BIALYSTOK - La
seconda tappa della marcia di avvicinamento ai Paesi Baltici ci ha
portato, abbastanza faticosamente a Bialystok, questa sera, dopo oltre
seicento chilometri di strade statali piuttosto strette, a saliscendi,
piuttosto battute e piene di lavori in corso (peraltro è comprensibile
che da queste parti li si compiano in questa stagione), in un panorama
prevalentemente agreste e piacevole, attraversando anche alcuni parchi
nazionali, e superando indenni pure una violenta tempesta di vento e
grandine che ci ha sorpreso tra i boschi a circa 100 chilometri dalla
meta. La città è abbastanza insignificante, pur essendo, coi suoi 300
mila abitanti, il centro più popoloso della Polonia nord-orientale,
capitale del voivodato di Podlachia e avendo una storia che risale a
metà del 15° secolo, piuttosto complessa, poiché la città è passata di
mano dalla Polonia alla Lituania alla Bielorussia e alla Prussia a più
riprese nel corso della sua esistenza. A metà dell'800 la maggioranza
della sua popolazione era d'origine ebraica, i
tedeschi ne fecero piazza pulita nel 1941, quando la ripresero ai russi
ai quali era stata assegnata dal patto Von Ribbentrop-Molotov di due
anni prima. La città subì ingenti danni nella Prima come nella Seconda
Guerra Mondiale, per cui rimangono ben pochi edifici storici e
attualmente il centro è in piena ristrutturazione, da qui anche una
viabilità disagevole e confusionaria che non aiuta ad avere un approccio
positivo. Centro industriale e commerciale, a soli 60 chilometri dal
confine con la Bielorussia, lo è anche dal punto di vista culturale,
sede di un politecnico e di alcune facoltà umanistiche. Venendo in
questa zona, seppure a volo d'uccello, non abbiamo mancato di dedicare
una visita di qualche ora prima a Zamosc e poi a Lublino. La
prima fu fondata da Jan Zamoiski, da cu prende il nome, nel 1580, sulla
via, strategica, che collega l'Europa Centrale e Settentrionale al Mar
Nero. Era, questi, cancelliere e capo dell'esercito della Confederazione
Polacco-Lituana e aveva il controllo, nella zona e fino in Bielorussia,
di terre e città per un'estensione pari a quella del Lazio, circa
17.000 km quadrati. Il modello era quello della "città ideale"
rinascimentale, e fu costruita in versione barocca dall'architetto
Bernardo Morando di Padova, rifacendosi allo stile italiano ed europeo. A
pianta ortogonale, cuore del centro è la piazza del rynak (mercato,
vedi foto in alto), di una perfezione assoluta, 100 metri per lato. La
parte storica della città è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità
dall'UNESCO. 70 mila abitanti, Zamosc, oltre ad essere bella, è vivace
ed estremamente piacevole. Una sorpresa. Che non è stata, invece,
Lublino, da sempre importante punto di riferimento di una regione a
vocazione agricola e ora anche industriale, di cui conoscevamo per sommi
capi la storia, complessa come quella di Zamosc per il suo passaggio
sotto il controllo di diversi potentati in brevi periodi di tempo, ma la
cui rilevanza fu costante per la cultura ebraica (tanto da essere
chiamata la loro "Oxford") come sede di studi talmudici ma anche
importante centro dello Chassidismo nel 18° secolo. Tristemente nota la
tragica fine della popolazione ebraica che, all'arrivo dei tedeschi
nella primavera del 1941, divisa in due ghetti, ammontava a quasi 35
mila persone. In buona parte sterminate nel campo di concentramento di
Belzec prima del 1942 e gli altri in un altro campo nei pressi della
città. Che oggi conta circa
350 mila abitanti, ha conservato un centro storico (Stare Maisto, la
città vecchia, cfr foto sotto, vista dal castello) in buone condizioni,
che rende l'idea di come fosse il centro urbano nel passato, e numerose
testimonianze storiche, tra cui la torre della Santissima Trinità che
domina sulla città vecchia, la bellissima basilica dei domenicani di San
Stanislao, la cattedrale barocca, la chiesa dei carmelitani, la porta
di Cracovia, il vecchio municipio e il castello. In un'altra occasione
merita senz'altro una visita più accurata e almeno un giorno di sosta.
KROSNO (Polonia) -
La prima tappa del viaggio verso i tre Paesi Baltici, intrapreso da me e
dall'amico "Segretario", è a Krosno, Krossen in tedesco, nota anche
come la "Piccola Cracovia", poco meno di 50 mila abitanti e capoluogo
del distretto omonimo, che si trova nel voivodato dei Precarpazi.
