venerdì 12 aprile 2019
giovedì 4 aprile 2019
martedì 2 aprile 2019
Border - Creature di confine
"Border - Creature di confine" (Gräns) di Ali Abbasi. Con Eva Melander, Eero Milonoff, Jörgen Thorsson, Ann Petrén, Sten Ljunggren, Kjell Wilhelmsen, Rakel Wärmländer e altri. Svesia, Danimarca 2018 ★★★★+
E' piuttosto inconsueto che un film scandinavo risulti, oltre che ben fatto, pure divertente: Border è una lieta eccezione, come lo era stato The Square un paio d'anni fa, e raramente, negli ultimi tempi, mi sono divertito tanto al cinema: sarà che il regista e cosceneggiatore, Ali Abbasi è sì svedese, però d'adozione, essendo nato e cresciuto a Teheran; eppure dalla mitologia scandinava ha attinto, perché di qualcosa di magico si tratta, ma non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi seguisse il mio suggerimento di non perdersi lo spasso, ma anche la riflessione, garantiti da questa pellicola. Che non è mai sguaiata nel raccontare l'incontro del destino fra due inconsueti individui dall'aspetto piuttosto particolare, con lineamenti vagamente neandertaliani e movenze a tratti ferine, ma perfettamente inseriti nella realtà quotidiana. Lei, Tina, fa la doganiera in un porto dove attraccano traghetti dalla Finlandia e ha un fiuto infallibile nell'individuare chi ha qualcosa da nascondere: solo l'espressione che fa quando "snasa" l'aria fa cappottare dal ridere. Semplicemente, "sente l'odore delle emozioni", ma non basta: entra in contatto telepatico con gli animali e anche quelli più diffidenti, come cervi, alci e volpi, le si avvicinano senza alcun timore; inoltre, ama gli insetti, la pioggia e aggirarsi a piedi nudi nel bosco, però è terrorizzata dai fulmini. Tutto bene, tanto che la polizia la aggrega per svolgere delle indagini su una coppia, da lei individuata, sospettata di fare traffici di bambini a scopo pedopornografico (qualcosa di malsano e di torbido in un film nordico ci deve pur essere: mancanza di luce, sensi di colpa latenti, maniacalità diffusa e disagio psichico fanno questi scherzi, come dimostrano anche i noir e le serie TV "venuti dal freddo" che negli ultimi anni "tirano" molto), finché un bel giorno dal traghetto sbarca Vore, che sembra la sua versione maschile: corpulento, trasandato, decisamente brutto, che si presenta con un aggeggio misterioso che a un primo sguardo sembra un ordigno a orologeria mentre invece è un'incubatrice per larve... Con lui il fiuto di Tina non funziona e, insomma, è attrazione fatale e lei scoprirà una parte di sé stessa che non sospettava di avere, e la scelta sarà se darle libero sfogo oppure adattarsi, come ha fatto finora, all'apparente normalità di un'umanità che non è esattamente esemplare... Siamo in un campo a metà fra la fiaba e la favola, portate sullo schermo con molto realismo e dove l'elemento fantasioso si inserisce perfettamente nella quotidianità; di una bravura eccezionale i due interpreti principali, Eva Melander ed Eero Milonoff, e almeno altrettanto i truccatori, che hanno reso il tutto ancora più credibile; il regista si dimostra in gamba e, soprattutto, l'idea è semplicemente geniale.
