domenica 30 dicembre 2018

Capri-Revolution

"Capri-Revolution" di Mario Martone. Con Marianna Fontana, Reinout Scholten van Aschat, Donatella Finocchiaro, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta II, Jenna Thiam, Luca Girardello. Lola Klamroth, Maximilian Dirr e altri. Italia, Francia 2018 ★★★
Vale per Capri-Revolution, che all'ultima Mostra del Cinema di Venezia ha fatto incetta di premi collaterali, quanto detto a suo tempo per Noi credevamo e Il giovane favoloso, a chiusura di una trilogia, a detta del regista napoletano del tutto casuale, che ha per protagonisti dei giovani in diversi momenti della storia italiana a partire dall'inizio dell'Ottocento e nel momento della loro formazione e presa di coscienza (nel primo caso si trattava di Giacomo Leopardi): un film ben girato, attento ai dettagli, con un'ottima fotografia, dall'evidente e lodevole intento educativo ma ancora una volta lento, a mio parere poco adatto al grande schermo e invece perfetto per una serie televisiva fatta come si deve. In più, questa volta c'è l'aggravante della scarsa attendibilità della figura di Lucia, per quanto splendidamente interpretata dalla giovane Marianna Fontana, una capraia che viene irresistibilmente attratta, mentre porta a pascolare i suoi animali, dagli strani personaggi che sull'Isola di Capri, dove si svolge l'intera vicenda tra l'estate del 1914 e la prima vera del 1915, al momento dell'entrata dell'Italia nella Grande Guerra, avevano costituito una comune sul modello di quella creata da Karl Diefenbach ad Ascona, il quale davvero, una volta fallito il tentativo in Svizzera e andato in bancarotta, si era trasferito a Capri, dove morì però nel 1913. Provenienti dall'Europa del Nord, in preda alle ossessioni misticiste a naturaliste che periodicamente colpiscono tedeschi e anglosassoni, nudisti, pacifisti, vegetariani, ritenevano che solo attraverso l'espressione artistica l'uomo potesse rigenerarsi; a far loro da controcanto, l'arrivo sull'isola di un giovane medico napoletano progressista e di formazione positivista e, come molti intellettuali dell'epoca, interventista dopo lo scoppio del conflitto: in mezzo, appunto, Lucia, una ragazza dallo spirito curioso e indipendente, in conflitto con due fratelli che, dopo la morte del padre, la rinnegano perché si rifiuta di sposarsi con un bottegaio vedovo e benestante e perché infanga l'onore di famiglia frequentando quei personaggi demoniaci. Che avranno pure avuto ragione a opporsi al conflitto e al materialismo mercatista già allora dilagante, ma riescono a diventare odiosi come tutti i fanatici e settari di questo mondo, e Martone, oltre a dipingerli per quello che erano e sono, dei manipolatori di menti deboli e fondamentalmente sprezzanti dell'umanità che affermano di amare e voler redimere, li rende ancora più sgradevoli con lunghe sequenze delle loro insopportabili nenie su melodie orientaloidi e improbabili e danze al chiar di luna: a chi ha la mia età e viveva a Milano, fanno inevitabilmente venire in mente gli Hare Krishna o gli adepti di Re Nudo e dintorni e il Festiva del Parco Lambro 1976. In tutto questo, Lucia nel giro di nemmeno mezzo anno da analfabeta impara a leggere, per di più testi filosofici e, con buona proprietà, anche l'inglese (altrettanto improbabile che lo parlasse fluentemente un giovane medico dell'epoca, considerando che fino agli anni Sessanta nei licei italiani la lingua straniera di gran lunga più studiata era il francese ), mentre è più credibile che, essendo dotata di ottima intelligenza unita all'infallibile intuito femminile, fosse in grado di vedere le contraddizioni dei tre modelli che si trovava davanti: quello tradizionale e patriarcale; quello perso nelle galassie dei visionari snob e quello della fiducia nel progresso inarrestabile, in sostanza tre modi di raccontarsela. Il che ce la renderebbe simpatica, se non fosse che per trovare la libertà e la sua realizzazione finisce per emigrare da sola, trasformatasi in una sorta di protofemminista, negli Stati Uniti. Bella roba. Alla fine l'unico personaggio davvero ammirevole è la povera e silenziosa madre (Donatella Finocchiaro, in un ruolo breve ma intenso) che finisce per rimanere sola ad accudire una casa vuota e le capre, e che però ha sempre saputo che la figlia era speciale. Insomma, non si può dire che sia un brutto film ma certamente non avvincente e nemmeno particolarmente riuscito: il giudizio è positivo per le qualità tecniche e la stima nei confronti di Martone, ma nulla più.

