domenica 5 dicembre 2010

L'anima di Hong Kong


Tempio buddhistaHONG KONG - Accennavo nel post di tre giorni fa all’anima di Hong Kong. Giovedì sera, davanti a un piatto  di gamberi piccanti e a una bottiglia di birra Tsingtao, fraternizzavo con un uomo sui 45 anni, un cinese – così si è presentato sottolineandolo orgogliosamente – nato a Hong Kong. Ha un figlio che studia a Londra e, forse influenzati da questa aura british, si è attaccato il discorso parlando del tempo. Mi confermava – me ne ero già al corrente da precedenti viaggi nel Sud Est Asiatico – che è questa, da ottobre a dicembre, la stagione migliore per venire a Hong Kong, quando si abbassano sia le temperature sia il tasso di umidità, piove poco, spira una gradevole brezza che ripulisce l’aria e rende terso il cielo, cosa che in città capita abbastanza di rado. Esaurito l’argomento meteorologico, trattandosi di un cinese e non di un inglese, si è passato subito a parlare di cibo, e dei posti migliori: dove si mangia meglio spendendo meno, preferibilmente gli “stalls” di strada prossimi ai mercati. Era insieme alla sua attuale compagna, una “baba-nonya”, o “peranakan” una cinese di Malesia con sangue misto, di Penang. Che quando ho chiamato la sua città Georgetown si è aperta in un sorriso a 32 denti e profusa in apprezzamenti entusiasti: a riprova che i cinesi della “diaspora” conservano generalmente in buon ricordo dell’amministrazione britannica, che li accolse a braccia aperte incoraggiandone l’immigrazione e le attività e concedendo loro opportunità che venivano negate dalla madrepatria. All’usuale domanda del mio interlocutore se mi piacesse Hong Kong, ho risposto che mi sentivo a mio agio e che ne apprezzavo il carattere cinese e internazionale insieme. “Eccone un esempio – mi ha detto facendo cenno ai tavoli attorno al nostro, disposti per strada nella zona del mercato di Temple Street -: qui c’è il mondo. Ma anche troppi cinesi di quelli di là”, indicando il Nord, alle sue spalle.Cena in strada in Temple StreetAlla mia domanda se li temesse e cosa pensasse della situazione di Hong Kong dopo ilhandover del 1997, mi ha risposto obliquamente, partendo da due premesse. La prima, la crisi finanziaria che travolse le cosiddette “Tigri Asiatiche” in coincidenza con la fine dell’amministrazione britannica e il passaggio alla Repubblica Popolare, pur rimanendone per altri 50 anni una SAR, regione ad amministrazione speciale; la seconda che la Cina sarà, volenti o nolenti, il Paese più sviluppato e finanziariamente potente  del mondo già nel medio periodo, oltre che ad essere il più popolato da un pezzo e con questo occorre fare i conti, Hong Kong ma anche gli altri Paesi, a cominciare dagli USA (che sono tenuti “per le palle” dalla Cina, che ne ha in mano i titoli del suo debito pubblico), i quali in Asia, così come in Africa, contano sempre meno e sono in evidente declino. Ora i cinesi della Repubblica Popolare si presentano a Hong Kong come dei parvenu, degli zotici pieni di soldi ma senza un minimo di cultura e educazione. Quelli che sono emersi sono dei buzzurri, ed era inevitabile con un sistema politico-sociale come il loro. Esattamente come i russi danarosi, tutti più o meno ammanicati col sistema paramafioso messo in piedi da Putin, il sodale del Banana –ho osservato – che si presentano in Italia e in Europa a fare shopping, dagli alberghi alle società calcistiche e perfino ai giornali, come in Inghilterra (vedi Independent). Risultato di un sistema immondo, una feccia che ha pochi precedenti, e col danaro che gli esce dalle orecchie. Ma cambierà tutto nel giro di una sola generazione, ha replicato il mio interlocutore. Quando torneranno in patria i figli di costoro, che stanno studiando all’estero, nelle migliori università del mondo (era evidente l’orgoglio paterno e implicito il riferimento all’esperienza londinese del figlio) anche il sistema della Repubblica Popolare diventerà tutta un’altra cosa rispetto a ora, che al momento non riusciamo a immaginarci ma il processo sarà inevitabile. Mi è tornato alla mente quanto osservato sulle caratteristiche della “diaspora cinese” durante un viaggio di due anni orsono: quello che rende differente i figli di quello che fu il Celeste Impero, prima ancora delle leggendarie intraprendenza e laboriosità, è la cultura. Un valore di per sé, sempre ricercato. La prima cosa che un cinese fa, una volta che ha raggiunto una ragionevole stabilità economica, è investire sui figli, dando loro la migliore istruzione possibile. Lo fanno tutti, sia quelli che hanno fatto fortuna lontano dalla madrepatria, rendendosi presto indispensabili per far funzionare i Paesi in cui si trovano a vivere, sia quelli che stanno arricchendo ora nelle Zone ad Economia Speciale (SEZ) della Repubblica Popolare: i primi perché hanno memoria storica della miseria da cui sono venuti; i secondi perché conservano comunque un sottofondo culturale ultramillenario che 60 anni di intorpidimento sotto il  regime comunista, che pretendeva di cancellare la storia e annichilire l’individuo, non sono riusciti a cancellare e che è pronto a riemergere alla prima occasione propizia: in questo Hong Kong, sfuggita alle campagne maoiste indirizzate a forgiare “il nuovo uomo  cinese”, culminate nella Rivoluzione Culturale, è rimasta probabilmente la città più cinese di tutte: sempre ha investito nella cultura dei suoi figli. Questo vuol dire guardare al futuro: investendo nei giovani ma ricordandosi del proprio passato, e qualsiasi paragone con la situazione italiota è superfluo. Seguendo da lontano la ribellione degli studenti contro la riforma universitaria  promossa da un’idiota senza arte né parte, già mediocre studentessa e avvocato con abilitazione compiacente, e auspicando una generale ribellione dei giovani, a cominciare dai lavoratori precari, non rimane che dire “Forza ragazzi: fate senza di noi. E nonostante noi”.Facciata

