mercoledì 24 settembre 2025

Downton Abbey - Il Gran Finale

"Downton Abbey - Il Gran Finale" (Downton Abbey - The Gran Finale) di Simon Curtis. Con Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Elizabeth McGovern, Paul Giamatti, Penelope Wilton, Joely Richardson, Dominic West, Alessandro Nivola, Joanne Froggatt, Allen Leech, Phyllis Logan, Sophie McSheera, Brendan Coyle, Laura Carmichael e altri. GB. USA 2025 ★★★=

Staremo a vedere se questa sarà davvero l'ultima puntata ( fin qui la terza) del seguito cinematografico dell'omonima serie televisiva di successo planetario: capacissimi che si inventino una qualche ulteriore derivazione, ovvero spin-off, come si dice in gergo. Non rimane niente da aggiungere a quanto già detto in quelle precedenti: la prima del 2019 e la seconda, del 2022, salvo che il livello qualitativo decresce con il susseguirsi degli episodi, mentre aumentano scontatezza e noia. Quindi non rimane che da dire qualcosa sulla trama: siamo nel 1930 e la famiglia Crowley subisce di rimbalzo gli effetti della crollo di Wall Street dell'anno prima, perché Harold (Giamatti) cognato del capofamiglia Robert, ha sperperato buona parte del patrimonio della sorella e degli investimenti di famiglia ed è venuto in visita dagli USA assieme al personaggio a cui si era affidato, un sedicente finanziere che si rivelerà un truffatore pluricondannato. Nel frattempo The Times There are A Changing e la parola d'ordine è "cambiamento" (pur sempre nella continuità: il gattopardismo non è certo una specialità italiana). Questo in entrambi i mondi messi in scena dalla serie e dai tre film: quello della nobiltà e quello della sua servitù, strettamente interconnessi, in rapporto quasi simbiotico. Il cambio della guardia è d'attualità sia in cucina, tra la cuoca anziana e quella giovane, sia tra chi di fatto ha governato l'enorme e prestigiosa magione di Dowton Abbey nello Yorkshire, il maggiordono Crowley, restio ad abbandonare il suo ruolo, e il suo successore Parker, ma è ancora più dura per il Conte Robert cedere le redini a sua figlia Mary, peraltro malvista dall'aristocrazia della capitale, e di conseguenza anche da quella locale perché divorziata: dovrà sudarsi l'accettazione da parte di quest'ultima, di cui ha bisogno per amministrare oltre alla costosissima dimora anche i terreni che la famiglia possiede nella contea, di cui è quella più in vista, ma soprattutto convincere il padre recalcitrante a vendere a vendere la Grantham House, residenza dei Crowley a Londra, e trasferirsi in un appartamento per essere in grado di coprire le spese della proprietà intoccabile su nel Nord, per l'appunto Dowton Abbey. Attori consumati e ineccepibili, a cui si deve la benevole sufficienza nel giudizio finale, happy end immancabile, battute sempre più fiacche ma ancora accettabili, ma per non cadere nel ridicolo meglio fermarsi qui.  

mercoledì 17 settembre 2025

Elisa

"Elisa" di Leonardo Di Costanzo. Con Barbara Ronchi, Roschdy Zem, Diego Ribon, Valeria Golino, Hippolyte Girardot, Monica Codena, Roberta Da Soller e altri. Italia, Svizzera 2025 ★★★★1/2

