domenica 29 dicembre 2024

Tofu in Japan - La ricetta segreta del signor Takano

"Tofu in Japan - La ricetta segreta del signor Takano" (Takano Tofu) di Mitsuhiro Mihara. Con Tatsuia Fuji, Kumiko Aso, Kumi Nakamura, Akama Mariko, Joa Hyûga, Riku Kurokouchi, Daikichi Sugawara, Yo Tukui. Masato Yamada e altri. Giappone 2023 ★★★1/2

Vincitore del Gelso d'oro all 26ª edizione del Far East Film Festival di Udine della scorsa primavera, Takano Tofu è un film semplice, di facile fruizione da parte di chiunque, insomma genuinamente popolare anche se prettamente giapponese: ricorrente è il tema del cibo, così come quello del rapporto tra generazioni e, in particolare, tra genitori e figli, e quello della preservazione delle tradizioni in tempi di globalizzazione spinta, per di più in un Paese duramente violentato da un'americanizzazione forzata dopo essere stato atrocemente punito da un doppio bombardamento atomico a guerra praticamente vinta. Quello delle vittime (anche secondarie) della Bomba e i loro discendenti, in giapponese Hibakusha, è un altro dei temi che emerge, senza risentimento e rabbia, ma con la ferma volontà di andare comunque avanti, e non a caso il film è ambientato nella idilliaca cittadina di Onomichi, che si affaccia sul mare interno di Seto, nella prefettura di Hiroshima. L'anziano Takano produce artigianalmente, e orgogliosamente, il miglior tofu della regione, e si rifiuta di venderlo a Tokio, come vorrebbe la figlia Haru, sulla cinquantina, rimasta sola dopo il divorzio e che lo aiuta, figurarsi all'estero, e insieme conducono un negozietto molto apprezzato. Quando si accorge di avere alcuni problemi cardiaci che necessiterebbero di un'operazione chirurgica, Takano si guarda bene dal farne cenno alla figlia, ma assieme agli amici di bevute e di chiacchiere dei negozi vicini, in particolare il barbiere locale, organizza una sorta di casting per selezionare un marito papabile per Haru, da presentarle come se si trattasse di un incontro casuale: lo avrebbero anche provato, un fascinoso chef specializzato in cucina italiana, ma Haru preferisce il modesto e imbranato direttore del supermercato locale, che tra l'altro vorrebbe promuovere e fare incrementare la produzione di Takano, e arriva al punto di abbandonare il lavoro e la casa paterna davanti alla testardaggine del padre. Nel frattempo il vecchio burbero, tra una visita in ospedale e l'altra, fa la conoscenza di Fumie, una coetanea, per l'appunto una hibakusha, alle prese con una malattia genetica, con cui l'intesa è immediata e che gli dà serenità e suggerimenti sensati, per cui la vicenda si conclude felicemente con il ritorno di Haru in negozio e la trasmissione dell'arte del padre alla figlia, segno di continuità e di accettazione delle scelte della figlia, nonché della precarietà della propria esistenza, che potrebbe essere minata dalla malattia. C'è anche un'altra sorpresa, ma non vado a svelarla. Per quanto Takano tofu segua dei canoni ben precisi e, come detto sopra, molto nipponici e si inserisca, se vogliamo, nel genere commedia mélo, è un film che rasserena, costruito in maniera prevedibile ma con garbo, che parla di rapporti umani autentici pur con interpretazioni piuttosto stilizzate (ma valide, specie quelle dei tre protagonisti principali), e lo fa efficacemente. Un altro film giapponese che fa stare bene. 

giovedì 26 dicembre 2024

Grand Tour

"Grand Tour" di Miguel Gomes. Con Gonçalo Waddington, Crista Alfaiate, Cláudio da Silva, Lang Khê Tran, Jorge Andrade, João Pedro Vaz, Jani Zhao, Teresa Madruga, Manuela Couto, Diogo Dória e altri. Portogallo, Italia, Francia Germania, Giappone, Cina 2024 ★★★★★

Un film caleidoscopico, evocativo, originale, che gioca col tempo e con lo spazio, e alterna immagini girate dal regista portoghese durante un relativamente recente viaggio nel Sud Est Asiatico, in Cina e in Giappone e il set allestito a Lisbona, dove è stato realizzato e montato, durante il periodo del Covid 19, raccontando la storia di una fuga (dal matrimonio) e di un inseguimento che si immagina avvenuti nel 1917. La fuga è quella che occupa la prima metà del film e ha per protagonista Edward, un funzionario coloniale britannico, che si trova Rangoon, allora capitale della Birmania, dove riceve per telegramma l'annuncio dell'imminente arrivo della fidanzata che non vede da sette anni, e dà il via a una peregrinazione che segue l'itinerario di un tipico Grand Tour in quell'area del mondo, valida ai quei tempi così come ora, e lo porta via via a Singapore, Bangkok, Saigon, Manila, in Cina, in Giappone, in Cina ai confini del Tibet; a ogni tappa scatta lo stesso meccanismo, perché lo raggiunge la notizia della prossimo venuta della tenace promessa sposa, Molly Singleton che, per nulla sgomenta e perfino divertita all'idea di questa imprevista avventura, la vive immergendosi nel clima e nelle suggestioni del viaggio gustandola giorno per giorno, incurante delle conseguenze. Incontri sorprendenti, intensi quanto fuggevoli, scoperte, imprevisti, esprimendo molto bene le sensazioni di quel "lasciarsi andare" che è tipico di un Europeo che incontra un mondo che non conosce, non capirà mai del tutto ma che lo affascina e a cui alla fine si adegua e si abbandona. Non a caso il film è parlato, e perfino raccontato (e opportunamente sottotitolato), in tutte le lingue dei Paesi attraversati, salvo che in portoghese quando a esprimersi sono i protagonisti. Avendo fatto più volte a mia volta dei Grand Tour immersivi da quelle parti, non mi ha stupito di ritrovamici in pieno, a prescindere dalla storia, che l'autore ha tratto da Il gentiluomo in salotto di William Somerset Maugham: non a caso il regista è un portoghese, quindi viene da un Paese che ha avuto una significativa presenza coloniale in quella parte del mondo, così come in Africa e in America Latina, e il suo sguardo inevitabilmente lo riflette, così come succede a chiunque provenga dal Vecchio Continente e abbia un minimo di cultura e coscienza di quel che fa e dei luoghi che gli capita attraversare. Non a caso il primo libro che mi è venuto in mente è La condizione umana di André Malraux, altrettanto evocativo di atmosfere e sensazioni, perfino olfattive, e, paradossalmente, Apocalypse Now. Quando, si entra in contatto con un mondo che non si riesce a decifrare e di cui non si capiscono lingue e codici i casi sono due: se non si può scappare o si fa il turista, oppure, come dicevo sopra, ci si lascia andare, ci si adegua, e si entra in uno stato che non è meramente contemplativo ma comunque relativamente passivo, abbandonandosi all'onda, guardando le cose come uno spettatore e al contempo concentrandosi su sé stessi e sul momento attuale: ecco perché capita di avere la sensazione di vivere pienamente l'istante e per cui gli incontri casuali e anche più banali hanno un sapore più intenso e diverso. Un film lento ma mai noioso e piatto, onirico ma ricco di sensazioni che permangono, in cui, per l'appunto ci si lascia andare e cullare. Davvero magnifico, per i miei gusti. 

mercoledì 25 dicembre 2024

Natale


E pure quest'anno ce lo siamo levato dai coglioni. Questi invece mai più... 

venerdì 20 dicembre 2024

Il corpo

"Il corpo" di Vincenzo Alfieri. Con Giuseppe Battiston, Claudia Gerini, Andrea Di Luigi, Andrea Sartoretti, Amanda Campana, Rebecca Sisti e altri. Italia 2024 ★★★+

Versione italiana del noir spagnolo El cuerpo di Oriol Paulo, del 2012, il terzo lungometraggio del regista, attore, sceneggiatore e montatore Vincenzo Alfieri mette senza dubbio in rsalto il mestiere di quest'ultimo, nonostante la giovane età: prodotto che usa tutti gli stilemi del genere, dall'atmosfera cupa, piovosa e quasi esclusivamente notturna all'ambientazione tra l'obitorio di un istituto di medicina legale, la casa di lusso e la altrettanto patinata sede del gruppo farmaceutico di cui era proprietaria Rebecca Zuin, il cui corpo, appunto, è scomparso dalla cella frigorifera della camera mortuaria dopo che è stata trovata senza vita, non si sa se per cause naturali o meno. A condurre le indagini è l'ispettore Cosser che, per chi ha visto la recente serie RAI tratta dai romanzi di Fulvio Ervas e che vede protagonista lo stesso Giuseppe Battiston, è la versione incazzata e incattivita dell'ispettore Stucky, che ancora non ha superato la morte dell'adorata moglie in un tragico incidente stradale di 5 anni prima a causa dell'omissione di soccorso da parte dei colpevoli. Investigatore a cui Bruno, il marito più giovane di Rebecca e che le subentrerà nel patrimonio nonché alla guida dell'azienda, fin dal primo incontro non va per niente a genio: ambiguo, donnaiolo, carrierista, il tipico rampante, capisce subito che si è fatto impalmare dalla riccona per interesse; del resto anche per Rebecca il giovane e oscuro assistente universitario di chimica industriale era una sorta di giocattolo e spesso vittima di scherzi piuttosto pesanti. I sospetti sul tipo si infittiscono sia per il suo comportamento e le sue omissioni sia, e soprattutto, perché il misterioso e rocambolesco trafugamento del cadavere appare sempre più congegnato per fare sparire l'oggetto del reato: senza cadavere è ben difficile provare il delitto, ma diventano certezza quando si scopre che la donna era stata avvelenata con un ritrovato che si utilizza in azienda dopo il rinvenimento del suo cadavere. Cosser ci aveva visto giusto, e Bruno viene condannato a 25 anni per omicidio. Ci aveva visto giusto anche Diana, la figlia di Cosser, che aveva avuto una relazione con Bruno, ma non dico cosa e perché: ci penserà il padre poliziotto a spiegarlo, all'uxoricida impietrito, quando dopo altri 5 anni va a trovarlo in carcere, dove gli altri detenuti gli riservano un trattamento adeguato a chi commette reati non ammessi nel codice della malavita e a chiarire così la situazione all'inclito pubblico. Ed è un bel colpo di scena. A cui si arriva in maniera forse un po' macchinosa e a tratti poco plausibile, ma il meccanismo funziona se si rimane col fiato sospeso fino all'ultimo e alla fine sorpresi e spiazzati dal finale. E soddisfatti. Battiston su tutti, ma nella parte anche Gerini (Rebecca) e Di Luigi (Bruno) che riesce a risultare decisamente odioso, e Sartoretti, che interpreta Mancini, l'assistente di Cosser, l'unico equilibrato della compagnia.

