martedì 1 marzo 2022

Ci vuole orecchio


"Ci vuole orecchio" - Elio canta e recita Enzo Jannacci. Regia, drammaturgia e scenografia 
Giorgio Gallione; arrangiamenti musicali Paolo Silvestri. Con Elio (Stefano Belisari), Alberto Tafuri al pianoforte, Martino Malacrida alla batteria, Pietro Marinelli al basso e contrabbasso, Sophia Tomelleri al sassofono, Giulio Tullio al trombone. Al Teatro Nuovo Giovanni da Udine sabato 26 febbraio

Una presenza doverosa la mia, e un tuffo nel passato in quella Milano in cui sono nato, cresciuto e vissuto, e che nessuno meglio di Enzo Jannacci, un chirurgo prestato alla musica (o, viceversa, un "poetastro", come si definiva, prestato alla medicina) aveva saputo cantare e descrivere attraverso storie surreali e personaggi "minimi", istantanee che sono passate alla storia della città, quando era al massimo del suo fulgore in tutti i sensi, tra gli anni Sessanta e Settanta, prima di tradire la sua vocazione, ossia il primato nella produzione, nei commerci e nella cultura, possibile attraverso l'assimilazione pressoché immediata di chi vi accorreva da ogni regione d'Italia, per subire, a partire dai famigerati anni Ottanta, una mutazione genetica trasformandola prima nella Milano da Bere di craxiana memoria e della speculazione immobiliare e poi nella capitale berlusconizzata della fuffa, modaiola o finanziaria, per non parlare degli incistamenti mafiosi di varia origine. Come ho ribadito più volte in questa sede, io ho resistito fino al 2001 e poi ne sono fuggito, disgustato e furioso. Quella Milano però l'amavo, l'ho conosciuta bene, vissuta e mi è rimasta nel cuore: mi ci sono ritrovato qualche sera fa in questo spettacolo allegro e malinconico insieme, che non ha nulla di una rituale celebrazione ma è un affettuoso tributo a quel personaggio stravagante, geniale, tanto squinternato quanto coerente che era Jannacci attraverso le sue canzoni dei suoi diversi periodi, a cominciare da alcune perle degli esordi come La luna è una lampadina, T'ho compraa i calzett de seda, L'Armando, El purtava i scarp del tennis, oltre a quella che dà il titolo allo spettacolo (e lo apre) ed è in qualche modo il manifesto artistico dell'atuore (1980), passando per le meno note Parlare con i limoni e finire con Quando calerà il sipario, interpretate da chi meglio non avrebbe potuto, Elio, al secolo Stefano Belisari, uno dei pochi e degni eredi di quei "saltimbanchi" che hanno segnato un'epoca, tra cui Dario Fo, Giorgio Gaber, Beppe Viola, il "giro" del Santa Tecla, quello del Capolinea dove si suonava jazz, in parte il Derby, i Gufi, Cochi e Renato e tanti, tanti altri, "giri" che si intrecciavano e che hanno caratterizzato una fase estremamente creativa e dato via a quell'umorismo tipicamente milanese che è un unicum nel panorama nazionale. Una rivisitazione scoppiettante, dove alle parole in musica (di prim'ordine l'accompagnamento strumentale) si alternano a scattanti e puntuali testi scritti da amici e altri personaggi in qualche modo legati a Jannacci e a quella Milano. Un'ora e mezzo tirata, senza fronzoli, senza retorica. E c'è stato anche il bis. Sala gremita, pubblico soddisfatto e felice. Prossime tappe: domani a Rovereto, giovedì 3 a Guastalla, venerdì 4 a Bologna e poi di seguito...

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