domenica 10 marzo 2019

Il colpevole - The Guilty

"Il colpevole - The Guilty" di Gustav Möller. Con Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jakob Lohman. Danimarca 2018 ★★★★
Il tema non è nuovo (la colpa, l'espiazione e il possibile riscatto, come da titolo, che tra l'altro è da intendersi al plurale e non al singolare), e nemmeno il modo di raccontarlo, vedi di recente l'ottimo Locke di Steven Knight, più in là nel tempo La vita corre sul filo di Sidney Pollack: l'azione si svolge in tempo reale, al telefono di un centralino della polizia danese dove l'agente Asger Holm, protagonista di un episodio oscuro (l'omicidio di un ragazzo di 19 anni fatto passare per legittima difesa, come si apprenderà verso la fine del film) è stato relegato in attesa dell'udienza in tribunale che l'indomani mattina deciderà sul suo caso; ciò non toglie che questa pellicola, essenziale quanto intensa, che dimostra il buono stato di salute del noir scandinavo (che del malessere esistenziale fa il suo nucleo), sia una delle cose migliori che abbia avuto modo di vedere in questo periodo di prolungata fiacca per quanto riguarda le proposte sul grande schermo. Tutto ha inizio quando una sera, verso la fine del suo turno di lavoro, Asger riceve la confusa telefonata di una donna terrorizzata che, farfugliando, riesce a far capire di essere stata rapita e di trovarsi su un furgone. La linea cade più volte, l'agente è soltanto in grado di localizzare la cella da cui avviene la chiamata, e cerca di gestire il caso contattando stazione di polizia competente per territorio, sia la donna, sia la figlia di sei anni di questa che l'attende disperata a casa, sia il collega con cui faceva coppia prima dell'incidente che ha causato il suo accantonamento dall'impiego operativo a cui chiede di scoprire qualsiasi indizio utile per capire chi sia la donna, quali le sue relazioni e dove potrebbe essere diretto chi l'ha sequestrata. Ovviamente non vado oltre con la trama, posso però assicurare che per 85', tanti sono bastati al giovane regista svedese Gustav Möller per raccontare la vicenda, si rimane aggrappati alla poltrona in attesa dell'epilogo, e non mancano i colpi di scena. Alla fine si capisce che colpevoli sono tutti i personaggi, in qualche modo, e meno di tutti, alla fine, coloro che apparentemente sono responsabili delle azioni peggiori. Difficile credere che un film unicamente parlato possa essere avvincente quanto un film d'azione, ma Möller c'è riuscito, e la pellicola, diretta con mano sicura e senza sbavature deve molto, se non tutto, alla ottima prova del protagonista, Jacob Cedergren, che riesce a trasmettere una vasta gamma di sentimenti: dal disagio in cui si trova per la distanza a cui lo tengono i colleghi che non si fidano di lui, all'impegno che mette nel cercare di risolvere l'ingarbugliata vicenda che si trova fra le mani, intravedendo anche una possibilità di riscatto dalla vicenda in cui era rimasto coinvolto e che lo tormenta. Vivamente  consigliato. 