martedì 17 dicembre 2024

La stanza accanto

"La stanza accanto" (The Room Next Door) di Pedro Almodóvar. Con Julianne Moore, Tilda Swinton, John Turturro, Alessandro Nivola, Melina Matthews, Juan Diego Botto, Raúl Arevalo e altri. Spagna, 2024 ★★★★1/2

Ridotta col tempo la presenza in sala, a causa della diminuzione dell'offerta, in concomitanza con lo scadimento della qualità media, cosicché per distrarsi aumenta la fruizione delle serie televisive, cercando col lanternino quelle valide: in mancanza di grandi novità, al cinema la scelta prevalente è quella di andare sul sicuro, e questo spiega anche perché i "voti", in questa sede, siano ultimamente sono mediamente alti. Come nel caso di Pedro Almodóvar, a 75 anni al suo primo film in lingua inglese, con cui ha vinto il Leone d'oro per la miglior regìa nell'ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia, dopo avere ricevuto quello alla carriera. Un film lucido, essenziale, che ha per tema la morte, o meglio: il diritto di scegliere il momento di uscire dignitosamente la vita (abbandonare il party, dice una delle due splendide protagoniste, Martha, interpretata da una algida Tilda Swinton), e l'amicizia. Già colleghe di lavoro e sodali, in una rivista d'avanguardia nella New York degli anni Ottanta, Martha e Ingrid, Julianne Moore, si incontrano di nuovo quando quest'ultima, che sta traslocando nuovamente in città dopo anni trascorsi a Parigi, alla presentazione di un suo libro viene a sapere che l'altra è malata: un cancro alla cervice, e decide di andarla a trovare in ospedale. Il loro rapporto, già molto intenso, riprende da dove era iniziato: Ingrid, scrittrice di successo, nel suo ultimo lavoro racconta di come non riesca a concepire la morte; Martha, invece, l'ha affrontata e attraversata durante tutta la sua carriera di corrispondente di guerra, per la quale ha rinunciato a fare la moglie e, soprattutto la madre di una figlia che non ha mai saputo chi fosse il padre e con cui ha un pessimo rapporto. In seguito a un peggioramento delle sue condizioni dopo aver intrapreso una cura sperimentale, è proprio a Ingrid che Martha chiede di starle vicina, e precisamente "nella stanza accanto", nel momento in cui deciderà che sia giunto il momento di chiudere la partita, essendosi già procurata, nel dark web, una pillola per togliersi la vita. Non di assisterla o aiutarla in qualsiasi maniera, ben conscia dei rischi legali che l'amica correrebbe per avere agevolato il suicidio. Conscia di come la pensi, Ingrid non è nemmeno la "prima scelta" di Martha tra le persone a cui ha fatto questa richiesta, e dopo averne parlato anche con Damian già amico e anche al tempo amante di entrambe, John Turturro, in due brevi ma significativi camei, Ingrid accetta. Nella prima parte del film le due amiche ripercorrono le loro rispettive vite, anche in forma di flash backe l'appartamento di Martha, con una splendida vista sul fiume, con tutto quel che contiene ne è il contenitore; ma quando la decisione è presa, decidono di spostarsi fuori città in un luogo più asettico, senza ricordi, elegante e confortevole: immersa nella natura nelle vicinanze di Woodstock, la villa che scelgono ricorda quelle di Frank Lloyd Wright. In attesa che Martha decida quando sia giunto il momento, unico segnale sarà la porta della sua stanza lasciata aperta, i dialoghi serrati tra le due donne, così diverse tra loro, sono esemplari, intensi quanto lo è il loro rispetto reciproco, tra tensione e leggerezza, caldi e pieni di di affetto ma anche lucidi e crudi. Come la vita e la morte, del resto. Il finale non si racconta, ma è di una delicatezza poetica. Un film esemplare per come è costruito, girato, interpretato, con una fotografia eccezionale e una colonna sonora originale perfetta. Senza fronzoli, diretto, sincero. Senz'altro da vedere. 

sabato 14 dicembre 2024

Napoli-New York

"Napoli-New York" di Gabriele Salvatores. Con Pierfrancesco Favino, Dea Lanzaro, Antonio Guerra (I), Omar Benson Miller, Anna Ammirati, Anna Lucia Pierro, Tomas Arana, Antonio Catania e altri. Italia 2024 ★★★★1/2

Riprendere in mano un soggetto irrealizzato da Federico Fellini e Tullio Pinelli, una sorta di fiaba realistica, ricavarne una sceneggiatura e farne un film più che convincente poteva riuscire soltanto a Gabriele Salvatores, forte della sua esperienza teatrale negli adattamenti dei testi, e di una capacità rara di lavorare con bambini e adolescenti, dono che hanno solo registi sensibili e capaci di empatia. Protagonisti sono Celestina, una bambina orfana rimasta senza tetto e senza la zia che l'accudiva, morta per il crollo di una casa rasa al suolo dallo scoppio di una bomba inesplosa, lascito della guerra da poco conclusa (siamo a Napoli nel 1949) e Carmine, l'unica persona rimastale, poco più grande di lei, che vive di espedienti così come pressoché tutta la città nell'immediato dopoguerra. Fregato da un cuoco nero di una nave passeggeri americana che aveva aiutato a vendere della merce illegale, insieme all'amica riesce a salire a bordo della nave per recuperare il compenso pattuito, ma il bastimento riparte con i due a bordo, soluzione che a Celestina va bene perché a New York, dove è diretto, vive Agnese, che vi era andata per raggiungere l'americano che aveva promesso di sposarla. I due compiono così la traversata da clandestini, finendo per essere scoperti dal commissario di bordo, Domenico Garofalo, un italoamericano burbero ma che non ha dimenticato le sue origini, che alla fine li protegge e li aiuta a sbarcare di nascosto senza consegnarli alla polizia. Evitano così le umiliazioni che toccano alle centinaia di connazionali a Ellis Island, dove si trovava il centro dei controlli per l'immigrazione, e finiscono inghiottiti dalla grande città, dove li aspetta una serie di mirabolanti avventure, ma non riescono a trovare Agnese, finché la bimba, che si è ne frattempo persa, non scopre che la sorella si trova in prigione. Tralascio il motivo, ma Carmine, a Little Italy, riesce a rintracciare Garofalo, che lo ospita assieme alla moglie e, con l'aiuto della comunità italiana, riescono a ritrovare Celestina e poi a impedire una dura condanna ad Agnese. Una fiaba, dunque, a lieto fine, ma niente di mieloso e stucchevole: l'avranno vinta la cazzimma e la dignità dello scugnizzo, il buon senso, per una volta l'umanità. E, in futuro, forse l'amore: il finale lascia tutte le porte aperte, così come il cuore degli spettatori. A smentire le menate degli incontentabili e schizzinosi (iper)critici di professione sono sufficienti i volti sorridenti e rilassati del numeroso pubblico in sala, segno che ancora una volta Salvatores ha fatto centro. Interpretazioni da manuale, a cominciare dai due protagonisti, da Favino e dalla Ammirati, sua moglie nel film, e di Antonio Catania, vecchio storico sodale del regista. Mano sicura, fotografia notevole e, come sempre, colonna sonora all'altezza, come si conviene al fondatore, con Ferdinando Bruni, del sempre benemerito Teatro dell'Elfo di Milano.

lunedì 9 dicembre 2024

Berlinguer - La grande ambizione

"Berlinguer - La grande ambizione" di Andrea Segre. Con Elio Germano, Elena Radoncich, Stefano Abbati, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Andrea Pennacchi, Fabio Bussotti, Giorgio Tirabassi, Fabrizia  Sacchi, Roberto Citran, Paolo Pierobon, Pierluigi Corallo. Italia 2024 ★★★★1/2

