sabato 21 gennaio 2012

Attorno a Mandalay, scuole per poveri e acque purificate


Scorcio del complesso monastico-scolastico Pahung daw Oo

MANDALAY - Il pezzo forte di Mandalay sono i suoi magnifici dintorni, alla cui perlustrazione mi sono dedicato a fondo durante i sei giorni che ho trascorso qui. L’ho fatto a bordo della moto di Zawzaw (pronunciato all’inglese Sawsaw), guida preziosa e, in questi giorni, amico sincero. La città, sul corso dell’Ayeyarwadhi, si trova non solo al centro del Paese, di cui è crocevia, ma di una pianura vasta e fertile quanto quella Padana il cui panorama piatto, come quest’ultima viene ogni tanto interrotto da paesaggi collinari o anche montagnosi sullo sfondo. Lungo il corso del fiume si trovano le aree in cui sorgevano altre ex capitali birmane: Sagaing, cui si giunge attraverso un ardito ponte inaugurato nel 2005 che ha rilevato la funzione di quello costruito dagli inglesi negli anni Trenta del secolo scorso, una pletora di pagode che punteggiano a centinaia le colline circostanti, ben visibili per via delle cupole dorate; Amarapura, la più vicina a Mandalay e sulla stessa sponda del fiume, famosa per il Maha Ganayon Kyaung, prestigioso centro di studi monastiche ospita fino a 6000 giovani bonzi, noto per la sua rigida disciplina, e per l’U Bein’s Bridge, una cartolina della Birmania conosciuta in tutto il mondo (campeggia sulla copertina della Lonely Planet): il ponte di tek vecchio di due secoli lungo 1,2 chilometri e che collega le due sponde del lago Taungthaman; Inwa, che fu capitale per 400 anni, più delle sue rivali, e oggi è un’area rurale con ruderi pagode diroccate e perfino un forte sul fiume, ultimo di un sistema di tre congegnato da un ingegnere italiano a metà dell’Ottocento come ultimo sistema di difesa contro gli inglesi. Inwa è anche una sorta di trappola per turisti: isolata com’è da fiumi e canali, a meno di non venirci in moto con uno che conosce la strada si rimane vittima di un accordo di cartello fra i traghettatori da una sponda all’altra dell’Ayeyarwadhi e i barrocciai locali che  scarrozzano i turisti tra i siti lungo un percorso che impiega dalle tre alle quattro ore. Altro e più fastidioso trappolone è Mingun, a un’ora di distanza, verso cui parte un solo traghetto ufficiale al giorno, alle 9 del mattino per tornare alle 14, prezzo 5 dollari (l’affitto di barche private è improponibile a meno di essere un gruppo nutrito, e per andarci in moto si impiegherebbero 5 ore tra andata e ritorno), dove le attrazioni sono la seconda campana più grande del mondo (la prima si trova in Russia) e la Mingun Paya, quella che sarebbe stata la più grande pagoda del mondo (per la serie “caccia ai record”), se il re Bodawpaya non fosse morto prima che fosse portata a termine, nel 1819: dalla sua cima pianeggiante pare che si goda una magnifica vista del fiume: non posso confermarlo perché mi sono rifiutato di scucire altri tre dollari la governo per salirvi in cima. Qui ho trovato le gente più sgradevole da quando sono in Birmania, scostante e petulante insieme oltre che avida, del cibo immangiabile e perfino dei monaci stronzi. Un'eccezione alla regola, come conferma la mia istruttiva visita di ieri alla “Phaung Daw Oo”, ovvero la “Intergated Monastic Education High School” che si trova nel quartiere di Nanshe, nella parte NordEst di Mandalay. Si tratta di una scuola, fondata nel 1994 da due monaci, U Nayaka e U Zawtika B.Se, che accoglie qualcosa come oltre settemila allievi, femmine e maschi, provenienti da famiglie disagiate o problematiche, urbane e rurali, che hanno abbandonato la scuola quasi sempre per l’impossibilità economica di mantenerli agli studi, totalmente gratuita, autosufficiente e i cui corsi, di istruzione primaria e secondaria, sono riconosciuti dallo Stato. 900 sono al momento i ragazzi che usufruiscono dell’internato, 50 sono alloggiati nell’orfanotrofio, oltre a un centinaio di profughi del catastrofico ciclone “Nargis” che il 3 maggio del 2008 si è abbattuto sul Myanmar mietendo almeno 140 mila vittime, secondo le prudenti stime ONU e ASEAN, 300 mila secondo altre più realistiche. Da notare che vengono accolti ragazzi senza distinzioni etniche, e questo in un Paese dove gli scontri fra le minoranze e le forze governative, appartenenti in prevalenza alla maggioranza “bamar” (birmana) sono all’ordine del giorno e intere aree sono isolate e considerate zone di guerra (e pertanto non raggiungibili dai viaggiatori stranieri) e che l’educazione non si basa su alcuna religione. Quasi 200 sono gli insegnanti, regolarmente stipendiati (ne ho visti alcuni stranieri, per lezioni in lingua madre), è sostenuta dall’UNICEF e si basa su donazioni. Generose quelle di Germania, Francia e Svizzera, che hanno fornito la scuola di dormitori, laboratori (oltre che di falegnameria e tessitura anche di informatica, con decine di computer) oltre ad ambulatori che sono aperti anche per gli abitanti indigenti della zona (ieri era il turni dei dentisti, un altro giorno quello degli oculisti, e così via). L’Italia è splendidamente assente, tanto per cambiare: alla cooperazione allo sviluppo da sempre è assegnata una cifra ridicola, molto inferiore a quella a cui i vari governi si sono impegnati a mettere a disposizione nei trattati internazionali, e buona parte della quale è assorbita nel mantenimento di una burocrazia idiota che non sa nemmeno dove si trovi il Myanmar, nel sovvenzionamento di ONG “amiche” e il resto di fatto, in una forma di surrettizio sostegno all’esportazione (cosiddetto “aiuto legato”). Al termine della visita, avvenuta con l’accompagnamento di due allievi (uno dei quali, avendo appena visto il film “Romeo e Giulietta”, mi ha posto il quesito non banale del perché Shakespeare, che era inglese, abbia ambientato la vicenda proprio a Verona), sono stato gradevolmente intrattenuto  dal corresponsabile e fratello del fondatore, anch’esso monaco e puottosto avanti con l’età, e il discorso è planato sulle elezioni generali che, a quanto è dato sapere, dovrebbero tenersi in aprile. Secondo il monaco le cose stanno muovendosi e comunque cambieranno: se il momento sarà fra tre mesi, questo rimane un punto di domanda. Un’esperienza, la visita di cquesto complesso scolastico, che da sola vale più di un cantinaio di pur splendide pagodel. Per chi volesse saperne di più, ed eventualmente dare un contributo l’indirizzo è www.phaungdawoo.org. E a proposito di pagode e monasteri, non poteva mancare, già verso le colline a Nord della città, quello in cui un monaco, nell'estate del 1998, sognò il Buddha che gli disse di perforare il terreno in un punto ben preciso del complesso e che lì avrebbe trovato dell’acqua pura. Si procedette e il 3 luglio dello stesso anno, in effetti, a 117 piedi di profondità, poco meno di 40 metri, sgorgava l’acqua, costantemente fresca e purificata naturalmente come quella che viene stillata dalle pietre, come avrebbero confermato le analisi, effettuate a Singapore (dove è stata adottata dall’ospedale statale) e negli USA e qualificata come minerale con effetti curativi. Dicono che migliori il QI: che non devono aver stimato molto alto se i monaci me ne hanno prontamente omaggiato due bottiglie, e che Zawzaw (non io) si è ricordato che avevo nello zainetto quando, salendo su una collina da cui sembrava scendere una teoria di 500 monaci in terracotta, mi aveva visto pressoché disidratato. 
I "550 monaci"