Appartenuta per secoli all'Impero Austro-Ungarico, fu annessa al nuovo
regno polacco al termine della Prima Guerra Mondiale. Situata una
quarantina di chilometri a Nord del confine con la Slovacchia, in una
vasta piana ai piedi dei primi rilievi dei Carpazi e non lontano dai
monti Tatra, in una regione di dolci colline ricoperte di boschi,
arricchitasi ne secoli per essere sbocco della via di comunicazione più
rapida e agevole con la vicina Ungheria, e quindi centro commerciale
soprattutto per quanto riguarda vini
e tessuti, prossimo anche al confine con l'Ucraina, che si trova ad
appena 85 chilometri. Un tempo munita di una completa cinta muraria,
conserva tutt'ora oltre all'impianto, una netta impronta medievale sia
negli edifici che si affacciano sulla piazza del Mercato, chiamata
Rynek, sia nelle chiese, tra cui spiccano la parrocchiale della Santa
Trinità, la chiesa del convento dei francescani e quella dei cappuccini.
Simbolo della città, la torre campanaria eretta fra il 1638 e il 1651
ad opera di Wojciech (Adalbert) Portius (nella foto in alto a sinistra).
Dopo un periodo di decadenza a causa del venir meno della sua
importanza mercantile, riprese vigore quando nelle vicinanze vi fu
scoperto il più importante giacimento petrolifero polacco. Tutt'ora si
piazza al 6° posto della classifica delle città con il più alto tenore
di vita della Polonia, ed è davvero un gradevolissimo biglietto da
visita per un Paese ricco di storia e di vestigia, sorprendente, che si
gira agevolmente anche in mancanza di autostrade, accogliente, dove si
spende poco rispetto ai parametri a cui siamo abituati e in cui non è
difficile riuscire a entrare in contatto con le persone. Io ci torno
sempre volentieri. Anche il tempo si è messo al bello dopo un migliaio
di chilometri in buona parte trascorsi in compagnia di temporali, e
anche le temperature sono estive. Come inizio non c'è male.
KUCHING (Sarawak) –
Termino dopo due settimane il giro del Borneo settentrionale da dove
l'avevo iniziato: a Kuching, capitale del Sarawak. Il trasferimento da
Sibu a qui, è sensibilmente più veloce col battello anziché via terra
prendendo un bus: 5 ore contro 8. I primi 60 chilometri lungo l'estuario
del Batang Rejang, in un susseguirsi continuo di giganteschi depositi
di legname e di segherie; quindi un tratto di mare che venerdì era
piuttosto incattivito, a cui una giornata tra il livido della luce
riflessa e il cielo plumbeo dava un aspetto inquietante. Ne guadagnava
il senso di avventura, con il longboat
che beccheggiava non poco, pur lanciato a una velocità di crociera di
70 km/h. Ogni tanto una sensazione di vuoto d'aria, lo stomaco in gola,
ma alla fine si è arrivati. A una seconda visita, anche una città non
grande come Kuching che, per la sua atmosfera, mi era piaciuta al primo
impatto, si svela rivelando aspetti e tratti a cui non avevo fatto caso
le volta precedente. Ad esempio che le Chinatown
sono tre, per quanto contigue, e non una, quella storica, sviluppatasi
attorno al cuore coloniale della città, dove si trovava la sede del
governi dei rajah bianchi, ovvero della dinastia dei Brooke, costituita da shophouse di ogni genere, e che affianca la zona del bazar, per certi aspetti complementare ad esso con le sue attività artigianali
e
di servizio. C'è infatti poi quella che si sviluppa lungo il vecchio
porto fluviale, la cui fisionomia si nota appieno solo dal fiume o dalla
riva opposta, costituita da cantieri, attività legate alla pesca,
depositi, magazzini di grossisti (i nidi di rondine essiccati, specie di
piccoli cestini fatti con la bava degli uccelli raccolti
prevalentemente nelle grotte, e le pinne di pescecane, oltre a ogni tipo
di spezie, a cominciare dal pepe, sono i pezzi forti), grandi magazzini
e, naturalmente, ristoranti, oltre alle banche. Infine ecco una terza Chinatown,
che al primo passaggio mi era sfuggita, lungo jalan (viale) Padungan,
che nel tratto che conduce alla porta della città diventa un viale
alberato e parzialmente pedonalizzato, che è più residenziale e
borghese, con edifici a due piani con le facciate spesso tinteggiate con
colori vivaci, piena di negozi graziosi e curatissimi, con la merce,
fosse anche semplicemente frutta e verdura, esposta in maniera