Peccato che questo bellissimo film non fosse in concorso a Venezia per il Leone d'Oro, dove è stato presentato poche settimane fa, perché tra regista e interpreti aveva tutto per eccellere, anche se dubito che sarebbe stato premiato, conoscendo l'andazzo festivaliero, però magari almeno Barbara Ronchi avrebbe ottenuto il riconoscimento per la migliore interpretazione femminile. Lei è l'Elisa del titolo, sui 35 anni, da dieci detenuta per avere ucciso la sorella, bruciandone il cadavere e tentato di strangolare anche la madre. Nella sentenza di condanna le era stato riconosciuto di avere agito in uno stato di semi infermità mentale e una  condizione di amnesia dopo l'evento, che apparentemente ha del tutto rimosso. Sconta la pena in una struttura aperta, in un qualche luogo boschivo di un Cantone svizzero, probabilmente il Vallese, in parte francofono, un insieme di bungalow che ospitano ciascuno due detenute che si muovono liberamente nel comprensorio che fa capo a una struttura centrale con caffetteria, laboratori, attività varie. Insomma il contrario del carcere di tipo tradizionale, un panopticon come in Ariaferma, il precedente bellissimo lungometraggio di Leonardo Di Costanzo, che nasce validissimo documentarista ma che nei suoi lavori di finzione ha sempre confezionato lavori di notevole intensità. Gentile, riservata, timida, Elisa acconsente a incontrare il professor Alaoui, interpretato dal grande Roschdy Zem, memorabile interprete di Roubaix, una luce nell'ombra, attore e anche regista franco marocchino, un criminologo che sostiene che si debba indagare in profondità sulle motivazioni di chi commette un reato, per quanto efferato, non per giustificarlo ma per comprenderne appieno la personalità: solo così, secondo lui, si può aiutarne il recupero. Man mano che i colloqui proseguono, trasformandosi in una sorta di auto-psicoterapia, in Elisa riemergono i ricordi (cosicché riviviamo in successivi flash back le fasi del suo delitto) per cui progressivamente si chiude e va in crisi, rifiutandosi persino di vedere l'affettuoso padre (il sempre ottimo Diego Ribon), che ogni settimana va a trovarla, mentre la madre ha del tutto rotto i ponti con lei; lui l'ha perdonata fin da subito, cosa che non riesce alla donna che segue le lezioni del professore, interpretata in un cameo da Valeria Golino: suo figlio è stato ucciso da una gang di ragazzini, e non vuole capirli né tantomeno perdonarli, ché altrimenti è cosciente che crollerebbe il suo equilibrio. Mentre nel carcere in dismissione di Ariaferma uno spazio di libertà e di comprensione reciproca avviene all'interno di uno spazio claustrofobico, qui la situazione è opposta: in una dimensione ideale, all'aria aperta, in mezzo agli alberi e con ampia libertà di movimento, la protagonista si rende conto di essere sempre stata prigioniera di sé stessa, delle proprie paure e del proprio "dover essere" nel tentativo pervicace di essere accettata dal prossimo, per cui era come trasparente, e prima sospende i colloqui col professor Alaoui, poi si rinchiude in sé stessa man mano che prende coscienza della gabbia in cui si è messa da sola per una serie di circostanze, di cui il regista accenna ma senza giustificare in alcun modo i suoi atti. Né li giustifica Elisa, e tantomeno il criminologo, con il quale decide di riprendere i contatti, ma che è riuscito a capirne le motivazioni così come le ha comprese lei stessa: che è la prima condizione per fare un passo avanti, dato che ciò che è stato non è mutabile. Ed è anche la prima condizione per cui non si ripeta. La potente fotografia è di Luca Bigazzi, l'accompagnamento musicale sempre adeguato, tutto quanto ineccepibile: un film profondo e coinvolgente, Ronchi e Zem a livelli di eccellenza. 

lunedì 8 settembre 2025

I Roses

"I Roses" (The Roses) di Jay Roach. Con Olivia Colman, Benedict Cumberbatch, Andy Samberg, Kate McKinnon, Allison Janney, Sunita Mani, Ncuti Gatwa, Zoe Chao, Jamie Demetriou e altri. USA 2025 ★★1/2