Sono stato indeciso fino all'ultimo se andare a vedere o meno l'ultimo lavoro di Andrea Segre, che ripercorre alcuni anni cruciali nella vita e nella storia ormai non più tanto recente italiana, dal 1973 al 1978, attraverso quella dell'allora segretario del più grande partito comunista dell'Occidente, Enrico Berlinguer. Il timore di assistere a un "santino" era troppo forte, e conoscendo per esperienza l'inclinazione al culto della personalità a cui indulgevano i suiveurs del PCI e dintorni, che Segre, in quanto documentarista tra i più validi avrebbe certamente consultato, ne paventavo il risultato. Le critiche che leggevo alla sua uscita erano contrastanti: a Luciana Castellina era piaciuto il film ma non il ritratto "politico" di un uomo che aveva conosciuto molto bene di persona; Nanni Moretti, che non parla mai a caso, aveva fatto notare che "se Andrea Segre ed Elio Gemano avessero avuto vent'anni nel 1973 avrebbero odiato il compromesso storico". Io, come il buon Nanni, li avevo e concordo in pieno, così come non condividevo per niente la maggior parte delle scelte di Berlinguer. E non ho cambiato parere nemmeno dopo 50 anni. Ma la stima per Segre, che ho seguito dai suoi primi lavori e mai mi aveva deluso, e quella per Elio Germano, uno dei migliori attori in attività, di cui condivido anche le idee, erano tali che, negli ultimi giorni di programmazione in sala, mi sono finalmente deciso. E "santino" non è stato. Nessuna apologia del politico e nessuna santificazione dell'uomo, che comunque condivideva la stima della stragrande maggioranza degli italiani, perché nessuno (nemmeno i fascisti, a cominciare da Almirante) mai ha messo in dubbio la sua moralità, misura, correttezza e di cui trasparivano onestà, timidezza, serietà ma anche una certa vena scherzosa e ironica: era un uomo, non una macchietta, come altri personaggi dell'epoca, che comunque rispetto agli attuali protagonisti di una scena politica di raro squallore, giganteggiavano. Inframmezzato da filmati d'epoca (me ne aspettavo di più) La grande ambizione racconta la vita di Berlinguer tra famiglia e partito, nei momento cruciali di quel quinquennio, dalle riflessioni sulla possibilità che le cose in Italia andassero come in Cile se il PCI fosse arrivato al governo attraverso il voto, da cui la necessità di allearsi non tanto e non solo con i cattolici in quanto tali, ma con quella Democrazia Cristiana, dove Moro e le correnti di sinistra erano l'eccezione, e non la regola; il tentativo da parte dei servizi segreti bulgari di eliminarlo durante un viaggio a Sofia; la vicenda del divorzio e la clamorosa avanzata di consensi alle elezioni amministrative del 1975 e poi alle politiche del 1976, dopo l'intervento, a Mosca, al 25° Congresso del PCUS e relativo "strappo", quando il PCI raggiunse il 34% dei voti; il 1977 e la dura contestazione da parte del Movimento del 1977; sullo sfondo lo stillicidio degli attentati orchestrati da fascisti e servizi più o meno deviati e le incessanti manovre di questi ultimi; infine il sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse proprio nel giorno, il 16 marzo del 1978, in cui al Parlamento era prevista la presentazione del programma del quarto governo Andreotti: il precedente aveva goduto della "non sfiducia" da parte del PCI, questo del suo appoggio esterno, ma diretto. Non che la base, e buona parte del partito ne fosse convinta: e questo risulta anche dal film, che non giustifica per nulla le scelte del segretario comunista, a cominciare da quella sua accettazione dell'"ombrello" della NATO, che era qualcosa di più della semplice constatazione della situazione di fatto, che mal si concilia con la  coscienza, che pure aveva, che gli USA non avrebbero mai accettato la presenza dei comunisti italiani al governo, come risulta evidente anche dall'esito della vicenda Moro, quando, coerentemente con sue idee (e contro quelle di buona parte della popolazione nonché delle altre forze di sinistra, quella parlamentare del PSI e quella nelle piazze e fuori dai palazzi) schierò il PCI contro ogni trattativa con i rapitori (e quella del contrasto ai nemici "a sinistra" è sempre stata una fissazione di quel partito). Insomma la "Grande ambizione" del titolo non esclude le ambiguità del personaggio, almeno sul piano politico, né l'estrema complessità del periodo in questione. Alla fine trovo il film molto equilibrato, che non trancia giudizi, capace di rendere piuttosto bene l'aria che tirava e lo spirito del tempo, oltre che, se non soprattutto, dell'uomo Berlinguer reso dal protagonista del film. Ché l'interpretazione che ne fa Elio Germano è tra le sue migliori ed efficaci, da fuoriclasse, ma non scherzano nemmeno i colleghi che danno il volto al resto dello stato maggiore del Partitone, alcuni dei quali ho avuto modo di vedere e anche conoscere dal vero, tutti resi in maniera assai credibile, anche se mancano Pajetta e Amendola, tra i più rappresentativi. Insomma bravissimi tutti a cominciare da Andrea Segre, che ha fugato tutti i miei dubbi preventivi e che a me non sembra proprio aver amato, a posteriori e pregiudizialmente, il compromesso storico. Traspare, invece, l'abisso di partecipazione (e di speranza) con il giorno d'oggi.

venerdì 29 novembre 2024

Eterno visionario

"Eterno visionario" di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Federica Vincenti, Valeria Bruni Tedeschi, Giancarlo Commare, Aurora Giovinazzo, Michelangelo Placido, Michele Placido e altri. Italia 2024 ★1/2

Con tutta la stima e simpatia che nutro per Michele Placido, e pertanto passibile di pregiudizio positivo nei suoi confronti, sarei insincero se affermassi che questa sua ultima fatica, la 16ª regia, se non vado errato, mi abbia soddisfatto. Uscito quasi in contemporanea con il 90° anniversario della assegnazione del Nobel per la letteratura a Luigi Pirandello, autore che Placido ha avuto modo di incrociare più volte nella sua carriera, teatrale e cinematografica, in Eterno amore il drammaturgo siciliano, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio che non riesce, o non vuole, mascherare il suo accento decisamente lombardo-veneto, ripercorre come in un film gli ultimi 15 anni della propria vita, famigliare, sentimentale, professionale e i fantasmi che l'hanno popolata, dalla follia della moglie, all'amore assoluto quanto senile e impossibile per Marta Abba, l'attrice che fu la sua musa ispiratrice, il rapporto tanto intenso quanto difficile con i tre figli e quello controverso col fascismo, i successi e i fiaschi teatrali, l'incontro con il mondo del cinema nella Berlino di fine Weimar per una collaborazione, poi non riuscita, con il geniale regista tedesco Friedrich Murnau. Tutto questo in una serie di flash back nel corso di una notte insonne durante la trasferta in treno, da Amburgo a Stoccolma, per ritirare il prestigioso premio e tenervi il discorso di accettazione davanti all'Accademia Reale Svedese, accompagnato soltanto dal suo agente letterario Saul Colin, la cui parte si è riservata lo stesso Placido attraverso alcuni brevi camei in una delle rare interpretazioni convincenti del film. Le altre sono della sua ultima moglie (e musa? Gli aspetti autobiografici traspariscono non poco) Federica Vincenti (Marta Abba) e dello stesso Bentivoglio, al quale però un trucco meno approssimativo avrebbe giovato non poco. Volendo si potrebbe ritenere valida la prestazione di Valeria Bruni Tedeschi, altrimenti insopportabile come la sua voce, al cui confronto quella di Valeria Golino risulta flautata, nell'unico ruolo che è in grado di recitare: quello della nevrastenica, qui all'ultimo stadio, ossia Antonietta Portulano, internata nel 1919, afflizione continua del letterato siciliano e della sua discendenza. Peccato che la cadenza di un'agrigentina pura del secolo scorso risulti semmai sabauda: e ci risiamo con l'accento, che stona anche nel personaggio di Pirandello. Sugli altri attori meglio stendere un pietoso velo. Come se non bastasse, i 110 minuti di durata della pellicola sono così pesanti da sembrare troppi, e il confronto con il bellissimo La stranezza di Roberto Andò di due anni fa, che aveva come tema i tormenti (qui "fantasmi") di un Pirandello in crisi di ispirazione che trova lo spunto per il suoi "Sei personaggi" è impietoso. Spiace, ma con Eterno visionario non ci siamo proprio.

sabato 23 novembre 2024

Flow - Un mondo da salvare

"Flow - Un mondo da salvare" (Straume) di Gint Zilbalodis. Belgio, Lettonia, Francia 2024 ★★★★★

Una bellissima sorpresa arriva dalla sezione Un certain Regard dell'ultimo festival di Cannes, il film d'animazione di cui il lettone Gint Zibalodis ha curato non soltanto la scrittura e la parte grafica computerizzata D3 dal sapore rétro, ma anche la bellissima colonna sonora, insieme al connazionale compositore Rihard Zalupe. E' la storia di un gatto nero europeo che un giorno si risveglia con il clamore della fuga di una serie di animali di fronte a un'ondata crescente che sta sommergendo la foresta: il micio cerca di mettersi anche lui in salvo, saltellando di qua e di là, finendo anche in acqua, prima terrorizzato e poi pian piano superandone la paura e prendendovi confidenza, finché non balza su una barca alla deriva dove trova un sospettosissimo e timoroso lemure, collezionista di oggetti di fabbricazione umana che cerca di mettere in salvo. Umani che non si vedono, salvo i resti di alcune loro costruzioni che mi hanno subito ricordato Angkor Wat, capitale dell'impero Khmer, sommersa dalla foresta e scoperta dai francesi nel 1860. Al nostro eroe e al piccolo primate si aggiungono, in questa specie di arca di Noè, un capibara e un labrador, a cui si aggiunge anche un uccello gigante, una sorta di gru che potrebbe anche essere un rapace: la necessità di salvarsi impone la collaborazione e dunque la ricerca di un modus vivendi, e i quattro lo trovano senza perdere le caratteristiche della loro specie. Coerentemente, il film non prevede che gli animali parlino o vengano antropoformizzati, come nei cartoni e nei film d'animazione della Disney o di altre mayor del genere, non hanno un nome, e rimangono tali e Zilbalodis ne conosce bene le caratteristiche, soprattutto del piccolo felino, come salta all'occhio a chiunque abbia convissuto con un gatto. A questo grandissimo pregio, si aggiunge la totale assenza delle parole (sostituite dalla musica, parte essenziale di questo piccolo capolavoro) e dell'uomo, più che probabile responsabile, senza bisogno che il racconto lo espliciti, della catastrofe ecologica: l'autore preferisce metterla sul filosofico (flow, ossia flusso, che non è solo quello della corrente, si rifà al panta rei, tutto scorre, di Eraclito) e gli animali cercano di risolvere il problema della loro sopravvivenza seguendo il loro istinto, che è in sintonia con la natura, senza mediazioni e artifizi. Un film che dice quel che pensa l'autore, senza "spiegoni" e senza fare alcuna predica, appunto senza parole e solo attraverso le immagini. La grafica sarà anche di gusto artigianale, ma la fotografia è splendida e alcune soluzioni grafiche risultano davvero potenti. Insomma un autentico gioiello che consiglio a chiunque: dopo Parthenope, un altro film che solleva l'umore e fa bene allo spirito.  

