sabato 23 marzo 2019

La conseguenza

"La conseguenza" (The Aftermath) di James Kent. Con John Clarke, Keira Knightley, Alexander Skarsgard, Flora Thiemann, Kate Phillips, Martin Compston, Jannik Schümann e altri. GB 2019 ★
Non ho idea se il bestseller di tale Rhidian Brook da cui è tratto questo film sia o meno un feuilleton del Terzo Millennio; sicuramente La conseguenza trasposta sullo schermo da James Kent, regista a tutta evidenza di formazione e gusto televisivi, è un polpettone ai limiti del sopportabile, eppure l'argomento, la relazione tra vincitori e vinti, e l'epoca, non molto scandagliata, per non dire rimossa, del primissimo dopoguerra, sarebbero di per sé interessanti, ma di questo la pellicola sostanzialmente non parla, concentrandosi sul lato sentimentale e melodrammatico della vicenda. Siamo ad Amburgo nell'autunno del 1945, cinque mesi dopo la fine delle ostilità, e Lewis Morgan (Clarke), un colonnello dell'esercito britannico incaricato della ricostruzione della città, viene raggiunto dalla moglie Rachel (Knightley) e la coppia si stabilisce nella lussuosa villa, rimasta miracolosamente intatta in tanto sfacelo (si sta ancora scavando fra le macerie e continuano a essere rinvenuti cadaveri carbonizzati), che viene requisita all'architetto Stefan Luber (Skarsgard), rimasto vedovo, che vi abita con la figlia Freda. L'uomo, raffinato ed elegante, ora è costretto a lavorare in fonderia: in realtà lo vediamo quasi sempre in ghingheri aggirarsi nei saloni descrivendo le particolarità dell'arredamento e magnificando il design del Bauhaus; in più Lewis che, essendo militare, la guerra l'ha fatta e vista da vicino e vuole superarne la logica, cerca di stabilire un rapporto civile coi vinti e gli concede di rimanere a vivere nella mansarda. Chi si trova a disagio sono Rachel, che odia tutti i tedeschi indiscriminatamente perché il loro figlio è rimasto ucciso nei bombardamenti di Londra (lei però non si è fatta manco un graffio senza sentirsi minimamente in colpa, anzi: rinfaccia ancora al marito, che stava combattendo, di non aver approfittato dei sei giorni di licenza che gli erano stati concessi per raggiungerla) e Freda, che finisce col fare comunella con un giovane nostalgico del Führer. Siccome è davvero un film del cazzo che non merita di essere visto, vi racconto che fra lei e il bell'architetto nasce una tresca e si arriva al punto che lei sta per partire con lui e la figlia verso la Baviera per iniziare una nuova vita, salvo pentirsi e tornare, con la valigia già sul treno, fra le braccia del marito (muovendosi non si sa come, se a piedi, sotto la neve, e arrivando alla villa perfettamente asciutta e con la messa in piega intatta). Tutto quanto è altamente improbabile, a cominciare dalle abilità pianistiche della gentile signora, per non parlare delle singole situazioni e delle tempistiche sballate, per quanto l'ambientazione sia attenta ai dettagli, almeno per quanto riguarda l'arredamento. La recitazione dei due fedifraghi è penosa: né la Knightley (a ben guardarla, e i primi piani abbondano, molto meno bella di quel che crede o le fanno credere) né l'altro bellone Skarsgard hanno la minima idea di cosa significhi recitare, in compenso riescono entrambi a far diventare i loro personaggi ancora più odiosi di quel che già sono da copione, non si capisce se volutamente o no; l'altra coppia di odiosi, l'uomo dei servizi segreti inglesi e la moglie, Compston e Phillips, almeno conoscono il mestiere di attore; l'unico a salvarsi e non meritarsi tanta miseria è il povero Clarke. Uno spettacolo sconfortante: raramente ho visto un film britannico così penoso: se volete farvi del male, accorrete in sala! 