Eccoci al rifacimento, 36 anni dopo, de La guerra dei Roses, tratto dall'omonimo romanzo di Warren Adler e diretto da Danny De Vito: commedia noir sulla disastro finale di una relazione coniugale apparentemente perfetta, almeno fino allo scoppio della crisi, era un film di una cattiveria fumigante, scorretto, rimasto nella memoria anche per l'interpretazione superba dei due protagonisti, Michael Douglas e Kathleen Turner. Questo ne è la versione edulcorata e buonista, se non pensata espressamente per l'infanzia, per un livello di apprezzamento non molto più in là, non a caso  prodotta dalla Disney: i dissidi di coppia sono perlopiù verbali e si sostanziano in battute spesso sagaci di humor tipicamente inglese, che contrastano con l'ambientazione invece californiana. E inglese è la coppia di interpreti, che di per sé è l'unico aspetto che giustifica il prezzo del biglietto, dove Cumberbatch è Theo, un ambizioso architetto frustrato dai dormitori a forma di cubo che gli tocca progettare nello studio in cui lavora e la Colman è Ivy, una fantasiosa e irriverente chef di un ristorante alla moda dove le archistar londinesi usano cenare. Lui si intrufola in cucina, si punzecchiano verbalmente e si amano al primo scambio di frecciate. Nascono due figli e la coppia si trasferisce in California (non si capisce bene perché) e quando i ragazzi ormai sono sui 10 anni e non hanno più bisogno che la madre li segua tutto il giorno, Ivy, su idea del marito, apre un modesto ristorantino per rinverdire la sua passione gastronomica. Gli yankees, si sa, sono degli analfabeti in materia ed è sufficiente che qualcuno proponga qualcosa di diverso da hot dogs, donuts, thamurgers, tacos e quella cosa che loro osano chiamare pizza per ottenere un successo che diventa travolgente quanto inaspettato. Nel frattempo, Theo ha costruito un suggestivo e stravagante museo nella cittadina sulla costa in cui vivono, dotato di una vela sul tetto: durante un violento nubifragio, questa non solo si stacca ma causa il crollo dell'intera struttura. Come se non bastasse, il tutto, compreso Theo che smadonna e si dispera, viene filmato e divulgato in rete, diventando virale. Carriera rovinata, i ruoli della coppia si ribaltano e sarà lui dovere occuparsi della casa e dell'educazione della prole mentre lei seguirà il locale, che avrà così tanto successo da avere delle gemmazioni, in franchising, in tutto lo Stato. I rancori e la frustrazione covano sotto la cenere benché Ivy, generosamente, incarichi Theo di progettare e costruire, in mezzo ai boschi e con vista Oceano, la casa dei loro sogni: un progetto all'altezza delle sue (esagerate) ambizioni professionali. Quando vedrà finalmente la luce, e sforato ampiamente ogni budget grazie alle fisime estetizzanti e cervellotiche tipiche dell'architetto à la page, e i ragazzi, indirizzati in modo maniacale all'atletismo dal padre, subodorando la crisi  di coppia hanno ormai preso il largo con la scusa di una borsa di studio sportiva in un liceo della Florida, dall'altro capo degli States, complice una cena di inaugurazione con due coppie di amici locali, uno più deficiente dell'altro, il conflitto, cresciuto a forza di invidia, competizione, risentimento, si scatena e avrà per oggetto la proprietà della casa in caso di divorzio, ma occupa uno spazio molto minore rispetto alla prima versione cinematografica, è platealmente poco credibile, e anche l'epilogo, con la morte di entrambi i contendenti, è di fatto uno happy end, cosa che manca del tutto nel film di De Vito, che è a ben altri livelli rispetto a questo Jay Roach, autore di pellicole sul cazzone andante. A loro modo divertenti ma senza mordente. Cose da bambini per l'appunto. Però qualche sommessa risata perfino I Roses riescono a strapparla. 

mercoledì 3 settembre 2025

L'ultimo turno

"L'ultimo turno" (Heldin) di Petra Biondina Volpe. Con Leonie Benesch, Sonia Riesen, Alireza Bayram, Selma Jamal Aldin, Urs Biehler, Jasmin Mattei, Andreas Beutler, Lale Yavas e altri Svizzera, Germania 2025 ★★★★★