giovedì 27 dicembre 2018

Cold War

"Cold War" (Zimna wojna) di Pawel Pawlikoswski. Con Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar. Polonia 2018 ★★★★½
A differenza di chi ha visto in Cold War un film girato su misura per un pubblico e una critica festivalieri e per cinéphiles (ha vinto la Palma d'Oro a Cannes per la miglior regia quest'anno, dopo che Pawlikowski era stato premiato con l'Oscar per Ida nel 2015), io l'ho trovato un film che, per quanto giocato sulla metafora (peraltro perfettamente intellegibile, con un minimo di sforzo e di conoscenza della storia europea recente), racconta in maniera coinvolgente la vicenda di un amore turbolento negli anni che vanno dal 1949 al 1964 attraverso una serie di quadri, che si susseguono in ordine cronologico, ambientati via a Lodz e Varsavia, in Polonia; a Berlino Est, in Jugoslavia; a Parigi e, per chiudere il cerchio, nuovamente in Polonia. Nella Polonia socialista dell'ultimo dopoguerra Wiktor è un valente musicista di formazione borghese che dirige con Irena (Agata Kulesza, già protagonista in Ida) la Scuola di Musica di canto popolare che diventerà il famoso Gruppo Mazowsze, e gira per il Paese (anche culturalmente da ricostruire) a documentare tradizioni popolari e reclutare talenti da formare, e tra questi emerge immediatamente Zula, strepitosamente interpretata da una memorabile Joanna Kulig (la quale anche in Ida aveva una parte non secondaria), che da sola vale il biglietto, una giovane proletaria dal carattere indomabile, sincera fino alla brutalità, in libertà condizionale per aver accoltellato il padre che aveva tentato di violentarla. Lo sguardo e l'espressione che ha quando, guardando in faccia Wiktor, gli dice: "Mi aveva scambiato per mia madre: gli ho fatto provare la differenza" fanno sí che ci si innamori immediatamente di lei, a maggior ragione Wiktor, e il rapporto tra il maestro e mentore e l'allieva si trasforma in una relazione forte quanto clandestina mentre la fama del gruppo cresce, con Zula come elemento di spicco, fino alla trasferta a Berlino Est nei primi anni Cinquanta. E' in questa occasione che Wiktor, che si trova sempre più in disaccordo con la linea troppo propagandistica e politicizzata che viene imposta al gruppo, pianifica la loro fuga a Ovest ma all'ultimo momento Zula (che era pure stata incaricata di spiarne i movimenti) rinuncia, e lui parte da solo (cosa che lei gli rimprovererà anni dopo). Wiktor si stabilirà a Parigi, dove  si esibisce come pianista in un celebre locale jazz, lavora e frequenta l'ambiente bohèmien rimanendo purtuttavia un esule, per quanto di successo finché, dopo essersi incontrati una prima volta in Jugoslavia e poi ritrovati a Parigi durante una tournée dei Mazowsze, Zula rimane con lui e inizieranno una convivenza tempestosa quanto il loro rapporto, anche perché lei non si adatta alla vita e non è in grado (né vuole) comprendere le metafore (Pawlikowski le mette in bocca esplicitamente questo termine) in uso nell'ambiente che frequentano, e finisce per lasciarlo e rientrare in Polonia, dove alla fine tornerà anche lui, perché non può farne a meno (sia di lei, sia del suo Paese: l'amore di una vita in entrambi i casi, difficile quanto inevitabile) in una sorte di espiazione. 85' di emozione pura, girati in un bianco e nero efficace e suggestivo in quel formato 4:3 che esalta la figura intera, colonna sonora perfettamente modulata sulle diverse situazioni (non manca Per 24 mila baci di Celentano sullo sfondo, ancora oggi uno degli standard immancabili in feste e sagre dei paesi ex comunisti), eccellenti gli attori, ma la piccola grande Joanna Kulig una spanna su tutti. 