E' piuttosto inconsueto che un film scandinavo risulti, oltre che ben fatto, pure divertente: Border è una lieta eccezione, come lo era stato The Square un paio d'anni fa, e raramente, negli ultimi tempi, mi sono divertito tanto al cinema: sarà che il regista e cosceneggiatore, Ali Abbasi è sì svedese, però d'adozione, essendo nato e cresciuto a Teheran; eppure dalla mitologia scandinava ha attinto, perché di qualcosa di magico si tratta, ma non vado oltre per non rovinare la sorpresa a chi seguisse il mio suggerimento di non perdersi lo spasso, ma anche la riflessione, garantiti da questa pellicola. Che non è mai sguaiata nel raccontare l'incontro del destino fra due inconsueti individui dall'aspetto piuttosto particolare, con lineamenti vagamente neandertaliani e movenze a tratti ferine, ma perfettamente inseriti nella realtà quotidiana. Lei, Tina, fa la doganiera in un porto dove attraccano traghetti dalla Finlandia e ha un fiuto infallibile nell'individuare chi ha qualcosa da nascondere: solo l'espressione che fa quando "snasa" l'aria fa cappottare dal ridere. Semplicemente, "sente l'odore delle emozioni", ma non basta: entra in contatto telepatico con gli animali e anche quelli più diffidenti, come cervi, alci e volpi, le si avvicinano senza alcun timore; inoltre, ama gli insetti, la pioggia e aggirarsi a piedi nudi nel bosco, però è terrorizzata dai fulmini. Tutto bene, tanto che la polizia la aggrega per svolgere delle indagini su una coppia, da lei individuata, sospettata di fare traffici di bambini a scopo pedopornografico (qualcosa di malsano e di torbido in un film nordico ci deve pur essere: mancanza di luce, sensi di colpa latenti, maniacalità diffusa e disagio psichico fanno questi scherzi, come dimostrano anche i noir e le serie TV "venuti dal freddo" che negli ultimi anni "tirano" molto), finché un bel giorno dal traghetto sbarca Vore, che sembra la sua versione maschile: corpulento, trasandato, decisamente brutto, che si presenta con un aggeggio misterioso che a un primo sguardo sembra un ordigno a orologeria mentre invece è un'incubatrice per larve... Con lui il fiuto di Tina non funziona e, insomma, è attrazione fatale e lei scoprirà una parte di sé stessa che non sospettava di avere, e la scelta sarà se darle libero sfogo oppure adattarsi, come ha fatto finora, all'apparente normalità di un'umanità che non è esattamente esemplare... Siamo in un campo a metà fra la fiaba e la favola, portate sullo schermo con molto realismo e dove l'elemento fantasioso si inserisce perfettamente nella quotidianità; di una bravura eccezionale i due interpreti principali, Eva Melander ed Eero Milonoff, e almeno altrettanto i truccatori, che hanno reso il tutto ancora più credibile; il regista si dimostra in gamba e, soprattutto, l'idea è semplicemente geniale.
domenica 31 marzo 2019
Kingdom / Agrupación Señor Serrano
"Kingdom" / Agrupación Señor Serrano di Àlex Serrano, Pau Palacios, Ferran Dordal. Con Diego Anido, Pablo Rosal, Wang Ping-Hsiang, David Muñiz, Nico Roig. Project Manager Barbara Bloin; musica Nico Roig; programmazione video Davi Muñiz; creazione video Vicenç Viaplana; modelli in scala Àlex Serrano e Silvia Delagneau; disegno luci Cube.bz; coreografia Diego Anido. Produzione Grec 2018 Festival de Barcelona, Teatros del Canal, Teatro Lliure, machester Home Theatre, Théâtre National Wallonie-Bruxelles, Groningen Grand Theatre, La Triennale di Milano/Teatro dell'Arte, CSS Teatro stabile d'innovazione del FVG, Teatro Stabile del Veneto, Romaeuropa Festival.