venerdì 20 gennaio 2012

Roberto Baggio e il linguaggio universale del pallone

MANDALAY - Dotato dalla natura della scienza infusa del calcio, Roberto Baggio, classe 1967, è stato sui campi di gioco un “illuminato”. Giocatore che aveva col pallone un rapporto di dialettica hegeliana accompagnata  a una fantasia picassiana e a un senso geometrico pitagorico, è stato il calciatore buddhista più famoso al mondo, uno dei più amati in assoluto. Perfino in Italia, patria dei mille campanili, con qualsiasi maglia giocasse: dopo quella biancorossa dei “lanieri” della natìa Vicenza, quella che gli stava meglio, anche esteticamente, era quella viola della Fiorentina; poi quella azzurra della nazionale, che condusse praticamente da solo alla soglia della vittoria del Mondiale di USA 1994, che le fu negata, vedi gli scherzi del destino, proprio per un calcio di rigore decisivo sbagliato in maniera incredibile proprio da lui, il “Divin Codino”. Mi piace però ricordare che il suo cuore è sempre stato nerazzurro. A lui si attagliava alla perfezione dal definizione di uno capace di “pensare con i piedi”, oltre che con la testa (cosa non scontata, questa, perché bisogna averci un cervello dentro e farlo funzionare) e può sembrare un paradosso che la sua fama sia dovuta a ciò che sapeva inventare con la parte meno nobile del corpo umano, nella visione buddhista. Qui in Birmania, Paese che buddhista lo è profondamente, è ancora oggi nella memoria di tutti, a quasi otto anni dal suo ritiro, una via di mezzo tra un “nat” (spirito) e un guru e la sua fama oscura perfino quella di Maradona. E i birmani di pallone se ne intendono: seguono quello internazionale con passione, sono informatissimi su tutti i tornei nazionali e le competizioni di coppa europei, ne vedono in diretta le partite più importanti delle “beer station” e nelle “tea house” coi televisori sintonizzati sui canali satellitari sportivi; entra in tutti i discorsi con gli stranieri (di sesso maschile e non USA), un ottimo veicolo di comunicazione, un minimo comun denominatore utile a farci rendere conto di quanto simili, nelle nostre pulsioni primarie, a tutte le latitudini, e sempre capaci di tornare bambini quando c’è da correre dietro a una palla da prendere a pedate. E non è un caso che gli statunitensi, salvo rare eccezioni, questo linguaggio non lo sappiano parlare e non lo capiscano: infatti faticano a comprendere ciò che è fuori dai loro confini, che sono in realtà molto limitati. Che il calcio sia un linguaggio universale lo sanno anche i giovani monaci che due giorni fa in un monastero ai piedi della Sagaing Hill, a una ventina di chilometri da Mandalay, sull’altra sponda dell’Ayeyarwady, ho visto togliersi le tonache, appenderle a un cancello, agghindarsi con ciò che rimaneva arrivare a condividere lo stesso paio di scarpe, quella destra a uno e quella sinistra all’altro, e darci dentro con un entusiasmo incontenibile: ho fatto in tempo a salire in cima alla collina, visitare tutte le pagode sul percorso, ammirare lo splendido panorama delle migliaia di stupa disseminati sulle colline circostanti e, sullo sfondo, il corso maestoso e placido dell’Ayeyarwady, imponente anche in questo periodo di “secca”.  Grazie Robi, dunque, per aver insegnato calcio su tutti i campi del mondo: scene come queste sono il migliore omaggio alle magie che hai saputo regalarci.