venerdì 3 dicembre 2010

Lanna, una perla del Sikiang


Relax allLAMMA (HONG KONG) - Sono centinaia le isole che fanno parte del territorio di Hong Kong, che è situata all’estremità orientale della baia formata dalla foce dello Sikiang, il Fiume delle perle, il terzo in lunghezza della Cina: quella occidentale è occupata da Macao. Tra queste isole, non più di una decina sono abitate. La terza in ordine di grandezza dopo Lantau, che è di gran lunga la più estesa, e Hong Kong, è Lamma. A 25 minuti di traghetto da Hong Kong Central (a sua volta raggiungibile facilmente in metropolitana da tutta la città, che usufruisce di due tunnel subacquei), cinquemila abitanti, in prevalenza pescatori, agricoltori e ristoratori, senza automobili e motociclette, con un solo sentiero pedonale a collegare i due centri abitati dell’isola, è un altro mondo rispetto alla metropoli. Ho approfittato del bel tempo e del giorno feriale per farvi un’escursione, perché nel fine settimana l’affollamento è assicurato: d’altra parte i gitanti di quella che è pur sempre una città-Stato, se non vanno ad affollare i casinò di Macao o i centri commerciali di Shenzen, una delle SEZ, Zone economiche speciali della Repubblica Popolare, dove fanno razzia di promozioni ultraconvenienti, scappano su queste isole, a meno di non invadere i parchi-divertimenti. Ricorda un po’ la situazione di Singapore, dove i locali nel fine settimana si riversano sulle isole indonesiane prospicienti la città che hanno stato di porto: a fare acquisti e a giocare d’azzardo (non per niente sono in stragrande maggioranza cinesi). Il capoluogo, dove apporla la maggior parte dei traghetti, è Yung Shwe Wan (foto in alto), un ridente villaggio che si sviluppa lungo la strada che segue tutta la piccola baia protetta, dotato di tutto il necessario: ufficio postale, bancomat, scuola, posto di polizia, negozi, ristoranti, pensioni, stanze in affitto. E pub, ben forniti di birra. E parecchi inglesi, gente che sa viaggiare e ha consuetudine con questi posti, soggiornano qui, dove una stanza costa mediamente la metà che in città, a partire da 30 €, ma grande il doppio, luminosa e con tutti i servizi. Per rendere l’idea, è come soggiornare a Burano e spostarsi per diletto o lavoro a Venezia, con la differenza che ci si mette meno ad arrivare a Hong Kong perché i traghetti sono più veloci.Spiaggia con ecomostroLamma è un’isola pressoché idilliaca, rigogliosa, mossa, piena di piccole insenature, peccato che la centrale elettrica alimentata a carbone, con le sue tre ciminiere visibili quasi ovunque, incombano sul capoluogo. Per farsi perdonare, la compagnia energetica ha sistemato gratuitamente, lastricandolo e pedonalizzandolo, il “Family Track”, il sentiero a saliscendi di 4 chilometri che unisce Yung Shwe Wan a Sok Kwa Wan, il secondo agglomerato di Lamma, facendone grazioso omaggio alla comunità dell’isola, e passando anche per Hun Gin Yeh Beach, che sarebbe anche piacevole e ben attrezzata, dotata di una bella spiaggia di sabbia fine, se non fosse che di fronte sorgesse l’ecomostro di cui ho detto (foto qui in alto). Compiuta la camminata igienica, per non perdere il ritmo di questi giorni, sotto il sole ma resa gradevole da una brezza corroborante, ho finalmente guadagnato Sok Kwa Wan (foto in basso), da dove partono altri traghetti in direzione dell’isola di Hong Kong; per Aberdeen, sulla costa meridionale che le sta di fronte, ma anche per la città propriamente detta, a Central. L’ora era quella del desinare e la sosta d’obbligo, nonché meritata, in uno dei ristoranti sul lungomare. In giro soltanto stranieri: europei, indiani, giapponesi, alcuni cinesi “popolari”. Come detto, gli indigeni arriveranno a frotte domani e domenica, giorni in cui è saggio rimanere in città. Mi sono quindi premiato con un’aragosta ben pasciuta, cucinata con burro e cipolle imbiondite: niente male. E riso fritto, un piatto a cui si rifà l’onnipresente “riso cantonese” ammannito dai ristoranti cinesi di mezzo mondo: ma qui è un piatto ben più sapido e ricco. Insomma, una cosa seria!Pescatori a Sok Kwa Wan