Al Teatro PalaMostre di Udine per CSS Teatro Contatto
Un felicissimo ritorno, quello del formidabile collettivo catalano a Udine, che pregustavo da due anni, quando il loro A House in Asia mi aveva folgorato: una rivelazione. Questo nuovo spettacolo, presentato la scorsa stagione, ne è all'altezza a conferma, se fosse stato necessario, dell'affiatamento, della coerenza e della creatività di questa vera e propria comune di eclettici artisti che ha la propria base d'azione a Barcellona. Stavolta è il turno della storia della banana come parabola per leggere il sistema capitalistico, una storia tutta americana che parte dal 1899 quando Minor Cooper Keith fondò la United Fruit Company: allora nessuno in quello che si definisce Occidente aveva mai visto una banana, mentre trent'anni dopo il frutto era già diventato quello che è ora, ossia il re de supermercati, quello che costa meno e si trova ovunque nell'orbe terracqueo. Cos'era accaduto, nel frattempo? Tante cose, oltre al controllo del Centro e Sud America dove le banane sono prodotte, ma soprattutto l'inizio della manipolazione sistematica delle menti e lo sviluppo del mito del continuo progresso e miglioramento da un lato, ma anche la propalazione di simboli macho dall'altro attraverso la pubblicità e la trasformazione finale dell'uomo in macchina da consumo e il racconto ossessivo che stiamo bene, nonostante qualche crisi "passeggera" (a scadenza regolare e con modalità che si ripetono identiche nel tempo, nel 1929 come nel 2008, e ci siamo ancora nel mezzo). Agrupación Señor Serrano riesce a comunicare il proprio messaggio dissacrante e lucido usando magistralmente ogni mezzo espressivo utile allo scopo, spaziando dall'artigianato d'autore per la creazione dei modellini in scala che poi vengono filmati con modernissime telecamerine per la produzione e il montaggio in presa diretta di video che vengono proiettati su un telo a fondo scena assieme a filmati di repertorio o tratti da pellicole d'epoca (in questo caso King Kong e le piantagioni della Chiquita in Costarica, laddove nello spettacolo precedente si trattava di Moby Dick e delle cariche del 7° Cavalleggeri, altri miti yankee) i quali si integrano con le esibizioni musicali e vocali degli interpreti: questa volta c'è anche un rapper cinese di cui non occorre capire la lingua, a prescindere dal fatto che la traduzione in italiano scorre sullo schermo, per comprendere il senso di ciò che dice e canta. Tutti bravissimi, comunque, compreso un gruppo di culturisti che si aggiunge ai cinque performer nel finale di 65' serrati, sincopati, colorati, irriverenti e una chiusura letteralmente scoppiettante: un successo trionfale. Ancora una volta, raccomando vivamente di non lasciarsi sfuggire questo spettacolo se si ha la fortuna che capiti nei propri paraggi.
venerdì 29 marzo 2019
Ricordi?
"Ricordi?" di Valerio Mieli. Con Luca Marinelli, Linda Caridi, Gianni Anzaldo, Camilla Diana e altri. Italia, Francia 2018 ★★★½
Introverso ai limiti della depressione, lugubre, tormentato da un cattivo ricordo del passato e incapace di intravedere un futuro lui; espansiva, empatica, solare nonché immersa nel presente e fiduciosa in un futuro tutto da costruire lei; entrambi insegnanti, lui assistente di storia all'università, professoressa al liceo lei, si attraggono per un gioco di compensazioni e complementarietà e vanno a convivere in una vecchia casa, già abitata da lui assieme ai genitori da ragazzino, e che tornerà d'attualità una terza volta quando, dopo essersi lasciati per crescenti sfasamenti e diverso modo di intendere la loro storia, si stanno nuovamente cercando e forse la loro relazione avrà un nuovo inizio. Detta così potrebbe sembrare una storia d'amore classica e il film una commedia romantica dallo svolgimento prevedibile, e invece il secondo film di Valerio Mieli, a distanza di quasi un decennio dal felicissimo esordio di Dieci inverni, è tutto fuorché lineare: un collage di immagini e frammenti di dialoghi avanti e indietro nel tempo che, ammetto, per la prima ventina di minuti mi ha lasciato perplesso, e a un certo punto irritato a chiedermi quando finisse l'introduzione e cominciasse non dico l'azione, ma la vicenda vera e propria fino a prendere in considerazione l'idea di abbandonare la sala e andarmene a casa a dormire. Eppure il senso era proprio quello: ricreare l'aura di sogno che accompagna l'emergere dei ricordi che sono personali anche quando condivisi e influenzati dal proprio stato d'animo e dalla condizione attuale, perché ognuno li elabora a modo suo, come è altrettanto vero che per quanto riguarda la