mercoledì 18 gennaio 2012

Big Brother


MANDALAY - Non  si viene a Mandalay per la città in sé ma per i suoi dintorni, per raggiungere  i quali è la base di partenza obbligata. Viaggiando da solo il mototaxi è la soluzione ideale, e Soso il mio chaperon: l’ho conosciuto in una tea house il pomeriggio di domenica, giorno del mio arrivo, e lo spunto era stata una chiacchierata sulla “cinesizzazione” della città di cui parlavo nel post precedente. Non si è proposto lui: sono stato io a chiedergli se sarebbe stato disposto a fare servizio anche fuori città. Questo per spiegare quanto la gente di qua sia solitamente poco invadente e pressante. Affare fatto, e da allora è la mia guida di fiducia. Molto valide e informata. Ha subito capito le mie preferenze, e mi propone sempre delle alternative ai luoghi frequentati dai turisti intruppati nei viaggi di gruppo (quelli che per pigrizia mentale non si fanno problemi a riempire le tasche di chi  governa questo Paese da qualcosa come 50 anni) e anche per le visite “obbligate” trova il modo di non farmi pagare l’assurdo biglietto cumulativo per i “Siti archeologici dell’area Mandalay”, dieci dollari in valuta che vanno a rimpinguare le casse governative e di cui non un solo cent si tramuta in finanziamenti per restauri conservativi e attività di scavo; non ci pagano neanche il personale, che infatti di regola non chiede il biglietto all’interno delle pagode: il trucco sta nel fatto di passare dalle entrate secondarie, e Soso sa alla perfezione quali sono. Altro esempio: esistono in città due monasteri di legno, della stessa epoca (150 anni fa) e pressoché identici. I turisti vengono convogliati in quello che rientra nel circuito dei “Siti archeologici governativi”, mentre i clienti di Soso e della maggior parte dei suoi colleghi vengono portati in quell’altro, dove ieri, in perfetta solitudine e in un’atmosfera idilliaca, ho assistito alle attività mattutine dei monaci, oggi alloggiati in bungalow attorno a quel prodigio di intarsi in tek dei loro predecessori che è stato abbandonato per prudenza, ma che viene accuratamente accudito con oli impregnati che ribollono in calderoni, tinteggiature costanti e attenzioni di ogni genere. Per conto mio, invece, ho deciso di andare a vedere la “Snake Pagoda” a Paleik, dove alle 11 vengono lavati e nutriti i pitoni da cui deriva il nome, piuttosto che il  monastero di Aramapura dove folle (relative) di turisti maleducati vanno a sbattere in faccia ai monaci foto e videocamere mentre fanno la fila per ricevere il loro cibo quotidiano e le regalie (spazzolini da denti, paste dentifricie, saponi) prima di entrare in refettorio (ai donatori è concesso il "privilegio" di porgerli ai monaci di persona, per cui parenti e amici si improvvisano distributori di vivande e di “beni di conforto”). Narra la leggenda che un uomo sognò che tre serpenti si fossero accoccolati attorno alla statua del Buddha e che lì sarebbe dovuta sorgere una pagoda: al risveglio davvero tre pitoni erano lì a tenere placidamente compagnia all’Illuminato, e la “paya” venne effettivamente costruita, ed è una delle più vecchie dell’area, oltre che popolari tra la gente del luogo: di stranieri oltre a me c’era solo una coppia di tedeschi. Peccato che quest’anno (e da alcuni anni) in questo periodo la temperatura sia un po’ più fresca del solito, circostanza che rallenta il metabolismo dei rettili, animali a sangue freddo, in più sono in fase di muta, per cui niente bagnetto nella vasca appositamente agghindata con erbe profumate; infine, uno dei tre pitoni è ammalato, però lo spettacolo si è tenuto stato lo stesso. Alle 11 precise, accompagnate dal suono del gong, i due pitoni, alquanto intorpiditi, arrotolati uno a destra e l’altro alla sinistra della statua del Buddha, vengono presi in consegna da due anziani addetti che li trattano come dei nipotini (sono dei rispettabili bestioni di quattro metri di lunghezza) che, aiutati da alcuni volontari (tra cui io, che ho una predilezione per i pitoni), li “srotolano” per portarli all’esterno attorno a una strana torre dell’orologio in stile inglese, in pieno sole. Lì i due serpenti, alla maniera delle batterie solari, prendono energia e vita, cominciano a muoversi, vengono accarezzati dagli astanti, presi in braccio, si scattano foto per immortalare i coraggiosi, spesso bambini, che sono quelli che ne hanno meno paura (il pitone ha una forza formidabile ma non è aggressivo). Li si lascia “ricaricare” per un po’ e alla fine, senza pranzo (rinviato alla sera: un pastone a base di uova e latte, alimenti per cui qualsiasi