Un film splendido, nella sua semplicità, perché vero e interpretato in maniera così credibile da far venire il dubbio che si tratti di un documentario oppure davvero del personale di un ospedale cantonale della Svizzera tedesca alle prese con dei pazienti reali. Siamo in un'affollata corsia di un reparto di medicina interna, che nel turno pomeridiano viene gestito da sue sole infermiere: Floria, la bravissima Leonie Benesch, a la collega Bea, che si occupa dell'altro settore, con l'unico supporto di una giovane tirocinante da istruire. La telecamera della regista la segue passo passo durante le sue frenetiche ore di servizio in lunghi piani sequenza che consentono allo spettatore di identificarsi con la protagonista: efficiente, precisa, ma soprattutto umana, riesce a stare dietro a tutti i ricoverati: chi in attesa ansiosa di un referto o della visita di un medico (non ne transiterà uno in tutto il pomeriggio, e Floria incontrerà una chirurga, altrettanto stressata dopo una giornata in sala operatoria, che rispondendole in malo modo rimanderà alla mattinata successiva il colloquio con un malato che l'attendeva ansioso fin dall'inizio della giornata), chi rassegnato alla fine, chi affetto da demenza senile, chi disobbediente, chi indisponente come un assistito con assicurazione privata sistemato in camera singola a pagamento, che pretenderebbe di avere un servizio da Grand Hotel senza rendersi minimamente conto della realtà in cui si trova a operare il personale della struttura. Come se non bastasse, le tocca avere a che fare anche coi parenti di una moribonda e gestirli dopo averne annunciato il decesso. Sempre in prima linea, anche  con problemi di comunicazione in una realtà, quella elvetica, dove la presenza di immigrati non del tutto integrata è ben più massiccia che in Italia. Un vero angelo, oltre che una eroina (Heldin), come da titolo in tedesco. E di eroismo del personale sanitario si era parlato ai tempi dell'epidemia di Sars CoV-2, alias Covid19, in tempi che oggi sembrano remoti, tanto li abbiamo rimossi dal nostro immaginario, eppure sono trascorsi soltanto quattro anni dalla fase più acuta, senza che dall'allucinante si sia imparata alcuna lezione. Se possibile, la situazione su lato sanitario è perfino peggiorata, specie nel settore pubblico, a causa dei continui tali di spesa (nell'UE si preferisce finanziare il riarmo e perfino concedere agli Stati di indebitarsi ulteriormente per esso), ma quello che è messo peggio è proprio il personale infermieristico, quello a più stretto contatto con i degenti: un lavoro durissimo che non è possibile fare se, oltre ad averne le capacità professionali e uno spirito di sacrificio sovrumano (i pazienti di Floria, compreso alla fine quello più odioso, le riconosceranno una caratura angelica) non si è dotati di un'empatia e una dedizione fuori dal comune. Bastano 90 minuti filmati in maniera essenziale quanto efficace per descrivere una realtà e denunciare una situazione che sta assumendo dimensioni drammatiche: in una dicitura al termine della pellicola si rimarca che in un Paese come la Svizzera, con un sistema sanitario che altri Paesi europei, a cominciare dal nostro, possono soltanto sognarsi e con degli stipendi di ben altro livello rispetto ai nostri, più di un terzo degli infermieri abbandona il lavoro dopo 4 anni di servizio ed entro il 2030 ne mancheranno almeno 30 mila di quelli specializzati. Questo con una popolazione che inesorabilmente invecchia in tutto il Continente. Sarebbe ora che chi governa (?) se ne occupi. Invece nei media prevalgono la propaganda bellica e il pettegolezzo sui VIP, tanto siamo messi male. E, per quanto riguarda il cinema, l'argomento è come si veste chi sfila sul red carpet sul Lido di Venezia alla Mostra del Cinema in corso. Oltre che ben fatto, un film necessario: ma lavori come questo un premio prestigioso non lo vinceranno mai. Nemmeno alla Berlinale, uno dei pochi festival seri rimasti, dove pure è stato presentato quest'anno.

giovedì 28 agosto 2025

Anora

"Anora" di Sean Baker (II). Con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Yuriy Borisov, Karen Karagulian, Vache Tovmasyan, Ivy Volk, Lindsey Normington, Alena Gurevich, Paul Weissman, Darya Ekamasova, Aleksey Serebryakov e altri. USA 2024 ★★★-