giovedì 7 marzo 2019

Congiuntivite / La Buona Scuola


Da Repubblica, organo ufficiale del Partito Pro-TAV e di quello sedicente Democratico in particolare di lunedì scorso: La prima mossa di Nicola Zingaretti, da neo segretario del Partito democratico, è quella di andare a Torino "per dare una mano a Sergio Chiamparino sulla Tav". Del resto aveva già annunciato ieri che tra i primi impegni in agenda ci sarebbe stata la visita ai cantieri dell'Alta velocità Torino-Lione, uno tra i principali temi di scontro all'interno del governo gialloverde. E ha da tempo fatto capire quale sia il suo orientamento: la Tav si deve fare. Dove il madamino di rinforzo giunto da Roma, appena uscito vittorioso con un plebiscitario 66% dalle primarie, che nonostante il trionfalismo dei mezzi di informazione nostrani hanno pure hanno registrato il record negativo di votanti da quando questo metodo demenziale di scegliersi un segretario è stato introdotto, tanto per scopiazzare (male) i caucus americani (che sono tutt'altra cosa), è incappato in un primo incidente grammaticale che ha fatto scompisciare dal ridere, ma anche scuotere la testa rassegnata, quella parte, minoritaria in questo Paese, che è ancora grado di usare correttamente il congiuntivo e mettersi così all'altezza di quell'altro massacratore recidivo della lingua italiana che è il vicepresidente del Consiglio Di Maio, confermando così la scarsa confidenza con l'idioma natìo, che già aveva dimostrato in un'altra recente occasione. E questo benché l'uomo sia uno "studiato", come direbbe lui. Questo il PD Nuovo del Nuovo Segretario: non che mi aspettassi qualcosa di diverso dal Governatore del Lazio, da sempre un ma-anchista indecisionista di scuola veltroniana, che ciancia di lavoro come urgenza nazionale chiedendo di sbloccare i cantieri in Val Susa per far passare il TAV (che è acronimo maschile e non femminile, cosa che i pennivendoli di regime per lo più ignorano), con decine di impianti di ogni genere che chiudono o trasferiscono le produzioni all'estero mentre quelli notoriamente nocivi che andrebbero fermati una volta per tutte, come l'ILVA di Taranto e decine di inceneritori inquinanti restano tranquillamente in funzione continuando a far danni; una sua presenza sarebbe stata per esempio significativa nella Piana di Gioia Tauro, dove da decenni sgobbano come schiavi migliaia di lavoratori immigrati "neri e al nero" e dove stanno attualmente sgomberando la vergognosa baraccopoli-ghetto di San Ferdinando (e al suo posto ne sta immediatamente sorgendo un'altra), o nel Ragusano, o in Puglia, ma pure nella progredita e progressista Emilia ex rossa o nelle campagne lombarde; però fra i tre candidati mi sembrava l'unico accettabile, considerando il livello degli altri due concorrenti, sempre ad avere lo stomaco di recarsi ai gazebi a votare. Cosa che mi ripugnerebbe, a meno di non recarmi, come ero tentato di fare già nel 2012 alle "Primarie di coalizione" e sostenere Renzi, con la certezza che fosse la garanzia per una definitiva deflagrazione di questo partito inutile e nocivo.

domenica 3 marzo 2019

Poaréti


Sarà un caso che scelgano il segretario nel bel mezzo delle celebrazioni del Carnevale?

sabato 2 marzo 2019

Domani è un altro giorno

"Domani è un altro giorno" di Simone Spada. Con Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Ferzetti, Andrea Arcangeli, Barbara Ronchi, Jessica Cressy, Stefano Fregni e altri. Italia 2019 S.V.
Il film in sé sarebbe anche buono, se nascesse da un'idea personale del regista (al suo secondo lungometraggio dopo l'incoraggiante esordio di Hotel Gagarin), o degli sceneggiatori: e invece è il remake assolutamente pedissequo di un bellissimo, commovente film spagnolo-argentino uscito, con discreto successo, anche nella Terra dei Cachi: Truman - Un amico è per sempre. A cui rinvio per le mie considerazioni sulla vicenda che racconta. Che nella scheda tecnica vengano accreditati due sceneggiatori nostrani anziché i due catalani Cesc Gay e Tomás Algaray, lo ritengo disdicevole e ai limiti del plagio, perché non solo i dialoghi sono pressoché identici, ma perfino i nomi di tutti i personaggi: solo che vengono italianizzati; le uniche differenze sono il nome e la razza del cane dell'attore malato di cancro, un Bullmastif che si chiama Truman nell'originale e un Bovaro del Bernese di nome Pato nella copia, e che suo figlio studia a Barcellona anziché ad Amsterdam; perfino la storia si svolge nelle capitali dei rispettivi Paesi, ossia Madrid e Roma. Anche il titolo viene stravolto, come al solito in Italia, e invece di riferirsi al cane, attorno a cui ruota in fondo questa commedia malinconica ma profondamente umana, è una scusa per rimettere in pista un altro remake, peraltro urlato sguaiatamente, quello del brano reso celebre da Ornella Vanoni il cui testo era stato scritto da Giorgio Calabrese e che era a sua volta la versione italiana di un pezzo del cantante USA Tammy Wynette. Le due note positive sono le interpretazioni di due attori che apprezzo molto, Giallini e Mastandrea, i quali si vede che sono amici anche nella vita, e la misura con cui Simone Spada dirige il tutto e tratta la materia, senza cadere nel melodramma e nel patetico. Non si capisce dunque la necessità di rifare un film identico all'originale, peraltro uscito poco tempo fa, a meno che non lo si faccia per dare lavoro a due attori italiani, che però non risulta siano a corto di proposte. Poi uno legge che il film è prodotto e distribuito da Medusa, una creazione di Silvio Berlusconi, il re del farlocco, e si capisce tutto, perfino la presa per il culo che la casa di produzione associata si chiami Baires Film: il colmo. 