lunedì 18 novembre 2024

Giurato Numero 2

"Giurato Numero 2" (Juror #2) di Clint Eastwood. Con Nicholas Hoult, Toni Collette, Chris Messina, J.K. Simmons, Kiefer Sutherland, Joey Deutch, Leslie Bibb, Gabriel Basso, Amy Aquino e altri. USA 2024 ★★★1/2

Anche alla veneranda età di 94 anni Clint Eastwood conserva una lucidità invidiabile e va dritto al centro della questione, che non è lo stabilire se un imputato è colpevole da parte di una giuria in un classico trial che, almeno da Perry Mason in poi, ci ha familiarizzato con un sistema processuale del tutto estraneo e con aspetti arbitrari, oltre che primitivi, a quello in uso in Europa, che discende dal diritto romano: fa eccezione la Gran Bretagna che, per (auto)-definizione Europa non è, né vuole esserlo, pur immischiandosi, come i suoi eredi oltre Oceano, nelle questioni del Continente. No: la questione è seminare il dubbio e far riflettere sulla questione se i concetti di giustizia e verità coincidano. Il buon vecchio Clint utilizza lo schema del classico Legal Movie per stravolgerlo, e infatti fin dalle primissime scene sappiamo che Justin Kemp, chiamato a far parte della giuria nel processo contro un giovane, James Sythe, già membro di una gang di quartiere e con un rispettabile curriculum di precedenti alle spalle, accusato di aver ucciso la sua ragazza dopo aver litigato con lei in un bar alle porte di Savannah Georgia, averla seguita, picchiata e gettata in un canale, questo durante una notte di pioggia intensa, è il vero responsabile della morte della ragazza, che aveva investito, non avendola vista, e scambiandola per un cervo. Unico testimone indiretto della scena, un anziano che vive in una roulotte e che, con una scarsissima visibilità, aveva visto una macchina fermarsi sul luogo del delitto e uscirne un uomo che potrebbe assomigliare all'imputato. Che del resto è il colpevole perfetto, per cui né la polizia né l'avvocato dell'accusa (una bravissima Toni Collette), a cui il caso capita a fagiolo per le sue ambizioni di farsi eleggere procuratrice, si curano di condurre un'indagine degna di questo nome. Una volta accettato di far parte della giuria, Justin ha una crisi di coscienza rendendosi conto, a posteriori, di essere stato lui il responsabile della morte della ragazza, in quella notte di un anno prima in cui era in crisi e disperato per la morte dei gemelli che la moglie stava per partorire. E' lui il fulcro del film, l'unico nella giuria a seminare il dubbio sulla colpevolezza dell'imputato, oltre all'avvocato d'ufficio (altro non si poteva permettere), convinto della sua innocenza. Anche Justin (Nicholas Hoult, convincente nella parte) ha dei precedenti da non ridere a causa di una pesante dipendenza dall'alcol: ma per lui non contano, perché è Redento, frequenta la chiesa Battista, o Avventista o qualcuna di quelle altre congreghe così diffuse negli USA, è un bravo futuro padre (la moglie, insopportabile, melensa e irritante è tale Zoey Deutch), con un buon lavoro, coscienzioso. "Uno di Noi", uno per bene. Perfino il suo consigliere spirituale, capo della congregazione nonché avvocato, lo convince che, se confessasse la verità (conosciuta, col svolgersi del processo, anche dall'avvocatessa dell'accusa), sarebbe distrutta la vita sua e quella della sua famigliola esemplare. E cosa può scegliere uno zelante membro della comunità WASP di uno Stato del Sud degli Stati Uniti, con un sistema giudiziario da trogloditi? Non so se Eastwood lo abbia fatto di proposito, ma ancora una volta ha messo il dito nella piaga delle tipiche contraddizioni americane: oltre all'ipocrisia, i retaggi della mentalità puritana che sta alla base dell'idea della predestinazione, per cui è sacrosanto che anche un non colpevole paghi perché vi era destinato, mentre per il redento, in altre parole colui che cancella il proprio passato facendo propri i valori dei "giusti", vale la regola che l'uomo è artefice del suo destino. Sempre a Dio piacendo, s'intende. Illuminante, per chi vuole vedere come stanno le cose da quelle parti e le logiche alla base di un sistema che sta fagocitando anche noi. 

lunedì 11 novembre 2024

The Substance

"The Substance" di Coralie Fargeat. Con Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid, Hugo Diego García, Joseph Balderrama e altri. GB, USA 2024 ★★★+

Esaltato dalla critica e premiato all'ultimo Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura, The Substance è un film che dice cose "mostruosamente" giuste in maniera provocatoria, esagerata, volutamente urticante e perfino disgustosa: scritto, diretto e prodotto dalla francese Coralie Fargeat, racconta l'odissea di Elizabeth Sparkle, (demi Moore), un tempo stella del cinema, omaggiata ai suoi tempi d'oro di una stella col suo nome incastonata nel marciapiede di Hollywood Boulevard, a Los Angeles, ridotta a condurre un programma televisivo di ginnastica aerobica. Il giorno stesso in cui compie 50 anni, Harvey (Dennis Quaid), che dirige la rete, la licenzia perché serve "carne più giovane", lei ha fatto il suo tempo:The Show Must Go On e, soprattutto, Business Is Business, e "niente di personale", come si suol dire nel Grande Paese oltre l'Atlantico quando entra in azione l'uccello padulo. Sconvolta, la donna ha un incidente. Niente di grave, però in ospedale un addetto le rifila una chiavetta USB in cui le viene proposto si partecipare a un programma sperimentale che, assumendo una particolare sostanza, consente di ottenere una copia perfetta e più giovane di sé stessi, in sostanza prodotta per partenogenesi, con l'avvertenza che la coscienza rimane nella matrice e che originale e copia devono rigorosamente alternarsi ogni sette giorni, quando scade il nutrimento fornito per ciascuna. Sue (Margaret Qualley), così, nasce dalla schiena di Elizabeth, e il parto, nei minimi dettagli anatomici, è solo l'inizio dello splatter. Sue, com'è ovvio, prende il posto nella trasmissione di Elizabeth ammodernandola, ma rimane, nella testa, comunque quest'ultima. Quando, troppo presa dalla sua parte, si scorda di "nutrire" la sua copia, l'originale comincia a deteriorarsi man mano, invecchiando inesorabilmente, fino a trasformarsi, dopo 2 ore e 20' di pellicola, in una creatura mostruosa rispetto alla quale Alien, quello dei film con Sigourney Weaver, era un bijou. L'argomento, come è evidente, è il corpo della donna, il modo in cui è percepito e mercificato non solo dai maschi, ma delle stesse "vittime"; il mito dell'eterna giovinezza e del modello plastificato che viene proposto (in realtà ultimamente per gli stessi maschi: ormai la differenza di genere conta sempre di meno, come insegna la sub-cultura "Woke"), l'inesorabile scorrere del tempo e la non accettazione, di fatto, dell'invecchiamento e della morte. Cose serie, dunque, affrontate con humor nero e senso del ridicolo: mentre una parte della sala chiudeva gli occhi durante le scene più truci, un'altra ghignava e, col passare del tempo, si sganasciava dal ridere: paradossale, in considerazione del tema. Tant'è: se voleva impressionare e lasciare il segno, Fargeat c'è riuscita, da qui a considerare The Substance una sorta di capolavoro come ha fatto parte della critica professionale, ce ne corre. Tesi condivisibili, e pure il tono tragicomico, del resto il pensiero unico dominante e rivomitato dal mondo dello spettacolo e dell'informazione è grottesco per definizione. Alla fine, The Substance ha la sua ragione d'essere e, per parte mia, lo "promuovo".

giovedì 7 novembre 2024

Parthenope

"Parthenope" di Paolo Sorrentino. Con Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Gary Oldman, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Peppe Lanzetta, Isabella Ferrari, Giampiero De Concilio, Paola Calliari, Alfonso Santagata, Biagio Izzo, Nello Mascia, Daniele Rienzo e altri. Italia 2024 ★★★★★🙌