coreografica, con un tocco tra l'artistico e l'elegante pur senza cadere
nell'effetto boutique;
quindi caffè e locali discreti, arredati con attenzione, pulitissimi
senza essere asettici. Questa la Kuching urbana, che si sviluppa sulla
riva meridionale del fiume Sarawak: alla fine una città cinese, nel cui
cuore si trova non a caso un tempio buddhista, insiema ad altri minori
e, poco lontano, le chiese cristiane. La popolazione malese c'è e si
vede soprattutto al bazar,
dove si trova anche la stazione degli autobus locali oltre alla moschea
principale, e che viene raggiunto dalla periferia e dai centri vicini
oltre che dagli insediamenti lungo il fiume, spesso costituiti da longhouse. E poi c'è l'altra Kuching, sempre malese, quella dei di kampung
che si sviluppano sulla sponda settentrionale del fiume e di cui avevo
già parlato in precedenza, com le sue moschee e l'ambientazione
nettamente rurale. Alla conclusione di due mesi di viaggio tra Malaysia e
Indonesia, oltre alla struggente bellezza di alcuni panorami;
l'atmosfera generalmente rilassata; l'affabilità, disponibilità e
gentilezza delle persone e, aspetto di non poco conto, la senzazione di
totale sicurezza in qualsiasi situazione mi sia tvenuto a trovare, che a
questi livelli ci possiamo sognare anche nella nostra tranquilla e
affidabile tana europea, rimane la conferma di chi meni davvero le
danze
in questa non piccola parte del mondo (questi due Paesi soltanto hanno
una popolazione uguale a quella dell'Europa occidentale ed escluso il
Brunei, dove comanda la Shell),
ovvero gli instancabili “cinesi della diaspora”, come li chiamava
Tiziano Terzani. Anticipando i tempi, ne aveva parlato diffusamente nel
suo libro “Un indovino mi disse”, in cui raccontava le peripezie
dell'anno (il 1993) in cui decise di svolgere il suo mestiere di
corrispondente nel Continente, viaggiando prevalentemente nel Sud Est
Asiatico senza mai utilizzare l'aereo, per seguire, appunto, la profezia
di un indovino. Fu in quell'occasione che maturò l'idea di una serie di
articoli, pubblicati sullo Spiegel
per cui lavorava, e in parte raccolti nel libro “In Asia”, dedicati
appunto ai cinesi che avevano lasciato nel corso dei secoli la
madrepatria per i più svariati motivi, hanno avuto successo e hanno
finito per lasciare una forte impronta, nel bene e nel male, sui Paesi
in cui sono andati a stabilirsi, in Malaysia più ancora che in
Indonesia. Kuching può esserne un buon esempio, mentre Singapore, di
questo contraddittorio successo, è il simbolo incontrastato.
KAPIT (Sarawak) –
Il maltempo che ha imperversato in questi giorni sulla parte
settentrionale del Borneo mi ha costretto a rivedere i piani di fermarmi
a Bintulu, 170 km a Sud-Ovest di Miri e arrivare via terra a Belaga,
nell'interno, lungo l'alto corso del Batang Rejang, il fiume lungo 640
chilometri che costituisce l'arteria più importante del Sarawak, per
scenderlo fino a Sibu, dove sfocia nel Mar Cinese Meridionale. Nemmeno i
fuoristrada che collegano la zona di Belaga alla strada costiera
battendo gli sterrati utilizzati per il trasporto del legname erano in
grado di percorrere il tratto in tempi ragionevoli, e in effetti i fiumi
sono gonfi d'acqua, gli straripamenti e allagamenti in città come nelle
campagne all'ordine del giorno, il pericolo di frane elevato, per cui
sono sceso a più miti consigli e in sette confortevoli ore di bus sono
arrivato a Sibu per risalire il fiume almeno fino a Kapit. Sibu, che
sorge sulla confluenza del Rejang con l'Igan, a sessanta chilometri dal
mare, è la porta d'accesso al Batang Rejang e il punto di raccolta di
tutte le merci provenienti dall'interno, principalmente legname. E si
tratta di un'industria e di un commercio estremamente floridi: Il
Sarawak è il maggiore esportatore di legno tropicale al mondo, il giro
d'affari stimato è di due miliardi di dollari all'anno, per non parlare
di quello legato al disboscamento illegale, che a fatica si sta tentando
di arginare. Duecentomila abitanti, città vivace, moderna e funzionale,
era chiamata New Foochow (Fujian) a causa della presenza di numerosi
immigrati cinesi di quella regione giunti all'inizio del '900, a cui si
sono poi aggiunti melanau, malesi e iban.