giovedì 21 marzo 2019

Momenti di trascurabile felicità

"Momenti di trascurabile felicità" di Daniele Luchetti. Con Pif, Thoni, Renato Carpentieri, Francesca Alleruzzo, Francesco Giammanco e altri. Italia 2019 ★★★½
E così, nonostante le mie fosche previsioni dopo l'esito alquanto penoso del suo ultimo film Io sono tempesta Daniele Luchetti, che dietro alla macchina da presa è uno dei più in gamba in Italia, si è prontamente rifatto alla prima occasione, trasfondendo sul grande schermo, in collaborazione con l'autore, Francesco Piccolo, a sua volta sceneggiatore anche per Nanni Moretti, il contenuto di due libriccini di successo dello stesso, basati su una serie di frammenti e riflessioni su piccoli avvenimenti tratti dalla quotidianità che, nel film, sono stati ricomposti in un racconto che fluisce tra passato e presente, sogno e realtà nella forma di commedia aggraziata e surreale. A Paolo (Pif), un ingegnere sui quaranta che lavora in un cantiere navale di Palermo, marito felice della poco più giovane e "creativa" Agata, padre di due figli, l'emblema di una famiglia della sinistra progressista e bene inserita, al momento della morte per un incidente in motorino (ha sfidato come sempre la sorte di passare a un incrocio nel preciso istante in cui tutti i semafori sono sul rosso: questa volta non ce l'ha fatta per un quarto di secondo), al centro di smistamento-anime nel Purgatorio, una via di mezzo tra la cancelleria di un tribunale e un ufficio postale, viene concesso un supplemento di vita di un'ora e 32', la durata esatta del film, per un errore di calcolo, e a riaccompagnarlo sulla Terra è il suo angelo custode, il sempre bravissimo Renato Carpentieri, che gli dà alcuni opportuni suggerimenti (prontamente disattesi) su cosa fare e soprattutto evitare in questo breve lasso di tempo che il suo assistito vorrebbe utilizzare per sistemare "le ultime cose in sospeso". Cosa che non riuscirà, perché ripiomberà nei ritmi della vita di tutti i giorni che sono completamente diversi, facendovi da contrappunto, da quelli degli ultimi istanti di vita nei quali, cosa che "scopriremo solo vivendo" (e morendo), si ripercorrerebbe tutta la propria esistenza nei suoi momenti salienti e ricavandone, forse, il senso. Questi momenti sono appunto quelli del titolo, di trascurabile felicità o anche infelicità; le piccole ossessioni, le manie, gli infantilismi del personaggio principale, interpretato da un non-attore come Pif ma senza la conseguenza di farne un "film di Pif" (alcuni molto ben riusciti, altri un po' meno ma comunque gradevoli) ma in cui Pif funziona comunque dando a Paolo quell'aria tra lo stralunato e il fanciullesco che lo rende non solo simpatico ma vicino, in tanti suoi aspetti, a chiunque. Oltre a una sceneggiatura che scorre bene, alla riuscita della pellicola contribuiscono anche la brava Thoni (Agata), i due ragazzi che recitano la parte dei figli (più maturi e sensati dei genitori), i caratteristi di contorno e l'ambientazione in una Palermo autentica, non stereotipata, e per una volta non romanesca, milanese o torinese, con tanto di parlata che, essendo quella degli attori, quasi tutti indigeni, e quindi non caricaturale, soprattutto in bocca alle donne risulta estremamente orecchiabile e gradita. Divertente, con garbo e intelligenza, malinconico il giusto, Momenti di trascurabile felicità fa anche riflettere, ma senza menarla. Bentornato, Luchetti!