maniera di vivere il momento o la stessa situazione. I due non hanno nome, i luoghi nemmeno, l'unico ad avercelo è il "terzo" incomodo, Marco, amico fin dall'infanzia di lui e nuovo amore, per un certo periodo, di lei. Fra i due protagonisti le parti a un certo punto si invertono: lei si sente fagocitata dal pessimismo e dalla mancanza di fiducia di lui e perde man mano la sua spensierata spontaneità; lui, dopo la fine del loro rapporto cerca di ricostruire cosa andava cercando nelle altre che aveva avuto, fino a tornare a far visita a una fidanzata dell'adolescenza, e man mano riscopre la possibilità e il senso di vivere appieno anche nell'attimo fuggente. Non vi è alcun ordine cronologico e il bello del film è di risultare una sorta di mosaico, peraltro ben assemblato sia per quanto riguarda le immagini, che verrebbe da definire impressioniste, grazie alla fotografia di altissimo livello di Daria D'Antonio, sia del racconto che, per quanto asincrono e frastagliato, rende davvero l'idea di come operi la memoria in ciascuno di noi, ed è questa, non la vicenda amorosa in sé, che è al centro del film e che lo rende un'esperienza in cui qualunque spettatore può ritrovarsi, basta che si lasci andare e coinvolgere, e nel mio caso è stato così nonostante le premesse. Pellicola dunque suggestiva quanto inconsueta, e azzeccata la scelta dei due interpreti: per Marinelli, molto misurato, non si tratta di una novità mentre nel caso di Linda Caridi una piacevole sorpresa.
Introverso ai limiti della depressione, lugubre, tormentato da un cattivo ricordo del passato e incapace di intravedere un futuro lui; espansiva, empatica, solare nonché immersa nel presente e fiduciosa in un futuro tutto da costruire lei; entrambi insegnanti, lui assistente di storia all'università, professoressa al liceo lei, si attraggono per un gioco di compensazioni e complementarietà e vanno a convivere in una vecchia casa, già abitata da lui assieme ai genitori da ragazzino, e che tornerà d'attualità una terza volta quando, dopo essersi lasciati per crescenti sfasamenti e diverso modo di intendere la loro storia, si stanno nuovamente cercando e forse la loro relazione avrà un nuovo inizio. Detta così potrebbe sembrare una storia d'amore classica e il film una commedia romantica dallo svolgimento prevedibile, e invece il secondo film di Valerio Mieli, a distanza di quasi un decennio dal felicissimo esordio di Dieci inverni, è tutto fuorché lineare: un collage di immagini e frammenti di dialoghi avanti e indietro nel tempo che, ammetto, per la prima ventina di minuti mi ha lasciato perplesso, e a un certo punto irritato a chiedermi quando finisse l'introduzione e cominciasse non dico l'azione, ma la vicenda vera e propria fino a prendere in considerazione l'idea di abbandonare la sala e andarmene a casa a dormire. Eppure il senso era proprio quello: ricreare l'aura di sogno che accompagna l'emergere dei ricordi che sono personali anche quando condivisi e influenzati dal proprio stato d'animo e dalla condizione attuale, perché ognuno li elabora a modo suo, come è altrettanto vero che per quanto riguarda la maniera di vivere il momento o la stessa situazione. I due non hanno nome, i luoghi nemmeno, l'unico ad avercelo è il "terzo" incomodo, Marco, amico fin dall'infanzia di lui e nuovo amore, per un certo periodo, di lei. Fra i due protagonisti le parti a un certo punto si invertono: lei si sente fagocitata dal pessimismo e dalla mancanza di fiducia di lui e perde man mano la sua spensierata spontaneità; lui, dopo la fine del loro rapporto cerca di ricostruire cosa andava cercando nelle altre che aveva avuto, fino a tornare a far visita a una fidanzata dell'adolescenza, e man mano riscopre la possibilità e il senso di vivere appieno anche nell'attimo fuggente. Non vi è alcun ordine cronologico e il bello del film è di risultare una sorta di mosaico, peraltro ben assemblato sia per quanto riguarda le immagini, che verrebbe da definire impressioniste, grazie alla fotografia di altissimo livello di Daria D'Antonio, sia del racconto che, per quanto asincrono e frastagliato, rende davvero l'idea di come operi la memoria in ciascuno di noi, ed è questa, non la vicenda amorosa in sé, che è al centro del film e che lo rende un'esperienza in cui qualunque spettatore può ritrovarsi, basta che si lasci andare e coinvolgere, e nel mio caso è stato così nonostante le premesse. Pellicola dunque suggestiva quanto inconsueta, e azzeccata la scelta dei due interpreti: per Marinelli, molto misurato, non si tratta di una novità mentre nel caso di Linda Caridi una piacevole sorpresa.