Anche qui l'impronta cinese è forte quanto a Miri, e i festeggiamenti
per il Capodanno, con relativa chiusura dei buona parte degli esercizi
commerciali, non sono ancora cessati. Quello che rimane sempre attivo,
in un andirivieni incessante di barche e navi
di
tutti i tipi, è il porto fluviale. Con un battello espresso, dotato di
un paio di motori da TIR, in nemmeno tre ore, e senza scosse, si arriva a
Kapit, 120 chiometri risalendo la corrente, facendo tappa a Kanowit e
Song, centri che si affacciano sul fiume e nei cui dintorni si trovano
un buon numero di longhouse (foto a sinistra), le tradizionali abitazioni degli indigeni del Borneo (qui soprattutto gli iban, i dayak e, risalendo il fiume, i kayan, kejaman e lahanan), enormi strutture su palafitte generalmente costruite in legno, ma oggi anche in muratura e con tutti i comfort,
in cui un'intera comunità vive sotto lo stesso tetto: in camere bensì
separate ma affacciate su una lunghissima veranda comune (in basso, a destra).
Già altre volte mi ero soffermato sulla tendenza, in Malaysia come in
Indonesia, da parte delle popolazioni originarie di riprodurre il
villaggio, in ogni possibile circostanza, anche urbana; qui nel Borneo,
dove il contatto con la natura è ancora più forte e vivo, le tradizioni
più tenaci
e i legami famigliari più saldi, questa forma di vita comunitaria
ancora oggi funziona perfettamente e non entra in contrasto violento con
la modernità, anzi: l'impressione è che vi si amalgami piuttosto
armoniosamente. Kapit, meno di diecimila anime, è il capoluogo della
provincia pìu estesa del Sarawak, che comprende anche i distretti di
Belaga a monte e Song a valle, e si è sviluppata attorno al Fort Sylvia,
eretto nel 1880 dalla dinastia dei Brooke (e intitolato alla consorte
di Charles Vyner, il terzo della stirpe) per garantire la pace nella
zona dove si erano già strabiliti gli iban, in perpetua guerra con altre
tribù più a Nord, e il controllo del territorio del corso superiore del
Rejang, pace infine raggiunta e celebrata nel 1924. A seguito dei rajah bianchi, anche qui numerosi coloni cinesi che hanno preso in mano il commercio. Il forte, costruito in legno belian,
durissimo e indistruttibile, ha retto a ogni tipo di intemperia,
compresa un'alluvione nel 1934 che l'ha mandato sott'acqua per due
metri, ed è oggi sede di un piccolo ma interessante museo che illustra
tutta la storia dei luoghi. Oggi come in passato Kapit assolve a
importanti funzioni amministrative nonché essere punto di incontro e
scambio per tutte le comunità insediate nel corso superiore del Batang
Rejang. Cuore della cittadina, ovviamente il grande mercato centrale, Pesar Teresang,
appena sopra gli imbarcaderi intensamente trafficati di ogni genere di
merce fin dalle prime luci dell'alba, e quando questo sbaracca, al
tramonto, eccolo sostituito da quello notturno, arricchito da bancerelle
gastronomiche che tornano parecchio utili in questi giorni, perché
anche qui il Capodanno cinese prosegue imperterrito, e la maggior parte
degli esercizi commerciali è tuttora chiusa e le attività riprendono a
rilento: oggi era la giornata delle danze dei dragi e delle tigri di
cartapesta, manovrati da tre o anche quattro ragazzi agili come acrobati
a renderne le forme e i movimenti, anche stando
in equilibrio fino a tre uno sull'altro, al ritmo di una sarabanda di
tamburi e piatti, per fare ingresso nel tempio. All'esterno, la consueta
batteria di mortaretti e petardi e canne di bambù fumanti riempite
d'ìincenso. Da basso, maestoso e possente, scorre il Batang Rejang, la
vena aorta del Sarawak.