martedì 19 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate

"Boy Erased - Vite cancellate" di Joel Edgerton. Con Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton, Flea e altri. USA 2018 ★★
Il tema è serio: l'oscurantismo e la paranoia degli adepti di certe congreghe religiose cristiane molto diffuse negli USA; la storia da cui è tratto, vera; il cast, almeno in teoria, d'eccellenza, ma il risultato  è deludente e il film fiacco. Un peccato, perché mette il dito in una piaga: in 36 Stati del Paese delle Libertà è tuttora consentito che esistano delle strutture in mano a istituzioni religiose e dirette da invasati e ciarlatani che operano come centri di recupero per "deviati" di varia natura: omosessuali anche solo potenziali (col risultato di diventarlo del tutto, come in questo caso); ludopatici, alcolisti, drogati, maniaci sessuali (o presunti tali), dove durante la "cura" ai degenti viene impedito di comunicare all'esterno, e soprattutto, di divulgare i metodi con cui si provvede a riportarli sulla retta via, che vanno dalla violenza psicologica alle pene corporali. Un percorso che il protagonista, Jared, un diciottenne socievole e confusamente attratto dai coetanei, figlio di un predicatore battista e della sua improbabile moglie, intraprende volontariamente dopo che ha confessato le sue tendenze al padre e questi si è consultato con i maggiorenti della comunità battista di una città dell'Arkansas (The Land of Opportunities: così recita la targa automobilistica dello Stato: come no...), tutti convinti che l'omosessualità sia una patologia e non  frutto di una libera scelta. Ché poi, solo a vedere il quadretto di una famiglia in cui la comunicazione è forzatamente azzerata, col padre monomaniacale e una madre improbabile, che solo per come si concia spiega come mai un ragazzo normalissimo, avendola come modello femminile, reprima qualsiasi tentazione eterosessuale, tutto si spiega, meno che ne esca un ragazzo sensibile e intelligente. Che proprio per queste sue caratteristiche si ribellerà alle angherie cui il curandero, una specie di guru senza alcuna formazione scientifica la cui terapia consiste in demenziali citazioni dalla Bibbia, sottopone i "malati" e abbandonerà il programma "Rifugio" con l'appoggio della madre, affrontando finalmente il padre. Siccome siamo in Ammeriga, il Land of Opportunities più in grande e per definizione, Jared diventerà uno scrittore di una certa fama, il padre rivedrà i suoi preconcetti, la madre andrà avanti a vestirsi come la caricatura di un puttanone e poi tutti vissero felici e contenti. La cosa più divertente, e prevedibile, è che il terapeuta sadico, nella realtà, lascerà la congregazione e si sposerà, in un altro Stato, con un uomo. Spiace per gli sforzi di Joel Edgerton, attore australiano alla sua seconda regia, che in questa occasione si è anche cimentato nel ruolo del cattivo cavandosela egregiamente come del resto Lucas Hedges (già apprezzato in Grand Hotel Budapest e Manchester by the Sea) nella parte di Jared, ma il film risulta poco convincente e questo proprio per colpa della prestazione delle due star, provenienti dall'Oceania come lui, chiamate a fare da specchietto per le allodole: Nicole Kidman sempre più plastificata e irrigidita al punto che il suo volto non è più in grado di comunicare alcuna espressione, nel ruolo di una madre quarantenne agghindata in maniera ridicola perfino per certe pensionate settantenni a Miami, e un Russell Crowe imbolsito come non mai a farle da degno consorte, entrambi deprimenti se non fossero ridicoli. Quando la scelta di ingaggiare due stelle di Hollywood trasforma una pellicola altrimenti dignitosa e pure istruttiva in un flop. 