mercoledì 27 marzo 2019
Peterloo
"Peterloo" di Mike Leigh. Con Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Ben Thorpe, Philip Jackson e altri. GB 2018 ★★★½
Inverosimile uscire delusi dalla visione di due film britannici in fila, a meno di andarsi a cercare i flop col lanternino, e infatti Peterloo, che rievoca il massacro di St. Peter's Field a Manchester, in cui persero la vita 15 persone per le violenze con cui Guardia Nazionale e Cavalleria dell'Esercito Reale repressero una manifestazione di sessantamila persone, soprattutto operai, per chiedere il suffragio universale e il diritto di rappresentanza per ogni regione del Paese avvenuto il 16 luglio del 1819, è tutt'altra cosa rispetto a La conseguenza, anch'esso nella sale in questo periodo. Benché in maniera forse troppo prolissa (la pellicola dura quasi due ore e quaranta minuti), il regista racconta soprattutto gli antefatti di questa vicenda passata alla storia ma poco ricordata, ribattezzata dai giornali dell'epoca Peterloo ricordando la battaglia in cui le truppe guidate dal Duca di Wellington sconfissero definitivamente Napoleone quattro anni prima. E proprio dalla località vallone, ora in Belgio, prende le mosse il film, mostrando il trombettiere Joseph che si aggira stordito sul campo di battaglia fino al suo ritorno nella natìa Manchester, in seno alla sua famiglia di lavoratori nell'industria tessile, allora in pieno sviluppo, in una situazione di crisi per l'introduzione delle tasse sul grano d'importazione che sta riducendo i lavoratori alla fame e in cui stanno prendendo piede le prime rivendicazioni sindacali e politiche, mentre nel parlamento di Londra ci si limita a discutere delle ricche prebende da riconoscere al trionfatore, per l'appunto, di Waterloo. Scampato a quella battaglia, l'incolpevole Joseph perderà la vita in St. Peter's Field, ma Mike Leigh non racconta la sua vicenda, se non marginalmente in forma di parabola, bensì, in dettaglio, i preparativi dell'evento sia dal lato delle organizzazioni dei riformatori, più o meno radicali, alcuni anche piuttosto settari e ispirati a visioni religiose, sia da quello degli eterni detentori del potere, che non solo scrivono le leggi utilizzandole poi a loro vantaggio, ma arrivano al punto di eluderle (sospendendo, come un questo caso, lo habeas corpus, base del sistema costituzionale inglese). Quella di Leigh, però, non è soltanto una ricostruzione storica resa efficace e verosimile attraverso immagini suggestive e una recitazione corale di grande effetto e qualità, bensì, soprattutto, una riflessione sulla parola e l'uso della retorica ai propri fini, per spiegare, convincere, manipolare, condannare, nonché sull'informazione: non a caso la manifestazione fu organizzata da un giornale di Manchester, il termine Peterloo coniato dai giornalisti, anche di testate, come il Times, di altre città presenti e testimoni degli eventi, e una delle figure centrali è Henry Hunt, un proprietario terriero che però sta dalla parte dei riformisti, venuto appositamente da Londra, egocentrico e vanesio, celebre per i suoi discorsi infuocati e coinvolgenti, una specie di star che pretende e ottiene di essere l'unico oratore della manifestazione. Insomma, una questione quanto mai attuale, che ha che vedere con la rappresentanza, la democrazia e, soprattutto la comunicazione. Bravo anche, il regista, a scegliere e far lavorare in sintonia un cast straordinariamente numeroso, eterogeneo, formato da attori a noi per lo più del tutto sconosciuti, capaci di caratterizzare in maniera estremamente credibile e suggestiva i diversi personaggi. Consigliato.
