto riveduta e corretta al l'insegna di una sorta di realismo magico, ed è un vero peccato: ma sono altresì convinto che Gianni Zanasi si rifarà alla prossima occasione. 

venerdì 23 novembre 2018

Chesil Beach - Il segreto di una notte

"Chesil Beach - Il segreto di una notte" (On Chesil Beach) di Dominic Cooke. Con Saoirse Ronan, Billy Howle, Anne-Marie Duff, Adrian Scarborough, Emily Watson, Samuel West e altri. GB 2017 ★★★=
Ché poi non era nemmeno una notte ma un pomeriggio di luce: non c'è un una scena notturna in tutto il film, che peraltro si distingue per luminosità (quella particolare che può offrire una località marittima dell'Inghilterra meridionale), fotografia e attenzione ai dettagli. La solita aggiunta nel titolo alla versione italiana che non c'entra un accidente: la storia è semplicemente quella di un matrimonio che è durato soltanto lo spazio di sei ore, perché non consumato, fra i due protagonisti arrivati entrambi vergini al momento dell'inizio di una vita in comune che sembrava nascere sotto i migliori auspici, a giudicare dal sentimento che legava i due protagonisti, Florence ed Edward, diplomata oxfordiana in violino e di buona famiglia lei, mezzo cafone di provincia (questo il giudizio dei insopportabili e gretti futuri suoceri) e laureato con lode ma a Londra e figlio del direttore di una scuola elementare e di una pittrice rimasta cerebrolesa in seguito a un incidente lui. Siamo nel 1962 e dagli USA, oltre ai venti libertari sull'onda del kennedismo, giungono i dischi di Chuck Berry che influenzeranno i Rolling Stones (nati in quell'anno), sta per scoppiare tanto la beatlemania quanto la rivoluzione sessuale ma i due, che si sono conosciuti l'anno precedente a un meeting antinucleare, davanti all'evento che dovrebbe segnare il passaggio all'età adulta nonché dalla liberazione delle catene rispettive catene famigliari che li hanno condizionati fino ad allora, si dimostrano ancora succubi di esse e si incartano: il momento tanto atteso si trasforma in una sorta di incubo in cui ciascuno dei due rivive, in continui flash back, gli episodi che li hanno segnati nonché le tappe del loro rapporto, che avrà fine proprio su quella spiaggia di ciottoli su cui si affaccia l'albergo in cui avrebbero dovuto trascorrere la prima notte di nozze, che non arriverà a sopraggiungere. La bravura di Saoirse Ronan non è una novità: da sola, anche qui come nel sopravvalutato Lady Bird, riesce a  illuminare un film altrimenti poco più che discreto: a soli 24 anni si conferma un talento straordinario, ma anche gli altri interpreti sono all'altezza, e caratterizzano in modo credibile i loro personaggi. Lecita e felice la scelta di costruire la pellicola sui flash back (Ian McEwan, oltre che autore del romanzo da cui è tratto il film, ne è anche lo sceneggiatore) ma solo fino ai dieci minuti finali, che rischiano di rovinare quanto visto di buono nei 100' precedenti: i due flash forward nel 1975 e poi nel 2007 sono micidiali, per un epilogo melenso, lacrimevole oltre che già visto (un esempio recente: La La Land, che però è un capolavoro) che poteva essere felicemente evitato sul grande schermo. 