domenica 17 marzo 2019

Eclipse / Chiara Civello Trio in concerto


Per essere una città di provincia, la vita artistica, culturale, musicale e, diciamolo, anche sportiva di Pordenone, che raramente a Sud del Po qualcuno è in grado di collocare correttamente su una cartina geografica, è particolarmente frizzante: in un periodo di generale "stanca" come questo, a conclusione della 25ª edizione di DedicaFestival, incentrato quest'anno sull'opera della la scrittrice e poetessa nicaraguense Gioconda Belli, l'Associazione Culturale Thesis ha organizzato per un degno finale un concerto col Trio di Chiara Civello che prende il titolo dall'ultimo lavoro della poliedrica ed eccellente pianista e chitarrista d'ispirazione jazz che si è esibita per la prima volta su questa piazza nelle rinnovate sale dell'ex cinema Capitol. Seguo questa raffinata artista, unica nel panorama italiano, fin dall'inizio della sua carriera, dal primo album Last Quarter Moon, registrato, prodotto e uscito negli USA per la Verve (la casa per cui peraltro incide la collega Diana Krall, e a mio parere come livello siamo lì), a cui mi accomuna la passione per la musica brasiliana e il segno zodiacale (gemelli): da qui l'irrequietezza, ma anche la curiosità e l'amore per i viaggi, regolarmente intrapresi nei momenti in cui si sente la necessità di svoltare ("La tesi è: l'arte della ripetizione...", dice lei); purtroppo non l'età (lei ha giusto vent'anni in meno) e il talento musicale per cui, rendendomi conto dei miei limiti, ho lasciato perdere sia il pianoforte sia la chitarra, però di musica di tutti i generi, anche per tradizione famigliare, ne ho ascoltata tanta e vado avanti a farlo, e sono in grado di riconoscere subito quella buona e chi sa suonarla e interpretarla: Chiara Civello, in questo senso, è una rara avis. Nel concerto di ieri sera (sala colma, successo travolgente), accompagnata da Seby Burgio alle tastiere e al basso elettronico e dal giovane fresco neolaureato Francesco Aprili alla batteria e all'elettronica, ha eseguito sia i pezzi di Eclipse, album uscito due anni fa, un lavoro in between fra luci e ombre, pittorico, cinematografico, come l'ha definito, ma anche fatto un riassunto del suo percorso artistico, dal suo soggiorno di studio a Boston e la gavetta a New York (di quel periodo Trouble, pezzo scritto a quattro mani niente meno che con Burt Bacharach) al viaggio in Brasile nel 2008, in un momento particolare della sua vita, in occasione del quale ha avuto modo di conoscere e frequentare  di persona, dopo averli apprezzati musicalmente, i massimi esponenti del tropicalismo e della bossa nova, da Chico Buarque a Caetano Veloso a Gilberto Gil (di cui fu anche ospite speciale nelle tre date del Refavela Tour 40 che l'ex ministro della Cultura brasiliano tenne in Italia l'estate scorsa, e che purtroppo mi sono perso) ed è cominciata una fertile collaborazione con alcuni di essi, in particolare Ana Carolina e Dudu Falcão, oltre che con il chitarrista Pedro Sá, con cui ha firmato Um día, il pezzo "inno dei gemelli" con il quale ha terminato la serie di bis in chiusura di un concerto trascinante, durato poco meno di due ore, in cui con la sua voce calda e avvolgente non ha mancato di cantare e suonare cover di classici come Moon River o interpretare, da autentica crooner al femminile, numerosi pezzi scritti da lei stessa nonché rinverdire, con efficaci ed essenziali arrangiamenti elettronici bene amalgamati con gli strumenti suonati dal trio, alcuni classici della musica leggera italiana migliore, da Parole, parole a Io che amo solo te a Va bene così. Chiara Civello ha presentato uno show elegante, senza fronzoli, con grande personalità, calore, comunicativa, così come del resto è lei, qualcosa di più che una semplice cantante, interprete e musicista: un'artista a tutto tondo e una affascinante giovane donna alla mano, senza mai cedere alla ruffianeria, una cosa rara.

sabato 16 marzo 2019

The Day After / Greta dice...


Non mi stupisce che, con il gigantesco battage pubblicitario che l'ha preceduto, il primo Sciopero mondiale per il clima tenutosi ieri, e che ha interessato giovani studenti a tutte le latitudini, in buon numero bambini delle elementari e adolescenti delle medie, estensione a livello planetario dei venerdì di protesta della sedicenne svedese Greta Thunberg (da notare l'originalità del giorno prescelto, guarda caso quello che precede il fine settimana consacrato al tempo libero, da trascorrere possibilmente a fare shopping nei centri commerciali o in pellegrinaggio su quattro ruote o perfino in pullman organizzati in remoti outlet di provincia) abbia avuto un notevole successo di partecipazione ovunque, tranne, pare, che in Grecia: lì, come ha notato qualcuno, a rendere tutti austeri ed ecologisti ha provveduto la Troika. Così come non è stato per nulla inaspettato scorgere ieri mattina solerti madamine intente a dirigere le operazioni perfino nella piazza principale di una cittadina di 12 mila abitanti come quella in cui risiedo. Detto questo, non ho nulla contro una presa di coscienza in senso ecologico da parte dei più giovani, del resto è su di loro e i loro figli che si scateneranno gli effetti del disastro ambientale innescato dalla generazione di cui faccio parte in nome di un presunto progresso basato sull'aumento della produzione di merci spesso inutili e impossibili da smaltire se non con processi fortemente inquinanti e misurato in termini di PIL (che fosse una follia perversa l'aveva già detto 50 anni fa Robert Kennedy, che tre mesi dopo aver pronunciato un famoso discorso al riguardo fu assassinato). Però alcune domande credo sia il caso di porsele. Per cominciare, da dove spunta il personaggio, al centro di una campagna mediatica con pochi precedenti, dall'aspetto vagamente inquietante, fra le gemelle di Shining e Pippi Calzelunghe? Di cui si sottolinea, furbescamente, che sia affetta dalla Sindrome di Asperger, così da renderla inattaccabile pena l'accusa di discriminazione già pronta all'uso. Com'è che quando, quasi una ventina di anni fa, tra Seattle e Genova un movimento internazionale diceva le stesse cose, ma in maniera più strutturata e radicalmente critica nei confronti del mantra della Globalizzazione presentata come un approdo inevitabile e perfino auspicato, il Sistema e i suoi scagnozzi si sono scatenati a reprimerlo con una brutalità senza precedenti dal 1945, almeno qui in Italia, mentre adesso ascoltiamo i peana dell'informazione pressoché all'unisono e Greta Thunberg viene invitata alle sedute della Conferenza sul Clima dell'ONU di Katovice (qui tenne il discorso che ha dato il via alla sua notorietà su scala mondiale); a quelle dell'altrimenti blindato Forum Economico di Davos (amena località dei Grigioni da cui bisogna stare alla larga per un raggio di una quindicina di chilometri nei giorni in cui si svolge); ossequiata perfino con il baciamano