giovedì 2 dicembre 2010

Hong Kong: una città vera


Hong Kong dal Peak, sullo sfondo KowloonHONG KONG - Sapevo, prima ancora di metterci piede, che Hong Kong mi sarebbe piaciuta: ho un debole per  le metropoli, ma poche hanno un loro carattere così forte che le renda delle vere città, delle capitali: Hong Kong è una di queste. Conserva una sua anima, nonostante sia colma di “non luoghi”, a cominciare dai giganteschi centri commerciali con i loro negozi uguali in tutto il mondo, uguali i marchi dei prodotti in vendita, uguali le catene dei punti di ristoro: talvolta cambia, ma solo parzialmente, il tipo di approccio alla tavola, ma anche qui si trovano il nostrano “Gelato di Gino”, "Deli-France” dei cuginastri d’oltralpe con le loro boiate dai nomi che fanno figo, “Al dente” che propina pasta e pizza, fino agli immancabili pornografi della gastronomia di massa di marca yankee come MerDonalds  e Starfucks. Spesso solo per passare da una parte all’altra della strada, o anche per giungere in un determinato posto, magari una stazione della metropolitana, o l’imbarcadero per il ferry che porta sulla terra ferma bisogna attraversarli: per la regola che a forza di mettere specchietti per le allodole, qualcosa rimane attaccato. Evidentemente parecchio, perché i colossi immobiliari che hanno convertito intere aree, attrezzandole con passaggi pedonali sopraelevati e coperti, scale mobili, tapis roulant, e costruito palazzi che si sfidano per dimensioni e “lustrini”, si fanno pagare sicuramente fior di quattrini in un luogo dove “bisogna esserci”, e non vanno certo in perdita. In un primo tempo ho trovato la faccenda irritante, abituato come sono ad attraversare la strada da un marciapiede all’altro, ma all’interno le indicazioni sono sempre abbastanza chiare e difficilmente ci si “disperde” tra le mercanzie, a meno di volerlo, anche se i percorsi sono studiati ad arte per indurre in tentazione. Questa dei centri centri commerciali come passaggi obbligati è una caratteristica di Hong Kong propriamente detta, per la precisione del lato Nord dell’isola omonima (ce n’è alcune decine che formano l’arcipelago, in aggiunta), a cui appartiene una delle skyline più famose del mondo (ve la offro in versione cartolina con vsita dal Peak: Kowloon sullo fondo): qui ha sede il governo della SAR (regione ad amministrazione speciale) come lo aveva il governatore britannico fino al 1997; qui si trova il palazzo legislativo e qui è situata la “City” finanziaria.Mercato a Graham StreetOltre ad essere quella più turistica, è rimasta, se vogliamo, la parte più “europea” della città: lo si intravede in alcuni palazzi sopravvissuti, qualche chiesa (tra cui la cattedrale di St. John, che sembra più una parrocchia di campagna inglese, per quanto aggraziata), nel tentativo di punteggiare di qualche oasi di verde pomposamente chiamata “parco” una delle aree più urbanizzate al mondo. Ai piedi del Victoria Peak (la cima più alta dell’isola con 552 metri) si stendono da Ovest a Est i quartieri di Sheung Wan, dove si trovano tuttora i grossisti di alimentari essiccati (pesci, radici, nidi di rondine, ogni cosa possibile e immaginabile) e le erboristerie; Soho; Central, dove sul lato della collina, nelle rare viuzze in salita rimaste, sopravvivono alcuni mercati di strada (nella foto al centro quello attorno a Graham Street), mentre verso la riva svetta tra gli altri il magnifico grattacielo progettato da Norman Foster per la HSBC; Admiralty, un coacervo di centri commerciali e di sedi di multinazionali; il vivace Wan Chai; Causeway Bay per finire, a Est, con Shau Kei Wan: o almeno si sono finito io in un quartiere dove raramente un turista mette piede, terminando la mia escursione al capolinea orientale di una delle sei linee di tram che percorrono il lato Nord dell’isola(foto in basso). Attivi dal 1904, a due piani, sono un’istituzione che non viene meno. Kowloon, che fa parte integrante della città, si estende invece sulla terraferma, dall’altro lato della Victoria Bay, non possiede una skyline quasi altrettanto imponente ma più che dignitosa, non ha colline che la sovrastino nell’immediato e quindi si sviluppa più verso l’interno, ed è sempre stata propriamente cinese e commerciale. A mio parere offre però una scelta maggiore, e non solo per lo shopping (a prezzi migliori) ma anche culturalmente (c’è un bellissimo museo d’arte, un altro della scienza, infine un planetario, tutto nell’area della passeggiata lungo la Victoria Harbour e anche umanamente: in definitiva è più vivace, e almeno a me piace di più. Ancora una volta ho fatto una buona scelta perché alloggio proprio nel cuore di Kowloon, tra Temple Street, dove si tiene un famoso  mercato notturno, e Nathan Road, la via principale. E anche l’offerta gastronomica non ha paragoni, come rapporto  qualità prezzo: il che è essenziale, e si concentra attorno alla mia geusthouse. A proposito, è ora di cena…In tram

martedì 30 novembre 2010

Addio, maestro e viandante!