mercoledì 21 novembre 2018

Widows - Eredità criminale

"Widows - Eredità criminale" (Widows) di Steve McQueen (II). Con Viola Davis, Elizabeth Debicki, Michelle Rodriguez, Cynthia Erivo, Colin Farrell, Colin Farrell, Liam Neeson, Robert Duvall e altri. USA 2018 ★★★+
Per una volta l'aggiunta nostrana al titolo originale, che specifica Eredità criminale, ha un senso compiuto: è quella che Harry Rawlins, capo di una gamba di criminali rimasta sterminata nel corso di una rapina andata male, lascia alla vedova Veronica in forma di un quaderno di appunti in cui si trova il piano dettagliato di una rapina da cinque milioni di dollari. Quelli che servono a Veronica e alle altre donne dei componenti della banda rimaste vedove innanzitutto per risarcire il malvivente di colore Jamal Manning, ora candidato a delle elezioni locali in un distretto di Chicago, a cui la banda aveva sottratto due milioni di dollari destinati alla campagna elettorale e che sono finiti bruciati durante uno scontro con la polizia (ma sarà davvero stato così?), sia per sistemarsi dopo la morte dei rispettivi mariti. Le donne non si conoscevano e non potrebbero essere più diverse, così come differenti erano i rapporti coi rispettivi mariti, e così Linda e Alice si uniscono a Veronica ma non Amanda, che ha da poco avuto un figlio e preferisce tenersene fuori: al suo posto entrerà a far parte del gruppo Belle, una ragazza brava ad arrangiarsi e autista provetta, che fa la baby-sitter part time da Linda. Questo il succo della trama di questo film su un "colpo grosso" che è sì d'azione ma anche molto altro, perché coglie il pretesto per mostrare i contrasti e le tensioni di una delle più grosse e importanti città statunitensi, la corruttela nell'amministrazione pubblica, le relazioni sotterranee e inconfessabili tra potere e gangsterismo e anche la chiesa: vittima della nuova rapina sarà infatti la famiglia Mulligan, a lungo dominatrice della scena politica del distretto (strepitoso Robert Duval nel ruolo del patriarca, invischiato in vicende giudiziarie, che ha dovuto rassegnarsi a far correre al suo posto Jack, un Colin Farrell che stavolta non gigioneggia, il quale non ha la sua tempra né le sue idee), ma soprattutto indaga in modo profondo e non banale sulle diverse personalità dei personaggi femminili, tutti resi molto efficacemente dalle interpreti, sulle quali svetta, a mio parere, la Alice di Elizabeth Debicki, la più contraddittoria e però riuscita del gruppo. Impossibile svelare altro sulla trama a meno di non rovinare la visione di un film in cui le sorprese non mancano e, se anche sembra partire col freno a mano tirato e divagando, girando in cerchio, ha il fuoco a covare sotto la cenere, e rimane realistico, per quanto riguarda i personaggi, al di là della credibilità della vicenda in sé. Efficace dunque sia come thriller d'azione, sia come film che racconta la realtà di una fetta d'America, per quanto tratto da una serie inglese di una trentina d'anni fa, soprattutto girato con ottimo mestiere da un regista che aveva già dato prova del suo talento in Hunger, Shame e 12 anni schiavo, sebbene quest'ultimo non mi avesse convinto.

domenica 18 novembre 2018

Afghanistan: Enduring Freedom



"Afghanistan: Enduring Freedom". Gli ultimi cinque episodi. Di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace. Traduzione di Lucio De Capitani, regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani; scene e costumi di Carlo Sala; video Francesco Frongia; luci Nando Frigerio; suono Giuseppe Marzoli. Con Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Fabrizio Matteini, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri, Giulia Viana. Coproduzione Teatro dell'Elfo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Napoli Teatro Festival.
Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 25 novembre.

Seconda parte del polittico sull'Afghanistan portato in scena con la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, rispetto alla prima, che privilegiava la ricostruzione storica in ordine cronologico, si concentra maggiormente sulle ripercussioni che gli eventi che hanno continuato ad abbattersi su quel martoriato Paese dal 1996 a oggi hanno sulle vicende umane di chi vi è coinvolto: di propria iniziativa, come i militari inglesi o americani, i talebani, le organizzazioni di aiuto umanitario o lo stesso Massud, il Leone del Panshir che nel suo desiderio di un Afghanistan moderno e democratico è andato a fidarsi della buona fede degli USA; oppure passivamente, in balia degli accadimenti e delle velleitarie e arroganti pretese altrui di essere in grado di risolvere un verminaio da essi stessi creato, si trattasse dei colonialisti inglesi di un secolo e mezzo fa, dell'imperialismo russo, di quello a stelle e strisce, dei vari signori della guerra e, da ultimi, gli "studenti" coranici. Come la prima parte, questo sequel è composto di cinque scene tratte da altrettanti distinti racconti di autori anglosassoni: Il Leone di Kabul di C. Teevan; Miele di B. Ockrent; Dalla parte degli angeli di R. Bean; Volta Stellata di S. Stephens e Come se quel freddo di N. Wallace, che non appartiene all’originario progetto del Trycicle Theatre. Soprattutto quest'ultimo, particolarmente suggestivo, che chiude le tre ore di questo intensissimo spettacolo, si svolge in una dimensione onirica, l'unica in cui possono trovarsi insieme e sullo stesso livello due ragazzine afghane, di cui la più piccola imprigionata in un burqa, e un giovane soldato americano arruolatosi per potersi pagare gli studi universitari, mentre ripercorrono la loro vita e i loro stessi sogni poco prima di morire, e anche l'unica dimensione in cui possono avere soluzione conflitti dovuti ad arroganza, delirio di potere, ignoranza, valori inconciliabili, linguaggi diversi e dove nessuno può pretendere di avere ragione o una soluzione in mano, com'è stato da sempre dimostrato dalla storia di questo Paese straordinariamente variegato e complesso. Le scene, semplici ed essenziali, in cui gli inserti multimediali sono ridotti rispetto alla prima parte, coi loro colori quasi stinti sottolineano l'aspetto di sospensione in cui si muovono i personaggi in una realtà di cui non hanno il minimo controllo, e di cui non sono in grado di comprendere il senso. Gli ottimi interpreti sono gli stessi della prima parte, Il Grande Gioco, già in cartellone all'inizio dell'anno scorso e che si può tuttora vedere, sempre all'Elfo/Puccini, nelle giornate di martedì 20 e sabato 24, mentre domenica 25 avrà luogo una maratona con inizio alle 11.30 del mattino.