Secondo "ripescaggio" estivo, Palma d'Oro a Cannes e cinque premi Oscar (tra cui miglior film, miglior regia e migliore attrice protagonista) nel 2024, un battage pubblicitario esagerato in cui è caduta la critica più corriva hanno fatto di Anora del semisconosciuto Sean Baker il fenomeno della passata stagione cinematografica, quando è nulla più di un film tipicamente newyorkese (che palle!), un assemblaggio di situazioni già viste mille volte, una commedia sexy-sentimentale-drammatico-gangsteristica con sfumature noir, che può essere tanto divertente quanto noiosa e a tratti irritante (140 minuti sono decisamente troppi), a seconda dei gusti e dell'umore dello spettatore. Anora (detta Ani) è una ventitreenne spogliarellista dall'aspetto esotico e particolarmente snodata specializzata in lap dance, che su richiesta offre servizi pagamento, insomma una sex worker, come si usa dire oggi, che "esercita" in un locale notturno di Brooklyn: una sera viene spedita in un privé dove è apparso Vanja, figlio scavezzacollo e alquanto cretino di un noto oligarca russo coi suoi amici, perché è l'unica a conoscerne la lingua, imparata dalla nonna uzbeka. I due si piacciono, lei fisicamente a lui, i sui soldi e la giocosità di Vanja a lei, tantoché dopo un paio di convegni erotici Anora viene ingaggiata dal ragazzo per fare la "fidanzata" in esclusiva per una settimana. Tra sesso e alcol a go-go, ci scappa un viaggio a Las Vegas dove, guarda caso, Anora riceve una proposta di matrimonio che, novella Pretty Woman, non può rifiutare perché la sua vita svolterebbe, ma anche quella di Vanja, che detesta i suoi genitori ed è negli USA con un permesso di studio: sposando una jankee, otterrebbe la tanto ambita Green Card che lo affrancherebbe dalla famiglia. La quale però gli manda alle calcagna T'oros, il faccendiere armeno di fiducia di stanza a New York che tiene d'occhio l'inaffidabile erede, e i suoi due scagnozzi, allo scopo di far annullare il matrimonio. Prima cercano di convincere la novella sposa, che non vuole mollare l'osso, e la "sequestrano", poi Vanja sparisce e il quartetto, ragazza compresa, lo cerca in un delirante viaggio notturno nei vari luoghi che avrebbe potuto frequentare, e lo beccano nell'ex locale in cui lavorava Anora a trastullarsi con la sua peggiore nemica tra le ex colleghe. Nel frattempo sbarcano a New York anche i genitori di Vanja e tutti insieme appassionatamente si ritrasferiscono a Las Vegas alla ricerca di un avvocato divorzista. Vanja alla fine cede ai genitori e Anora abbozza in cambio di 10 mila dollari e dell'anello di matrimonio, che ne vale ben di più e che non si trova: l'ha intascato e conservato Igor, uno degli scagnozzi, quello "buono" e dal cuore tenero che nel frattempo si è innamorato della ragazza, la quale per ringraziarlo gli si concede per una sveltina in macchina, ma quando lui tenta di baciarla, Anora scoppia in lacrime. Fine del film. Che subliminalmente vuole, forse, lanciare qualche messaggio, oltre ai soliti luoghi comuni sui russi, slavi e caucasici in generale: l'attrazione irresistibile per il denaro, tutto ciò che luccica, lo sfarzo, la volgarità. Battute a raffica, situazioni altamente improbabili, una buona dose di grottesco rendono la pellicola movimentata e sopportabile la sua durata, e relativamente divertente, ma non certo irrinunciabile. Insomma, tanto rumore, e tanto sberluccichio per poca roba, tutto sommato. Bravina (specie nelle contorsioni) Mikey Madison (Anora), sopra le righe, come da parte, Mark Eydelshteyn (Vanja), gli interpreti più convincenti risultano però Yuriy Borisov (Igor, il "gorilla" innamorato), Karen Karagulian (T'oros), e Darya Ekamasova (Galina Zacharova, la madre di Vanja). In gamba il regista a rendere alla fine abbastanza gradevole questa specie di delirio visivo. 

domenica 24 agosto 2025

La zona d'interesse

"La zona d'interesse" (The Zone of Interest) di Jonathan Glazer. Con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus, Luis Noah Witte, Nele Ahrensmeier, Lilli Falk, Ralf Herforth, Max Beck e altri, GB, Polonia, USA 2023 ★★★+