serpente va pazzo), li si ritrasporta all’interno e, lasciati alla base della statua del Buddha (in candido marmo levigato, mi pare), vanno a ritrovare la loro postazione preferita. Appena fuori della pagoda c’è una serie di “tea house”, ossia una serie di baracchini di bambù dove un iniziale tè (con latte, dolce, delizioso, tipo quello indiano) è diventato un pasto a base di  “mounti” (ogni riferimento all’attuale premier per caso è, per l’appunto, casuale), tagliolini di riso freddi con verdure e anacardi, seguito da una insalata locale: foglie di diverse piante, tra cui tè, pressate e condite con olio e altri ingredienti croccanti, che fanno pensare a dei piccoli crostini, questa omaggio della cuoca lusingata dalla velocità e accuratezza con cui ho ripulito il piatto precedente; come dessert un frutto chiamato “squat apple”, mai visto prima, una piccola mela rugosa fatta a scaglie, con un interno cremoso e dolcissimo, anche se pieno di semi. Sono stati i proprietari della “tea house” a propiziare l’incontro che avrebbe coronato la giornata ma che mi farà rimanere comunque impresso questo viaggio: visto che con Soso stavamo andando alla ricerca di siti abbandonati e in taluni casi diroccati, ci hanno segnalato una pagoda che non si trovava esattamente nelle vicinanze e che nemmeno il mio conducente conosceva: la Mat Kayar. E siamo partiti alla ricerca. A oltre un’ora da Mandalay, per strade sterrate, passando per villaggi rurali, chiedendo informazioni a ogni incrocio, ci siamo arrivati. Un monastero semplice, rurale: qualche bungalow, una costruzione più grande, con un paio di tavoli all’esterno, poteva sembrare un’osteria di paese, a uno dei quali sedevano due monaci, uno più anziano e quasi imponente, l’altro più giovane, ma almeno sulla trentina. Ci si fa accomodare, immediatamente ci viene servito del tè, e senza alcuna richiesta dell’anguria tagliata a pezzettini, poi un’altra porzione, delle arachidi, di nuovo dell’insalata ma di sole foglie di tè, giusto per piluccare e chiacchierare. Sono affascinato dall’uomo che ho davanti, dal suo sorriso sincero, forte; dal suo sguardo forte e dolce al contempo, dal portamento, dai lineamenti nobili, dalla risata aperta, dalla voce profonda. Quest’uomo emana carisma, non un’aura di santità: di umanità. Percepisco che è un capo. Lui probabilmente, per un qualche motivo, prova una simpatia immediata per me: si comunica attraverso Soso, che gli dice che vengo dall’Italia. Si accenna a Roberto Baggio, buddhista dichiarato, amato da queste parti  tranne che dal governo, ma lo capisco anche senza interprete, e lui capisce me,  dal tono di voce e dallo scambio di sguardi, dall’unisono delle risate, dalla mimica. Alla nostra età, mi fa capire a gesti, i capelli diventano bianchi e cadono, i denti si guastano, gli occhi  smettono di vedere però la mente è lucida. Mi chiede quanti anni ho: 57 a maggio, gli dico. 62, mi fa lui. Eravamo tre fratelli, il più giovane ha la tua età. E allora tu sei il mio “Big Brother”, gli rispondo. E voglio una foto con te. Concessa, sempre che io ne faccia una con lui dopo aver visitato il sito (per quello eravamo venuti) di pagode fatiscenti, rinvenute sotto terra e arbusto come all’Angkor Wat in Cambogia, e ora riparate soltanto attraverso le donazioni di privati, nessun contributo pubblico, in più il bonzo è responsabile del piccolo monastero locale (oltre a insegnare in quello più grande, ad Aramapura), per ora solo sette monaci, ma si farà. Tra una foto e l’altra, una visita del sito, con una trentina di stupa di diversa epoche, immersi in un panorama meraviglioso, le colline del vicino Shan sullo sfondo, nel mezzo di una campagna fertile e coltivata fino all’ultimo ettaro, in uno spazio curato, pieno di fiori, perfino con una sorta di tunnel in mezzo a delle bougainvillee rosa e rosso sangue. E un’emozione profonda, ma serena, me l’ha data il girovagare nell’area attorno al monastero, un villaggio rurale dove fervevano le attività quotidiane; semplici case di bambù, qualche volta rinforzate da elementi in legno o muratura; aie piene di animali e con la gente dedita ad attività, e con strumenti, che da noi vengono nel migliore dei casi ricordate nei musei dedicati alla civiltà contadina. Povertà: può chiamarsi tale? Comunque non indigenza. In campagna si sopravvive. Ma nelle vicinanze di luoghi dove sono presenti monaci come Big Brother si percepisce un’aura diversa. Qui c’è un’autorità, che parla alla gente perché vive tra la gente e ha gli strumenti per farsene interprete. E’ quest’autorità morale che può parlare a nome di tutti. 