Mario MonicelliHONG KONG - Mi raggiunge da diecimila chilometri da distanza la notizia della morte di Mario Monicelli, che ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere a Udine in occasione del conferimento della laurea honoris causa, la prima decisa dalla facoltà di lettere, presieduta allora da mia cugina Caterina, dell'Università di Udine nel 2005. Aveva da poco compiuto i 90 anni e mi aveva dato del ragazzino quando gli avevo detto che a giorni ne avrei fatti 50 e stentavo a crederci. Tornava sempre molto volentieri in Friuli, dove aveva girato il film a cui forse teneva di più, "La Grande Guerra" (1959). In quei giorni, se non ricordo male, aveva girato anche una lunga intervista a cura di Gloria De Antoni che si svolgeva prevalentemente sul "trenino" della linea Sacile-Gemona, una tratta ormai quasi dismessa ma importantissima nella Prima Guerra Mondiale, nei luoghi in cui avvennero le riprese del film: credo sia andata in onda semiclandestinamente su RAITRE, nottetempo. Era una persona deliziosa, arguta, solo apparentemente burbera, sincera, attenta al prossimo. Poche parole, ma precise, essenziali, senza menare il can per l'aia. Sapeva raccontare, a modo suo, e ascoltare; colto, curioso quanto era frugale nell'esistenza quotidiana; stava bene tra i giovani e ne aveva fiducia; lo dicevano cinico, in realtà era rigoroso e diretto, mai ipocrita, detestava la retorica sopra ogni cosa. Mi ricordo quando raccontava dei pasti che si cucinava da solo, dopo essere andato a farsi la spesa, ogni giorno, perché da solo preferiva vivere, almeno quando era a Roma, e non dipendere da nessuno né rompergli le scatole con le proprie abitudini: l'ho subito amato molto per questo. Quando ho saputo che si era suicidato lanciandosi da una finestra dell'ospedale dopo aver coscienziosamente seguito le prime cure per un tumore alla prostata, ho pensato che non poteva che morire così, il Mario che ho conosciuto. Con grande dignità, scegliendo il momento di andarsene e senza dire una parola. Era stufo e aveva vissuto abbastanza: anche un cancro, no. Come epitaffio, le parole che pronunciò in quel maggio di cinque anni fa quando nella chiesa sconsacrata di San Francesco fu nominato "Dottore in storia e civiltà europee" - raramente titolo fu più pertinente: “Bisogna andare, conoscere, affrontare l’imprevisto, non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche con il cervello. Sempre cercare qualcosa di irraggiungibile, forse di impossibile da trovare. L’uomo è un viandante e i miei film nascono tutti da quest’idea”.