mercoledì 27 febbraio 2019

Copia originale

"Copia originale" (Can You Ever Forgive Me?) di Marielle Heller. Con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone, Julie Ann Emery, Anna Deavere Smith, Stephen Spinella e altri. USA 2018 ★★★½
In tempi in cui non si fa altro che parlare di Fake News, un film su Lee Israel, basato sul libro che lei stessa scrisse per raccontare come sia diventata, per necessità, una audace e immaginifica falsaria di lettere private di attori e scrittori di successo, casca a fagiolo. Giornalista free lance e scrittrice newyorkese di origine ebraica di buon talento, già autrice di biografie di personaggi famosi, nei primi anni Novanta viene licenziata perché beve sul lavoro (nell'editoria: corregge bozze e fa ricerche d'archivio) e per un vaffanculo di troppo ai suoi capi e colleghi e già per questo mi va subito a genio ed entra nelle mie simpatie, oltre che per il carattere di merda, la misantropia, la schiettezza, il linguaggio colorito e la battuta pronta, l'amore per i gatti. E' soprattutto quest'ultimo, oltre alla necessità di racimolare qualche quattrino per pagare l'affitto dell'appartamento, infestato da mosche, dove vice da anni nel totale disordine, a portarla all'idea geniale di aggiungere qualcosa di suo alla lettera privata di un'attrice ormai deceduta per renderla più interessante all'acquirente di cimeli e rarità d'autore: deve saldare una parte degli arretrati alla clinica veterinaria perché accetti di curare l'amata gatta Jersey, vittima di un'infezione. Si specializza così nella creazione di lettere "d'epoca" di personaggi come Noël Coward, Marlene Dietrich, Catherine Hepburn e altri, battute con macchine da scrivere anch'esse d'antan, fino ad arrivare a trafugarne gli originali negli archivi delle biblioteche sostituendoli con le sue creazioni: fantasia e qualità non le mancano, ma a patto di non mettere in gioco sé stessa e nascondendosi dietro alla personalità di altri, e di questa incapacità di raccontarsi ed esprimere i propri sentimenti l'accusano sia la sua agente, sia la ex amante, oltre che del carattere burbero, dell'amore per il whisky and soda e della totale mancanza di diplomazia. Compagno di sbronze ma anche di complicità, perfino nell'attività illecita, Jack Hock, un allampanato dandy inglese gay, amorale e sessuomane, con cui riesce a stabilire un rapporto umano che funziona al di là del fatto che lui sarà costretto a "tradirla" quando lo FBI si metterà sulle loro tracce, e la coppia di attori che li interpreta, Melissa McCarthy e Richard E. Grant, funziona altrettanto alla perfezione. E' questo il punto di forza del film, assieme alla rievocazione di New York com'era ancora trent'anni fa e al sempre attuale e stimolante da investigare rapporto fra realtà e finzione. E funziona anche il film, pur non essendo un capolavoro. 