Cinema significa innanzitutto immagini, e quelle che propone Paolo Sorrentino nei suoi film, soprattutto quelli da La grande bellezza in poi, sono sontuose, seducenti, emozionanti come poche, grazie a una fotografia splendida e senza dover ricorrere a trucchetti ed elaborazioni digitali. Quelle di Parthenope sono le più intense e coinvolgenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Se E' stata la mano di dio era per molti versi, ma non solo, l'autobiografia del regista nella sua gioventù, Parthenope è il racconto, dal 1950 a oggi, dei momenti salienti della lunga esistenza di una donna nata nel mare di Posillipo (la piccola baia dove si trova Palazzo Donn'Anna, per la precisione) nel 1950. Che sarebbe nata una femmina l'aveva pronosticato il Comandante Achille Lauro (futuro sindaco di Napoli) con cui collaborava il padre della ragazza, venuta al mondo con parto in immersione, e a cui fu dato il nome della Sirena collegata al mito della origini della città (del resto anche Venere sorse dalle acque) e al mare è legata non solo Napoli ma anche la storia della donna, nel bene e nel male (anche se dio, come recita una voce fuori campo sui titoli di coda "non ama il mare"). Una dea, interpretata dalla giovane e splendida Celeste dalla Porta, che suscita desiderio ma sfuggente, intelligente, arguta, che rivediamo in alcuni momenti chiave: attorno alla metà degli anni Sessanta, in piena adolescenza; poi nell'anno del colera, il fatidico 1973, i suoi primi amori e l'irreparabile perdita del fratello durante una vacanza a Capri, che sconvolge gli equilibri della famiglia e l'inizio della decadenza della splendida casa in cui essa vive; l'incontro con personaggi per lei fondamentali, tra cui John Cheever (Gary Oldman); poi, durante gli anni dell'università, con il professor Marotta, un grandioso Silvio Orlando, antropologo di cui diventerà allieva e poi assistente e con cui avrà un intenso legame basato su una tacita complicità, oltre a un'enorme rispetto e un'altissima stima reciproci; il vescovo Tesorone (Peppe Lanzetta: eccezionale), che le mostrerà il tesoro di San Gennaro e al contempo terrà un'esemplare lezione di seduzione: anche qui desiderio allo stato puro, mentre la conclusione, il sesso, è ciò che lo estingue. Sempre chiederà a Marotta, il suo mentore, cosa sia l'antropologia, a cui anch'essa si dedicherà: vedere. Cosa che si impara quando viene a mancare tutto il resto. Quel resto che ha attraversato la giovinezza di Parthenope: gioventù, sensualità, desiderio, appunto. Si trasferirà all'università di Trento, ordinario di antropologia, e rientrerà nella sua città natale, interpretata questa volta da una disincantata e calibratissima Stefania Sandrelli, soltanto dopo che sarà andata in pensione. Questa, in sintesi, la storia, ma Parthenope è un viaggio, nei sensi, nelle suggestioni, nella riflessione, nelle immagini: vedere, per l'appunto. E far vedere: che è esattamente il compito di un regista. Un viaggio anche, parallelamente, nei luoghi e nei meandri della città di Napoli, magnifica, barocca, contraddittoria, disincantata, cinica quanto profondamente umana, carnale e al contempo inafferrabile. Sorrentino sentenzioso, dicono: ma le frasi che l'autore e regista mette in bocca ai personaggi hanno sempre un senso profondo e mai banale, e l'autoironia non manca mai; i suoi film non portano da nessuna parte, altra eterna critica nei suoi confronti: e per fortuna, dato che è lo spettatore a venire immerso nel flusso di racconto e immagini, e dove dovrebbero portare se non a una riflessione, che ognuno deve fare per conto suo, sul senso delle cose e della propria vita? Venivo da una settimana di intenso malumore, e la visione di Parthenope, non a caso, è stata una salutare boccata d'aria fresca, uno squarcio di luce e mi ha regalato un senso di serenità, per quanto rassegnata. Non ha senso indicare soluzioni ai misteri: non ce ne sono. Saggio è non illudersi di trovarle e andare avanti a vivere. Il senso si trova lì. La struggente Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante è il brano portante della colonna sonora che, come in tutti i film di Sorrentino, è fondamentale e cucita su misura. E dice già tutto. Perdersi un film così bello è un delitto. 

sabato 2 novembre 2024

Megalopolis

"Megalopolis" di Francis Ford Coppola. Con Adam Driver, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel, Aubrey Plaza, Shia LaBoeuf, Jon Voight, Jason Schwartzman, Kathryn Hunter, Dustin Hoffman, Laurence Fisburne, Grace VanderWaal e altri. USA 2024 ★★★★1/2

Sono stato a lungo indeciso se tornare a rendere omaggio a uno dei rari maestri del cinema sopravvissuti: leggendo di "favola distopica", visionarietà e di sovrapposizione tra Impero Romano e Americano avevo tergiversato, temendo di andare incontro a una delusione, un "Marvel" d'autore, ma le critiche contrarie e un certo compiacimento nel celebrare un clamoroso flop di FFC mi hanno spinto in sala non fosse altro per solidarietà, perché il Grande Vecchio ci ha rimesso del suo, investendo tempo (aveva in mente il progetto da una quarantina d'anni) e, soprattutto denaro proprio, a differenza di quelli che scrivono sui giornali e il biglietto non se lo pagano di tasca loro. Immaginifico, multidimensionale, colorato e allo stesso tempo cupo, con utilizzo di tutto ciò che consente il digitale e supportato da una colonna sonora potente, come in ogni film di Coppola, Megalopolis è una meditazione sul tempo, concetto inafferrabile: Sergio Catilina, un architetto geniale che ha vinto il Nobel inventando il megalon, un nuovo materiale che permette tutto, dalla costruzione di Megalopolis, appunto, una Città dell'Utopia che nella sua immaginazione dovrà prendere il posto della degradata New Rome, alla ricostruzione di un volto sfregiato, ha il dono di fermare il tempo, o meglio l'attimo. A contrastare i suoi progetti Frankliyn Cicero ex procuratore distrettuale che l'ha perseguito a suo tempo ed è al corrente dei suoi segreti più intimi. Il primo, artista ecologista e sognatore è interpretato da Adam Driver, il secondo, conservatore ma sensibile ai problemi dei più poveri (ma soprattutto ai loro voti), da Giancarlo Esposito: già due garanzie, a cui si aggiungono Jon Voight nei panni del ricchissimo banchiere "illuminato" Hamilton Crasso, zio di Catilina, e Shia LaBeuf in quelli di suo figlio Clodio Crasso, il vilain che contrasterà sia il sindaco, sia il progettista mettendosi a capo del sottoproletariato le cui abitazioni sarebbero spazzate via da Megalopolis, e che farà la fine di Mussolini, appeso a testa in giù. E poi la sorprendente Audrey Plaza, nella parte dell'anchor-woman Wow Platinum, a rappresentare il mondo dei media nonché degli arrampicatori sociali e dei manipolatori, già amante di Catilina, sostituita nel suo cuore da Julia (Nathalie Emmanuel), la figlia del sindaco Cicero, che prima gli farà da addetto stampa, e poi gli darà una figlia, Sunny Hope, che però non avrà il dono di fermare il tempo come i genitori, perché fa già parte di un futuro che a loro non appartiene più e si ritroverà a gestire ciò che hanno prodotto, distrutto, creato. Come succede dalla notte dei tempi. Inutile stare a raccontare la trama più dettagliatamente: ci si lascia travolgere del flusso delle immagini, sontuose, e del racconto, in fondo semplice e lineare, e molto parlato e dunque teatrale, pieno di citazioni che svelano quanto basta il pensiero e le riflessioni di un uomo anziano e colto come Coppola, più che cinematografico. Si è parlato di una sorte di suo testamento, e di sicuro, correlato col tempo, uno dei temi è quello della morte, così come il senso dell'opera artistica, il ruolo della famiglia, i conflitti tra poteri, presenti del resto in tutta la sua produzione. Un film "nichilista", che non offre soluzioni, è stato il commento d molti: ma quali soluzioni dovrebbe prospettare, davanti allo sfacelo sempre più evidente, e di cui New York(Rome) è il simbolo più evidente, per quanto decantata come "faro della  civiltà" da chi si adegua a questo sistema mostruoso e demenziale, un uomo che ha visto svanire tutte le speranze che aveva da giovane, e anzi deve fare i conti con il lascito di questa nostra fortunata e al contempo disgraziata generazione? Io ho una quindicina di anni in meno di Coppola, ma non ho certo una visione più ottimistica e mi ci sono ritrovato. Dunque pollice verso a chi ha dato pollice verso a Megalopolis: significa che non vuole vedere o che proprio non è in grado di capire. O non vuole. Ché poi il modo può piacere o meno, a me sì. 

lunedì 28 ottobre 2024

Wolfs - Lupi solitari

"Wolfs - Lupi solitari" (Wolfs) di Jon Watts. Con George Clooney, Brad Pitt, Amy Ryan, Austin Abrams, Poorna Jagganathan, Zlatko Burić e altri. GB, USA 2024 🤨

Era da tempo che non vedevo un film così stupido, inutile e penoso: del resto era bastato il grottesco sbarco in Laguna dei due divi hollywoodiani per presentarlo (fuori concorso, per fortuna, ché la giuria sarebbe pure stata capace di premiarlo) all'ultima mostra del Cinema di Venezia, dove hanno gigioneggiato esattamente come ci si aspettava da loro, e alla fine sono stati più divertenti che in Wolfs, dove peraltro sono stati doppiati in modo osceno in italiano. Credo che sia un caso più unico che raro dove i personaggi di questo sedicente action movie sconclusionato, che si ispira volutamente ad alcuni film di Tarantino oltre che ai vari Ocean's, risultandone lontano anni luce, interpretano gli attori. I due vengono chiamati a "risolvere problemi" uno all'insaputa dell'altro: una procuratrice si è rimorchiata nella camera d'albergo un giovane toy boy che, completamente fatto di droga, giace morto (apparente) e il cadavere va rimosso da un lato per non mettere nei guai la donna e dall'altro per preservare il buon nome del "Cinque (o più) Stelle". Entrambi sono "unici nel loro campo", e quindi entrano in concorrenza. Il tutto si svolge in una notte, il morto si rianima e si scopre che doveva fare una consegna di droga per conto di un amico, c'entrano ovviamente slavi e albanesi, insomma è tutto un casino e i due eroi tra una battuta e l'altra mostrano i segni dell'età: un po' troppo avanzata per fare quel mestiere. Vogliono sembrare diversi e, appunto unici, invece sono estremamente simili, gemelli poco diversi. Sì, è vero, si prendono in giro così come Clooney e Pitt, colleghi con parecchi film girati insieme e amici fuori dal lavoro, nonché pressoché coetanei, fanno nella realtà, e allora erano sufficienti le gag veneziane. A me, più che da ridere, è venuta tristezza mista a irritazione, tanto più che i due mi stanno pure simpatici. Ma quando dietro la macchina da presa ci sta un cretino, che ha curato pure la sceneggiatura, non c'è niente da fare. Quello che stupisce è che Clooney e Pitt risultano pure produttori di questa vaccata: evidentemente si sono rincoglioniti pure loro senza rimedio. Peccato.