lunedì 16 gennaio 2012

A Mandalay la Cina è vicina


MANDALAY – Mandalay, pronunciata, all’inglese, “Mandalee”, è la seconda città del Myanmar e capitale della “Division”, o regione, che ne è il cuore. Città fondata solo nel 1857 da Mindon Min, penultimo sovrano del regno birmano, ne fu la capitale fino alla definitiva conquista da parte degli inglesi nel 1885, dopo essere stata trasferita qui da Amapura nel 1861. Abitudine, quella di spostare la capitale da un posto all’altro di quest’area attraversata dall’imponente e placido Irrawaddy, l’arteria pulsante del Paese, a maggior gloria al sovrano di turno: Amapura, Inwa, Sagaing, Shwebo ne sono degli esempi. Un milione di abitanti, moderna, vibante, l’influenza cinese si coglie a prima vista, e le differenze con Yangon saltano all’occhio: maggiore ricchezza, che si nota immediatamente dal parco macchine più aggiornato, dai negozi e magazzini e dalla quasi inesistente attività commerciale da strada; marciapiedi e manto stradale in condizioni più che accettabili; l’invasione di motorini  e conducenti che non rispettano mai le strisce pedonali e suonano sempre il clacson (ma mai ossessivamente come in India); orrida architettura sino-comunista, di cui risparmio la documentazione fotografica a chi legge, che vede le sue vette nella faraonica e pletorica stazione ferroviaria e nello zeygo, i due palazzoni che ospitano il mercato centrale che è stato trasferito qui dopo che nel 1990 fu smantellato, con grande sconcerto della popolazione, quello “storico”, progettato dall’italiano Calvari (che fu anche primo segretario del Comune di Mandalay): la pianta ortogonale e gli ampi viali, che ricordano da vicino le città argentine; l'esistenza di targhette sulle vie e di indicazioni stradali decifrabili; la minore presenza sia di “beer stations”, sia di cani e di gatti (che vengano requisiti, soprattutto i primi, a scopo gastronomico, secondo i gusti alimentari cinesi?). Il boom economico si è verificato con la riapertura della Burma Road che via Lashio, capitale dello Stato Shan, porta in Cina, negli anni Novanta, alimentato dai proventi dei lucrosi traffici di pietre preziose ed eroina, e ha “messo il turbo” con la progressiva liberalizzazione del commercio col potente vicino, ottimo cliente tra l’altro per il petrolio e il gas birmano, e che si presenta qui con progetti chiavi in mano per la costruzione di infrastrutture: lo si nota dalla quantità di alberghi cinesi in città ma anche dal recente completamento a tambur battente dell’autostrada tra Yangon e Mandalay (messa in cantiere forse perché passa dalla nuova capitale Nay Pyi Taw, anch’essa edificata dai cinesi) che consente il dimezzamento di tempi di percorrenza (il bus, partito alle 8 di sabato sera da Yangon, è giunto a Mandalay alle 4 del mattino di ieri, con quattro ore di anticipo su ciò che riportavano le edizioni più aggiornate delle guide). Dell’”invasione cinese” e dei timori che suscita, ho parlato con più di una persona, tra cui Soso, il mototaxista che è già diventato la mia guida sipirituale di Mandalay, che ho conosciuto in una “tea house” all’aperto davanti a una scodella di mohinga, la deliziosa zuppa di pesce e noodles che può considerarsi il piatto nazionale. Uno degli aspetti più belli di questo Paese è la facilità con cui si entra in contatto con la gente del posto, che nella maggior parte possiede una sufficiente infarinatura della lingua inglese (uno dei rari lasciti positivi del colonialismo britannico), e che per natura ama chiacchierare, in particolar modo scambiare idee e impressioni con chi viene da lontano, curiosa com’è di sapere come vanno le cose dalle altre parti. Aspetto che viene confermato dalla fame di notizie: con una buona istruzione di base garantita per tutti (che si ferma però al primo livello, verso i 12 anni: poi diviene privata e più costosa), l’analfabetismo è pressoché debellato da tempo, e appena possibile tutti si gettano su giornali, riviste, manuali e libri (che spesso consistono soltanto in fotocopie): l’editoria da queste parti è sicuramente un settore promettente in vista di una prossima possibile apertura in senso democratico. Il primo approccio con la città si è concluso con la salita alla Mandalay Hill, altura di 230 metri da cui si gode di una vista spettacolosa al tramonto, propiziata da una giornata tersissima,  sulla città, con al centro il Mandalay Palace un’area quadrata circondata da due chilometri di mura e da un fossato ricostruita negli anni Novanta,  le colline dello Shan e il corso dell’Irrawaddy, lungo una scalinata che passa da uno stupa, o zedi (che contiene generalmente una reliquia) a un pahto (più propriamente un santuario: i termini si confondono) fino a un Buddha eretto quasi sulla sommità. Ai prossimi giorni la perlustrazione dei dintorni. 

