lunedì 12 ottobre 2020

Lacci

 

"Lacci" di Daniele Luchetti. Con Luigi Lo Cascio, Alba Rohrwacher, Silvio Orlando, Laura Morante, Adriano Giannini, Giovanna Mezzogiorno, Linda Caridi e altri. Italia 2020 ★★★★+

Concludo la carrellata dei film italiani presentati all'ultima Mostra del Cinema di Venezia con quello che ha aperto la manifestazione ma non era in concorso. Sarebbe banale e riduttivo affermare che sia il migliore assieme a Le sorelle Macaluso (per molti troppo teatrale) e Notturno (che è un documentario): semplicemente Daniele Luchetti, Emma Dante e Gianfranco Rosi sono  registi di un'altra categoria rispetto ai loro più giovani e velleitari colleghi Giorgia Farina, Claudio Noce e Susanna Nicchiarelli, in ordine di stroncatura, che farebbero bene a imparare dai loro ben più strutturati colleghi. La differenza, a prescindere da motivazioni tecniche, dall'esperienza e dalla bravura, perfino dai gusti personali, balza immediatamente all'occhio: i primi tre hanno le idee chiare su cosa vogliono dire e fare, i secondi per niente, ragion per cui i loro film risultano confusi, contraddittori, affastellati, irrisolti, noiosi. In una parola: inutili. Qui Luchetti è alle prese con la storia di una coppia vista in due fasi diverse della propria esistenza: che va in crisi, all'inizio degli anni Ottanta, con due figli da crescere e all'inizio della rispettiva vita professionale, e al giorno d'oggi, tornata assieme dopo una lunga e lacerante separazione. A tenerla assieme nonostante tutto, con tanto di rancori, sensi di colpa, rimpianti, sono per l'appunto i lacci del titolo, ossia i legami anche invisibili, odio compreso, che tengono insieme i rapporti anche più deteriorati, e che tengono avvolti per primi i figli, che ne subiscono le conseguenze, spesso traumatiche. Una storia semplice, i cui meccanismi vengono raccontati sapientemente più con i gesti e le espressioni che con le parole: del resto meno si dice, in un rapporto, e meglio è, afferma Aldo, il protagonista maschile, che da anziano critico e giornalista, rientrato in famiglia, è interpretato da Silvio Orlando, mentre da giovane, redattore culturale radiofonico, è impersonato da Luigi Lo Cascio che, durante le trasferte a Roma, da Napoli dove vive con moglie e i due figli, si innamorerà della solare collega Lidia (Linda Caridi), e farà l'errore di confessarlo alla moglie Vanda (Alba Rohrwacher da giovane e Laura Morante attualmente), subendone i ricatti affettivi e le ritorsioni. Anche per sua colpa: che se è sincero con la moglie come con l'amante, non lo è altrettanto con sé stesso, e rimane vittima della sua irresolutezza. Ben più decisa nell'accampare le sue ragioni Vanda, anche se nemmeno a lei, a parte i figli, è chiaro del perché e del per cosa, essendo palesemente non innamorata del marito ma vittima, appunto, dei "lacci", delle questioni di principio e delle promesse fatte, anche se impossibili da mantenere, e che non esiterà di ricorrere all'arma del tentato suicidio. Che funzionerà, rovinando la vita a entrambi e soprattutto ai figli, Anna e Sandro (Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini), che alla situazione che li ha segnati per sempre hanno reagito in modo opposto ed entreranno in scena nell'ultima parte del film, che non svelo per quanto è liberatoria e rende loro giustizia: Luchetti ha pure trovato il modo di inserire un elemento "giallo" che verrà svelato proprio all'ultimo. In 100', senza ammorbare nessuno, in maniera esemplare e grazie a un uso esemplare della dimensione temporale (vero, Farina?) anche in modalità porte scorrevoli, per così dire; un'ambientazione davvero attenta e precisa (vero, Noce?) e chiarezza di propositi, scevra da ideologismi, che non giudica ma lascia che sia lo spettatore a farlo, se vuole (vero, Nicchiarelli?). Lo scopo era quello di far riflettere raccontando una storia esemplare e verosimile su quali sono alcuni dei tarli più comuni che minano le relazioni di coppia e di una "istituzione", come la famiglia, che ha cambiato faccia sotto i nostri occhi nell'ultimo mezzo secolo: Luchetti, basandosi sull'omonimo romanzo di Domenico Starnone, che ha pure curato la sceneggiatura assieme a Francesco Piccolo (e si vede) ci riesce benissimo, il tutto in poco più di un'ora e mezzo, senza abusare della pazienza dello spettatore e senza annoiarlo. Complimenti a lui e a tutti gli interpreti. 