lunedì 21 ottobre 2024

Iddu

"Iddu - (L'ultimo padrino)" di Antonio Piazza e Filippo Grassadonia. Con Toni Servillo, Elio Germano, Daniela Marra, Barbora Bobulova, Giuseppe Tantillo, Fausto Russo Alesi, Antonia Truppo, Betty  Pedrazzi, Tommaso Ragno e altri. Italia, Francia 2024 ★★★★+

Finalmente, dopo mesi di programmazione in cui è stato difficile scegliere qualcosa di guardabile e non banale, un film degno di questo nome dove interpreti, fotografia, colonna sonora eccellenti sono al servizio di un ritratto fuori dagli schemi del latitante (si fa per dire) più ricercato (si fa sempre per dire) del secolo, ossia Matteo Messina Denaro (Elio Germano), durante il periodo in cui viveva, da autorecluso, nella natìa Castelvetrano, nel suo ambiente e circondato dall'affetto dei sui cari, famigliari, amici e complici. Nulla di quello che ci si potrebbe aspettare da un poliziesco e nemmeno da un biopic, ma lo scavo della personalità di un uomo intelligente, colto, formatasi fin dall'infanzia per sostituire il padre, un padrino di mafia, diventando a sua volta custode del "pupo", una statuetta antica diventata simbolo di un potere che si tramanda. Formazione che si ricava attraverso la scena iniziale e poi numerosi flash back, che sono i ricordi e le riflessioni a cui si abbandona l'uomo nelle lunghe ore di solitudine e sostanziale prigionia, ospite di un'amica che gli fa da governante e segretaria (Barbora Bobulova), a cui è affidato il compito di scrivere i pizzini con cui si tiene in contatto con chi lo protegge e ne esegue gli ordini all'esterno. In particolare è interessante, e assume sorprendenti aspetti letterari, la corrispondenza con Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside ed ex sindaco nonché ex democristiano (ex di tutto, come gli fa notare la moglie, interpretata magnificamente da Betty Pedrazzi, delle autentiche chicche i suoi camei), tornato in città dopo 6 anni di carcere speciale a Cuneo per associazione mafiosa: amico di famiglia dei Messina Denaro, è stato anche il padrino di Matteo. Ridotto quasi in miseria, viene contattato e ricattato dal colonnello dei Carabinieri Emilio Schiavon (Fausto Russo Alesi) e dalla sua squadra di "catturandi", che lo costringono a intessere una fitta corrispondenza con Iddu con l'intento (apparente) di stanarlo. E' il contenuto di questo epistolario attraverso i "pizzini" il vero filo conduttore di tutto il film. Come finirà in realtà lo sappiamo, con la cattura del "padrino" nel gennaio del 2023 dopo trent'anni di latitanza, e nove mesi prima della sua morte per un tumore incurabile, ma qui non se ne fa cenno: viene ricostruito, tra il fiabesco e il grottesco, il periodo precedente, fatto di solitudine, riflessioni, scambi di idee tra lui e Catello, i tentativi di quest'ultimo di sfuggire al suo destino. Un destino che accomuna un po' tutti i personaggi, costretti a interpretare un ruolo, volenti o nolenti, già segnato, in un gioco di equilibri che non cambia mai. E' così per il trio Messina Denaro, Palumbo e Schiavon, per la sorella (volitiva e dura) e il fratello ("buono a niente") del boss, per Lucia, la segretaria del capomafia, per l'agente della "catturandi" che si sente presa in giro dal suo capo. Il film che non ti aspetti, ricco di spunti di riflessione, fuori da ogni genere, certamente di impianto teatrale, e che lascia spazio al non detto e alle suggestioni, in cui gli attori sono liberi di esprimere tutto il loro potenziale che, con un cast di questa qualità, è dirompente. Premiato come miglior film italiano all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, avrebbe sicuramente meritato qualcosa di più, ma da quelle carnevalate che ormai sono diventati quasi tutti i maggiori festival, non sono da aspettarsi voli di fantasia o atti di coraggio. 

lunedì 7 ottobre 2024

Vermiglio

"Vermiglio" di Maura Delpero. Con Tommaso Ragno, Giuseppe De Domenico, Martina Scrinzi, Rachele Potrich, Anna Thaler, Roberta Rovelli, Orietta Notari, Carlotta Gamba, Sara Serraiocco, Patrick Gardener, Santiago Fondevilla e altri. Italia, Francia, Belgio 2024 ★★★1/2

Candidato per l'Italia all'Oscar come migliore film straniero, il secondo lungometraggio di Maura Delpero è un'opera solida, il cui punto forte sono un'eccellente fotografia e le interpretazioni di tutti gli attori, a cominciare dai bambini della numerosa famiglia capeggiata da Cesare (Tommaso Ragno, superlativo), maestro nel paese di Vermiglio, nel Trentino occidentale, a ridosso delle lombarde Valcamonica e Valtellina, come si evince dalla parlata dei protagonisti, ma non all'altezza del suo sorprendente Maternal, con cui aveva esordito nel 2021: l'impressione è che ci sia qualcosa di irrisolto e alcune scelte non risultano del tutto convincenti. Siamo sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nell'inverno del 1944 (il recente Campo di battaglia di Amelio era ambientato durante gli ultimi mesi della Prima) e Pietro, un siciliano considerato un disertore dai repubblichini, riporta a casa in spalla Attilio, ferito, il figlio maggiore della famiglia di Cesare, salvandogli la vita, e viene nascosto e accudito in una stalla tra i boschi. Timido, taciturno, si fa vedere poco in giro, del resto dai più è considerato un corpo estraneo alla comunità, e da alcuni pure un "traditore". Viene difeso da Cesare che, per le sue posizioni rispetto alla guerra, ma anche per l'importanza che dà all'istruzione, ai libri, alla musica, è sicuramente un progressista, mentre lo è meno nella gestione dell'educazione delle figlie: non potendole far studiare tutte per mancanza di mezzi, punta su Flavia, la minore di quelle in età scolare, a suo (insindacabile?) giudizio la più portata. Nel frattempo la figlia maggiore, Lucia, si innamora di Pietro e la loro tenera relazione si sviluppa nella primavera ed estate successiva: la ragazza rimane incinta e i due si sposano dopo la fine del conflitto. Proprio su insistenza di Cesare, Pietro si reca in Sicilia a far visita alla famiglia che da due anni non ha più sue notizie ma non torna. Mesi dopo, quando la bimba è ormai venuta al mondo, dalla lettura di un quotidiano si verrà a sapere che era un bigamo e che è stato ucciso dalla moglie "vera". Lucia, per aiutare la famiglia, come migliaia di ragazze di allora si recherà "a servizio" in una grande città e saranno le sorelle, in particolare Ada, la "sacrificata" negli studi e che ha trovato lavoro in un orfanotrofio, a occuparsi della piccola. Il ritmo, lento, è quello della vita dei contadini di montagna e il racconto si svolge nell'arco di un intero anno. Oltre al valore assoluto della fotografia, è importante che, al tempo attuale, venga ricordato come si vivesse e quali fossero le dinamiche famigliari e tra i sessi solo qualche decennio fa: quelli della mia generazione ne hanno ancora ricordo diretto o al massimo mediato dai propri genitori o parenti più prossimi e solo di qualche anno più anziani. In questo il film ha un valore documentaristico assoluto: del resto è questo l'ambito espressivo originale Maura Delpero. A rompere il ritmo, come detto, forse anche eccessivamente lento, l'estemporaneo e abbastanza improbabile viaggio in Sicilia di Lucia in Sicilia alla ricerca, forse, della moglie "legale" di Pietro o, semplicemente della tomba su cui piangerlo. Comunque, da vedere, specie considerando il panorama alquanto penoso della produzione nazionale in quest'ultimo anno.

sabato 28 settembre 2024

Il maestro che promise il mare

"Il maestro che promise il mare" (El mestre que va prometre el mar) di Patricia Font. Con Enric Auquer, Laia Costa, Ramón Agirre, Milo Taboada, Eduardo Ferrés, Alba Guilera, Laura Conejero, Xavi Francés, Felipe García Vélez, Elisa Crehuet, Padi Padilla e altri. Spagna 2023 ★★★★