sabato 14 gennaio 2012

Station to Station


Sulla Circle Line
YANGON – A Yangon esiste una pletora di Railway Stations, che fanno capo a quella faraonica, in stile vittoriano, situata subito a Nord del centro storico, fra la Sule e la Shwedagon Paya, e un numero imprecisato ma tendente all’infinito di Beer Stations. Quasi superfluo ricordare, a chi mi conosce, che al 3° giorno in città abbia già creato un mio circuito preferenziale e personalizzato di queste ultime. Il birromane è un animale estremamente abitudinario: metodico e meticoloso, incline alla ritualità: ha bisogno di sicurezze. Sfatata la leggenda per cui in Birmania la birra venga servita a temperatura ambiente, perché nel frattempo i frigoriferi sono giunti anche qui mentre il ghiaccio era conosciuto già da prima, e che quando viene spillata alla spina è comunque a temperatura adeguata, e una volta stabilito che la “Myanmar”, la casa di gran lunga più diffusa, è più che potabile (in una scala di valori la colloco all’altezza della “Tiger” di Singapore, la birra che gode della distribuzione più capillare in tutta l’Asia, della tailandese “Chang” e appena un gradino sotto la mitica “Lao”, che come suggerisce il nome viene prodotta nel Laos), viene meno il problema della ricerca del luogo di spaccio della marca preferita: l’itinerario, station-to-station, per concludere degnamente la giornata, viene stabilito in base al feeling che si crea tra fruitore, gestore, camerieri e clientela abituale; il che, con l’aggiunta delle variabili date dalla posizione e dall’ambiente, crea quella miscela che, se è quella giusta, fa scoccare la scintilla. Come l’amore, quello vero. Poiché quella di ieri era l’ultima serata nella capitale prima di spostarmi verso Nord, a Mandalay, ho pensato bene di santificare, in un certo qual modo, l’ultimo “giro” birresco facendo in modo di meritarmelo. Come premio per qualcosa che desse un senso compiuto alla giornata. Qualcosa in tema di stations e che pochi viaggiatori stranieri sperimentano dal vivo: l’intero tracciato della Circe Line: quello che, per l’appunto station-to-station, compie la linea ferroviaria ereditata dalla Corona Britannica percorrendo il perimetro esterno alla città, partendo dalla stazione principale e completandovi il circuito. Più che un’avventura (niente di pericoloso: la gente di qui è estremamente civile ed educata, amichevole, ben disposta e mai invadente con lo straniero.), un “viaggio nel viaggio”, che fa prendere un contatto concreto con la realtà del luogo. Viaggio che inizia a un’ora imprecisata: “quando arriva il treno”, e al binario che sarà. Fare il biglietto è un’impresa anche per i locali, perché la burocrazia da queste parti non ha limiti: occorrono montagne di scartoffie, e relativo personale per riempirle, per il rilascio di un semplice tagliando. Fortunatamente adocchio un baracchino su cui campeggia il cartello “Complaints”, e non “Informations”, eppure l’istinto mi suggerisce che è il posto giusto. E ho ragione, perché il responsabile mi prende amabilmente sotto la sua custodia e mi fa oltrepassare una serie di deliranti recinzioni metalliche, attravesare i binari (senza passerella, s’intende: da un marciapiede all’altro) fino a giungere all’ufficio che presiede i binari 5 e 6: lì vengo consegnato agli incaricati del rilascio del biglietto (completato a mano). Dietro esibizione del passaporto, s’intende, e dopo la compilazione dell’apposito, interminabile, modulo. Per uno straniero il costo è un dollaro USA: quando rispondo che non ce l’ho, rimangono dapprima disorientati, poi accettano 1000 kyat, ossia la moneta locale (che al cambio valgono comunque almeno 1,25 dollari). Alla fine sono ferrovieri, gente per definizione e storicamente aperta al mondo e al prossimo, a tutte le latitudini, e quindi solidale e disponibile nei confronti del forestiero, specie se viaggiatore: in un qualsiasi altro ambito della pubblica amministrazione, gli addetti sarebbero stati irremovibili. O dollaro o niente biglietto. Il treno arriverà non si sa quando, in un qualche orario dopo le 13.40, né a quale tra i due binari 5 o 6: infatti farà il suo trionfale ingresso in stazione al n° 3. Mi ci scorterà un altro ferroviere che mi ha preso sotto la sua tutela, guidandomi in una gincana fra un binario e l’altro, un treno in partenza e uno in arrivo: ma niente paura, perché la loro velocità massima, una volta lanciati, è di 20 KM/h. Quello preciso al minuto, sarà il tempo di percorrenza del circuito extracittadino: esattamente tre ore, durante le quali è passato il mondo, fra chi scende e chi sale, chi vende e chi compra, chi si riposa, chi traffica, chi fa il suo lavoro, chi allatta, chi conversa, chi dorme, chi pensa agli affari suoi, chi ti guarda e con cui cominci a scambiare qualche gesto, nel linguaggio universale: un segno d’intesa, uno sbadiglio a indicare noia, sete, stanchezza, oppure complicità curiosità nei confronti di qualcosa che stai condividendo. Dentro il vagone, l’umanità più varia in tutte le sue varianti di età, sfaccettature, attività, condizioni (generalmente modeste), sempre dignitosa. Fuori, oltre il finestrino (privo di vetri, così come le vetture, che risalgono se va bene agli anni Trenta, sono prive di porte, con le panche a liste di legno disposte per il lungo, come nei tram), il panorama perlopiù della miseria, specialmente a ridosso delle decine di stazioni in cui il convoglio rimaneva fermo per meno di un minuto, il tempo necessario per le rapide operazioni di carico e scarico di persone e merci le  più diverse che si effettuano anche quando si rimette in movimento, per quanto è lento. Baracche su baracche, quando va bene di compensato, altrimenti di paglia e cartoni e pallet, per tenerle sollevate dal terreno, attraversate da rigagnoli e canali maleodoranti e inquinati, con l’acqua dai colori più improbabili; qualche volta agglomerati di costruzioni in muratura, qualcuna d’epoca (in qualche rara zona residenziale periferica), perlopiù orridi caseggiati in stile sovietico; una decina almeno di vastissimi compound militari, questi sì dotati di solide e funzionali costruzioni in muratura, nonché di rimesse colme di automezzi nuovi di zecca; in mezzo, chilometri di aperta campagna coltivata, risaie, orti, alcune lagune da pesca. Tre ore in cui mi è parso di fare un viaggio nel tempo, a ritroso, prima ancora che nello spazio. Nella realtà, in carne e ossa, di questo Paese, infelice ma non disperato, paziente ma non remissivo, vessato ma non rassegnato. Oggi ho comunque raggiunto la certezza che anche Yangon è entrata a far parte di quella speciale categoria di citta, quelle "del cuore" per cui andrà in scena, prima della partenza, il rituale della nostalgia preventiva.
Beer Station sulla Mahabandoola Road