sabato 10 ottobre 2020

Miss Marx

"Miss Marx" di Susanna Nicchiarelli. Con Romola Garai, Patrick Kennedy (II), John Gordon Sinclair, Felicity Montagu, Olive Shreiner, Emma Cunnife, Oliver Chris e altri. Italia 2020 💩

Completa il trittico dei film di merda di produzione nazionale presentati quest'anno a Venezia questa specie di sermoncino con supporto audiovisivo che ai tempi del GranPartito di gramscitogliattilongoeberlinguer avrebbe potuto essere destinato e indottrinare la gioventù comunista nei cineforum alle Case del Popolo, mentre ora si limita a estasiare le critica militonta e, forse, i nostalgici rincitrulliti. Del tris, quello che mi ha irritato più di tutti: mentre gli altri due, di Giorgia Farina e di Claudio Noce, erano semplicemente incomprensibili oltre che terribilmente pallosi, di questo ritratto biografico della minore delle figlie di Karl Marx, Eleanor chiamata famigliarmente Tussy (nomignolo che nel gergo tedesco di oggi equivale a oca, nel senso di cretina, matuttoquesto la Nicchiarelli non lo sa, equandopassaridetuttalacittà: altrimenti si sarebbe, forse, risparmiata dal sottolineare ripetutamente questo dettaglio) lo scopo si capisce benissimo: pura agiografia e propaganda ideologica e femminista, peccato che, come quasi sempre capita agli agit-prop di scuola marxista-leninista, risulti del tutto controproducente. Innanzitutto perché la lezioncina viene pappagallescamente calata dall'alto, come del resto fa Eleanor, che parla per slogan in contesti, quelli dei "campi e delle officine", che le sono del tutto estranei, per censo e cultura, essendo borghese fino al midollo come lo era del resto il padre: l'unico che poteva parlare con cognizione di causa il mondo del lavoro di tutta la ghenga era Friedrich Engels, che del resto era ricco un industriale tessile il quale grazie al plusvalore prodotto dai suoi operai ha finanziato fino alla morte, e pure successivamente, oltre al proprio elevato tenore di vita, tutta la tribù Marx, Eleanor e il suo lacché Aveling compresi. E' del resto una capacità insita a quelli sedicenti desinistra, soprattutto de noantri, risultare odiosi per la loro pedanteria e saccenza senza rendersene conto; non sono loro a essere dottrinari e insopportabilmente spocchiosi, ma gli altri, intellettualmente inferiori, a non capirli. Ma qui la regista compie un capolavoro di autolesionismo non solo presentando i due eminenti ideologi come due gioviali e all'occorrenza avvinazzati maschilisti, ma Eleanor e le altre figlie di Marx (oltre a quello illegittimo, frutto di un amore ancillare del mandrillo barbuto) come delle deficienti nonché complici del proprio avvilimento, confermando ancora una volta che nella grande famiglia marxista ciò che vale per il pubblico è esattamente il contrario di quel che viene praticato nel privato, per cui l'esito di questa sorta di inno all'attualità della figura di questa povera donna, di cui vengono mostrate tutte le contraddizioni nella quotidianità e in campo sentimentale e poco o niente della sua formazione e attività intellettuale in prima persona, come se non fosse capace un pensiero autonomo oltre all'indottrinamento ricevuto in famiglia, si risolve in una clamorosa autorete, una mazzata sui propri testicoli, oltre a quelli dell'incauto spettatore. Ma forse vi diranno che l'attualità consiste nella presa di coscienza di quanto vi sia ancora da fare: la strada è lunga, compagni e compagne, fino al sorgere del Sol dell'Avvenir. Intanto siamo fatti per soffrire, a meno di non fare come la povera Eleanor che, per non poterne più, a soli 43 anni si è tolta la vita col veleno. Quando poi nella scena finale ho visto il suo ectoplasma, nei panni della disgraziata chiamata a interpretarla, la generosa Romola Garai, che regge da sola l'incombenza di questa solenne cagata, scatenarsi in una grottesca danza al suono di Dancing in the Dark di Bruce Springsteen, un altro che mi sta sui coglioni, giustamente deturpata in versione punk (l'unica cosa buona del film), mi sono vergognato per lei. 