Un film appassionato, autenticamente sentito, necessario, specie in questi frangenti, sulla necessità della memoria. Una memoria negata per 78 anni, in Spagna, prima che fosse consentito procedere all’individuazione delle fosse comuni e all’identificazione di chi vi fosse stato gettato in seguito al colpo di Stato del luglio 1936 contro il governo repubblicano regolarmente eletto. Fu la Ley de la Memória Historica, emanata nel 2007 dal governo del socialista Zapatero, a permettere l'apertura delle fosse comuni sparse in tutto il Paese in cui finora sono stati rinvenuti almeno 150 mila cadaveri senza nome: è un'attività delegata all'iniziativa di associazioni private, al più tollerata dallo Stato quando non ostacolata nel caso alla Moncloa sieda un membro del Partito Popolare e non del PSOE. Racconta la storia, vera, di un personaggio realmente esistito, il maestro elementare Antoni Benaiges, qui interpretato  in maniera più che convincente da Enric Auquer, che nell'anno scolastico 1935-36 accettò di trasferirsi dalla natía Tarragona, in Catalogna, a Bañuelos de Buerba, sperduto paesino nella provincia di Burgos, ai tempi quanto mai arretrata, dove sperimentò una didattica del tutto diversa da quella tradizionale (fino ad allora esclusiva del parroco locale), che coinvolgeva tutta la classe nelle attività comuni e aveva come centro una tipografia: attraverso questa gli alunni imparavano non solo a leggere e a scrivere ma a interagire e collaborare producendo dei quaderni, di cui vi è ancora traccia, che raccoglievano le loro storie e i loro sogni. Come quello di vedere il mare, cosa che il maestro promise loro riuscendo a organizzare una gita nella sua terra natale, superando tutte le diffidenze (a cominciare dal prete, sempre pronto a mettergli i bastioni tra le ruote, e dal sindaco, opportunista e codardo): non fece in tempo ad accontentarli, perché fu bloccato e massacrato come sovversivo dai falangisti, una delle prime loro vittime dopo il "levantamiento". Fin qui la storia, ma la vicenda si svolge su un doppio piano temporale, nel 2010, quando vediamo Ariana, una giovane madre di Barcellona che, quando apprende che a Bañuelos de Buerba sono all'opera degli archeologi forensi, molla tutto e vi si reca per verificare se vi siano tracce del padre di suo nonno Carlos, di cui Benaiges si prese cura e ospitò a casa dopo che il bisnonno di Ariana era finito in carcere e che fu anche suo maestro: un dovere, quello che la giovane sente di avere nei confronti del nonno, che di quelle vicende e di quei tempi non aveva mai voluto parlare nella sua lunga vita, così come milioni di spagnoli, costretti al silenzio per quasi quattro decenni. Da notare che il metodo della desaparición dei nemici politici, ché tali venivano considerati tutti quelli che non fossero sulla stessa lunghezza d'onda dei fascisti, a cominciare dagli atei, dagli innovatori e da chi pensasse con la propria testa e, soprattutto, esprimesse delle idee, fu inventato proprio dai franchisti e poi applicato, visto il successo nell'annientare psicologicamente e fare vivere nell'angoscia famigliari, amici e compagni sopravvissuti, dai nazisti prima e successivamente fino ai giorni nostri dalle varie dittature latino-americane, raggiungendo il suo apice in Argentina tra il 1976 e il 1983. Per quanto possa essere didascalico e senza grandi voli pindarici e stilistici, è un film solido, opportuno, dall'intento più che condivisibile e caldamente consigliato. Specialmente in un Paese talmente senza memoria come il nostro, che si è pure dimenticato di avere inventato il fascismo a cui si ispiravano tanto Adolf Hitler quanto Francisco Franco e, non bastandogli di averlo rimosso dalla (scarsa) coscienza l'ha pure riportato al potere, per quanto in forma di farsa. 

lunedì 23 settembre 2024

La misura del dubbio

"La misura del dubbio" (Le fil) di Daniel Auteuil. Con Daniel Auteuil, Gregory Gadebois, Sidse Babett Knudsen, Alice Belaïdi, Suliane Brahim, Gaëtan Roussel, Isabelle Candelier, Florence Janas, Jean Noël Brouté, Laurent Bozzi, Nathalie Dodivers, Aurore Auteuil e altri. Francia 2024 ★★★★

Solo vedere recitare Daniel Auteuil, un gigante del cinema francese, vale il costo del biglietto: qui è anche regista e sceneggiatore, alle prese con una storia vera tratta da una raccolta di casi pubblicata dall'avvocato Jean-Yves Moyart e non da una pièce teatrale come nelle sue direzioni precedenti. L'impianto rimane però teatrale perché questo noir giudiziario, nel classico stile cupo del polar francese, si svolge in gran parte in interni, principalmente in un'aula di tribunale quando non nella casa dell'avvocato Jean Monier (Auteuil), il quale ha assunto la difesa d'ufficio di Nicolas Milik (Gadebois), un padre di famiglia di cinque figli, accusato di avere ucciso la moglie, alcolizzata, con la collaborazione dell'amico Roger, un barista con precedenti nell'esercito e un passato torbido. E' un ritorno alle origini per Jean, rimasto scottato per avere difeso in passato un uomo che dopo essere stato assolto aveva commesso altri omicidi: da allora aveva evitato i dibattimenti, lasciando l'incarico alla socia e moglie (la sempre ottima Sidse Babett Knudsen). In questo caso si autoconvince man mano dell'innocenza dell'imputato: un uomo mite, attaccato ai figli, che alleva con dedizione in sostituzione della moglie che li trascura, spesso distratta, assente o in fuga "etilica". Le prove in mano all'accusa sono fragili, tanto che viene accusato e arrestato come autore materiale del crimine Roger, l'amico (l'unico) di Nicolas, che si sarebbe "limitato" al ruolo di complice. Roger però muore prima del processo e Nicolas rimane l'unico imputato. La causa dura anni, e l'avvocato approfondisce la sua conoscenza per togliersi qualsiasi dubbio sull'innocenza del proprio cliente: visita i suoi figli, rimane in contatto costante con gli assistenti sociali che li seguono, cerca prove a sua discolpa anche presso la sorella della vittima (per inciso interpretato da una figlia di Auteuil), che lo manderà all'inferno, anzi: a "fare il suo sporco lavoro" e ribadirà il suo astio anche in aula, sostenendo che la sorella era andata in crisi e diventata infelice solo negli ultimi anni del suo matrimonio, e che starebbe a lui scoprire il perché. Jean si sente sempre più coinvolto e, convinto sinceramente dell'innocenza di Nicolas, si batte come un leone in assise ed è quasi sul punto di compiere il miracolo di farlo assolvere, ma alla fine la corte condanna il suo cliente, seppure solo come complice del presunto assassino, Roger. Sostanzialmente in base a un filo (come da titolo originale) rinvenuto sotto le unghie della vittima e proveniente dalla giacca dell'accusato. Deluso, acciaccato, Jean ha però ritrovato le motivazioni per svolgere il suo mestiere, ossia difendere un uomo che riteneva innocente, riscattando così il precedente che l'aveva mandato in crisi, ma la botta vera dovrà ancora arrivare, quando tornerà a trovare Nicolas in carcere per tirarlo su di morale e convincerlo a presentare appello e il suo cliente gli toglierà ogni dubbio sulla... "misura del dubbio" rivelandogli una verità che sarà ancora più dura da digerire di quella che aveva messo in crisi il legale anni prima. Ovviamente non svelo l'arcano. Film valido, potente, interpretazioni di alto livello. Un piacere rivedere Auteuil, sempre in grande forma così come il validissimo Gadebois. 

mercoledì 18 settembre 2024

Campo di battaglia

"Campo di battaglia" di Gianni Amelio, Con Alessandro Borghi, Gabriel Montesi, Federica Rosellini,Giovanni Scotti, Vince Vivenzio, Alberto Cracco, Luca Lazzareschi e altri. Italia 2024 ★★★1/2

Sul finire della Grande Guerra, marzo del 1918. Solo quattro mesi prima c'era stata la Rotta di Caporetto e le truppe italiane si sono assestate sul Piave: in prima linea vengono mandati i "Ragazzi del '99", per l'ultimo sforzo bellico di un Paese ormai allo stremo. Siamo in Veneto, dunque, e non in Friuli, come recitano le didascalie, e la prima parte si svolge in un ospedale militare dove vengono ammassati i feriti, che chiunque conosca la regione in questione sa essere ambientato, incongruamente, a Villa Manin di Passariano, a due passi da Codroipo, all'epoca dei fatti sotto occupazione austriaca (metà degli abitanti del Friuli, compresa la famiglia di mio padre, fu evacuato in altre regioni, nel nostro caso Firenze). Una pecca a mio modo di vedere imperdonabile in un film per il resto meritevole, ben girato e recitato, intenso, drammatico e pieno significato, soprattutto attuale perché affronta temi eterni. Protagonisti due ufficiali: il colonnello medico Stefano (Montesi), patriota, altoborghese, che non tollera gli imboscati e, peggio ancora gli autolesionisti, che rimanda al fronte i soldati il più presto possibile, perfino guerci, e il tenente Giulio (Borghi), suo amico fin dall'infanzia nonché compagno di studi, biologo prestato alla Sanità, che invece è refrattario alla guerra e alla sua retorica e aiuta di nascosto, i feriti a tornare a casa, aggravando i sintomi: una sorta di "mano santa", come lo chiamano i disgraziati che preferiscono rimanere sciancati piuttosto che tornare in trincea. In mezzo ai due, equidistante, Anna (Rosellini), compagna di studi dei due, a cui è stato impedito di laurearsi e che presta servizio come volontaria in Croce Rossa. Sono diversi i campi di battaglia: di quello sul fronte non si vede nulla ma si percepisce come incombente, solo nella memorabile scena iniziale vediamo un soldato aggirarsi nella trincea dopo un attacco, che ricerca nelle tasche dei cadaveri qualche soldo o magari un tozzo di pane cincischiato con cui sfamarsi; c'è quello nelle retrovie, nelle famiglie agiate, come quella di Stefano, dove la vita continua come prima, in una parvenza di normalità di chi se la può permettere, lontana anni luce da quelle, prevalentemente contadine e semianalfabete, di chi è mandato a combattere per gli interessi del suo ceto (nel nome di Patria e Nazione e senso del Dovere, con la minaccia di essere fucilato per diserzione); c'è quello etico, due visioni del mondo e della professione su cui il regista non esprime giudizi; c'è quello sanitario: agli oltre seicentomila morti della Grande Guerra si aggiungono, solo in Italia, quelli dell'epidemia della Spagnola, scoppiata proprio in quei frangenti e che costringe ad allontanare gli infetti dall'ospedale militare per trasferirli in un improvvisato nosocomio in montagna: sarà quella la "prima linea" per Giulio, su cui ormai sono caduti sospetti di aiutare chi non vuole tornare al fronte. Molti i temi su cui riflettere e pure molto attuali, viste le guerre in corso, molto vicine ma percepite come distanti, in cui ci illudiamo di non essere coinvolti; e anche l'esperienza del Covid, che pur così recente, sembra così remota: il rimbecillimento da retorica bellicista e patriottarda, rinforzata dall'utilizzo sistematico della censura, della disinformazione e delle "armi di distrazione di massa" fa il suo lavoro né più né meno che come allora, nelle sedicenti democrazie occidentali così come nelle "autocrazie", su cui pretendono di avere una superiorità morale inesistente e che in nome di questo combattono (e il oro rivali pure, con le medesime motivazioni e gli stessi metodi). Buon film, classico e solido, come detto, al di là della pecca cui si è accennato, duro quanto serve.

