domenica 17 febbraio 2019

Martiri cristiani


 Giordano Bruno, Nola 1548 - Roma, Campo de' Fiori,      17 febbraio 1600

sabato 16 febbraio 2019

Il primo re

"Il primo re" di Matteo Rovere. Con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Tania Garribba, Massimiliano Rossi, Vincenzo Pirrotta, Michael Schermi, Max Malatesta, Vincenzo Crea e altri. Italia, Belgio 2019 ★★★★
Devo ammettere che i trailer de Il primo re non mi avevano granché invogliato ad andare a vederlo: pensavo che, come Sin City o 300, riadattati da dei fumetti, fosse prodotto come questi con una tecnica ibrida, senza raggiungerne le vette, impiegando ampiamente la digitalizzazione per ritoccare le interpretazioni dei vari personaggi e ricreare artificialmente uno sfondo naturale e invece, senza ricorrere a particolari trucchi, si tratta di un film con riprese dal vero, che si svolgono in un ambiente rurale e silvestre che ricrea le condizioni in cui si dovettero trovare le popolazioni che, nell'8° secolo A.C., vivevano sulle sponde o nelle vicinanze del Tevere: in seguito a una violenta alluvione del fiume, due fratelli si ritrovano senza le loro greggi e il resto della loro tribù spiaggiati nel territorio delle nemica e potente Alba Longa; catturati, resi schiavi e costretti a combattere tra di loro: con un'astuzia, prendono in ostaggio Sitnei, la sacerdotessa che custodisce il fuoco sacro della dea Vesta, liberano i loro compagni di prigionia sabini e con essi decidono di scappare attraverso una temibile foresta percorsa da animali feroci e pattuglie nemiche che lo sono altrettanto se non di più e che si sono gettate al loro inseguimento: si tratta di Romolo e Remo, corre l'anno 753 e la vicenda rievoca, attraverso il racconto della loro rocambolesca fuga, i prodromi della vicenda che portò alla fondazione di Roma, il 21 del mese di aprile cementificando l'unione di un serie di tribù schiavizzate dagli albesi che scelsero il loro re in Romolo. Che uccise sì Remo, come profetizzato da Sitnei: dei due sarebbe rimasto uno, ma che a Remo doveva la vita, non solo per averlo amorevolmente assistito quando era rimasto ferito dagli albesi, ma soprattutto difeso dai compagni di fuga che avrebbero voluto sacrificarlo e che lo consideravano un peso morto; a differenza di Romolo, però, Remo non era timoroso degli dei e, anzi, rivendicava una società che ne fosse priva e lo considerasse il suo re, ossia lui stesso, come una sorte di divinità, e quindi non esitò a sfidare le profezie della vestale. Sappiamo come andò a finire, almeno secondo la leggenda. Ebbene: la pellicola è avvincente, un vero film d'avventura e d'azione, che ci riporta di peso e ci immerge in un contesto che viene reso con grande verosimiglianza, e molto lo si deve alla superba fotografia e ai giochi di luce, completamente naturali, creati da Daniele Ciprì ma anche alla credibilità degli interpreti e alle loro espressioni; ad accrescere l'atmosfera avvolta da un'aurea di magìa e di superstizione il parlato in proto latino, di cui si riesce a cogliere più di un'eco nell'italiano odierno, anche se ovviamente non si capirebbe nulla se il film non fosse sottotitolato. Una bella sorpresa, felice di essere stato smentito!

giovedì 14 febbraio 2019

The Mule (Il corriere)