venerdì 9 ottobre 2020

Padrenostro

 "Padrenostro" di Claudio Noce. Con Mattia Garaci, Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Francesco Gheghi, Anna Maria De Luca, Mario Pupella, Antonio Gerardi e altri. Italia 2020 ★-

Di regola tendo a essere comprensivo con la produzione nazionale, che pure una certa reputazione in giro per il mondo la conserva tuttora, e fin troppo di manica larga coi giudizi, però raramente ho visto una sequela di film scadenti come quelli presentati, in concorso o meno, alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Oggi tocca al tanto decantato Padrenostro, che è valso a un imbolsito (per l'occasione?) Pierfrancesco Favino la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (qualche contentino al Paese ospitante la giuria doveva pure concederlo). La vicenda si ispira a un fatto vero, ossia all'attentato a cui il 14 dicembre del 1976 scampò l'allora vicequestore Afonso Noce, responsabile dell'antiterrorismo per il Lazio, padre del regista (che allora non aveva ancora due anni), rimanendo ferito, mentre morirono un poliziotto della scorta e uno dei membri del commando dei NAP, Nuclei Armati Proletari, che fecero l'agguato, prendendo spunto dai ricordi del fratello maggiore di Claudio Noce, che vi assistette parzialmente dal terrazzo di casa. Questo ragazzino di 10 anni è il Valerio che vediamo sullo schermo, l'unico vero protagonista del film, interpretato da Mattia Geraci, lui sì meritevole di un premio che per tutta la durata (esorbitante) di questa pellicola, il quale annaspa tra sogno e realtà alla ricerca della verità, che nessuno gli dice, sulle condizioni del padre (Favino/Noce) che non vede tornare a casa, e quando anche lo farà, lo spettatore non è in grado di capire se si tratti della fervida fantasia del ragazzino (che si inventa amici fantasma) o se sia rimasto vivo per davvero. Magari il fulcro del film vuole essere una riflessione sul rapporto irrisolto, o forse inesistente, con un padre evanescente (forse per via del lavoro che fa: il film è talmente ingarbugliato che non si capisce nemmeno se Noce fosse un magistrato oppure un poliziotto), oppure una sorta di trattatello sugli attacchi d'ansia (inizia e si chiude su un tipo che si presume sia Valerio, al giorno d'oggi, tra i quaranta e i cinquanta, che ne rimane vittima nella metropolitana di Roma in occasione di un black out e che ne viene fuori quando incontra un personaggio che forse è l'amico immaginario - o reale? - che aveva in pubertà e, pare di capire, sia il figlio del terrorista rimasto ucciso nella sparatoria). La vicenda, lisergica più che onirica, si svolge nell'appartamento borghese della famiglia, nella scuola di suore che frequenta il ragazzino, in Calabria durante un viaggio con padre, madre e sorellina (dove lo raggiunge l'amico non-si-sa-se immaginario). Tutto è confuso, sconclusionato, buttato lì nel calderone, e per di più posticcio: dalle macchine d'epoca (non esistevano tagliandi dell'assicurazione grandi come lenzuola con scritto RC/Auto), al volto di Favino, che sembra uscito da una plastica facciale riuscita molto male, ai capelli della povera Barbara Ronchi che, dopo Fai bei sogni, pare ormai condannata al ruolo di madre stereotipata degli anni Settanta (a meno che Noce non abbia utilizzato i provini o gli scarti di quel film); improbabili la Calabria e l'atmosfera famigliare che vengono propinati nel film, perfino i riferimenti al calcio sono raffazzonati: non è plasuibile che nel 1976/77 Giorgio Chinaglia abbia potuto firmare un pallone da regalare a Valerio dopo aver giocato una partita all'Olimpico proprio mentre si era trasferito, con gran clamore, negli USA ingaggiato dai Cosmos. Se poi Padrenostro voleva essere un film che raccontasse qualcosa sugli Anni di piombo, il fallimento è totale, e l'espediente ridicolo di rendere i colori sgranati come le foto d'epoca non ne ricostruisce certo l'atmosfera. Il risultato è, francamente, penoso e il film di una lentezza esasperante, oltre che inutilmente lungo. Più che cinema, una solenne pippa mentale.