domenica 23 dicembre 2018

Roma

"Roma" di Alfonso Cuarón. Con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Nancy García García, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Veronica García, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover e altri. Messico, USA 2018 ★★★★★
Prodotto da Netflix e nelle sale per un breve periodo, il film vincitore dell'ultimo Leone d'Oro a Venezia è sicuramente tra i migliori visti quest'anno assieme a The Post, Loro e Manuel, e ho avuto la fortuna di intercettarlo in lingua originale, ossia il castigliano addolcito che si parla nell'America Latina, con cui ho una buona confidenza, a sua volta sottotitolato in spagnolo perché in parte parlato in mixteco, lingua della popolazione india originaria dell'Oaxaca, regione di provenienza del personale di servizio della famiglia di cui vengono raccontate le vicende, che sono quelle autobiografiche dell'autore, a cavallo tra il 1970 e il 1971, e che vive in un palazzo del quartiere residenziale Colonia Roma, da cui il titolo della pellicola. Tra tutti spicca Cleo, interpretata in maniera commovente da Yalitza Aparicio, attrice non professionista, la giovane indigena tuttofare alle cui cure tutti gli abitanti della magione, un padre e una madre, quattro figli e una nonna nonché il cane, si affidano con fiducia per la sua solerzia, docilità, disponibilità infinita, dando per scontata la sua assistenza sia materiale, dal portare a scuola i bambini, a metterli a letto, servire in tavola oppure pulire l'androne dalle deiezioni canine; sia psicologica, perché la famiglia, borghese e di origine spagnola per cui lavora, è in crisi: Antonio, il padre, medico, parte per il Quebec per una conferenza ma non torna perché ha un'amante, e Sofia, la moglie, si industria per nascondere la realtà della separazione ai figli e intanto cerca una soluzione lavorativa per mantenere la famiglia a un livello adeguato. Parallelamente, si sviluppa la vicenda della problematica gravidanza di Cloe, rimasta incinta di un giovane esaltato fanatico di arti marziali che, dice, lo hanno salvato dalla strada, e che ha un esito traumatico. Nonostante questo, la ragazza terrà duro e supererà il momento difficile, che coincide anche con quello in cui Sofia svela ai figli la verità sull'abbono da parte del loro padre e l'inizio di una nuova vita, sulle spiagge di Veracruz dove si sono recati per una provvidenziale vacanze si qualche giorno: un pretesto per consentire ad Antonio di svuotare la casa di Colonia Roma delle sue librerie e di altri suoi oggetti. Dal doppio binario di un dramma borghese e di uno proletario, il tutto sullo sfondo di un periodo storico particolarmente teso per un Paese già movimentato e conflittuale di suo (sono gli anni successivi al massacro di Tlatelolco (la Piazza delle Tre Culture) di cui ricorreva il 2 ottobre scorso il 50° anniversario, esce un affresco di un Messico contraddittorio, straordinariamente complesso ma vivo, le cui componenti, per quanto culturalmente diverse e a tratti inconciliabili, in realtà sono in simbiosi e su piani solo apparentemente diversi; pervicacemente maschilista ma dove sono le donne, sempre vittime e subordinate, a essere indispensabili tenere in piedi non solo la "baracca" ma a rappresentare la speranza di un nuovo inizio: questo vale per Cleo ma anche per Sofia, che riprende in mano la propria esistenza; un Paese al contempo progressista e reazionario, dove gli opposti trovano una sintesi, la cui vita politica non a caso è stata dominata per quasi un secolo da un partito che, per ossimoro, si chiama Partito Rivoluzionario Istituzionale. Tutto questo Cuarón lo racconta con un film a mio parere esemplare, che ricorda le cose migliori del neorealismo italiano del Dopoguerra, in cui oltre a un soggetto perfetto e a uno svolgimento puntuale, una fotografia di rara potenza, resa ancor più efficace da un bianco e nero del tutto funzionale, e una colonna sonora del tutto aderente, contribuiscono a un risultato di altissimo livello.Una pellicola che rimane impressa e commuove, senza mai essere melodrammatica; frutto di ricordi e di una sincera riconoscenza alle donne che sono davvero state indispensabili nella vita del regista: le tate indigene della sua infanzia. Passato alla fama internazionale per Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I figli degli uomini e il pluripremiato Gravity, tutti buoni film che però non mi avevano convinto del tutto, con Roma Cuarón torna al suo Messico come già fece nell'altra sua pellicola che avevo finora apprezzato di più e con cui Roma ha più di un'analogia: il toccante e coinvolgente Y tu mamá también del 2001. 