"The Mule (Il corriere)" di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishbourne, Michael Peña, Dianne Wiest, Taissa Farmiga, Andy García, Alison Eastwood e altri. USA 2018 ★★★★★
Sarebbe ora che gli USA facessero scolpire il volto, unico nella sua espressione rimasta intatta da quando esordì come attore nel 1955, a 25 anni, fino a oggi che veleggia verso i 90, di Clint Eastwood sulle pareti del monte Rushmore, dove campeggiano le effigi dei presidenti americani: ha fatto più lui per rendere il suo Paese meno indigesto in giro per il mondo che tutti i governi USA degli ultimi settanta anni messi insieme; nel senso che ne compendia da solo tutti i lati positivi o, quanto meno, non disprezzabili anche quando non condivisibili. Non so se questo suo ultimo film da regista e da protagonista possa considerarsi il suo lascito testamentario o l'addio alle scene, assimilandolo a Old Man & The Gun di Robert Redford, con cui peraltro ha più di un punto in comune anche per la vicenda (tratta da una storia vera) che racconta, ma con risultati e una profondità del tutto diversi: conoscendo la tenacia dell'uomo, finché conserva la salute e la lucidità mentale testimoniata anche qui, è lecito sperare di no; in caso contrario, l'addio sarà stato degno della sua fama e, al contempo, l'intramontabile Clint ha fornito l'indicazione di un successore all'altezza: Bradley Cooper, che peraltro ha esordito alla regìa con un botto quale A Star Is Born, che ne ha confermato talento e qualità. Earl Stone è un appassionato floricultore, specializzato in emerocallidi (fiori che vivono un solo giorno) con cui la sua famiglia (moglie e figlia, quest'ultima interpretata dalla vera figlia di Clint, Allison), ha rotto da anni perché lui l'ha sempre trascurata cercare il proprio posto nel mondo attraverso il suo lavoro e quel che lo circonda: esposizioni, fiere, feste, riunioni, e tanta, tanta strada attraverso quasi tutti gli Stati della Federazione, senza mai prendere una sola multa in oltre mezzo secolo di attività, a partire dalla Guerra di Corea, di cui è un veterano. Quando la sua attività fallisce, perché messa in crisi dall'arrivo di internet, attraverso cui avvengono ormai quasi tutti gli ordini e le consegne, proprio per le sue caratteristiche di insospettabilità in considerazione dell'età e di affidabilità nella guida, diventa man mano il corriere di fiducia del cartello messicano di Sinaloa, quello che fa le consegne più voluminose nell'Illinois e in particolare nell'area urbana di Chicago, e così trova il denaro necessario per riprendersi la casa pignorata, tenere in piedi l'associazione dei veterani di guerra di cui è socio e soprattutto pagare gli studi a Ginny, la nipote, unica della sua famiglia con cui è rimasto in contatto. A inseguirlo, nel tentativo di stroncare il traffico, un agente speciale della Dea, impersonato da Bradley Cooper. Non voglio svelare nulla, anche se la trama è relativamente prevedibile ed è stata raccontata altrove, comunque il film, girato comunque con maestria, si può leggere su più livelli, a cominciare dal contrasto tra vecchio e giovane, nuovo e antico, vero e posticcio; quel che mi preme dire è che Eastwood, come sempre, non giudica e non si fa intrappolare dall'ovvio e men che mai dal "politicamente corretto": l'amore per la vita, per la libertà e per l'autenticità sono sempre le stesse, quel che conta è l'individuo, che trova sempre il modo di ragionare e mettersi nei panni di un altro, soprattutto rimanendo sé stesso, e l'idea è che non esista un morale unica e predefinita (vedasi l'incontro col boss del cartello, un meraviglioso cameo di Andy García, come tra due esponenti della "vecchia guardia" che si intendono al volo), ma soltanto un'etica individuale e una responsabilità personale, e che si è sempre in tempo a riconoscere e, se possibile, rimediare ai propri errori, di cui comunque un Cavaliere Pallido come quelli a cui ha sempre dato voce e volto Clint è sempre pronto a pagare il conto. Nella sua semplicità, sincerità, onestà profonda quest'uomo, prima ancora che come artista, mi è sempre piaciuto; non so chi l'abbia detto o scritto ma condivido: quando se ne andrà, e mi auguro il più tardi possibile, ci mancherà tantissimo e lo rimpiangeremo. Io, per stima e per gratitudine, per quel poco che conta, gli riconosco il massimo dei mei voti; non perché sia il suo film più bello ma perché li riassume tutti. Musica compresa, che è sempre ad alto livello. Perché Clint Eastwood è un uomo in blues, in tutto e per tutto, nero nell'anima.

