Rifacimento di Contratiempo, film spagnolo del 2016 e di cui ho sentito pareri entusiastici, non ho termini di paragone perché gira esclusivamente su Netflix e non è uscito nelle sale, ma la versione italiana è un buon noir, ben costruito, pieno di colpi di scena magari improbabili, ma pur sempre possibili, di cui l'ultimo decisamente clamoroso e che lascia soddisfatto il desiderio di esistenza di una qualche forma di giustizia. Adriano Doria, giovane imprenditore milanesoide sulla cresta dell'onda (il volto e le espressioni da impunito di Scamarcio sono perfetti per renderlo a dovere) e padre di famigliola idilliaca, è agli arresti domiciliari perché accusato dell'omicidio della sua amante, Laura, una fotografa di successo (Miriam Leone, bella e brava) trovata cadavere nella loro camera d'albergo e l'unico presente è lui, tramortito: il classico delitto della porta chiusa e, in questo caso, anche della finestra, impossibile da aprire. Come dimostrare che l'assassinio è stato un altro ed evitare di vedere sconvolta tutta la propria esistenza? A questo deve pensare Virginia Ferrara (magnificamente interpretata da Maria Paiato), ingaggiata dall'avvocato di fiducia di Adriano, una celebre penalista che non ha mai perso alcuna causa e questa sarà l'ultima prima del suo ritiro: ha tre ore di tempo, quelle che mancano all'interrogatorio di un misterioso testimone oculare presso il procuratore incaricato dell'indagine, per farsi raccontare come si sono svolti davvero i fatti dall'accusato, prima recalcitrante ma poi costretto a raccontare la verità per filo e per segno (o almeno la "sua" verità) per poter costruire una linea di difesa inattaccabile: perché "la plausibilità sta nei dettagli". Ma la verità dipende anche dai punti di vista ed è lo scopo pure per qualcun altro coinvolto nella vicenda a causa dell'esistenza di un secondo cadavere, di cui la polizia non è al corrente, che appartiene a un giovane che era stato dichiarato disperso in una valle del Trentino (dove gran parte dell'intrigo è ambientata in flash-back). Va da sé che mi rifiuto di svelare altro per non rovinare la visione e le numerose sorprese. Di Mordini avevo visto a suo tempo Acciaio, film di tutt'altro genere tratto dall'omonimo romanzo di Silvia Avallone, e conferma di saperci fare dietro la macchina da presa: non fa molti film, mi auguro che gli si presenti l'occasione più spesso perché è bravo, e questa pellicola mi sento di consigliarla.
sabato 15 dicembre 2018
Il testimone invisibile
Rifacimento di Contratiempo, film spagnolo del 2016 e di cui ho sentito pareri entusiastici, non ho termini di paragone perché gira esclusivamente su Netflix e non è uscito nelle sale, ma la versione italiana è un buon noir, ben costruito, pieno di colpi di scena magari improbabili, ma pur sempre possibili, di cui l'ultimo decisamente clamoroso e che lascia soddisfatto il desiderio di esistenza di una qualche forma di giustizia. Adriano Doria, giovane imprenditore milanesoide sulla cresta dell'onda (il volto e le espressioni da impunito di Scamarcio sono perfetti per renderlo a dovere) e padre di famigliola idilliaca, è agli arresti domiciliari perché accusato dell'omicidio della sua amante, Laura, una fotografa di successo (Miriam Leone, bella e brava) trovata cadavere nella loro camera d'albergo e l'unico presente è lui, tramortito: il classico delitto della porta chiusa e, in questo caso, anche della finestra, impossibile da aprire. Come dimostrare che l'assassinio è stato un altro ed evitare di vedere sconvolta tutta la propria esistenza? A questo deve pensare Virginia Ferrara (magnificamente interpretata da Maria Paiato), ingaggiata dall'avvocato di fiducia di Adriano, una celebre penalista che non ha mai perso alcuna causa e questa sarà l'ultima prima del suo ritiro: ha tre ore di tempo, quelle che mancano all'interrogatorio di un misterioso testimone oculare presso il procuratore incaricato dell'indagine, per farsi raccontare come si sono svolti davvero i fatti dall'accusato, prima recalcitrante ma poi costretto a raccontare la verità per filo e per segno (o almeno la "sua" verità) per poter costruire una linea di difesa inattaccabile: perché "la plausibilità sta nei dettagli". Ma la verità dipende anche dai punti di vista ed è lo scopo pure per qualcun altro coinvolto nella vicenda a causa dell'esistenza di un secondo cadavere, di cui la polizia non è al corrente, che appartiene a un giovane che era stato dichiarato disperso in una valle del Trentino (dove gran parte dell'intrigo è ambientata in flash-back). Va da sé che mi rifiuto di svelare altro per non rovinare la visione e le numerose sorprese. Di Mordini avevo visto a suo tempo Acciaio, film di tutt'altro genere tratto dall'omonimo romanzo di Silvia Avallone, e conferma di saperci fare dietro la macchina da presa: non fa molti film, mi auguro che gli si presenti l'occasione più spesso perché è bravo, e questa pellicola mi sento di consigliarla.
