sabato 10 dicembre 2011
Nagatomico
giovedì 8 dicembre 2011
INTER-detto
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| Diego Alberto Milito dopo aver centrato la traversa in INTER-CSKA |
mercoledì 7 dicembre 2011
Scialla! (Stai sereno)
"Scialla! (Stai sereno) di Francesco Bruni. Con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova, Giuseppe Guarino,Prince Manujibeya, Arianna Scomegna, Vinicio Marchioni, Raffaella Lebboroni, Giacomo Ceccarelli. Italia 2011 ★★★½
Nel suo film d'esordio Francesco Bruni, conosciuto come "lo sceneggiatore di Virzì", ha dimostrato che si può fare un film ambientato nella Roma d'oggi, parlando di coppie scoppiate, disillusioni politiche e personali, rapporti tra genitori e figli perfino partendo da un'inquadratura del "gazometro" senza rifare Ozpetek o Muccino o Brizzi o ancora scadere nel vanzinismo e senza calcare la mano sul romanesco cinematografaro più del necessario. Tant'è vero che il sempre bravissimo Bentivoglio, protagonista principale assieme all'altro esordiente, Filippo Scicchitano, è Bruno Beltrame, un professore padovano con un passato da autore di racconti, che ha lasciato l'insegnamento, disgustato dall'ambiente, e le velleità letterarie per tirare avanti facendo ripetizioni e scrivendo biografie di personaggi famosi, al momento Tina, una Bobulova per una volta credibile nel ruolo di ex porno star dell'Est ora produttrice di film. Luca, quindicenne ignorante ma intelligente, simpatico, sveglio e fondamentalmente buono è uno degli studenti a cui Bruno da ripetizioni finché la madre, Marina, lo ricontatta per svelargli che è suo figlio e pregarlo di accoglierlo a casa sua per il tempo in cui lei verrà mandata nel Mali per un lavoro da cooperante dove Luca non può seguirla, senza però dirgli della paternità. La vita dell'apatico Bruno viene sconvolta, ma anche Luca impara a conoscere una nuova dimensione: i due, che pur parlano non solo con accenti differenti ma proprio linguaggi diversi, e pur condividendo gli spazi sembrano vivere in mondi paralleli seppur contigui, ma a comunicare e quindi a convivere, e la pellicola racconta appunto di questo loro avvicinamento attraverso le vicende scolastiche e non solo che accompagnano la loro convivenza, fino alla inevitabile rivelazione della loro stretta parentela. Lo fa senza pregiudizi ideologici, senza giudicare, con umorismo ma senza scadere nel banale e nella volgarità: non la solita commedia generazionale. Onore al merito, nemmeno una scena di festa o discoteca in cui si balla: cosa più unica che rara in un film italiano d'oggi. Convincente.
Nel suo film d'esordio Francesco Bruni, conosciuto come "lo sceneggiatore di Virzì", ha dimostrato che si può fare un film ambientato nella Roma d'oggi, parlando di coppie scoppiate, disillusioni politiche e personali, rapporti tra genitori e figli perfino partendo da un'inquadratura del "gazometro" senza rifare Ozpetek o Muccino o Brizzi o ancora scadere nel vanzinismo e senza calcare la mano sul romanesco cinematografaro più del necessario. Tant'è vero che il sempre bravissimo Bentivoglio, protagonista principale assieme all'altro esordiente, Filippo Scicchitano, è Bruno Beltrame, un professore padovano con un passato da autore di racconti, che ha lasciato l'insegnamento, disgustato dall'ambiente, e le velleità letterarie per tirare avanti facendo ripetizioni e scrivendo biografie di personaggi famosi, al momento Tina, una Bobulova per una volta credibile nel ruolo di ex porno star dell'Est ora produttrice di film. Luca, quindicenne ignorante ma intelligente, simpatico, sveglio e fondamentalmente buono è uno degli studenti a cui Bruno da ripetizioni finché la madre, Marina, lo ricontatta per svelargli che è suo figlio e pregarlo di accoglierlo a casa sua per il tempo in cui lei verrà mandata nel Mali per un lavoro da cooperante dove Luca non può seguirla, senza però dirgli della paternità. La vita dell'apatico Bruno viene sconvolta, ma anche Luca impara a conoscere una nuova dimensione: i due, che pur parlano non solo con accenti differenti ma proprio linguaggi diversi, e pur condividendo gli spazi sembrano vivere in mondi paralleli seppur contigui, ma a comunicare e quindi a convivere, e la pellicola racconta appunto di questo loro avvicinamento attraverso le vicende scolastiche e non solo che accompagnano la loro convivenza, fino alla inevitabile rivelazione della loro stretta parentela. Lo fa senza pregiudizi ideologici, senza giudicare, con umorismo ma senza scadere nel banale e nella volgarità: non la solita commedia generazionale. Onore al merito, nemmeno una scena di festa o discoteca in cui si balla: cosa più unica che rara in un film italiano d'oggi. Convincente.