lunedì 29 novembre 2010

Stop Over a Tel Aviv: la città e i cani

Spiagge e skyline di Tel AvivTEL AVIV (תל אביב-יפו) - Ho organizzato la mia trasferta in Estremo Oriente, con base a Hong Kong, usufruendo degli ottimi prezzi di El Al, la compagnia di bandiera israeliana, e così sono riuscito a congegnare uno stop over di 18 ore, da stamattina alle 3 alle 21 di stasera, in modo di riuscire a dare almeno un'occhiata alla città. La seconda dopo Gerusalemme, che è anche la capitale, per numero di abitanti, ma centro dell'area metropolitana più popolata del Paese. Intanto da sfatare la pedanteria dei controlli doganali: meticolosi ma rispettosi alla partenza da Malpensa per quanto riguarda il bagaglio da stiva, nessun interrogatorio particolarmente penetrante e indiscreto, nessuna dichiarazione da presentare al controllo passaporti; per evitare rogne successive in Paesi che considerano Israele come un nemico basta chiedere di applicare il timbro che funge da visto di ingresso su un foglio a parte, che viene prontamente ritirato all'uscita dalla dogana. Non ho mai impiegato così poco tempo a sbrigare delle formalità di frontiera. "Gerusalemme prega e tel Aviv si diverte", recita un detto popolare, e la prima impressione ne è l'esatta conferma, calando alle prime luci dell'alba dalla stazione dei treni di Merkaz, a 10' dall'aeroporto Ben Gurion, a piedi verso il lungomare: alle sette del mattino erano già attivi jogger a decine, qualche bagnante si dedicava a una salutare nuotata mattutina, ma i veri padroni della spiaggia, e spesso dei marciapiedi, sono i cani, di ogni razza e dimensione: una densità canina paragonabile l'ho vista soltanto a Buenos Aires, e una città così innamorata dei quattrozampe soltanto Resistencia, sempre in Argentina, da dove avevo scritto un postcon un titolo simile a quello di oggi. Tel Aviv è decisamente moderna, e nel suo nucleo storico ricorda nettamente una città del meridione italiano, però più ordinata e pulita. Me l'aspettavo anche più caotica, invece rispetto alle nostre mi sembra piuttosto tranquilla, anche se qui sembrano lamentarsi. Laica e disinibita quanto Gerusalemme è religiosa e bigotta, qui anche le persone anziane hanno lo sgaurdo vispo dei ragazzi e l'aria di divertirsi: sembrano dei triestini, ossia i californiani d'Italia.Zona del Mecato di Carmel"Nasualmente" e non ancora dotatop di cartina, sono subito capitato nella zona del mercato di Carmel (quello che dà il nome alla marca degli avocado che giungono sulle nostre tavole: foto qui sopra la zona), estremamente simile, anche per gli edifici che lo circondano, nel quartiere cosiddetto "yemenita", a quelli palermitani della Vucciria e diBallarò, e anche le fattezze della gente lo sono: un sano miscuglio, dai biondi ai mori, come i siciliani. Sì, sono ebrei: ma hanno le stesse nostre facce e si muovono e gesticolano come noi. E parlano ininterrottamente. Colpisce la presenza di una quantità di russi, giunti negli ultimi decenni a rimpinguare la componente ebraica di Israele: è il russo la seconda lingua che si sente parlare, non l'inglese, e lo stesso vale per le scritte, decisamente un problema a parte il pieno centro se non si è dotati di una mappa. Seguendo il lungomare verso Sud per circa tre chilometri si giunge a Jaffa (foto in basso), situata su una collina a chiudere un'insenatura