La pressoché totale desertificazione della programmazione cinematografica estiva mi ha dato l'opportunità di ripescare un paio di film che mi ero perso nelle stagioni passate. Il primo, che ha ricevuto l'Oscar come miglior film internazionale e quello per il suono nel 2024, è La zona d'interesse. Sono numerose le pellicole sui campi di concentramento nazisti, ma questa è unica nel suo genere, perché non descrive lo sterminio metodico che avveniva all'interno di quello più famoso, Auschwitz, bensì la carriera professionale e la vita famigliare di chi lo aveva costruito e lo dirigeva: Rudolf Höß (qui reso in maniera eccellente da Christian Friedl). La "zona di interesse" era, per l'appunto, l'area di circa 25 mila miglia che lo circondavano, dove abitavano il comandante e la moglie Hedwig (la sempre brava Sandra Hüller) coi loro cinque pargoli, in una elegante villa dotata di tutti i comfort, piscina compresa, divisa soltanto da un muro dalle baracche in cui sopravvivevano a stento e ammassati i prigionieri e i forni dove venivano eliminati quelli non più abili al lavoro. Un'esistenza tranquilla e serena da famiglia borghese esemplare, Frau Höß a dirigere il personale domestico (ragazze locali, qualche volta per i lavori pesanti veniva reclutato qualche detenuto), dividersi tra la amiche vestiti e gioielli sottratti agli internati, ché tanto a loro non sarebbero più serviti, e soprattutto occuparsi del suo amato giardino, a cui si era devotamente occupata negli ultimi anni e di cui andava orgogliosa. Certo, qualche inconveniente c'era: qualche volta l'abbaiare furioso dei cani, fumi dall'olezzo dolciastro e persistente, ceneri "misteriose" che si depositavano nel torrente in cui in estate si andava a bagnarsi e il marito, occasionalmente, a pesca. Parallelamente, la carriera di Rudolf, che si lamentava dell'inefficienza della "macchina" nnché dei suoi sottoposti, e proponeva piani per il miglioramento della "produzione", specie dopo che a partire dal 1940 venne avviata la "soluzione finale" della questione ebraica: fu lui a incentivare l'utilizzo del Zykon B utilizzato nelle camere a gas. Quando nell'autunno del 1942 verrà richiamato a Oranienburg, presso Berlino, la moglie convinse il consorte di chiedere ai suoi superiori di autorizzarla a non seguirlo, perché i bambini potessero continuale a vivere all'aperto, in campagna, e respirare "aria pulita" invece che in città diventate ormai insicure e a Höß venne affidato un piano intitolato a suo nome, l'Aktion Höß, che prevedeva il trasporto capillare di 700 mila ebrei ungheresi nei vari campi di concentramento e che il nostro ufficiale delle SS portò a termine con la consueta minuziosa precisione permettendogli di tornare in quell'angolo di "piccolo paradiso famigliare" ad Auschwitz, dove entrò in funzione anche li secondo campo, quello di Birkenau. Insomma, l'illustrazione visiva ed acustica (non a caso, come accennato, il film è stato premiato per il sonoro) e subliminalmente olfattiva di quella che Hannah Arendt avrebbe descritto nel suo sempre citato (e sempre troppo poco letto) La banalità del male del 1963, un rapporto del processo contro Eichmann, tenutosi a Gerusalemme due anni prima. Anche qui abbiamo a che fare con un burocrate del genocidio alla sua altezza: fu invece giudicato a Norimberga e impiccato nel 1947 proprio davanti all'ingresso del campo di Auschwitz, ma di questo il film non parla, mostrandoci soltanto l'interno dell'attuale museo dell'Olocausto, straniante quanto il film nella sua quotidianità di attrazione turistica (con tanto di supermercati, caffè e negozi di souvenir, a sua volta orripilante banalizzazione dell'orrore: sconsiglio a chiunque di metterci piede, dopo averlo fatto di persona una ventina di anni fa). Insomma un film da vedere e su cui riflettere, inquietante e con uno sguardo originale quanto penetrante sull'argomento. E sui mostri che ci circondano e di cui volenti o nolenti facciamo parte (vedi Gaza).

venerdì 8 agosto 2025

Una sconosciuta a Tunisi

"Una sconosciuta a Tunisi" (Aïcha) di Mehdi Bersaoui. Con Fatma Sfarr, Nidhal Saadi, Yassmine Dimassi, Hela Ayed, Mohamid Ali Ben Jemaa, Ala Benhamad, Saoussen Maalej e altri. Francia, Tunisia, Italia, Qatar 2024 ★★★★