martedì 6 dicembre 2011
Meglio Krampus
Nei Paesi dell'arco alpino San Nicola, che cade oggi, si festeggia la notte precedente, così come lo scambio dei doni, in tedesco cerimonia di Bescherung, ciò in cui si sostanzia il Natale, credenti a parte, e che tradizionalmente avveniva dopo la messa di mezzanotte, viene anticipato alla prima serata del 24 per evitare che i bambini vadano a letto troppo tardi, e non il 25 mattina come nei Paesi latini. In origine, era proprio San Nicola a portare i doni, il 6 dicembre, giorno a lui dedicato: l'usanza di scambiarsi i regali in occasione del Natale è successivo alla riforma protestante, in quanto questa non contempla i santi e dunque non ne festeggia l'onomastico. Baviera, Austria, Svizzera, Tirolo meridionale e anche alcune zone montane del Friuli sono di area cattolica e la sera del 5 la statua del vescovo Nicola che viene portata in processione è accompagnata da un corteo di krampus, mitiche figure demoniache, nella realtà giovanotti travestiti con pelli di animali e maschere diaboliche, dotati di campanacci che producono un baccano, appunto infernale, con l'intento di spaventare quelli che trovano su loro cammino. La leggenda racconta che durante le carestie gruppi di ragazzotti si travisassero così per rendersi irriconoscibili durante spedizioni che facevano nei villaggi vicini per terrorizzarne gli abitanti e poi razziare le provviste per l'inverno, ma tra di essi si nascondeva il demonio in persona con le sue vere fattezze, riconoscibile soltanto per le zampe da caprone dallo zoccolo fessurato. Era a questo punto che interveniva San Nicola, chiamato per esorcizzarlo, e da allora i krampus lo seguono nella distribuzione di doni, ma rimane nella loro competenza scovare, spaventare e picchiare i "bambini cattivi", punendoli per le malefatte compiute durante l'anno. Cosa che fanno entrando nelle case che trovano sul percorso e con la complicità dei genitori delatori. Assicuro che a cinque o sei anni si va nel panico quando qualcuno di questi mostri entra nelle case, dopo che genitori e nonni hanno cominciato a rendere tesa l'atmosfera avvertendo che "stanno arrivando i krampus, vi conviene nascondervi", come se non bastassero il clangore delle catene e il frastuono dei campanacci che si avvicina alle porte di casa a fare venire i brividi. Si va a rifugiarsi dunque in qualche nascondiglio (cantina, solaio, in bagno, sotto a un divano, dentro un armadio) ma si viene puntualmente stanati (con la collaborazione dei "grandi"), e la messa in scena diventa ancora più convincente perché i bastardi vengono messi al corrente, a insaputa delle vittime, di alcuni particolari che dovevano rimanere noti soltanto alle persone di famiglia, che sono i veri bastardi e sadici e che ricompensano pure i krampus con uno stamperl schnaps (bicchierino di grappa) e un involto degli immancabili biscotti natalizi, la cui produzione in ogni casa che si rispetti inizia con l'Avvento. Quella di mia madre si avvicinava al mezzo quintale nelle quattro settimane, e lei era pure pasticciera di professione: sono aromi e sapori che fanno parte del mio imprinting così come la figura del krampus. Ed è questa che mi si è affacciata alla mente quando ho visto le