e a dominare un porticciolo. Di matrice prevalentemente araba, e in parte distrutta dagli inglesi per fare spazio a strutture militari, è stata oggetto di un intervento di restauro che se l'ha ripulita e ricostruita secondo gli antichi dettami, dà pur sempre un'impressione di posticcio: anche le vecchie pietre color ocra rimaste, levigate dal tempo, danno l'impressione di essere appena uscite da una cava e sottoposte  ad accurata rifinitura. E' diventata un'attrazione turistica ma, alle 8 del mattino quando vi sono giunto io, gradevole. Oltretutto da Jaffa si gode di un'ottima vista sulla città e l'area metropolitana che si estendono per uan quindicina di chilometri verso Nord, in direzione di Haifa, e che stanno sviluppandosi verso Est. Nella parte bassa di Jaffa si tiene invece giornalmente un mercatino delle pulci che sembra trasportato in riva del Mediterraneo direttamente dalla Russia Sovietica, sia per le cianfrusaglie improbabili che vi si commerciano, sia per i volti dei rigattieri. Temperatura da tarda primavera, quand'è mezzogiorno un bagno lo farei pure io se mi fossi portato dietro il costume e se mi fidassi di lasciare in giro lo zainetto, ma va bene così, pensando che ieri la Terra dei Cachi era battuta dagli acquazzoni quando non coperta di neve. Manco a dirlo i locali sono per di più dotati di collegamento wi-fi gratuito e velocissimo, bar e caffè sono gradevolissimi, si mangia bene, e anche se si tratta della città più cara d'Israele, i prezzi sono accettabili. Meravigliose le spremute, su tutte quella di melograno, non a caso frutto sacro degli ebrei. Fresco, corroborante: si potrebbe dire divino. Un Paese in cui tornare, decisamente, per batterlo a fondo. Anche per capire, osservando, parlando, e non per sentito dire e con i paraocchi ideologici o religiosi. Quel che viene spontaneo chiedersi, è perché l'Unione Europea non solleciti l'adesione di Israele come, inascoltati, avevano proposto più volte e da tempo i radicali italiani. Un Israele europeo sarebbe una garanzia e anche un ottimo viatico per una soluzione della questione palestinese, ne sono convinto. Francamente, c'è molta più Europa qui che nella Romania e Bulgaria post sovietiche. Detto senza offesa. Shalom!Uno scorcio di Jaffa vecchia

sabato 3 luglio 2010

Dovidenia, Dalmacija, e alla prossima!

Necessaire dalmatoBRAZZA (DALMAZIA, CROAZIA) -Scarpette da scoglio e da sasso, beninteso in un abbinamento di colori che non consente alternative plausibili: quelli della Beneamata. Sono l'unica attrezzatura indispensabile per un soggiorno balneare sulla sponda orientale dell'Adriatico, dove il mare assume un aspetto autentico. Sostengo da sempre che il "mare vero" inizia appena prima di Trieste, alle foci del Timavo, là dove vi si getta il Carso formando la Costiera dei Barbari, in direzione Sud-Est; il resto, ciò che abbiamo in dotazione nel "Belpaese" è una pozza che abbiamo contribuito a rendere un mortificante carnaio devastato da una furia cementificatrice raccapricciante. Con le parziali eccezioni del Conero, del Gargano e del Salento, il litorale italiano sta a quello croato come una bacinella da pediluvio a una Jacuzzi pluriaccessoriata. Come se non bastasse, in Berlusconistan si è soggetti a disagi, confusione e grassazioni intollerabili. Meglio farne a meno. A presto, dunque, Croazia!