mercoledì 7 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7

"Il processo ai Chicago 7" (The Trial of the Chicago 7) di Aaron Sorkin. Con Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Jeremy Strong, Yahya Abdul Mateen II, John Carroll Lynch, Seth Rogen, Alex Sharp, Jonathan Majors. Michael Keaton e altri. USA 2020 ★★★-

Prodotto da Netflix e uscito contemporaneamente sulla piattaforma in streaming e sul grande schermo, un po' mi pento di aver scelto la seconda soluzione perché francamente mi aspettavo di meglio. E non tanto per come scorre via il film, velocemente benché duri 130' e sia in tutto e per tutto il classico film di ambito giudiziario visto centinaia di volte, tra dialoghi serrati e battute in parecchi casi fulminanti, ma per alcuni buchi di sceneggiatura e fin troppo buonismo obamiano serpeggiante, che porta comunque a un finale edificante con l'esaltazione di un sistema giudiziario, quello USA, a dir poco sgangherato e puerile, e per estensione di tutte le altre istituzioni di quel Paese, che alla fine si rivelano sempre vincenti e superiori a ogni altro esistente al mondo anche quando vengono gestite da "personaggi orrendi", come viene da dire a Jerry Rubin, ai tempi uno dei principali protagonisti di quella controcultura che si opponeva non soltanto alla guerra del Vietnam in corso, ma a tutto il sistema, uno dei 7 protagonisti dei processo di cui al titolo. Il quale, istruito subito dopo l'entrata in carica dell'amministrazione Nixon nel 1969 chiaramente come resa dei conti con gli oppositori e avvertimento a futura memoria, riguardava gli incidenti avvenuti durante la Convention democratica dell'agosto dell'anno prima a Chicago (successiva all'assassinio, in giugno, di Bob Kennedy, l'unica candidatura che avrebbe avuto un senso e l'appoggio di tutto lo schieramento progressista), quella che finì per nominare Humphrey (un Biden dei tempi), le cui alternative non erano molto meglio, e che ovviamente non aveva alcuna chance contro Nixon. "Con candidati come questi non vinceremo mai" (pare di risentire le parole di Nanni Moretti qualche anno fa...): con questo slogan diversi movimenti decisero di radunarsi a Chicago per protestare contro i vertici democratici, ma fin dall'inizio furono osteggiati dal sindaco Daley, che negò ogni permesso di manifestare, costringendoli fin dall'inizio all'illegalità; infiltrati dal FBI; la polizia venne schierata in massa mentre il governo federale mandò pure la Guardia Nazionale. Come a Genova nel 2001, il disegno era chiaro per chi volesse vedere e la trappola tesa: e tutti, per stupidità o buona fede (quella, appunto, nella neutralità e sostanziale bontà delle istituzioni) caddero nella trappola. Il processo riguardava 7 degli esponenti della contestazione, dai più moderati e legalisti (tra loro un futuro attivista e politico di lungo corso come Tom Hayden), a quelli più radicali come Abbie Hoffman, più politicizzato di Rubin, una sorta di indiano metropolitano dell'epoca (lo interpreta ottimamente Sasha Baron Cohen), compreso Bobby Seale, unico nero, leader nazionale delle Black Panthers, che non c'entrava nulla perché durante i disordini era stato presente a Chicago per sole quattro ore e da tutt'altra parte, a cui fu negata l'assistenza dell'avvocato. Pur ricco di flash back che illuminano sui fatti e di retroscena dei preparativi del processo, il film si concentra su quanto accadde in aula, dove perfino gli abili avvocati difensori fino all'ultimo non pronunciarono mai, pur conoscendola, la verità più eclatante: che si trattasse di un processo politico, per di più manovrato e manipolato dall'alto, e qui convince poco la sottolineatura dei supposti scrupoli orali dell'avvocato dell'accusa, Richard Schultz, che si prestò al gioco dei suoi superiori (a cominciare dal Procuratore Generale). Tra gli interpreti, tutti molto bravi, giganteggia però Michael Keaton (a cui bastano due scene per rimanere impresso), che interpreta Ramsey Clarke, il Procuratore Generale dell'amministrazione precedente (Johnson) che, testimoniando, consenti alla difesa di imprimere una svolta al processo, e Frank Langella nella parte dello stolido e forse squilibrato giudice Julius Hoffman. Insomma un buon film, che ha il merito di tornare su fatti ormai dimenticati eppure sempre attuali, ma non del tutto convincente. 