martedì 12 febbraio 2019

La tempesta


"La tempesta" di William Shakespeare. Uno spettacolo per attore, fantocci, figure animate e musica di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Parole e voci di Ferdinando Bruni; servi dell'isola Filippo Renda e Saverio Assumma. Musica, suoni e rumori di Mauro Ermanno Giovanardi, Fabio Barovero, Gionata Bettini; sculture di scena Giovanni De Francesco; luci Nando Frigerio; fonico Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 24 febbraio 2019
Felicissima la scelta di riproporre, a 14 anni di distanza dal suo debutto, il magnifico e originalissimo adattamento che Francesco Frongia e Ferdinando Bruni hanno ideato dell'ultima e tra le più rappresentate opere di Shakespeare, col primo alla regìa e il secondo quanto mai mattatore, a dare la voce a tutti i personaggi del celebre dramma, marionette di cui manovra i fili facendole interagire, pur mantenendo il ruolo di voce narrante che è quella di Prospero, Duca di Milano ed esperto in arti magiche, spodestato dal fratello Antonio e abbandonato assieme alla figlioletta Miranda su un'isola in cui vive in esilio. E' sulla spiaggia di questa che entra in scena Bruni, agghindato come un imbonitore da fiera, spingendo un carretto, a simboleggiare una nave, e dai bellissimi e inquietanti pupi opera di Giovanni De Francesco, cha anima con l'aiuto di due servi di scena, e impersonando Prospero invoca una tempesta che faccia naufragare sull'isola fatata, popolata anche dallo spiritello Ariel e dal mostro Calibano, il fratello cospiratore Antonio e tutti coloro che lo avevano aiutato a usurparne il ruolo, tra cui il re di Napoli Alfonso e suo figlio Ferdinando. Sono gli accadimenti successivi all'incantesimo, animato dal sentimenti di vendetta e che sfocia successivamente in un perdono generalizzato dopo aver fatto una disamina sulle contraddittorie pulsioni che muovono l'animo umano (compreso il proprio) che Prospero racconta alla figlia Miranda, ormai diventata giovinetta in età di marito e dopo che sarà scoppiato l'amore tra lei e Ferdinando, a suggellare la riconciliazione e l'ormai inutile ricorso alla magia. Lo spettacolo si conferma di una suggestione unica, capace com'è di evocare, attraverso l'espediente della magia, un altrove che è sia fisico sia mentale, un fuori da sé che è un oltre, una dimensione diversa, e che viene reso dalla potenza evocativa del gioco di luci e di suoni, nella quale si inserisce la talentuosa versatilità vocale di cui Bruni aveva già dato prova in un one man show come Una serie di stravaganti vicende incentrato sulla figura di Edgar Allan Poe, sempre messo in scena all'Elfo nella penultima stagione, ma non solo di esercizio di virtuosismo si tratta, ma anche e soprattutto di capacità di lettura dell'opera, ricavandone le suggestioni essenziali, e che si evidenzia nella scelta di rappresentarla, attraverso il teatro dei pupi, nella maniera più semplice, immediata e comprensibile, in modo che il messaggio di Shakespeare sulla natura dell'anima umana arrivi immediatamente a chiunque, il tutto in 75' di rara intensità e coinvolgimento. Del resto, se il teatro è magìa, quale testo meglio de La tempesta a darle corpo?

martedì 5 febbraio 2019

Green Book

"Green Book" di Peter Farrelly. Con Viggo Mortensen, Mahershala Alì, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, Dimeter D. Marinov, P.J. Byrne e altri. USA 2018 ★★★★★
Ammetto che, per la sola presenza di Viggo Mortensen, da me soprannominato "Rigor",  nella parte principale, ero piuttosto prevenuto nei confronti di questo film; poi, incoraggiato da un'amica di cui cinematograficamente mi fido e in considerazione del fatto che l'autore sia il genio che ha girato, col fratello Bobby, Scemo più scemo e Tutti pazzi per Mary, insomma una garanzia, sono andato a vederlo, per di più in lingua originale, ed era da tempo che non mi divertivo così tanto vedendo una pellicola che è Vero Cinema, spettacolo allo stato puro. Commedia con quel tocco di demenziale e beffardo che è il marchio di fabbrica Farrelly, racconta la storia vera dell'amicizia nata tra il musicista nero Don Shirley e Tony Vallelonga (diventato in seguito attore con Cimino, Coppola, Scorsese e famoso per una parte da boss nei Sopranos) nel 1962, quando quest'ultimo, che faceva il buttafuori al Copacabana, un famoso locale di New York dove si esibivano le stelle di allora, tra cui Sinatra e Bennett, lo accompagnò, quando il locale venne chiuso per un periodo per motivi di ordine pubblico fatti passare per lavori di ristrutturazioine, per una tournée di due mesi negli stati del Sud come autista e, poi, tuttofare e, di fatto, road manager. Quando si dice che gli opposti si attraggono, dando vita a una di quelle strane coppie che sono state spesso il sale del cinema USA al suo meglio e hanno fatto la sua storia: Viggo Mortensen, che qui ha sacrificato il suo fisico scultoreo e di cui torna buona l'espressione spesso pietrificata e un po' stranita, dà vita a un italoamericano con un marcato accento del Bronx, sposato con figlia e con chiassosa parentela che viene dipinta volgendo al positivo, per una volta, i luoghi comuni; incolto, volgare, che si nutre esclusivamente di spaghetti, pizza e fast food, preferibilmente con le mani ma pieno di quel buon senso che affina chi è cresciuto sulla strada in un quartiere difficile, con i suoi bravi pregiudizi razzisti ma, tutto sommato, un cuore d'oro, mentre Mahershala Alì impersona il talentuoso pianista classico afroamericano Doc Shirley (bambino prodigio d'origina giamaicana, da qui la pronuncia oxfordiana, più che semplicemente british: aveva perfino studiato al conservatorio di San Pietroburgo pochi anni prima della Rivoluzione), uomo di cultura vastissima, estremamente raffinato, che parlava cinque lingue, plurilaureato, e che viveva in un lussuoso appartamento sopra la Carnegie Hall. E' la casa discografica a ingaggiare Tony, selezionato però da Doc in seguito a un colloquio telefonico con sua moglie, che gli affida il musicista, che intende convertire dal classico, che con un nero non funziona, a una musica più popolare, venata di jazz di facile ascolto, assieme al Green Book,
che era una guida, davvero esistita, per automobilisti e turisti di colore che indicava motel, locali e, talvolta strade "riservate" ai neri.  Va da sé che durante il viaggio i due, che incontreranno crescenti difficoltà più si spostano verso il Sud e la regione del Delta, impareranno a conoscersi, e interagire, apprezzarsi: il come lo vedrete se seguirete il mio consiglio di correre a vedere questo film, che oltre a essere concepito, ambientato, raccontato, interpretato come meglio non si potrebbe e, come se non bastasse, sostenuto da una colonna sonora strepitosa, è divertente, dissacrante, intelligente, affrontando pregiudizi tutt'ora esistenti a tutti i livelli ma senza negarli e nasconderli dietro all'ormai insopportabile barriera censoria e stucchevolmente conformista del politicamente corretto (che altro non è che una forma di razzismo perbenista) che domina qualsiasi discussione sulla differenza di colore della pelle, etnia, cultura, sessualità. Da non perdere.