MIRI (Sarawak) - Quando
mi sono reso conto che nemmeno i cinesi, con i loro scatenati
festeggiamenti per il Capodanno (secondo il calendario lunare) sarebbero
riusciti a scuotere la flemmaticità e il rigore analcolico del Brunei, e
non essendo rimasto nient'altro da vedere nel Sultanato, ho deciso di
assistere al pandemonio che avrebbero scatenato in una città normale,
che si trova a pochi chilometri dal confine, nella parte nordorientale
del Sarawak che è Miri. Sette ore per una tratta di poco più di 150
chilometri, con quattro cambi di bus, due ore d'attesa durante uno di
questi, una traversata di fiume su una bagnarola che ha dovuto fare due
viaggi per trasbordare una quindicina di espatriandi, un'altra mezz'ora
all'ufficio emigrazione del Brunei, in attesa che la funzionaria di
turno al controllo passaporti si degnasse di raggiungere il bancone dove
apporre, con infastidita indolenza, il sospirato timbro d'uscita, ma
alla fine ne è valsa la pena. Come era d'aspettarsi, tutta la parte
commerciale della città era pavesata a festa, coi consueti lampioni di
carta rossi, festoni, pupazzi, immagini di bufalo/toro (il segno
zodiacale del nuovo anno), il tempio principale addobbato, alle sue
spalle una batteria
impressionante di razzi e petardi; altre postazioni, formato famiglia,
su quasi tutti i tetti delle case e anche agli angoli delle strade: con
una contraerea del genere per i bombardieri NATO sarebbero stati
problemi, durante le sciagurate incursioni del 1999! Purtroppo soltanto
dal primo pomeriggio a oggi si sono scatenati almeno 10 acquazzoni, di
durata variabile ma mai di durata inferiore alla mezz'ora, alcuni dei
quali di una violenza rara.Tutti rifugiati nei grandi ristoranti,
soprattutto di pesce, con enormi acquari da cui scegliere la pietanza
ancora viva, all'uso cinese, e da un'ora prima della mezzanotte fino a
un'ora dopo si è scatenato letteralmente l'inferno. E birra a fiumi, ma
anche whisky: quando c'è da darci dentro, i figli del Celeste Impero
non scherzano. Fuochi d'artifico del genere li ho visti raramente, non
riesco a immaginarmi cosa siano capaci di fare a Hong Kong, Shanghai o
Pechino. Questa mattina regnava il deserto, come da noi il primo
dell'anno o il giorno di Ferragosto. Per rendere l'idea del peso
economico della comunità cinese, numerosa ma comunque fortemente
minoritaria, in una città di medie dimensioni come questa, oltre agli
uffici pubblici e alle banche chiusi, cosa anomala in un Paese
musulmano, al mercato centrale era in funzione una postazione su dieci,
qualcuna in più a quello del pesce mentre erano al completo quelle del
lindo e ordinatissimo Tamu Muhibbah, presidiato dai dayak che vengono in città a vendere frutta e ortaggi di loro produzione. In fianco, sul lungofiume, il tempio buddhista del Tua Pek Kong (nella foto sopra a destra un dragone con palla),
avvollto in una possente nube di incenso, affollato fino
all'inverosimile di cinesi che oltre a rendere omaggio a divinità e
posteri bruciano in una fornace i ricordi cartacei, così mi è sembrato
di capire, dell'anno passato: calendari, agende. Colore predominante il
rosso: chiunque indossava almeno un capo d'abbigliamento di questo
colore: non ho avuto modo di verificare se la regola valesse gli
indumenti intmi. Miri, oggi 270 mila abitanti, era un borgo di pescatori
su un lato dell'estuario del fiume omonimo che si è trasformata in
centro
industriale,
commerciale e di servizi a traino dell'industria petrolifera, che si
sviluppò proprio qui dopo la scoperta dei primi giacimenti nella
Malaysia nel 1910: il primo pozzo, il Grand Old Lady, sulla Canada Hill, alle spalle del centro (qui a sinistra) disattivato nel 1972, è oggi monumento nazionale e qui sorge l'interessantissimo Petroleum Museum. A sottolinearne l'imprortanza, nel 2005 Miri ha ottenuto lo status
di città, primo caso di centro che non fosse la capitale di uno dei
tredici Stati della Federazione. Non è una bella città, il che è ovvio
considerata la sua vocazione, ma si è pure inventata una vena turistica
insospettata valorizzando alcune spiagge belle e ben curate nelle
immediate vicinanze, parchi perfettamente attrezzati con strutture
sportive e piscine (l'esatto contrario della tanto reclamizzata Labuan,
su cui il governo centrale ha investito molto e male, come ho
ricordato), e come base per le escursioni nei vicini parchio nazionale
di Gunung Mulu (Patrimonio dell'Umanità), Niah Caves, Lambir Hills e
Similajau. Peccato soltanto per il monsone che imperversa, quest'anno in
modo più "tropicale" del solito, mi dicono. Nel senso che qui
all'Equatore normalmente i fenomeni non sono così violenti, e ripetuti.
BANDAR SERI BEGAWAN (Brunei) – Sua
Maestà Paduka Seri Bagida Sultan Haji Hassanal Bolkiah Mu'izzaddin
Waddaullah Ibnu Al-Marshum Sultan Haji Omar Ali Saiffuddien Sa'
Adulkhairi Waddien, Sultan dan Yang Di-Pertuan Negara Brunei Darussalam:
questo il nome di quello che è stato per anni l'uomo più ricco del
mondo, e tutt'ora tra i primi posti in questa classifica, che guida il
Brunei fin da quando, nel 1967, a soli 21 anni succedette al padre
dimissionario. Anche lui (a destra il monumento che celebra il suo 60º compleanno, anche se sembra una pubblicità del Seven Up), come il nostro puttaniere del Consiglio, è sostanzialmente un dandy,
vuole essere amato a tutti i costi, ha un fratello più giovane e
perfino più pirla che combina disastri (il principe di qui, Jefri, in
qualità di ministro delle Finanze a suo tempo aveva lasciato un buco per
qualcosa
come 16 miliardi di dollari: in confronto anche il vecchio bamboccione
Pàoa S-ciopà e Tremonti sono dei dilettanti), ma è infinitamente più
ricco, più bello, più alto (pur essendo la media degli asiatici di qui
abbastanza modesta), più colto e più glamour,
oltre ad avere dieci anni di meno e un nome più lungo di quello già
abbastanza intorcolato di Silvio Berlusconi detto Mammaorsa il Piangina.