lunedì 5 ottobre 2020

Roubaix, una luce nell'ombra

"Roubaix, una luce nell'ombra" (Roubaix, une lumière) di Arnaud Desplechin. Con Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier, Antoine Reinartz, Chloé Simoneau, Betty Cartoux, Jérémy Brunet, Stéphane Duquenoy, Philippe Duquesne e altri. Francia 2019 ★★★★

A dispetto del titolo, ce n'è ben poca, di luce, in questo polar francese dalle tinte livide, fredde, che dominano questa città di antica industrializzazione nel Nord-Est della Francia, ai confini col Belgio, già nota come la Manchester francese, oggi in piena decadenza e conosciuta soltanto per la sua "classica" ciclistica, che ha dato i natali al regista. Che ne ritrae l'essenza e degrado, economico e sociale, ispirandosi a Roubaix, commissariat central, un documentario del 2008 che raccontava un fatto di cronaca avvenuto nel 2002. E' la notte di Natale quando il commissario Daoud, algerino d'origine, prende servizio segnalando un'automobile che ha preso fuoco: è questa la prima gatta da pelare durante il suo turno, affiancato dalla nuova recluta, Louis, fresco di diploma all'accademia di polizia, insieme a una serie di altri reati di ordinaria amministrazione, come una rissa durante la cena natalizia, un tentativo di truffa a un'assicurazione (le denuncia del tipo che con ogni probabilità ha incendiato la macchina che Daoud aveva visto bruciare mentre arrivava in centrale), lo stupro di una ragazza in un sottopassaggio; ma è sulla morte di un'anziana signora trovata strangolata nel suo letto che si concentra l'attenzione dei due poliziotti e dell'intera squadra investigativa, e i sospetti cadono immediatamente su una coppia di ragazze sui trent'anni, Marie e Claude, quest'ultima con un figlio piccolo, alcolizzate e abbrutite, che vivono di mezzucci in un quartiere mieserabile. Vengono dapprima interrogate a domicilio, anche perché sono state loro a chiamare la polizia, nel tentativo di confondere le acque, poi fermate e portate in questura, nuovamente messe sotto torchio prima separatamente e poi costrette a un drammatico confronto in due tappe: durante un sopralluogo sul luogo del delitto, dove vengono costrette a ricostruire i movimenti fatti durante la loro presenza nell'abitazione della vittima (prima negata), e poi ancora al commissariato. Ovviamente con tutti i rituali del caso, con l'alternanza tra il poliziotto buono e quello cattivo, tra lusinghe e minacce verbali, ma centrale è la figura del commissario Daoud, carismatica e apprezzata da tutti i suoi sottoposti, funzionario di grande intuito proprio perché conosce come le sue tasche la città e l'umanità che la abita, compreso lui che non ha voluto abbandonarla nemmeno quando tutta la sua famiglia ha deciso di tornare in Algeria. Si impara a conoscerlo attraverso le sue domande, il modo di fare e di porsi, senza mai giudicare ma cercando di capire le situazioni, le persone e la loro vita, capace di mettersi nei panni dei disgraziati con cui ha a che fare e facendo di tutto  per aiutarli, per quanto possibile. Impariamo a conoscere Daoud, le sue malinconie, la sua passione per i cavalli; Louis e la sua ammirazione per il capo; gli altri poliziotti attraverso gli schizzi dei loro caratteri; le due ragazze che hanno sbagliato ogni scelta nella loro esistenza; una città senza futuro. Un gran bel film, con interpreti di prim'ordine, sopratutto Roschdy Zem (Daoud), Léa Seydoux (Claude), Sara Forestier (Marie); una fotografia cupa e splendida, un ritmo incalzante. Da vedere. Il noir-poliziesco francese al suo meglio, in versione sociologica ma senza mettersi in cattedra a dare lezioni.