Il secondo lungometraggio di Mehdi Bersaoui ha ampiamente mantenuto tutte le aspettative che avevo, memore del notevole film d'esordio del regista tunisino, Un figlio,  presentato pure esso e premiato a suo tempo alla Mostra del Cinema di Venezia del 2019: mentre quello era un dramma famigliare che si svolgeva sullo sfondo della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011 in Tunisia, questo si ispira a un fatto di cronaca avvenuto in seguito a quella rivolta, in un Paese sì pacificato e liberato dalla dittatura ma pur sempre in preda di profonde contraddizioni, fra tradizione e presente, città e campagna, emancipazione femminile e retaggi maschilisti: in più, dopo anni di oppressione, difficile fidarsi di uno Stato inefficiente, in questo caso rappresentato dalla polizia. Mehdi Bersaoui si affida alla vena di Fatma Sfarr, nella sua metamorfosi da Aya ad Amira infine ad Aïsha, adeguandosi alla trasformazione sia fisica sia psicologica di una giovane donna. Quasi trentenne, Aya vive a Tozeur, nel Sud del Paese, mantenendo dai suoi 14 anni i genitori col suo lavoro di cameriera in un resort di lusso dove si reca quotidianamente a bordo di un minivan assieme ad altri impiegati dell'albergo. Fallito e muto il padre, la madre vorrebbe imporle un matrimonio combinato con un anziano abbiente al solo scopo di ricevere ancora più soldi, vantaggi e, magari, prestigio sociale. Come se non bastasse Aya, che oltre a non aver potuto proseguire negli studi, come avrebbe desiderato, non ha mai nemmeno visto il mare, ha una relazione tossica col direttore dell'albergo, che da anni le promette di lasciare la moglie per cominciare una nuova vita insieme ma ovviamente svicola. Un giorno il pullmino sul quale compie il suo tragitto quotidiano ha un incidente e precipita in un burrone: Aya, l'unica sopravvissuta, riesce a uscire dalle lamiere prima che bruci dopo l'esplosione del serbatoio e, sapendo che l'autista aveva preso a bordo un'ulteriore passeggera non compresa nella lista, coglie al balzo l'occasione perché il corpo della sconosciuto risulterà il suo, e lei sarà libera. Recupera quindi di nascosto del denaro nascosto dal suo amante in una cassaforte dell'albergo e con quello va a Tunisi, dove assume l'identità di Amira, prenderà in affitto senza documenti e sulla parola una stanza nell'appartamento di una studentessa, Lobna, che la introduce nella sfavillante vita notturna della capitale, che inizia a frequentare assieme a una coppia di amici, di cui uno, Rafik, un traffichino "intoccabile", si rende corresponsabile della morte di un ragazzo, Karim, con cui Amira aveva soltanto scambiato qualche sguardo in discoteca. La ragazza, priva di documenti, viene costretta da Rafik a rendere falsa testimonianza (nel pestaggio di Karim c'entrano anche due poliziotti che lavoravano in nero come buttafuori nel locale), così il caso viene derubricato a "incidente" e quindi insabbiato, anche per volere della commissaria responsabile dell'indagine. A non starci, però, è l'ispettore Fares, entrato in polizia proprio perché anni prima il fratello era deceduto in circostanze simili, mai chiarite. Il caso monta per iniziativa di parenti e amici della vittima, anche per la diffusione di notizie in rete, Amira/Aya va in crisi, molla la stanza e la amica, nel frattempo sono spariti pure i suoi soldi, e si rifugia presso la panettiera del quartiere in cui vive che diventa una sorta di madre e amica che non ha mai avuto. Una falla del sistema informatico la dà ancora in vita come Aya, ma sarà Fares a fornirle un'ulteriore, e stavolta sicura nuova identità in cambio della sconfessione della sua iniziale falsa testimonianza, assieme a un certificato di morte di Aya (in virtù del quale i genitori avranno un adeguato risarcimento con cui potranno pagare i propri debiti e l'avida madre avere soddisfazione), cosicché la ragazza, finalmente libera da legami, ricatti e catene, potrà davvero iniziare una nuova e consapevole esistenza come Aïcha. Come accennato i livelli del racconto sono diversi e, così come avviene la metamorfosi della protagonista. il film passa dalla commedia drammatica, al poliziesco, al film di denuncia ma anche e soprattutto di documentazione credibile dei contrasti di un Paese complesso e in evoluzione così come i suoi abitanti, Paese peraltro molto vicino e che con l'Italia ha legami stretti da millenni. Sicura la mano del regista, fotografia degna di nota, colonna sonora azzeccata, Fatma Sfarr magnifica ma bravi anche gli altri interpreti, specie quelle femminili, di personaggi non sempre positivi, come la madre di Aya/Aïcha, la commissaria, la convivente e "mezzana" Lobna. Gran bel film.