Che per ora quarant'anni di governo consecutivi se li sogna, a meno di
non tormentarci fino al suo 110º genetliaco.
Il Brunei dal 1888 era stato un protettorato della Gran Bretagna; nel
1929 quando vi fu scoperto il petrolio, Omar Saiffuddien, il padre
dell'attuale sultano (a lui è dedicata la moschea nelle due foto)
preferì non aderire alla Confederazione Malese affinché i proventi
rimanessero sul proprio territorio, con la benedizione inglese e della Shell,
e la stessa situazone di ripetè nel 1962 al momento di aderire alla
Malaysia, operazione che non andò in porto sempre con l'appoggio dei
medesimi tutori. La piena indipendenza giunse nel 1984, con scarso
entusiasmo da parte del sultano Hassanal Bolkiah, che fino al 2004 ha
continuato a regnare sul Paese sulla base di una legislazione
d'emergenza in vigore per oltre 40 anni, con una tendenza sempre più
marcatamante intergalista, e solo ora sta aprendosi a cautissime riforme
politiche. Il legami con la Gran Bretagna rimangono strettissimi e la
tutela della onnipotente Shell è garantita da qui all'eternità.
Il
buon Hassanal Bolkiah sarà anche un sovrano paternalista e con qualche
tendenza al dispotismo, però l'analfabetismo è praticamente inesistente,
le scuole sono tante e dappertutto: belle, ariose, semplici, e
soprattutto gratuite, così come l'assistenza sanitaria e la
frequentazione di centri per il tempo libero e le attività sportive; i
sudditi non pagano imposte sul reddito, godono di sovvenzioni anche per
acquistare un'automobile, e di prestiti a tassi d'interesse irrisori;
hanno la pensione garantita, la settimana lavorativa breve, il salario
minimo più elevato di tutto il Sud-Est asiatico e, non a caso,
un'aspettativa di vita di 77 anni: abbastanza ovvio che siano contenti e
non abbiano granché di cui lamentarsi. La loro giovialità,
amichevolezza e disponibilità sono gli aspetti più gradevoli di questo
Paese. Bella forza, si obietterà, visto che navigano in mezzo al
petrolio: ma non mi risulta che capiti lo stesso in Nigeria o nel
Venezuela socialisteggiante del compañero Hugo Chavez. Bandar Seri
Begawan, al di là del nome esotico, è un paesone di due strade e poi il
nulla di cinqantamila abitanti alla testa di uno Stato che ne ha 350
mila in tutto. Un Paese che per la sua insulsaggine mi ha ricordato il
Belize, dove le villette hanno l'aspetto di quelle alle periferie
americane popolate dai vorrei-ma-non-posso, e la cui capitale, per il
numero di abitanti e con le sue architetture pretenziose, incongrue e lo
squallore urbano realsocialisteggiante, mi ha fatto venire in mente il
capoluogo della provincia in cui vivo, Pordenone, con la quale ha in
comune un altro aspetto demenziale: come questa non ha uno sbocco al
mare, così il Borneo ha il suo territorio diviso in due parti non
comunicanti, per una delle consuete trovate degli inglesi. La piazza
dove sorgono i complessi commerciali Yayasan, coi suoi portici ciechi, in marmo scivoloso (geniale soluzione per
pavimentazione
in luoghi dove piove sempre) mi ricorda Piazza Venti Settembre, benché
la vista della Moschea di Omar Ali Saifuddien sia sicuramente meglio di
quella del Teatro Verdi, già definito con ragione un bidet da un noto
critico d'arte; ma l'inconfondibile stile mestrino-babilonese, di cui
Pordenone è l'emblema, è il medesimo. Altri spiazzi raccapriccianti
ricordano Piazza Risorgimento, detta altresì Piazza Tirana, alcune zone
il famigerato e indecente Bronx; anche la viabilità circolare ha qualcosa a che vedere con il ring
naoniano e perfino nel lungofiume vedo qualcosa in comune. Come
Pordenone, alla cui deturpazione hanno dato il loro fattivo contributo, a
diverso titolo ma con effetti ugualmente devastanti svariati esponenti
della mia famiglia nel corso di tutto il secolo passato (a alcuni
perseverano), si riscatta con Corso Vittorio Emanuele, anche Bandar Seri
ha un lato che fa dimenticare tutte le vaccate costruite negli ultimi
trent'anni: Kampung Ayer.