sabato 3 ottobre 2020

Waiting for the Barbarians

"Waiting for the Barbarians" di Ciro Guerra. Con Mark Rylance, Johnny Depp, Gana Bayarsaikhan, Robert Pattinson, Greta Scacchi, Harry Melling, David Dencik, Sam Reid e altri. USA 2019 ★★½

... e poi si stupiscono di essere regolarmente smentiti: parlo della critica miltonta e sinistrata, che siccome un film come questo non rientra nei suoi canoni, fatti di onanismo mentale e di luoghi comuni estetici quanto di contenuto, che dev'essere obbligatoriamente politicamente corretto, benpensante e farcito di psicologismi da apericena, lo stroncano in favore di un penoso filmetto di produzione nazionale come Guida romantica a posti perduti, "spinto" solo perché presentato a Venezia il mese scorso, nelle "giornate degli autori", e nemmeno in concorso. Solita storia. A smentire questa manica di imbonitori e fuffologhi in malafede bastano i dati: il filmetto della Farina, nello stesso lasso di tempo, ha incassato un quarto di Waiting for the Barbarians (a proposito: per una volta il titolo è stato lasciato in lingua originale. Evento!), 42 mila € contro 175, pur essendo stato proiettato quasi nel doppio delle sale. E giù a dare del "gigione" a Johnny Depp, autore dell'interpretazione esemplarmente asciutta di un colonnello di polizia venuto a fare un sopralluogo in un avamposto di frontiera che ricorda, com'è ovvio, il Deserto dei Tartari di buzzatiana memoria (l'omonimo film di Zurlini è del 1976); ma se Clive Owen si rende perfino ridicolo nei panni del classico alcolizzato in stile brit tutto va bene, Madama la Marchesa; soprattutto dimenticando quella magistrale di Mark Rylance, che questi coglioni probabilmente ignorano chi sia, nei panni del Magistrato che da anni provvede ad amministrare una realtà di frontiera, dentro e fuori dalla fortezza che costituisce l'avamposto e simbolo dell'Impero che è chiamato a rappresentare, riuscendovi con successo perché da un lato conosce bene le esigenze e il modo di pensare dei cittadini che è chiamato a governare, tra l'altro un bell'amalgama di gente meticciata e non facilmente etichettabile; dall'altro perché invece di pensare di "fare i conti" con le tribù nomadi che minaccerebbero la frontiera (i "tartari" della situazione), occupa il suo tanto tempo a disposizione per conoscerne la cultura, studiando reperti archeologici a loro stessi sconosciuti ed entrandovi in contatto esponendosi personalmente al rischio: un eroe, e l'unico, vero, protagonista del racconto. Assieme all'altrettanto brava (e bella) Gana Bayarsaikhan, nei panni di una ragazza, torturata dai poliziotti del colonnello Joll (Depp). Pellicola ambientata, in modo estremamente realistico, tra Ottocento e Novecento, in un qualche avamposto desertico situabile tra Medio Oriente e Asia Centro-Meridionale. La situazione ricorda da vicino il crollo dell'Impero Austroungarico, più di quello Ottomano, dovuto soltanto alla follia suicida dei suoi apparati militari e non certo all'apparato statale che garantiva ai suoi variegati cittadini di diverse nazionalità una coesistenza se non altro basata sulla certezza del diritto e di una burocrazia efficiente. La vicenda raccontata è coinvolgente, con la sua parte mélo che non guasta, però mai esasperata nei toni; la sceneggiatura è all'altezza; la caratterizzazione dei personaggi precisa; la fotografia, soprattutto, di prim'ordine. Aggente non è sempre cretina quanto vorrebbero i pennivendoli e gli agit-prop di professione. Addestra come asinistra.

giovedì 1 ottobre 2020

50 e non per tutti

 


Cfr la lungimiranza dei pennivendoli nostrani che li davano in declino già allora: sono ancora in pista, vivi e vegeti. Poaréti
.

Di seguito, la scaletta degli spettacoli (ore 16 e 21.15)

Jumping Jack Flash
Roll Over Beethoven
Sympathy For The Devil
Stray Cat Blues
Love In Vain
Prodigal Son
Dead Flowers
Midnight Rambler
Live With Me
Let It Rock
Little Queenie
Brown Sugar
Honky Tonk Women
Street Fighting Man


Long Live Rock and Roll!