giovedì 15 novembre 2018

Tutti lo sanno

"Tutti lo sanno" (Everybody Konows) di Asghar Farhadi. Con Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín, Eduard Fernández, Bárbara Lennie, Inma Cuesta, Elvira Mínguez e altri. Spagna, Francia, Italia 2018 ★★★★
Con Farhadi, a qualsiasi latitudine, longitudine o ambiente collochi le storie che racconta nei suoi film si va sul sicuro: che i segreti e la natura nascosta delle persone nei rapporti di coppia e famigliari vengano alla luce per via di eventi imprevisti, capaci di scatenarne la contraddizione, e che questo avvenga attraverso i dialoghi, dove le parole sono sì fondamentale, ma anche gli sguardi, i gesti e quanto viene taciuto; terza certezza, che il regista iraniano li affidi a interpreti capaci di reggere la parte, e anche in questo caso lo sono tutti, indistintamente. Laura (Cruz) torna dall'Argentina assieme ai due figli nel paesino rurale vicino a Madrid (per la cronaca si tratta di Torrelaguna) dove vive la famiglia d'origine in occasione del matrimonio di una sorella: grande festa, che coinvolge tutto il paese (dove tutto sanno di tutti) e in particolare, com'è ovvio, parenti e amici tra i quali Paco (Bardem), un viticoltore con cui aveva avuto una lunga e intensa relazione in gioventù. Grandi festeggiamenti, una vera fiesta dagli aspetti dionisiaci, durante la quale, proprio in occasione di un black out elettrico che risulterà essere stato causato artatamente, sparisce inspiegabilmente la figlia di Laura: entro breve verrà a sapere che si tratta di un rapimento, che però l'entourage decide di non denunciare alla polizia perché, in un caso precedente e in un paese vicino, la vittima, anche in quel caso una ragazza, fu uccisa dai sequestratori. Dovrà però dirlo al marito (Darín), rimasto a Buenos Aires per supposti motivi di lavoro, e questa è già la prima menzogna che verrà svelata: in realtà perché spiantato e in crisi da anni sia con la moglie sia a livello personale. Man mano che si procede nelle ricerche, e mentre ci si chiede chi fosse al corrente o meno della reale situazione finanziaria della famiglia della ragazza, si insinuano i dubbi su chi possa aver chiesto il riscatto, una somma peraltro non esorbitante, 300 mila euro, che comunque Laura e il marito Alejandro non sono nemmeno lontanamente in grado di pagare. Il sospetto dilaga, perfino sullo stesso genitore che nel frattempo è giunto in Spagna, per non parlare della posizione di Paco, e del motivo della sua disponibilità a fornire un aiuto più che concreto a risolvere una situazione che si fa disperata. Il finale è a sorpresa, anche se solo fino a un certo punto, ma tutto l'impianto regge perfettamente, in un alternarsi continuo di azione e momenti di pausa, esterni e interni, luce e ombra in un noir psicologico che può ricordare perfino Hitchcock. Un gran bel film, con attori impeccabili e, appunto, un autore che è una "certezza" a dirigerli.