Si tratta di 28 villaggi, in cui vivono circa 30 mila persone, che si
estendono su entrambi i lati del fiume, costruiti alla maniera
tradizionale su palafitte, in cui le capanne, spesso colorate in tinte
vivaci, generalmente in legno, talvolta parzialmente in lamiera, o anche
prefabricati, sono collegate tra loro da un intrico di passarelle,
scale, canali; villaggi completamente autonomi, con le loro scuole,
ambulatori, stazioni benzina, posti di polizia e caserme dei pompieri,
officine,
ristoranti, bar, centrali elettriche: tutto. In alcuni, quelli più
vicini al centro ci si arriva piedi e sono quelli abitati dai più
poveri, spesso lavoratori stranieri a basso reddito (tanti filippini)
che non posseggono un'imbracazione, che è necessaria invece per
raggiungere quelli più distanti: non doveva essere molto diversa, la
Venezia delle origni! Mi è tornata in mente una considerazione: i
brasiliani, appena vedono un'altura che si erge anche di solo cento
metri in mezzo a una pianura non resistono alla tentazione atavica di
trasformarla in una favela,
retaggio forse degli antenati provenienti dalle Azzorre che dovevano
difendersi dagli invasori. Così dev'essere per i malesi: la dimensione
del kampung (villaggio) è quella che è loro congeniale e che riproducono
in qualsiasi sitazione, anche metropolitana; quando poi c'è l'aqua, ma
soprattutto un fiume a disposizione, inevitabilmente assumono la forma
di villaggi di palafitte dove la vita comunitaria è la regola. Qui nel
Borneo i fiumi, imponenti, non mancano: e sono anc ora oggi le
principali vie di comunicazione. Avrò modo di vedere altre longhouse,
diffusissime anche nel Kalimantan, il Borneo indonesiano, in cui
un'intera comunità vive in una sola struttura, scendendo la costa del
Sarawak di ritorno verso Kuching nei prossimi giorni. Intanto mi unisco
ai cinesi, piuttosto al coperto e stranamente silenziosi in questa città
rigorosamente analcolica, nell'augurare a chi legge buon passaggio
nell'anno del bufalo, o del toro, a seconda dei gusti!
LABUAN - La
"Perla di Labuan" era naturalmente, per chi non se la ricordasse, Lady
Marianna Guillonk, creatura partorita della fervida fantasia di Emilio
Salgari, la sposa di Sandokan, per la quale il fascinoso pirata si era
ritirato dalle sue scorrerie per vivere, un cuore e una capanna, con
l'amata sull'isola di Giava; vita corsara ripresa dopo la prematura
morte della bellissima fanciulla che venne sepolta a Batavia (Jakarta).
Il pirla sono io che, in questo revival salgariano fuori tempo
massimo, non ho potuto esimermi dal ficcare il mio naso anche in questo
posto alquanto insulso. L'isola, situata a 8 km dalla costa del Sabah e
all'imbocco della Baia del Brunei, ha un'estensione di meno di 90 km
quadrati e da un capo all'altro non ci sono più di una dozzina di
chilometri. Ceduta per riconoscenza nel 1846 dal Sultano del Brunei agli
ingesi, è stata per 115 anni sotto il loro controllo a parte i tre di
occupazione giapponese nei primi anni Quaranta. Come a Kota Kinabalu,
del periodo non rimangono tracce, a parte una misteriosa ciminiera e la
copia di una torre d'orologio (completata nel Duemila) sulla spiaggia in
fianco alla quale si sono svolti i fatti più importanti di Labuan: la
cerimonia di presa di possesso da parte britannica a metà Ottocento e lo
sbarco delle truppe del generale Douglas Mac Arthur nel 1945. Hanno a
che vedere con la Seconda Guerra Mondiale il Labuan War Cemetery (sotto a destra),
con le lapidi dei circa 4000 soldati del Commonwealth che persero la
vita in Borneo, e il Peace Park, che sorge nel luogo dove si arresero i
giapponesi e ospita un monumento che ricorda i loro caduti. Poco altro
da vedere, a parte il consueto museo etnologico, uno marino e un Bird Park.
Per il resto il capoluogo sembra una Lignano in bassa stagione e, per
chi la conosce, una via di mezzo tra Pineta e Sabbiadoro. Nemmeno
sgradevole, ma insignificante.