Inverosimile uscire delusi dalla visione di due film britannici in fila, a meno di andarsi a cercare i flop col lanternino, e infatti Peterloo, che rievoca il massacro di St. Peter's Field a Manchester, in cui persero la vita 15 persone per le violenze con cui Guardia Nazionale e Cavalleria dell'Esercito Reale repressero una manifestazione di sessantamila persone, soprattutto operai, per chiedere il suffragio universale e il diritto di rappresentanza per ogni regione del Paese avvenuto il 16 luglio del 1819, è tutt'altra cosa rispetto a La conseguenza, anch'esso nella sale in questo periodo. Benché in maniera forse troppo prolissa (la pellicola dura quasi due ore e quaranta minuti), il regista racconta soprattutto gli antefatti di questa vicenda passata alla storia ma poco ricordata, ribattezzata dai giornali dell'epoca Peterloo ricordando la battaglia in cui le truppe guidate dal Duca di Wellington sconfissero definitivamente Napoleone quattro anni prima. E proprio dalla località vallone, ora in Belgio, prende le mosse il film, mostrando il trombettiere Joseph che si aggira stordito sul campo di battaglia fino al suo ritorno nella natìa Manchester, in seno alla sua famiglia di lavoratori nell'industria tessile, allora in pieno sviluppo, in una situazione di crisi per l'introduzione delle tasse sul grano d'importazione che sta riducendo i lavoratori alla fame e in cui stanno prendendo piede le prime rivendicazioni sindacali e politiche, mentre nel parlamento di Londra ci si limita a discutere delle ricche prebende da riconoscere al trionfatore, per l'appunto, di Waterloo. Scampato a quella battaglia, l'incolpevole Joseph perderà la vita in St. Peter's Field, ma Mike Leigh non racconta la sua vicenda, se non marginalmente in forma di parabola, bensì, in dettaglio, i preparativi dell'evento sia dal lato delle organizzazioni dei riformatori, più o meno radicali, alcuni anche piuttosto settari e ispirati a visioni religiose, sia da quello degli eterni detentori del potere, che non solo scrivono le leggi utilizzandole poi a loro vantaggio, ma arrivano al punto di eluderle (sospendendo, come un questo caso, lo habeas corpus, base del sistema costituzionale inglese). Quella di Leigh, però, non è soltanto una ricostruzione storica resa efficace e verosimile attraverso immagini suggestive e una recitazione corale di grande effetto e qualità, bensì, soprattutto, una riflessione sulla parola e l'uso della retorica ai propri fini, per spiegare, convincere, manipolare, condannare, nonché sull'informazione: non a caso la manifestazione fu organizzata da un giornale di Manchester, il termine Peterloo coniato dai giornalisti, anche di testate, come il Times, di altre città presenti e testimoni degli eventi, e una delle figure centrali è Henry Hunt, un proprietario terriero che però sta dalla parte dei riformisti, venuto appositamente da Londra, egocentrico e vanesio, celebre per i suoi discorsi infuocati e coinvolgenti, una specie di star che pretende e ottiene di essere l'unico oratore della manifestazione. Insomma, una questione quanto mai attuale, che ha che vedere con la rappresentanza, la democrazia e, soprattutto la comunicazione. Bravo anche, il regista, a scegliere e far lavorare in sintonia un cast straordinariamente numeroso, eterogeneo, formato da attori a noi per lo più del tutto sconosciuti, capaci di caratterizzare in maniera estremamente credibile e suggestiva i diversi personaggi. Consigliato.