venerdì 22 febbraio 2019

Le nostre battaglie

"Le nostre battaglie" (Nos batailles) di Guillaume Senez. Con Romain Duris, Laure Calamy, Laetitia Dosch, Lucie Debay, Basile Grunberger, Lena Girard Voss, Dominique Valadié, Sarah Lepicard e altri. Belgio, Francia 2018 ★★+
Trattare il mondo del lavoro, la crescente alienazione e le sue ripercussioni a livello privato è sempre benemerito e sembra la cifra tipica del cinema belga, impersonato dai fratelli Dardenne e, in questo caso, da Guillaume Senez, giunto al suo secondo lungometraggio. Non mancano i consueti ingredienti: grigie periferie, in questo caso dell'Alvernia, in Francia; un certo inceppamento dei rapporti personali e nella comunicazione tra le persone che portano alla mancata percezione dei segnali di cedimento da parte di uno dei protagonisti e al conseguente sviluppo dei sensi di colpa di quello che non li avverte e alla loro espiazione. Il consueto schema si ripete, discretamente ripetitivo, trattando la vicenda di Olivier, un credibile Romain Duris, giovane operaio sindacalizzato, capo squadra in una grossa azienda di immagazzinamento e distribuzione tipo Amazon, che si sente responsabile per non avere comunicato di persona all'interessato l'intenzione dei responsabili delle risorse umane di liberarsi di un ultracinquantenne in esubero che finisce per suicidarsi, e al contempo non si avvede, nella sua dimensione casalinga, della depressione che sta colpendo la moglie al punto da indurla a fuggire e mollare la famiglia e sparire, di punto in bianco e senza lasciare traccia, spiegazioni né indirizzo, addossandogli l'incombenza, che non era più in grado di sostenere, di occuparsi dei due figli in età scolare e di asilo e delle faccende di casa. Il film racconta della sua difficile presa d'atto della situazione, e del modo in cui cerca, anche con l'aiuto della madre e grazie alla provvidenziale visita di una sorella estrosa e capace di fargli capire il possibile, diverso punto di vista femminile (interpretata da Laetita Dosch, anche un po' troppo sopra le righe con la caratterizzazione) di conciliare la sua vita privata con quella lavorativa e l'attività sindacale, che alla fine decide di abbracciare a tempo pieno accettando di trasferirsi, su incarico dell'organizzazione, a Tolosa, una volta accettato l'abbandono della moglie come espressione di un disagio profondo e della necessità di "ritrovarsi": una sorta di "pausa di riflessione" non concordata, insomma, che lascia aperta la porta a un ritorno. In che termini e con quali prospettive di riuscire a conciliare vita lavorativa, attività sindacale per di più a tempo pieno e relazioni famigliari non è dato sapere, e Senez non ce lo suggerisce. Il tutto, detto francamente, con quel più di lentezza e di dialoghi che più vogliono parere autentici e più risultano artificiosi, tipici del cinema francese. Quindi non disprezzabile, ma non ci siamo. E palloso anziché no, ma non è nemmeno giusto infierire.