Labuan
è territorio federale, governato direttamente da Kuala Lumpur, e
insieme alle altre minuscole isole che la coronano costituisce un
arcipelago che oggi è porto franco oltre che importante centro
petrolifero. L'attività commerciale in regime di esenzione di tasse non
sembra avere molto successo: c'è qualche negozio col consueto
armamentario da duty free, con le loro bottiglie magnum
di superalcolici scadenti ma di marche universalmente conosciute, le
sigarette, i profumi: tutta roba da pubblictà televisiva, ma meno di
quelli che mi aspettavo e, quei pochi, vuoti. Ma sempre meno
desolantemente deserti del faraonico Financial Park, un centro
commerciale multipiano con vista mare pubblicizzato come la principale
attrazione turistica, tanto sfavillante fuori quanto squallido
all'interno, con intere sezioni vuote o in disarmo. Andata buca questa
iniziativa (forse i dirimpettai del Sultanato di Brunei Darussalam sono
davvero così probi da non cadere in tentazioni peccaminose), è in corso
un altro tentativo di riciclare l'isola, sotto il motto Make Labuan Your Second Home:
come la Florida, farne una sorta di paradiso per pensionati, ossia un
cimitero di elefanti. E' in corso da qualche anno e gli esiti mi
sembrano altrettanto penosi come quelli del porto franco. Ci sarebbero
le spiagge, e non sarebbero nemmeno male se fossero almeno un minimo
ripulite e attrezzate. Stamattina mi sono fatto portare a quella più
famosa, segnalata su tutte le mappe e i dépliant: Pohon Batu. Il primo
problema
è stato far capire al taxista, cartina alla mano, dove si trovasse. E
questo avrebbe già dovuto mettermi sull'avviso, ma ho insistito: perché
sono un pirla. Ed eccola: almeno due chilometri per lato di spiaggia
orlata di palme. Sabbia dorata? Macché, mucchi di rena bagnata, alberi
divelti, rami, foglie e noci di cocco marci, pattume marino e terrestre,
relitti di imbarcazioni e carcasse di copertoni, opere di
canalizzazione iniziate e mai finite, con spunzoni di ferro che
fuoriescono da cumuli di massi di cemento qua e là; il marciapiede del
lungomare, che pure, eccezionalmente, esiste, è sbrecciato. Intorno
soltanto qualche casupola, la consueta moschea in miniatura, un solo
piccolo emporio nell'arco di tre chilometri: figurarsi un bar o un
semplice chiosco. Qualcuno bivacca, sulla spiaggia, e ci stende i panni.
Evidentemente chi sovrintende al turismo locale preferisce puntare
sulle piccole isole che coronano Labuan, le cui acque celano quattro
relitti di navi affondate dalla seconda guerra mondiale in poi, e tra i
cui rottami si è sviluppata una vita marina paragonabile a quella di una
barriera corallina sana e particolarmente rigogliosa. Un paradiso per i
subacquei, a una profondità accessibile. Ma non ho osservato grande
movimento in questo senso al porto, né ho notato la presenza di divers
sull'isola. Né di molti altri visitatori stranieri. Siccome la
trascuratezza delle spiagge è una costante nel Sud-Est asiatico, con
l'eccezione della Thailandia, mi sono fatto una personale idea dei
motivi pensando al rapporto che le popolazioni locali hanno con
l'elemento liquido. Per i cinesi, motore di ogni iniziativa che abbia un
risvolto economico, il mare è soltanto un contenitore di pesci, al più
una discarica, e per le loro donne la vita di spiaggia equivale a una
bestemmia, terrorizzate come sono dal sole e dal pericolo che possa
deturpare il candore madreperlaceo e malaticcio del loro incarnato
(forse in onore della vecchia massima faccia smorta...),
preservato a qualsiasi costo, anche in spregio al ridicolo, con tanto di
mascherine sul volto, cappelli a falde larghe, occhialoni da sole,
calzerotti e guanti lunghi fino all'avambraccio (di notte, poi girano
seminude); i musulmani, dal canto loro, hanno costumi incompatibili con
la balneazione: rimangono i malesi, che non hanno di queste fisime e per
i quali mare e spiaggia sono strumenti e luoghi di lavoro, spesso duro,
così come i pescherecci, a loro volta di proprietà dei cinesi, per i
quali prestano la loro opera: al più in spiaggia ci abitano, in mancanza
di altri alloggi, in tutta disinvoltura piantandoci una tenda o
costruendoci una baracca. E fanno bene. Per quanto riguarda il turista
balneare, è meglio che si rivolga alle strutture organizzate, ai resort presenti
in alcune zone ben conosciute della Malaysia, come le Isole Perhentian o
Langkawi, o dell'Indonesia, in primo luogo Bali, prima di rimanere
deluso, altrimenti è meglio che lasci perdere. Se non altro a Labuan non
si sono ancora fatti venire l'idea di lanciare i casinò: un vero inno
all'imbecillità umana, frequentato di conseguenza, che svolgono però, a
loro modo, un ruolo educativo: spennare il grullo e possibilmente
rovinarlo a vita neutralizzandolo definitivamente.