dalla più alta carica dell'UE a Bruxelles e, da ultimo, proposta come candidata al Premio Nobel per la Pace, invero alquanto sputtanato (e qui viene in mente Malala, sulla cui figura è stato montato a suo tempo un caso mediatico che costituisce un istruttivo precedente)? Com'è che ha già pronto un libro scritto a otto mani in famiglia con mamma, papà e sorella, che in Italia uscirà in maggio e verrà pubblicato, ma guarda un po', da Mondadori (leggi Berlusconi, noto ecologista)? Infine, come non pensare male quando politici come Zingaretti dedicano alla ragazzina svedese la propria elezione a segretario di partito e al contempo, come tale, il primo discorso pubblico lo tiene davanti ai cantieri del TAV a sostegno di un'opera inutile quanto disastrosa per il territorio e altamente inquinante, accodandosi al resto dell'establishment sostenuto dagli stessi trombettieri dell'informazione (Stampubblica e CorSera in testa) che ora inneggiano a Greta? Anche qui abbiamo il precedente di Bersani, che si intestò la vittoria al referendum sull'Acqua Bene Comune del 2011 che il suo partito aveva osteggiato fino al giorno prima (gli esiti del quale, peraltro, i governi che appoggiò e di cui fece parte affossarono sistematicamente), o quelli dei due Mattei, Salvini e Renzi, entrambi prima contro il TAV e poi a favore, stessa identica posizione che tennero sugli inceneritori, il cui numero venne incrementato fino al punto di definire "strategico" lo smaltimento dei rifiuti con questa modalità fortemente nociva proprio dal  decreto SbloccaItalia del 2014 di renziana memoria (e che il governo attuale, nonostante le promesse in proposito, non ha a sua volta ancora provveduto a revocare). Insomma: a pensar male (del prossimo) si fa peccato, ma si indovina. Non lo dico io ma nemmeno Andreotti, come pensano i più: la citazione è di Papa Ratti, Pio XI. Attualissima. Specie quando la manipolazione e la strumentalizzazione sono in agguato e stanno già operando. 