immagini del neo ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero in lacrime mentre annunciava le misure sulle pensioni durante la conferenza stampa di presentazione del "Decreto salva-Italia" da parte del governo presieduto da Mario Monti domenica scorsa. Quello che l'ha preceduto era composto da guitti da avanspettacolo, questi in confronto sono attori shakespeariani di alto livello, entrati in scena al momento opportuno per fare le cose sul serio: una politica di destra regressiva. E' l'unica considerazione che mi sento di fare sulla "manovra" in corso, il resto l'avevo già scritto qui tre settimane fa. Non si sono nascosti, questa volta, e le "misure di risanamento" parlano da sé, senza che occorra analizzarle nei particolari. Va a loro merito: almeno un nemico lo si vede in faccia, quello che sta al governo. Dell'altro, che lo sostiene, si vede soltanto il culo. Si chiama Partito Democratico.
lunedì 5 dicembre 2011
Midnight in Paris
"Midnight in Paris" di Woody Allen. Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Stern, Nina Arianda, Marion Cotillard, Kathy Bates. USA, USA, Spagna 2011 ★★★ ★
Un'altra chicca in un periodo felice per le uscite nelle sale prima della valanga di film dozzinali in occasione delle feste natalizie, la 42ª pellicola firmata da Woody Allen, che ritorna nell'amata Parigi, cui dedica una lunga sequenza iniziale di inquadrature da cartolina su un bellissimo tema jazz, prima di raccontare la vicenda fantasiosa di Gil, sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie, che si trova nella città in cui vorrebbe trasferirsi insieme a Inez e ai suoi invadenti e reazionari genitori, mentre la fidanzata non vuole saperne, preferendo Malibu e la vita scintillante invece della cultura. Più diversi non potrebbero essere e Gil se ne rende progressivamente conto viaggiando nel tempo, perché perdendosi nelle strade di Parigi, dopo una serata di degustazione di vini in cui si è lasciato andare, sotto Montmartre viene invitato a salire su un taxi d'epoca e si trova a incontrare e poi frequentare di persona personaggi della Ville Lumière degli anni venti, l'epoca da lui prediletta, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway, da Elliot a Buñuel a Gertrude Stein a cui fa leggere il suo manoscritto e che lo incoraggerà. La cosa si ripete alla mezzanotte in punto dei giorni successivi e, rassicurato sulle sue qualità di scrittore (messe indubbio e comunque considerate inutili dalla venale fidanzata e dai suoi ignoranti genitori) finisce per innamorarsi di Adriana, già amante di Modigliani, Picasso e Hemingway, che lo contraccambia ma che a sua volta considera come età dell'oro non quella in cui vive lei ma quella della Belle Époque, dove entrambi saranno catapultati "Chez Maxime" e al "Moulin Rouge", e dove Adriana preferirà rimanere. Il film è pieno di humour non banale, come nella miglior tradizione di Allen (rivisto in gran forma) e al contempo profondo, trattando le insicurezze dell'artista, i rapporti personali, quello tra la realtà in cui si vive e le proprie aspirazioni più, con lievità e acutezza, il tutto in un meccanismo narrativo perfettamente congegnato, girato con mano sicura: alto artigianato del cinema. Merita.