mercoledì 11 settembre 2024

Limonov

"Limonov" (Limonov. The Ballad) di Kirill Serebrennikov. Con Ben Wishaw, Viktoria Miroshnichenko, Tomas Arana, Corrado Invernizzi, Sandrine Bonnaire, Louis-Do de Lencquesaing, Ivan Ivashkin, Masha Mashkova, Odin Lund Biron, Evgeniy Mironov, Andrey Burkovskiy, Emmanuel Carrère, Donald Sumpter e altri. Italia, Francia, Spagna 2024 ★1/2

Molto "ballad" e poco Limonov: il titolo completo scelto dalla distribuzione nostrana è, al solito fuorviante rispetto a quello internazionale (il film era stato presentato all'ultimo Festival di Cannes) perché il ritratto che ne fa Serebrennikov, che pure ha conosciuto Eduard Veniaminovič Savenko di persona, è lontano sia da quel che si evince dai suoi scritti, in particolare dalle sue fulminanti poesie, sia da quello di Emmenuel Carrère (che pure qui è presente come consulente oltre che interprete di sé stesso) che ne aveva romanzato la biografia nell'omonimo libro di grande successo. Personaggio contraddittorio eppure dotato di una sua coerenza, Limonov (il soprannome si riferiva a una granata sovietica così chiamata per la somiglianza all'agrume) è stato tante cose: nato nel 1943 a Dzeržinsk, operaio in una fonderia di Charkiv, ladro, aspirante poeta, all'occasione sarto, si trasferisce a Mosca, dove si muove nell'ambiente letterario in cerca di una pubblicazione che non gli viene concessa e conosce la futura moglie Elena: affamato di notorietà, trova il modo di farsi "esiliare" pur non essendo un dissidente (anche quello è un "lavoro", scoprirà una volta giunto in Occidente), assicurando che, una volta famoso, farà più danni al nemico in casa sua che in patria. E così troviamo la coppia nella desolante ma viva New York degli anni Settanta, riproposta nelle solite, abusate colorazioni delle sgranate pellicole dell'epoca, sulle note dei Velvet Underground, dei Ramones e del punk, con citazioni cinematografiche e musicali scontate, a condurre una vita miserabile e dissipata, fuori contesto, dedicata alla provocazione fine a sé stessa e, in sostanza, all'autodistruzione, tra sesso, droga e rock'n roll. Una città repulsiva e di raro squallore, quale in realtà è sempre stata, al di là delle "mille luci", a cui finirà presto col preferire la stessa Unione Sovietica. Lasciato dalla moglie, dopo aver toccato il fondo facendo sesso con un clochard di colore, si ricicla come maggiordomo di un miliardario ma alla fine rientrerà in patria nel 1991 in seguito alla dissoluzione dell'URSS dopo un passaggio in Francia, dove avrà paradossalmente il maggiore successo come scrittore pur litigando con tutti, a cominciare dagli "intellos" di sinistra, per finire in una galera russa accusato di terrorismo per avere fondato un partito nazionalista bolscevico. Tanta carne al fuoco eppure poco traspare della vera personalità e delle motivazioni di una personalità ricca e straordinariamente complessa, ma molto russa, a parte la caratteristica di attraversare la vita, nel suo caso le diverse vite, sistematicamente controcorrente. Alla fine preponderante rimane la parte newyorkese, dove vediamo in azione una sorta di folletto pop dalle insaziabili brame sessuali, nichilista, esagerato, inutilmente provocatorio e sopra (o sotto) le righe, come del resto la traduzione che ne fa cinematograficamente Sebrennikov, con uno stile frenetico che ricorda da vicino quello dei primi video musicali proprio di quell'epoca, per poi tornare a un'ambientazione realistica quando Limonov si muove in Europa. Per un soggetto così russo, convince poco la scelta di un attore inglese, Ben Wishaw che, lapprendo, ha recitato nella sua lingua con un parodistico accento slavo: che fosse svogliato, irritante ancor più del personaggio che interpretava e comunque fuori parte è reso evidente dal confronto con gli altri suoi colleghi, tutti molto più convincenti di lui. Insomma una delusione, un altro film che sembra più un biopic da serie TV che un'opera cinematografica di un qualche spessore, ce lo si poteva risparmiare. Decisamente deludente.

giovedì 15 agosto 2024

Il riposo di Augusto


228° giorno del calendario gregoriano (negli anni bisestili: e questo lo è alla grande), prende il nome, in Italia, da Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, e celebra, questo il suo
 significato, il riposo del primo imperatore romano (Feriae Augusti) ed è all'otium nel senso più completo che mi dedico, rendendolo produttivo, tornando dopo mesi e mesi a pubblicare un post che non sia strettamente cinematografico su questo spazio. Del resto, mai come quest'anno l'estate  è stata poco stimolante in materia, e la desertificazione della programmazione nel periodo pressoché totale. Poca roba da ripescare dalla stagione passata che valesse la pena, a maggior ragione con la progressiva "serializzazione" della produzione, nel senso che i film si adattano sempre di più al formato televisivo, rilanciato dalle piattaforme in streaming. Peccato: vedo molto male l'avvenire del cinema in sala, come del resto quello del calcio, sia dal vivo sia sul teleschermo. Forme di divertimento un tempo di massa, la cui fruizione è sempre meno collettiva, diretta e partecipata. D'altronde l'americanizzazione sotto tutti gli aspetti del Paese, come dell'intero Continente, è ormai inarrestabile e irreversibile. Vedo molto male anche tutto il resto: d'altronde Ferragosto è tempo di bilanci, ormai si va in discesa verso la fine del 2024, anche se il vero inizio dell'anno, almeno in Italia, è proprio oggi, unica festività davvero riconosciuta e sentita da tutta la popolazione. Tempi oscuri ci attendono, affidati come siamo a gente senza scrupoli, che ci sta portando tutti quanti, in Europa, sull'orlo di un conflitto che, se ci si arriverà, segnerà la giusta fine di un'Europa suicida, cieca e masochista, perché sarà inevitabilmente questo, e non certo gli USA o la Russia il teatro di un conflitto nucleare mai così vicino, almeno nella sua prima fase. Questo lo percepisce la maggioranza della popolazione, ma del sentimento di questa, chiunque governi se ne fotte allegramente, sedicenti esportatori di democrazia e valori fasulli, fake come le "notizie" che propala e con cui prova a manipolare, ripetendole all'infinito, il cervello della gente: il dottor Goebbels insegna. Della miseria di chi dirige questo Paese non vale neanche la pena parlare, e di quella della sedicente opposizione, almeno per quanto riguarda il PD, men che meno, ora che l'asinistra della destra ha trovato il suo nuovo punto di riferimento, il nuovo trastullo a stelle e strisce da idolatrare: Kamala Harris, perfetta nel ruolo che le assegna l'immaginario collettivo di questi inguaribili quanto dannosi minchioni. Sentirete che ditirambi e lodi sperticate, da qui a novembre, quando si terranno le elezioni nel Paese di cui siamo la colonia da 79 anni. Non si parlerà d'altro, e non abbiamo nemmeno diritto di voto, come neppure Portorico, peraltro, benché ne faccia parte. Inutile perdere tempo pure con la cosiddetta Unione Europea, una creatura senza forma né senso, un apparato in mano a centri di potere incontrollabili e che non rispondono a nessuno, che condiziona le scelte, sempre più limitate, dei suoi aderenti (troppi) senza diventare un'entità che abbia una qualsiasi identità riconoscibile, e quindi un peso determinante, nemmeno nella parte di "Mondo Occidentale" di cui facciamo, volenti o nolenti, parte, pur avendo nel complesso una popolazione quasi pare a USA e Russia messi insieme. Il rimbecillimento a livello individuale e collettivo è ormai totale, ci mancava soltanto l'Intelligenza Artificiale, come se quella umana non avesse già prodotto danni a sufficienza portandoci sull'orlo del baratro e della giusta estinzione, insomma non sono certo il solo a vederla dura, anche se preoccuparsi, controllati, condizionati, ricattati, neutralizzati come siamo, e con la nostra fattiva collaborazione, a forza di inseguire i dané, l'apparenza e, in definitiva, il vuoto, non serve a nulla. Godiamoci dunque le ultime ore di questa giornata ideale, perfetta per ricordarci che la vita potrebbe anche essere bella, se vissuta senza pensieri e senza costrizioni, dedicandosi al riposo e a quello che più ci piace fare. Auguri, dunque.