giovedì 14 marzo 2019

Diabolik sono io

"Diabolik sono io" di Giancarlo Soldi. Con Luciano Scarpa, Manuela Parodi, Stefania Casini, Francesca Fiorentini, Paolo Buglioni. Italia 2019 S.V.
Mah. Un altro prodotto italiano che reputo ingiudicabile, come già il recente Domani è un altro giorno: quello perché una copia francamente inutile, e al limite del plagio di un altro film; questo perché non si capisce cosa voglia essere, se non un omaggio di questo eroe a fumetti del tutto italiano, passato da una generazione all'altra a partire dagli inizi degli anni Sessanta,  al culmine del boom economico che trasformò completamente il Paese e questo nella città simbolo di quell'epoca aurea: Milano. Non perché una pellicola debba per forza appartenere a un genere ben preciso: in questo caso tra il documentario e la sua parodia, mockumentary come si usa dire con un orripilante termine preso dall'inglese, ibridato da una parte di finzione a sua volta innestata su una finta inchiesta: scoprire dove sia finito Angelo Zarcone, colui che disegnò la prima storia del personaggio inventato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani e che vide la luce nell'autunno del 1962, e poi sparito chissà dove. La parte fiction se lo immagina vittima di una perdita di memoria, da cui riemergono elementi che risalgono al re del crimine, in seguito a un incidente, vagare alla ricerca della propria identità, fra edifici abbandonati divenuti rifugio di clochard; l'incontro con una ragazza munita di tablet che lo aiuta nella ricerca di sé stesso e le cui sembianze gli ricordano quelle di Eva Kant; una visita nelle stanze della casa editrice del fumetto, l'Astorina, in Via Boccaccio a Milano, il tutto inframmezzato da interviste a personaggi più o meno noti che dicono la loro su Diabolik: e 'sti cazzi, verrebbe da dire. Le uniche cose davvero interessanti sono alcuni frammenti di filmati in Superotto delle due mitiche sorelle Giussani e il recupero dagli archivi della RAI di un'intervista alle due geniali autrici mai andata in onda per problemi tecnici e restaurata per l'occasione. Il tutto fatto passare per evento speciale (a prezzo altrettanto speciale e per soli tre giorni) al cinema, della durata di poco più di un'ora, e che avrebbe trovato la sua dimensione più appropriata in seconda serata sul piccolo schermo. Insomma, un'altra iniziativa balenga, fatta passare per cinema, che lascia il tempo che trova. 