Un'altra chicca in un periodo felice per le uscite nelle sale prima della valanga di film dozzinali in occasione delle feste natalizie, la 42ª pellicola firmata da Woody Allen, che ritorna nell'amata Parigi, cui dedica una lunga sequenza iniziale di inquadrature da cartolina su un bellissimo tema jazz, prima di raccontare la vicenda fantasiosa di Gil, sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie, che si trova nella città in cui vorrebbe trasferirsi insieme a Inez e ai suoi invadenti e reazionari genitori, mentre la fidanzata non vuole saperne, preferendo Malibu e la vita scintillante invece della cultura. Più diversi non potrebbero essere e Gil se ne rende progressivamente conto viaggiando nel tempo, perché perdendosi nelle strade di Parigi, dopo una serata di degustazione di vini in cui si è lasciato andare, sotto Montmartre viene invitato a salire su un taxi d'epoca e si trova a incontrare e poi frequentare di persona personaggi della Ville Lumière degli anni venti, l'epoca da lui prediletta, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway, da Elliot a Buñuel a Gertrude Stein a cui fa leggere il suo manoscritto e che lo incoraggerà. La cosa si ripete alla mezzanotte in punto dei giorni successivi e, rassicurato sulle sue qualità di scrittore (messe indubbio e comunque considerate inutili dalla venale fidanzata e dai suoi ignoranti genitori) finisce per innamorarsi di Adriana, già amante di Modigliani, Picasso e Hemingway, che lo contraccambia ma che a sua volta considera come età dell'oro non quella in cui vive lei ma quella della Belle Époque, dove entrambi saranno catapultati "Chez Maxime" e al "Moulin Rouge", e dove Adriana preferirà rimanere. Il film è pieno di humour non banale, come nella miglior tradizione di Allen (rivisto in gran forma) e al contempo profondo, trattando le insicurezze dell'artista, i rapporti personali, quello tra la realtà in cui si vive e le proprie aspirazioni più, con lievità e acutezza, il tutto in un meccanismo narrativo perfettamente congegnato, girato con mano sicura: alto artigianato del cinema. Merita.
sabato 3 dicembre 2011
Zebre volanti su un campo di patate
INTER-UDINESE 0-1 - La sconfitta era nell'aria. Che l'Udinese sia più forte dell'Inter lo dice la classifica, lo confermano i numeri dei gol fatti e subiti, la qualità del gioco: sotto la direzione di Franz Guidolin quello dei friulani era il migliore per qualità in Italia già l'anno scorso, e si è confermato tale anche in questa stagione, almeno finora, pur con giocatori diversi. Uguale il tecnico. E identica la politica societaria, che porta invariabilmente i bianconeri ad avere il bilancio in attivo. Per scaramanzia questa volta non sono andato a San Siro: dal vivo ho patito troppe volte l'Udinese come bestia nera, in più l'incontro con la squadra di Furlanìa dilania il mio cuore nerazzurro per via delle mie origini nella piciule patrie: una sofferenza comunque, addolcita in questo caso dal primato in classifica delle "zebrette". Il primo tempo è stato equilibrato: attacco a due punte (spuntate), Milito e Pazzini per l'Inter, che però si davano da fare pur non rendendosi mai davvero pericolose; più pungente l'Udinese in tre-quattro contropiedi, protagonisti Di Natale e Torje; pessimi i guardalinee che fischiavano due fuorigioco inesistenti a Di Natale (e uno a Milito). Nell'Inter Ranieri metteva titolare dall'Inizio Faraoni, che aveva giocato gli ultimi 5' nelle ultime due uscite, in cui mi era piaciuto: tenuto sull'out destro, è stato il miglior nerazzurro nei primi 45', confezionando almeno tre assist perfetti e rivelandosi capace di tirare calci d'angolo degni di Snejder; si è confermato un pippone Álvarez: lento, impreciso, capace di giocare solo di mancino, e che ha il vizio di accentrarsi invece di