venerdì 2 luglio 2010

Gelsa e Vrboska, altre due perle di Lesina




Vrboska - 1LESINA (DALMAZIA, CROAZIA) - Tempo ideale, oggi, con un cielo terso e un caldo temperato dalla brezza, per un'altra escursione sull'isola di Lesina. Un'ora di traversata del canale omonimo partendo da Bol, e si giunge in un'ampia baia che a  si suddivide in due profonde insenature: una verso Ovest, che va assottigliandosi sempre più, a mo' di fiordo, e in fondo alla quale si trova Vrboska; l'altra, più ampia, a Est, dove sorge Gelsa (Jelsa in croato). Vrboska (foto in alto) è un delizioso e tranquillo paesino di pescatori con case in pietra, le belle chiese di San Lorenzo e quella di  Santa Maria della Pietà, quest'ultima facente parte di una fortificazione eretta nel XVI secolo e che domina il borgo e la baia, e mi ha immediatamente ricordato Murano anche per via di un canale di acqua di mare, attraversato da più ponticelli, che penetra per un lungo tratto nell'abitato dividendo la parte per così dire "storica", sede delle attività sia amministrative sia connesse al turismo, dai negozi alle konobe (trattorie) e dove si trova anche un interessante museo della pesca, a quella dove si trovano i pompieri (indispensabili in un porto abbastanza trafficato come questo), le officine e si svolgono le attività artigianali.Vrboska baiaPiù avanti su questo lato meno battuto, si apre un'altra baia (foto qui sopra), più ampia me sempre ben protetta, dove ormeggia un buon numero di imbarcazioni da diporto  sia a vela sia a motore, e si trovano degli alberghi discreti che, come consueto, nemmeno si notano immersi come sono nella pineta, e una lunga zona balneare. Più estesa e abitata Jelsa (la Gelsa dei veneziani), meno raccolta ma altrettanto pittoresca, accogliente, che con le sue labirintiche calli in salita ricorda molto Rovigno d'Istria e, di rimando Venezia. Alcune belle chiese, tra cui Santa Maria, la più grande; la Madonna della Salute, sulla collina di Racic e vista sul porto, quelle di San Rocco e San Michele, ma quella secondo me più suggestiva è quella di ottagonale di San Giovanni (foto in basso), in stile rinascimentale barocco, in una piazza cricondata da edifici in pietra della stessa epoca e precedenti, nella zona meglio conservata della città. Una simpatica gita in quest'ultima giornata di vacanza dalmata.Jelsa Piazza San Giovanni
postato da: mscaini alle ore 19:05 | link | commenti 
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GIOVEDÌ, 01 LUGLIO 2010