venerdì 21 dicembre 2018

Solstizio


Coraggio, ché da questo momento le giornate tornano ad allungarsi...

Lontano da qui

"Lontano da qui" (The Kindergarten Teacher) di Sara Colangelo. Con Maggie Gyllenhaal, Parker Sevak, Gael García Bernal, Anna Baryshnikov, Rosa Salazar, Michael Chernus e altri. USA 2018 ★★★★
Remake dell'omonimo film dello scrittore, sceneggiatore e regista israeliano Navad Lapid, presentato nel 2014 al Festival di Cannes, il secondo lungometraggio dell'italoamericana Sara Colangelo, premiato per la miglior regia all'ultimo Sundance Film Festival, l'equivalente dell'Oscar per il cinema indipendente, è un gioiellino in perfetto equilibrio tra speranza e disillusione, ruolo nella vita e aspirazioni personali che traspaiono dalla storia di una maestra d'asilo quarantenne appassionata di poesia, di cui frequenta un corso a Manhattan, una via di fuga dal lavoro quotidiano e da una famiglia che non la soddisfa più: i figli sono ormai cresciuti e non ne ha più il controllo; il marito non riesce a colmare le sue aspirazioni, la quale scopre, tra i suoi giovanissimi allievi, un talento naturale per la poesia: Jimmy, di cinque anni, di ascendenze indo-pakistane. Appassionata lei stessa della materia, alterna le proprie giornate tra il lavoro e la famiglia a Staten Island e un corso di poesia a Manhattan, e prende particolarmente a cuore il piccolo, che improvvisa liriche sbalorditive quando entra in una specie di trance compositiva prendendo a camminare avanti e indietro, per preservarne e svilupparne le inclinazioni a dispetto dell'ambiente esterno, sia famigliare (la madre vive in Florida; il padre, un imprenditore di successo nella vita notturna, sostanzialmente assente è poco propenso alla sua vena letteraria), sia del mondo odierno dominato dal piattume socialmediatico, sostanziale incomunicabilità e indifferenza che non sanno dare valore alla poesia, figurarsi a riconoscerla. La donna, Lisa Spinelli, una grandiosa Maggie Gyllenhaal, invece sì: dapprima "ruba" le poesie di Jimmy e le recita al suo corso, impressionando il suo insegnante; poi si dedica a promuoverlo e a incoraggiarlo, andando però molto oltre ai suoi compiti professionali, e il suo crescente impegno in tal senso, da missione di vita diventa una vera e propria ossessione che sconfina nel patologico, col paradosso che, per sottrarre il bambino-prodigio al rischio che una realtà mediocre tarpi le ali alla sua ispirazione, a sua volta lo fagociti lei stessa, ma il finale, anche se non cruento, sarà a sorpresa. Una vicenda raccontata in modo armonico, senza mai forzare i toni, quasi sommessamente e però insinuante, che instilla un che di inquietudine e fa riflettere e vedere le cose in modo non scontato, ben scritta e girata e che in ogni caso deve molto alla scelta degli interpreti e in particolare a una prestazione superba della Gyllenhaal.