lunedì 11 marzo 2019

La solitudine del ramarro in vetta alla classifica


E' dalla stagione 2011/2012, l'ultima in cui sono stato titolare di un abbonamento alla Beneamata, con relativi avanti-e-indré da 760 km a botta ogni due settimane tra la Furlanìa e San Siro a Milano, che non mi occupo, se non sporadicamente, di cose calcistiche su questo blog: l'ultima volta è stata una vignetta in occasione dello storico incontro, proprio al Meazza il 12 dicembre di due anni fa, tra Inter e Pordenone, due squadre che hanno in comune il fatto di non essere "mai state in B" e di spartirsi il mio cuore di tifoso. Già: i ramarri, saliti agli onori delle cronache nazionali proprio in quell'occasione quando, per i quarti di finale di Coppa Italia, costrinsero al pareggio nei tempi regolamentari la blasonata squadra nerazzurra e furono eliminati soltanto ai rigori: decisivo fu quello calciato da Yuto Nagatomo (un giocatore giapponese tecnicamente non eccelso però intelligente ed esemplare dal punto di vista dell'impegno e della serietà in campo e fuori: uno così di Icardi ne vale dieci, tanto per chiarire come la penso sulla pietosa e imbarazzante telenovela in atto in casa Inter). E' dall'anno successivo al Triplete che la Beneamata non mi dà soddisfazioni che non siano occasionali; d'altro canto, saltando gli impegni meneghini allo stadio, mi era venuto meno anche il contatto col campo: per chi ha frequentato le gradinate fin dalla più tenera età, a maggior ragione nella Scala del calcio, e praticato il gioco del balùn per quanto a livelli infimi e puramente amatoriali ma con passione, l'atmosfera di una partita dal vivo, con l'odore del prato, l'imprevedibilità degli agenti atmosferici; le voci, la visuale completamente diversa da quella televisiva, sono tutti elementi alla fine imprescindibili. E così ecco il Pordenone. Ma perché? Perché proprio lui? E non l'Udinese, che è la squadra del Friûl per definizione? E quindi della Piciule Patrie di cui è originaria la mia famiglia paterna, e dove mi sono trasferito ormai da 18 anni? Il tifo segue percorsi misteriosi, ma anche una sua logica e alcune costanti. Da piccolo, in età d'asilo, quando risalgono i miei primi ricordi, anche per condizionamenti famigliari, tra le due squadre della città in cui sono nato e vivevo, simpatizzavo per il Milan, ma già allora non "antipatizzavo" per l'Inter, anzi: mi incuriosiva, perché per i nerazzurri tifavano sia i miei parenti più giovani, sia le persone più "strane" (e simpatiche, francamente) che gravitavano attorno al mio ambiente, in particolare persone legate a quello artistico e dello spettacolo. Allo stesso modo, in Argentina, sono sempre stato del Boca e avverso al River. Chi non reggevo era la Juventus: il primo episodio di cui ho memoria fu il 9-1 che la squadra degli Agnelli inflisse maramaldescamente il 10 giugno del 1961 a un'Inter che schierava per protesta una rappresentativa giovanile in un "recupero": il gol della bandiera lo segnò Sandro Mazzola, figlio di Valentino (il Capitano del Grande Torino). Un predestinato, che iniziò e finì una carriera formidabile con la Beneamata. Il secondo che fu decisivo a spostarmi sul lato baùscia, fu lo spareggio per lo scudetto del 1964 che si giocò contro il Bologna a Roma, sempre in giugno il giorno 7, con l'Inter fresca vincitrice della Coppa dei Campioni 10 giorni prima a Vienna col Real Madrid. In entrambi i casi si trattava di una situazione poco chiara, che nella mia dimensione infantile già percepivo come sopruso, una prepotenza, e che aveva a che fare con la correttezza sportiva. Diventai definitivamente interista allora. Non da vincente, troppo facile: così fan tutti, a cominciare dagli juventini; ma da perdente. Una vita di sofferenze ma anche di gioie inenarrabili: alti e bassi, come si presentano nella vita di tutti i giorni, ma sempre certi di fare la cosa giusta e, soprattutto, di trovare conforto nel tuo compagno di fede, sicuro di stabilire con lui una sintonia impossibile da trovare con altri. Perché l'interismo è una condizione mentale: un modo di vedere il calcio ma non solo. Lo dico per spiegare il mio avvicinamento al Pordenone, e non ad altri. E c'entra solo fino a un certo punto l'origine pordenonese di un lato della mia famiglia paterna. Innanzitutto i colori sociali: il nero e i verde che ripropongono pari pari quelli del glorioso AC Venezia 1907, che era la squadra (città dov'è nata mia nonna paterna e in cui a lungo ha vissuto mio padre) per cui sarei stato perfino in grado di tradire l'Inter, e una volta lo feci, nel 1967, il 16 di aprile, quando la Beneamata uscì dal Sant'Elena con un 3-2 indecoroso perpetrando un furto quasi in stile sabaudo. Con disappunto avevo visto la fusione della gloriosa società con la Mestrina, che portò all'aggiunta dell'arancione alle sue maglie. Bon: il Pordenone, squadra di serie inferiori, veleggiante tra le D e la C, e decisivo è stato assistere dal vivo, al Franchi di Firenze, all'autentico furto perpetrato a favore del Parma nella semifinale dei playoff di Lega Pro del 13 giugno del 2017, e che rappresenta una città con Venezia ha un legame speciale, così come Sacile, e che la rende un'enclave di lingua veneta in terra friulana, ne ha conservato il colori. Che avranno pure una ragion d'essere, nelle scelte del tifoso: non sarà mica un caso che abbia un'avversione per le divise bianconere, che peraltro evocano già da sé, al di là di una discutibile estetica optical,  una visione semplicistica e binaria della realtà. Avrei potuto dirottare su Udine, dalle parti della Dacia Arena, le mie elucubrazioni e attenzioni calcistiche: una squadra in Serie A da decenni, appartenente comunque all'élite del calcio. E invece no; non solo le sue maglie a righe bianconere mi risultano repulsive, ma anche la sua tifoseria riesce a essere mediamente sullo stampo di quella juventina. Piuttosto la Triestina, squadra di una città cosmopolita improvvidamente eletta a capoluogo di una Regione, il Friuli-Venezia Giulia, inesistente. Che con Pordenone ha più affinità che motivi di contrasto. A cominciare dalla parlata, che è una variazione del veneziano. Checché ne pensi un certo numero, fortunatamente minoritario, di infiltrati udinisti nelle file della tifoseria neroverde. Ieri sera allo Stadio Nereo Rocco del capoluogo giuliano, scontro al vertice e una dimostrazione: applausi e considerazione sincera da parte della tifoseria locale che di calcio ne capisce, davanti a una squadra che, sconfiggendo i paroni de casa, secondi in classifica con dieci punti di distacco, protagonisti comunque di una prestazione orgogliosa, si avvia a salire per la prima volta nella sua storia in Serie B. Il mio augurio è che, da ora in poi, a seguire i Ramarri e le loro eccellenze giovanili, ci siano una città e una provincia che ne abbiano captato il messaggio: si può fare, ed essere presi sul serio.