venerdì 13 gennaio 2012

Autorità morale e istituzioni

Sule Paya
YANGON – Descrivere le grandi pagode di questa città risulta essere non solo difficile ma anche un esercizio inutile. A tanto dovrebbero bastare le foto, sempre che riesca a postarne qualcuna. Ciò che queste non possono esprimere è l’atmosfera di cui sono intrise e il senso che hanno per la popolazione locale, il modo in cui questa li vive. I birmani sono profondamente pervasi dal pensiero e dall’etica buddista, ed è anche noto che i monaci sono non soltanto l’autorità morale (e all’occorrenza la coscienza civile) ma anche l’unica vera istituzione riconosciuta da tutti nel Paese, ma luoghi come le pagode, che racchiudono una serie che sembra infinita di templi, sono una parte importante della loro esistenza e delle loro giornate; spazi che vivono per ritrovarsi con sé stessi, i propri pensieri, staccarsi dal quotidiano, prendendosi, per così dire, una vacanza. Ma senza dimenticarsene. Ognuno segue i suoi rituali, fa le offerte all’animale che rappresenta il proprio giorno di nascita, a uno spirito o a una reincarnazione del Buddha; oppure fa quel che crede: alcuni si dedicano alla meditazione, altri intonano litanie di gruppo, pranzano, si appisolano, leggono, chiacchierano con un monaco. Questi a loro volta si dedicano alle attività più disparate, compresa quella di attaccare  volentieri bottone coi visitatori stranieri e lasciarsi andare a lunghe disquisizioni calcistiche. Anche per chi non è buddista, l’atmosfera delle “paya” è contagiosa: anche nella strepitosa Swedagon, meta incessante di pellegrini e di turisti che domina la città ed è visibile da quasi tutti i suoi punti, dopo che si rimane stupefatti e incantati dalle decine di zedi, dalle nicchie, dalle statue, dai mille colori sfavillanti, dall’oro rilucente, si viene presto pervasi da un senso di rilassamento, di pace, e si finisce per prendere esempio dai locali, cercarsi una nicchia dove fermarsi, in un ambiente con cui ci si trova in sintonia, sistemarsi a proprio agio e perdersi, facendo vagare il pensiero. A me è pure capitato di appisolarmi, ed è stata una delle “penniche” pomeridiane più soddisfacenti di cui ho memoria. Ero in realtà reduce da una intensa giornata di scarpinamento e di visite alle diverse “paya”: avevo cominciato dalla Sule, che risale a duemila anni fa, e che funge da rotatoria nel più importante snodo di traffico del centro cittadino, con uno zedi (o stupa)  che culmina con una campana anch’essa inconsuetamente ottagonale, alta 46 metri, e nel cui perimetro si aprono una serie di negozietti del più vario tipo: un barbiere, una copisteria, un internet point, un paio di astrologi e lettori della mano. Sacro e profano si accompagnano sempre nella vita di uno zedi birmano. Al seguito di un monaco e di uno studente di architettura e restauro con cui mi ero messo a chiacchierare, sono andato a visitarne altre due: la Ngahtatgyi Paya, dove si trova un imponente Buddha seduto su un incredibile baldacchino di legno finemente intarsiato (due anni di lavoro di restauro), alto 45 metri, bianco, con vestito dorato tempestato di giade, smeraldi, rubini, diamanti, in un’area piena di monasteri, in mezzo alla giungla: in alcuni casi sempilcissimi bungalow, in altri casotti coloniali riadattati (era una zona residenziale dove vivevano gli inglesi) qui vivono, anche se non si notano, più di mille monaci; poi, appena attraversata la strada (quella che conduce dalla Swegadon all’aeroporto), la Chaukhtatgyi Paya, dove si trova invece un gigantesco e impressionante Buddha dormiente, lungo 72 metri, e custodito all’interno di un capannone col tetto di metallo. All’interno del complesso del tempio, che ricorda un villaggio campestre di un'altra epoca, si trova anche il centro Shweminwon Sesana Yeiktha, dove si riuniscono a meditare molti buddhisti birmani. E’ intuibile per quale motivo queste due “paya” non vengano per nulla pubblicizzate. In tutti i casi, e negli ultimi due in particolare, basta varcare la soglia di queste pagode per entrare in una dimensione completamente diversa da quella caotica della città circostante, eppure nessuno meglio dei monaci sa interpretarne e coglierne la realtà.