Eremi, pietraie e borghi marinari di Brazza

Monastero di BlacaBRAZZA (DALMAZIA, CROAZIA) - Ieri e oggi ho approfittato del vento che puntualmente si leva sulla costa nel pomeriggio e rende più sopportabile l'afa di questi giorni, nonché di una pausa dei Mondiali sudafricani in attesa dei quarti di finale che si celebrano a partire da domani, per procedere a una ricognizione di quanto mi manca da vedere dell'isola. Prima tappa obbligata, l'eremo di Blaca (foto sopra) che si raggiunge da Neresi, il vecchio capoluogo veneziano, lungo una strada bianca piuttosto agevole nel primo tratto, a occhio sei-sette chilometri, che si restringe man mano negli ultimi tre diventando tortuosa, piena di buche, avvallamenti e pozzanghere costringendo a un autentico esercizio di fuoristrada. Si raggiunge quindi un piazzale dove si posteggia il mezzo e da cui parte un sentiero scosceso, lungo due chilometri e mezzo che, tra pini, lecci, cespugli di salvia, rosmarino e more di rovo porta a questo complesso, fondato nel 1588 da una comunità monastica fuggita dalla Bosnia sotto l'avanzata dei turchi e costruito in una posizione strategica, in una valle incuneata tra le alture e impossibile da scorgere dal mare, che offriva adeguate garanzie di sicurezza rispetto a possibili assalti pirateschi. Il monastero prosperò e diventò una potenza economica tanto che nel XVII secolo riforniva tutta l'isola con i suoi prodotti, a cominciare da olio, vino e miele, esportati sia a Venezia sia a Vienna (gli alveari, anziché in legno, erano costruiti con lastre di marmo cementate nelle congiunzioni e chiusi da un coperchio di pietra) nonché con il bestiame che allevava, e oggi si presenta come uscito dall'ultimo restauro del 1891.MIlnaCome apprendo da "Il leone di Lissa - Viaggio in Dalmazia" di Alessandro Marzo Magno (Il Saggiatore, 2003), che porto con me come una sorta di breviario (laico) nelle mie peregrinazioni dalmate, oltre che luogo di raccoglimento e preghiera e centro di produzione, il convento era anche un osservatorio astronomico, e l'ultimo padre rettore, Nikola Miličević|, morto a 76 anni nel 1963, si era laureato in astronomia a Vienna nel 1924 e da lì aveva fatto raggiungere quello che per parecchio è stato il più grande telescopio di tutti i Balcani. Esiste ancora, smontato in una cassa, così come nella biblioteca dell'eremo (ottomila volumi) è conservata una raccolta di innumerevoli pubblicazioni sull'argomento, perché padre Miličević|era in corrispondenza con gli astronomi di mezzo mondo. Tutto questo fa parte di un museo che l'autore del libro di cui sopra ha fatto in tempo a visitare, ma che disgraziatamente risulta chiuso fino a nuove disposizioni. In un rigurgito di inefficienza e cialtroneria realsocialista, lo si apprende soltanto giunti alla porta del convento da un foglio che vi è appiccicato in maniera precaria col nastro adesivo, e non dal cartello che descrive il convento che si trova nel piazzale del parcheggio. La scarpinata sulla mulattiera (ché tale è, come testimoniano cumuli di escrementi equini), nonostante la faticosa risalita è valsa comunque la pena per gli scorci panoramici che si godono lungo il percorso, per l'amenità del luogo e, solo al pensiero di cosa ci è voluto per erigere delle costruzioni in un logo così impervio, rimarrà uno dei più bei ricordi dell'isola. Ripreso l'automezzo, mi sono spostato prima a Milna(seconda foto dall'alto), sulla costa occidentale, adagiata in fondo a un fiordo incantevole (e per questo porto naturale d'elezione per imbarcazioni da diporto e pesca). A mio giudizio, insieme a Splitska (l'antico porto romano da cui, come si  intuisce dal nome, il marmo veniva imbarcato per spalato) dopo Bol è la località marina più gradevole di Brazza.Bobovisca na moruBelli anche i borghi di Ložišća e Bobovišća, all'interno, quest'ultimo con un'appendice a mare (foto qui sopra) situata alla fine di un altro fiordo, poco a Nord rispetto a Milna. Sulla costiera settentrionale, in fronte a Spalato, è graziosa Sutivan, mentre non sono un granché Mirca e Supetar, il capoluogo attuale, approdo principale dei traghetti da Spalato. Di Splitska ho detto, mentre ho trovato deludente Postira, da cuo però in compenso parte una fertilissima vallata verso l'interno, coltivata prevalentemente a vigneto e dominata dal paesino di Dol, dove si trova anche un agriturismo in cui si mangia ottimamente e si beve meglio. All'interno,come da foto in basso, un'incredibile quantità di pietraie, con un'infinità di cumuli che possono talvolta ricordare dei nuraghi in miniatura. Questo ieri; oggi invece rapida escursione ai centri sul lato orientale dell'isola, a cominciare da Solca, la "capitale" delle cave di marmo, in cima a una collina, da cui scendono due strade verso il mare: una porta a Povlja, ancora sulla costa settentrionale, un borgo sonnolento che sembra l'ideale per chi desidera un soggiorno nel massimo della quiete; l'altra verso Sumartin, che già guarda verso Lesina, a Sud, vivace e ridente borgo da cui partono i traghetti per la terraferma, in direzione Makarska, un'alternativa a Spalato e che vale la pena se si è diretti a Lesina o verso Dubrovnik.Pietraie