allargare il gioco: puntualmente sostituito nell'intervallo con Nagatomo, che fungeva da esterno sinistro. Purtroppo nella ripresa le punte dell'Inter sparivano del tutto mentre l'Udinese avanzava di una ventina di metri il baricentro cominciando a pressare seriamente: questo metteva in apprensione centrocampo e difesa della Beneamata, che dava evidenti segni di confusione e carenza di energie: cominciavano a sbagliare perfino Faraoni e Chivu, fin lì i migliori in campo (il rumeno un po' troppo falloso). A rendersi pericolosa è solo l'Udinese, che prende in mano le redini del gioco e si muove a memoria. Doppio cambio Zarate per Faraoni (che aveva preso a zoppicare) e Floro Flores per Torje, e qui Guidolin vinceva la partita. L'argentino si confermava "veneziano", il napoletano il miglior perno possibile tra di Natale e Isla: su una combinazione di questi tre l'Udinese passava al 27', dopo un'altra occasionissima non sfruttata sempre da Isla che passava a Di Natale invece di tirare. Devastante Arnero sull'out sinistro, ottimi Benatia sia dietro sia nelle incursioni davanti, esemplare Danilo, un vero "libero", ottimo acquisto. Dal gol dell'Udinese in poi l'arbitro Gervasoni va definitivamente in palla confusione e non tiene più la partita, lasciando correre quando non dovrebbe e interrompendola ad minchiam. Ineccepibile il rigore concesso all'Udinese al 39' per fallo di Zanetti su Asamoah (doppia ammonizione per il capitano che viene espulso, se non ricordo male, per la seconda volta in carriera) ma Di Natale, esausto, se lo fa parare da Julio Cesar, che si rivelerà il migliore dei nostri; quattro minuti dopo, Gervasoni ne cicca un'altra concedendo un rigore all'Inter per un inesistente fallo di Ferronetti su Milito. Va sul dischetto Pazzini e scivola miseramente mandando sopra la traversa la chance dell'immeritato pareggio nerazzurro: giustizia calcistica è fatta, nostro malgrado, ma la colpa non era del "pazzo" bensì del terreno sempre più indecente del "Meazza": e pensare che era stato completamente rizollato non più di due settimane fa. E' una scabrosa vicenda, quella del "manto" di San Siro, che va avanti fin dai tempi della copertura dello stadio in occasione dei Mondiali del 1990, e neanche prima era uno splendore: forse il terreno sintetico è l'unica soluzione plausibile, almeno per me che sono contrario all'ipotesi di costruzione dello stadio di proprietà (meglio investire in giocatori freschi e motivati). Fatto sta che i nostri, pur giocando in casa, cadevano come birilli il triplo rispetto a quelli dell'Udinese, che a San Siro giocano due volte l'anno. Sarà un caso?
venerdì 2 dicembre 2011
Le nevi del Kilimangiaro
"Le nevi del Kilimangiaro" (Les neiges du Kilimandjaro) di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Meylan, Maryline Canto, Grégoire Leprince-Ringuet. Francia, 2011 ★★★½
Il marsigliese d'origine armena Robert Guédiguian è una via di mezzo transalpina fra Paolo Virzì e Citto Maselli, senza le menate intellettualoidi di quest'ultimo e un tocco solare che lo differenzia dalla tetraggine del cinema dei fratelli Dardenne. Il film, lieberamente tratto da "La povera gente" di Victor Hugo, ha per protagonista l'ottimo Jean-Pierre Darroussin, appena visto e apprezzato in "MIracolo a Le Havre" nella parte di un commissario di polizia burbero ma umano. Qui è Michel, un operaio sindacalizzato che, in seguito a un accordo da lui stesso siglato, si trova senza lavoro, però almeno con il paracadute di un prepensionamento. In occasione del trentennale di matrimonio con Claire (Ariane Ascaride, moglie di Guédiguian) i tre figli, gli amici e gli ex colleghi e compagni regalano loro un biglietto per la Tanzania e il danaro per trascorrervi una settimana, a vedere il Kilimangiaro. Caso vuole che ne vengano derubati, in