lunedì 25 marzo 2019
Sogno di una notte di mezza estate "limited edition"
Il Sogno è senz'altro il marchio di fabbrica della compagnia milanese (e quale altra opera teatrale potrebbe essere, trattando la celebre commedia shakespeariana, per l'appunto, di elfi e fate?), il filo conduttore della loro attività più che quarantennale. Fin fin dal primo allestimento del 1981, a firma Gabriele Salvatores (quelli successivi, del 1988 e 1997, sono opera di Elio De Capitani), cerco di non perdermi ogni nuova riproposizione di questo capolavoro del Bardo, che è occasione da un lato per preziose sperimentazioni e reclutamento di nuovi interpreti; dall'altra di divertimento per gli spettatori e per il gruppo stesso, come si evince puntualmente assistendovi. Così è stato anche stavolta in cui, rispetto all'edizione del 2011, a cui rimando per quello che c'è da dire su questo spettacolo sempre entusiasmante e apprezzato da un pubblico di ogni età, le varianti sono costituite dal subentro di Enzo Curcurù al posto di Ferdinando Bruni nel ruolo di Oberon; di Marco Bonadei come Bottom, il cuoco dall'accento bergamasco allora interpretato da Elio De Capitani (mentre Sara Borsarelli aveva già sostituito Ida Marinelli), Vincenzo Amato nella parte del leone (di pezza) e il ritorno di Lorenzo Fontana nella parte di Tisbe che aveva già nel 1997. L'unicità di questa particolare rappresentazione di ieri pomeriggio l'ha spiegata lo stesso regista e condirettore artistico Elio De Capitani prima che si spegnessero le luci in sala e, virtualmente, s'aprisse il sipario: la replica della sera di sabato 23 era, infatti, stata annullata per indisposizione di uno degli attori, nella fattispecie Vincenzo Giordano, che si era infortunato piuttosto seriamente a un ginocchio rendendolo inutilizzabile per un'esibizione che, nella particolare versione dell'Elfo, consiste non soltanto in una prestazione artistica ma anche in una vera e propria maratona atletica e acrobatica che richiede agli interpreti un notevole sforzo fisico. Tra la sera di sabato e la mattina di ieri, dunque, era stato necessario un supplemento di prove per studiare soluzioni che permettessero di continuare le recite in modo da utilizzare l'infortunato nei limiti del possibile senza arrecargli ulteriori danni. Alcune di esse il regista e capotribù degli Elfi sperava fossero divertenti e si augurava che il pubblico le apprezzasse, in particolare quelli in sala (e si riferiva anche a me sorridendo, che mi trovavo in seconda fila) avevano già visto lo spettacolo per la sedicesima volta: per loro sarebbe stata, per l'appunto, una limited edition; detto questo, si era accomodato due poltrone distanti dalla mia, in prima fila, a seguire attentamente i movimenti sul palcoscenico. Ovviamente ha avuto ragione e il pubblico in sala aveva manifestato la sua approvazione con un paio di scroscianti applausi a scena aperta prima dell'intervallo. Durante il quale De Capitani si è fermato a chiacchierare con gli spettatori a lui vicini, in particolare con me, che avevo avuto occasione di incontrarlo tante volte quando era attiva la sede del Teatro di Porta Romana, situato a 50 metri da dove ho abitato per 2/3 della mia esistenza. "Forse ho fatto un errore a fare il nome del ferito, visto che nessuno sembra aver capito di chi si tratti", ha esordito, continuando a raccontare com'era avvenuto l'incidente (a causa di una scivolata era andato lungo è si era ferito ginocchio e gamba), le tribolazioni delle prove, le simulazioni con una carrozzina con scene che avevano fatto sganasciare dal ridere tutta la troupe durante le prove della mattina (e i cui filmati conta di pubblicare sul sito del teatro) e raccontando alcuni aneddoti su quante ne ha viste durante i vari Sogni a cui ha partecipato: uno me lo ricordo anch'io, quando andò in scena Luca Barbareschi con la gamba ingessata, nel 1981, causando, questo non lo sapevo, un incidente con Ida Marinelli. Certo di aver assistito a qualcosa di speciale, e felice dello scambio di battute col più voluminoso dei due capotribù degli Elfi (Ferdinando Bruni non l'ho avvistato), non mi sono pentito di essermi sottoposto all'ennesima andata-e-ritorno di 760 km in giornata: ne è sempre valsa la pena, ma questa volta di più.
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