sabato 2 febbraio 2019

L'uomo dal cuore di ferro

"L'uomo dal cuore di ferro" (The Man with the Iron Heart) di Cédric Jimenez. Con Jason Clarke, Rosamund Pike, Mia Wasikowska, Jack O'Connell (II), Jack Renoir e altri. Francia, USA, GB, Belgio 2017 ★★½
Uscito nelle sale italiane in concomitanza col Giorno della memoria, che cadeva il 27 gennaio, questo film, che risale a due anni fa, per quanto meritorio, perché ricostruisce sia la vita e la carriera di Reinhard Heydrich, un personaggio cruciale nella pianificazione di quella che lui stesso aveva definito la Soluzione Finale del Problema Ebraico, sia della formazione di partigiani cecoslovacchi che riuscì ad eliminarlo, non per questo può dirsi del tutto riuscito: suddividendosi in due filoni di racconto, a cui se ne aggiunge in terzo che, però, per durata, è pari ai due di cui sopra, e che riguarda l'attentato per le cui conseguenze morì a Praga nella tarda primavera del 1942, il gerarca nazista più alto in grado che rimase ucciso durante il secondo conflitto mondiale, risultando spezzettato e disomogeneo nonché schematico, e con ritmi e modi a mio avvisto eccessivamente televisivi e con cadute nel melodramma abbastanza incongrue con la storia. Figlio di musicisti e cacciato dalla Marina, di cui era un promettente ufficiale, per comportamento indegno (aveva avuto una relazione con la figlia di un superiore rifiutandosi poi di sposarla e preferendo la donna, Lina von Osten, che l'avrebbe introdotto all'ideologia nazionalsocialista), conquistò la fiducia di Himmler per conto del quale costruì la rete di controspionaggio all'interno delle SS, fino a diventare, nel 1941, governatore del protettorato di Boemia e Moravia, acquistando definitivamente la meritata fama di Macellaio di Praga, altrimenti detto la Bestia Bionda. Di aspetto glaciale (la truce e respingente espressione di Jason Clarke lo rende molto bene, così come risulta convincente Rosamund Pike nella parte della aristocratica moglie alla fine delusa dalla indifferenza e totale anaffettività del marito; decisamente meno efficaci gli altri interpreti), spietato, violento e infinitamente arrogante ma anche estremamente meticoloso ed efficiente, la sua ascesa viene raccontata  nei tratti salienti, così come la preparazione del commando partigiano composto, oltre che da Adolf Opálka, dal ceco Jan Kubiš e dallo slovacco Josef Gabčik, che si erano addestrati in Inghilterra e vennero paracadutati in Boemia nell'inverno precedente e infiltrati a Praga col compito di accopparlo (anche a rischio, come inevitabilmente fu, di scatenare la ritorsione da parte nazista, che per rappresaglia, nel villaggio di Lidice, a 25 chilometri dalla capitale uccisero, a gruppi di 10, 192 maschi di età superiore ai 16 anni). Dopo l'attentato, parzialmente fallito perché uno Sten si inceppò e Heydrich, pur ferito da una granata, rispose immediatamente al fuoco inseguendo gli attentatori, questi ultimi si rifugiarono in una chiesa dove vennero successivamente stanati pur scatenando una feroce sparatoria in seguito alla quale preferirono suicidarsi piuttosto che cadere in mano ai nazisti. Insomma, storia interessante, che si ispira al romanzo HHhH di Laurent Binet, Premio Goncourt per il 2012, mentre il titolo del film deriva dalla definizione che Hitler in persona diede di Heydrich, ma si poteva fare, cinematograficamente, qualcosa di più e di meglio.