seguito a una rapina di cui rimangono vittime anche la sorella di Claire e il marito, amico di infanzia ed ex collega di Michel. Quest'ultimo scopre casualmente che uno dei due assalitori è un giovane ex operaio che è stato licenziato con lui, e lo denuncia alla polizia. Quando scopre che il ragazzo accudisce due fratelli parecchio più piccoli e che è una vittima anche lui, va in crisi e vorrebbe ritirare la denuncia, ma il meccanismo della giustizia non potrà fermarsi per tempo. Trionferà la solidarietà, mentre la giustizia fa il suo corso, ma solo dopo che si sarà chiesto se ciò per cui ha lottato per tutta una vita, compresa un'esistenza dignitosa e per molti aspetti piccolo borghese, sia ancora un valore per le generazioni più giovani o sia andato in fumo con la globalizzazione, e se le sue scelte sono state giuste. La parte più interessante del film è probabilmente questa, la visione della tradizionale classe operaia e quella dei giovani a cominciare dai figli della coppia, privi di certezze e insicuri. Pregio del film è la lievità ma anche l'attenzione con cui descrive le differenti dinamiche tra generazioni e sessi all'interno, comunque, di una cornice ben precisa, il quartiere popolare di Marsiglia dove il regista è nato e cresciuto. Cinema militante, dunque, ma con grazia e leggerezza e finale edificante: la classe operaia non va in Tanzania ma nemmeno all'inferno.
Il marsigliese d'origine armena Robert Guédiguian è una via di mezzo transalpina fra Paolo Virzì e Citto Maselli, senza le menate intellettualoidi di quest'ultimo e un tocco solare che lo differenzia dalla tetraggine del cinema dei fratelli Dardenne. Il film, lieberamente tratto da "La povera gente" di Victor Hugo, ha per protagonista l'ottimo Jean-Pierre Darroussin, appena visto e apprezzato in "MIracolo a Le Havre" nella parte di un commissario di polizia burbero ma umano. Qui è Michel, un operaio sindacalizzato che, in seguito a un accordo da lui stesso siglato, si trova senza lavoro, però almeno con il paracadute di un prepensionamento. In occasione del trentennale di matrimonio con Claire (Ariane Ascaride, moglie di Guédiguian) i tre figli, gli amici e gli ex colleghi e compagni regalano loro un biglietto per la Tanzania e il danaro per trascorrervi una settimana, a vedere il Kilimangiaro. Caso vuole che ne vengano derubati, in seguito a una rapina di cui rimangono vittime anche la sorella di Claire e il marito, amico di infanzia ed ex collega di Michel. Quest'ultimo scopre casualmente che uno dei due assalitori è un giovane ex operaio che è stato licenziato con lui, e lo denuncia alla polizia. Quando scopre che il ragazzo accudisce due fratelli parecchio più piccoli e che è una vittima anche lui, va in crisi e vorrebbe ritirare la denuncia, ma il meccanismo della giustizia non potrà fermarsi per tempo. Trionferà la solidarietà, mentre la giustizia fa il suo corso, ma solo dopo che si sarà chiesto se ciò per cui ha lottato per tutta una vita, compresa un'esistenza dignitosa e per molti aspetti piccolo borghese, sia ancora un valore per le generazioni più giovani o sia andato in fumo con la globalizzazione, e se le sue scelte sono state giuste. La parte più interessante del film è probabilmente questa, la visione della tradizionale classe operaia e quella dei giovani a cominciare dai figli della coppia, privi di certezze e insicuri. Pregio del film è la lievità ma anche l'attenzione con cui descrive le differenti dinamiche tra generazioni e sessi all'interno, comunque, di una cornice ben precisa, il quartiere popolare di Marsiglia dove il regista è nato e cresciuto. Cinema militante, dunque, ma con grazia e leggerezza e finale edificante: la classe operaia non va in Tanzania ma nemmeno all'inferno.
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