mercoledì 7 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7

"Il processo ai Chicago 7" (The Trial of the Chicago 7) di Aaron Sorkin. Con Sacha Baron Cohen, Joseph Gordon-Levitt, Frank Langella, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Jeremy Strong, Yahya Abdul Mateen II, John Carroll Lynch, Seth Rogen, Alex Sharp, Jonathan Majors. Michael Keaton e altri. USA 2020 ★★★-

Prodotto da Netflix e uscito contemporaneamente sulla piattaforma in streaming e sul grande schermo, un po' mi pento di aver scelto la seconda soluzione perché francamente mi aspettavo di meglio. E non tanto per come scorre via il film, velocemente benché duri 130' e sia in tutto e per tutto il classico film di ambito giudiziario visto centinaia di volte, tra dialoghi serrati e battute in parecchi casi fulminanti, ma per alcuni buchi di sceneggiatura e fin troppo buonismo obamiano serpeggiante, che porta comunque a un finale edificante con l'esaltazione di un sistema giudiziario, quello USA, a dir poco sgangherato e puerile, e per estensione di tutte le altre istituzioni di quel Paese, che alla fine si rivelano sempre vincenti e superiori a ogni altro esistente al mondo anche quando vengono gestite da "personaggi orrendi", come viene da dire a Jerry Rubin, ai tempi uno dei principali protagonisti di quella controcultura che si opponeva non soltanto alla guerra del Vietnam in corso, ma a tutto il sistema, uno dei 7 protagonisti dei processo di cui al titolo. Il quale, istruito subito dopo l'entrata in carica dell'amministrazione Nixon nel 1969 chiaramente come resa dei conti con gli oppositori e avvertimento a futura memoria, riguardava gli incidenti avvenuti durante la Convention democratica dell'agosto dell'anno prima a Chicago (successiva all'assassinio, in giugno, di Bob Kennedy, l'unica candidatura che avrebbe avuto un senso e l'appoggio di tutto lo schieramento progressista), quella che finì per nominare Humphrey (un Biden dei tempi), le cui alternative non erano molto meglio, e che ovviamente non aveva alcuna chance contro Nixon. "Con candidati come questi non vinceremo mai" (pare di risentire le parole di Nanni Moretti qualche anno fa...): con questo slogan diversi movimenti decisero di radunarsi a Chicago per protestare contro i vertici democratici, ma fin dall'inizio furono osteggiati dal sindaco Daley, che negò ogni permesso di manifestare, costringendoli fin dall'inizio all'illegalità; infiltrati dal FBI; la polizia venne schierata in massa mentre il governo federale mandò pure la Guardia Nazionale. Come a Genova nel 2001, il disegno era chiaro per chi volesse vedere e la trappola tesa: e tutti, per stupidità o buona fede (quella, appunto, nella neutralità e sostanziale bontà delle istituzioni) caddero nella trappola. Il processo riguardava 7 degli esponenti della contestazione, dai più moderati e legalisti (tra loro un futuro attivista e politico di lungo corso come Tom Hayden), a quelli più radicali come Abbie Hoffman, più politicizzato di Rubin, una sorta di indiano metropolitano dell'epoca (lo interpreta ottimamente Sasha Baron Cohen), compreso Bobby Seale, unico nero, leader nazionale delle Black Panthers, che non c'entrava nulla perché durante i disordini era stato presente a Chicago per sole quattro ore e da tutt'altra parte, a cui fu negata l'assistenza dell'avvocato. Pur ricco di flash back che illuminano sui fatti e di retroscena dei preparativi del processo, il film si concentra su quanto accadde in aula, dove perfino gli abili avvocati difensori fino all'ultimo non pronunciarono mai, pur conoscendola, la verità più eclatante: che si trattasse di un processo politico, per di più manovrato e manipolato dall'alto, e qui convince poco la sottolineatura dei supposti scrupoli orali dell'avvocato dell'accusa, Richard Schultz, che si prestò al gioco dei suoi superiori (a cominciare dal Procuratore Generale). Tra gli interpreti, tutti molto bravi, giganteggia però Michael Keaton (a cui bastano due scene per rimanere impresso), che interpreta Ramsey Clarke, il Procuratore Generale dell'amministrazione precedente (Johnson) che, testimoniando, consenti alla difesa di imprimere una svolta al processo, e Frank Langella nella parte dello stolido e forse squilibrato giudice Julius Hoffman. Insomma un buon film, che ha il merito di tornare su fatti ormai dimenticati eppure sempre attuali, ma non del tutto convincente. 

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