giovedì 12 gennaio 2012

Do the Strand



YANGON - Il primo impatto con l’ex capitale del Paese da qualche anno chiamato Myanmar non poteva essere migliore. L’aeroporto, forse perché dev’esserne una vetrina: lustro, luminoso, semplice, sufficientemente funzionale, a parte la facciata pomposa con decoro dorato sul lato della pista: per dare il benvenuto all’ospite nel Paese, appunto, dell’oro. Funzionari scrupolosi più che pedanti,  una certa reminiscenza di socialismo reale  - ci sono molte assonanze con l'Avana - viene temperata dalla naturale gentilezza e cortesia della gente di qua, compresa quella in divisa. Almeno con gli stranieri autorizzati. Oltre a una temperatura perfetta, 25 gradi al tramonto, con un impressionante concerto di uccelli che sembravano impazziti dopo essersi dati convegno nel viale alberato antistante l’uscita e poi via, verso il centro della città, in lieve discesa: otto chilometri circa, ma di traffico piuttosto intenso, alle 6 di sera. Si passa in fianco alla Shwegadon Paya, il più famoso monumento birmano, con l’enorme stupa coperto di lamine d’oro illuminato a giorno, e si rimane fulminati. Come non bastasse, a fare da rotatoria nel punto più nevralgico del traffico cittadino, la Sule Paya, vecchia di duemila anni. Il cuore della città. Che in birmano si chiama Yangon, e non Rangoon come l’avevano battezzata gli inglesi. Così come Myanmar non è un nome nato dalla fantasia spesso malsana dell'attuale governo, pur capace di inventarsi una nuova capitale, Nay Pyi Taw, nel 2005, immersa nel nulla, a fianco della strada che sale da Yangon a Mandalay, ma il nome birmano per “Burma” usato sempre dagli inglesi e quindi imposto. Lo preciso a scanso di equivoci, prima di attirarmi degli strali censori. Anche se mi capiterà lo stesso di usare il termine Birmania. Yangon è delimitata a Ovest e a Sud dal fiume omonimo, e a Est dal canale Pazundaung Chaung che a sua volta confluisce nel fiume: come tutto il Paese, vive sull'acqua e di acqua. Ne muore anche, talvolta. Come nel caso del ciclone Nargis del magggio 2008, che ha lasciato tracce ovunque. Quindi, dopo un primo approccio al mondo delle pagode con la visita della Botataung Paya, ai margini del centro storico e in prossimità dei moli sul fiume, a incuriosirmi sono state le visibili tracce della colonizzazione inglese e la loro convivenza con una realtà locale fatta anche di baracche e aspetti campestri proprio nello Strand, il vialone che costeggia il fiume, sede di parecchi palazzi pubblici, a cominciare dalle Poste, dall’ambasciata britannica e dall’autorità portuale, e che mi ha fatto venire in mente, come accompagnamento musicale adeguato, il famoso brano dei Roxy Music cantato da Brian Ferry (cosa c’è di più brit?). Sotto questo aspetto, come per lo stato delle strade e i marciapiedi a dir poco disconnessi, Yangon mi ricorda da un lato Phnom Penh quando la visitai la prima volta, 7 anni fa, e dall’altro le città indiane, cui le accomunano non solo lo stile di molte costruzioni ma anche i caratteri della scrittura nonché i lineamenti della gente, in cui si notano spesso tracce di caratteri indiani sia per il taglio degli occhi, sia per il colore della pelle, e anche in questo ho notato somiglianze con i khmer che abitano la Cambogia, con cui i birmani hanno in comune anche la estrema gentilezza (mai servile) e disponibilità verso il prossimo e lo straniero in particolare. Un altro Paese in cui ho lasciato il cuore e che le prime ore in Birmania mi hanno subito ricordato, per il modo di fare delle persone, e il fatto di vivere in povertà ma non proprio in miseria, e comunque dignitosamente, è il Laos. Anch’esso prevalentemente rurale e alquanto isolato, con la differenza che il Myanmar è un Paese estremamente ricco di materie prime anche strategiche (come il petrolio) e di una popolazione mediamente bene istruita. Che attende solo di decollare, come mi ha detto un monaco buddista ieri, e non riesce a capire perché non può avere un livello di vita pari almeno a quello dei vicini thailandesi. Di cui i birmani, in realtà, sanno assai poco essendo loro pressoché impedito di viaggiare all'estero, e non è detto che il tipo di sviluppo intrapreso dalle “Tigri asiatiche” piacerebbe al giovane e impegnato monaco, se lo conoscesse da vicino. Anche se quello che voleva dire è che il suo popolo merita di vivere meglio. E su questo siamo d’accordo.