martedì 19 febbraio 2019

La paranza dei bambini

"La paranza dei bambini" di Claudio Giovannesi. Con Francesco Di Napoli, Artem Tkachuk, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Ciro Pellecchia, Aniello Arena, Renato Carpentieri e altri. Italia, Francia 2019 ★★-
Prima di esprimere un giudizio su questo film appena premiato alla Berlinale per la migliore sceneggiatura (? Chissà com'erano le altre...) ho lasciato trascorrere alcuni giorni per far sedimentare l'immediata reazione di irritazione; ma la prima impressione, tra sconcerto e disappunto, è rimasta inalterata, pur trattandosi di una pellicola a suo modo ben congegnata e ben girata, per quanto ormai rientrante in un vero e proprio genere a sé stante, quello di Gomorra e delle serie televisive che ne sono derivate, al contempo confermando tutte le riserve e perplessità che mi suscita Roberto Saviano, autore del romanzo omonimo da cui è tratto nonché, in questa occasione, della sceneggiatura; un personaggio che più passa il tempo e meno mi piace, ambiguo esattamente come mi è risultato La paranza dei bambini portato sul grande schermo. Che, a mio parere, si riduce a essere, né più né meno, che una versione aggiornata de I ragazzi della Via Pál in salsa partenopea, con la differenza che i giovani protagonisti, per carità, tutti interpretati in maniera assai efficace da ragazzi non professionisti scelti tra abitanti del Rione Sanità i quali, apprendisti guappi fin dalla più tenera età e che non vedono l'ora di entrare nel grande giro del Sistema camorristico, non si limitano a entrare in guerra coi coetanei quartierini (quelli dei Quartieri Spagnoli), ma anche con i capibastone foresti che hanno usurpato quelli locali, la famiglia Striano, cui Nicola, il quindicenne a capo della "paranza" di sei ragazzini, figlio della titolare di una tintoria che deve pagare il pizzo, è rimasto fedele. Ché erano camorristi "buoni", gli Striano, che non vessavano gli ambulanti e negozianti del rione: si limitavano a spacciare droga a quintali. E non solo: per comprare scarpe e vestiti alla moda e l'ultimo modello di smartphone, con cui passano il tempo a farsi selfie con la lingue di fuori o che usano per postare video sulle loro gesta, le loro frequentazioni altolocate o sulle armi che maneggiano, nonché procurarsi un tavolo o meglio un privé nella discoteca alla moda, ci vogliono un sacco di soldi (e ovviamente nessun genitore a chiedersi da dove cazzo ne arrivino a paccate, così come a dare per scontato che la propria prole non frequenti le scuole nemmeno per caso o si tatui più, e soprattutto peggio, di un maori o le ragazze si agghindino da zoccole) e così comincia l'apprendistato: dal piccolo spaccio davanti alle scuole, al taglieggiamento, alla riscossione del pizzo, alle minacce, all'omicidio: Nicola, che per altri aspetti è tenero dolce con la fidanzatina e protettivo sia col fratello minore sia con la madre semideficiente, ci arriva travestendosi da donna e accoppando uno dei capi dello spaccio che aveva cacciato di casa lui e la sua paranza. Tutta un'escalation che porta la banda al cospetto del Grande Capo (interpretato da Renato Carpintieri), agli arresti domiciliari e proporgli da pari a pari di ripulire la "piazza" dagli intrusi, e questi non si fa problema ad armarli di tutto punto con l'artiglieria leggera e pure pesante. L'unico aspetto interessante del film è la commistione tra innocenza e ferocia, la naturalezza e la scontatezza, se si vuole tipica dell'adolescenza, con cui si passa da uno stato d'animo all'altro, senza rendersi ben conto delle conseguenze delle proprie azioni; ma quello che sembra predominare su tutto, oltre al fatto di "non voler giudicare", è un'estetica, per l'appunto, da tatuati, selfisti, puttanoni, depilati, palestrati, cocainomani, tamarri, in una vicenda che sa di sceneggiata napoletana 2.0, dove da una parte si racconta di una realtà orripilante che sembra ormai irrecuperabile, dall'altra la si infarcisce con una romantica storia d'amore tra adolescenti, quella tra Nicola e Letizia. E allora uno si domanda quale sia il senso dell'operazione e quale lo scopo, visto e considerato il ruolo di testimonianza, denuncia e, quindi, del tutto politico che si è assunto Roberto Saviano, ragion per cui diventa giocoforza politico anche il giudizio sul prodotto cinematografico, che non può limitarsi a essere estetico o meramente tecnico. Le palle mi sono definitivamente cadute quando gli ho sentito augurarsi che i coetanei dei protagonisti vadano a vederlo, e invitare gli insegnanti a portarli al cinema a farlo: se tutto il mondo è Paese, ovvero Napoli, come ha affermato su SKY, mi chiedo quale messaggio possano recepire i quindici-sedicenni "fratelli" di questi qua da un film dove bande di coetanei pieni di soldi scorrazzano in sciami su motorini (targati) per cui non hanno nemmeno la patente senza mai un casco in testa, cosa che non è del tutto abituale nemmeno a Napoli, almeno sul lungomare, gli adulti poco più che macchiette, e dove le due volte che si vede qualcuno in divisa si tratta di una coppia di metronotte cui due della paranza sottraggono la pistola e dell'intrusione di un gruppo di agenti della mobile durante la festa di matrimonio di camorra per arrestare alcuni esponenti del clan e che vengono ingiuriati da tutti i presenti: mi piacerebbe sapere cosa ne pensano gli agenti di scorta a Saviano. E i napoletani che non si ritrovano in una rappresentazione così univoca e di maniera della città: non stupisce che in un festival tedesco, quando già anni fa in Germania l'Italia era stata messa in copertina con una P38  su una pizza, e dove l'immagine del Paese non esce dalla triade spaghetti-mafia-mandolino, un film del genere abbia avuto successo e sia stato premiato.