domenica 15 gennaio 2023
Quando dio imparò a scrivere
"Quando Dio imparò a scrivere" (Los renglones torcidos de Diós) di Oriol Paulo. Con Bárbara Lennie, Eduard Fernández, Loreto Mauleón, Pablo Derqui, Samuel Soler, Javier Beltrán, David Selvas, Juan Crosas, Fede Aguado e altri. Spagna 2022 💩
Mi sono convinto di affrontare due ore e mezzo di questa pizza perché il regista, il catalano Oriol Paulo, è lo stesso di Contratiempo, del 2016, fruibile su Netflix, di cui Stefano Mordini aveva girato, e bene, la versione italiana, Il testimone invisibile, un noir piuttosto contorto ma ben risolto, cosa che non si può dire di quest'altro thriller psicologico, o forse sarebbe più preciso dire psicopatico, dato che si svolge all'interno di una prestigiosa clinica psichiatrica provata immersa nei Pirenei. Siamo nel 1979 ed è lì che si fa ricoverare, volontariamente e accompagnata dal suo medico curante, Alicia Gould de Almenara, una ricca ereditiera che per hobby è una detective privata di successo, incaricata di indagare sulla morte di un ragazzo avvenuta all'interno dell'istituto da parte del padre, che non crede alla versione ufficiale del suicidio, o almeno così asserisce durante il colloquio con il medico che l'accoglie per un primo colloquio, che le dà credito pur essendo stato messo in guardia dalla lettera di prescrizione che parlava di una donna estremamente intelligente e dotata, con una ottima formazione scientifica, costituzionalmente falsa, abilissima nel manipolare il prossimo, infine sospettata di aver tentato di avvelenare il marito. Cosa che alla fine si dimostrerà vera. Forse, perché il finale è sostanzialmente lasciato alla libera interpretazione dello spettatore, ammesso che, giunto stremato alla fine della storia, abbia la forza di cercare una spiegazione al guazzabuglio messo in piedi da una sceneggiatura senza capo né coda che mette, come si suol dire, troppa carne al fuoco. E' il classico ed abusato gioco di specchi, dove ciò che sembra non è mai vero del tutto e spesso perfino l'esatto contrario: l'unica cosa certa è che una morte sospetta, quella del ragazzo, è avvenuta, ma ce ne sono anche altre in ballo, compresa quella potenziale di Heliodoro, il marito di Alicia: sarà vera la versione della donna, che si dichiara vittima di una truffa da parte del coniuge che vuole farla passare per pazza per impossessarsi dei sui beni e fuggire con l'amante, tesi avvalorata da buona parte dei medici della struttura, oppure quella opposta del primario, convinto che la donna sia una potenziale omicida e comunque una pericolosa paranoica? Seguiamo così il crearsi di due fazioni nel corpo medico, pro e contro Alicia, e le avventure di quest'ultima, poco credibili peraltro, all'interno del manicomio (non pochi i velleitari richiami a un capolavoro come Qualcuno volò sul nido del cuculo, e per questo ancor più irritanti), alla ricerca dei responsabili della morte del ragazzo, il tutto incasinato, come se non bastasse l'assurdità del tutto, da un eccessivo e confusionario ricorso ai flash back: c'è sì un vago accenno alle condizioni dei manicomi di cinquant'anni fa e alle prime discussioni sul superamento dei tradizionali sistemi di trattamento (letti di contenimento, camice di forza, elettroshock e dosi massicce di psicofarmaci micidiali) e a una relativa "apertura", ma che lasciano il tempo che trovano. In più siamo in Spagna nel primo periodo del post franchismo, in un momento di ulteriore passaggio, ma anche in questo caso l'approfondimento è a zero, e poi, in fondo, si tratta pur sempre di una clinica di lusso dove agli ospiti dietro le cospicue rette versate dalle facoltose famiglie d'origine, è riservato un trattamento privilegiato rispetto ai manicomi pubblici. Insomma credibilità zero, confusione, interpretazioni che lasciano il tempo che trovano: non c'è quasi niente che si salvi e che comunque giustifichi 160' di girato: la metà sarebbero stati comunque troppi. Sconclusionato e deludente.
sabato 1 gennaio 2011
Da Phnom Penh, buone notizie per la Cambogia
lunedì 19 ottobre 2020
Lasciami andare
"Lasciami andare" di Stefano Mordini. Con Stefano Accorsi, Maya Sansa, Serena Rossi, Valeria Golino, Antonia Truppo, Musella, Elio De Capitani, Lino Musella, Ludovico Benedetti e altri. Italia 2020 ★★★½
Ed ecco nuovamente in pista Stefano Mordini che, dopo Il testimone invisibile uscito due anni fa, ha l'occasione di confermsi un abile tessitore di noir piuttosto anomali, con un elemento fantastico e di mistero che non guasta al racconto. Qui anche l'ambientazione è quella giusta: una Venezia vera, per una volta non cartolinesca, che vede protagonista Marco, un ingegnere edile sui quarant'anni, un sempre più pacato e credibile Stefano Accorsi, in giro per cantieri di stabili da sanare ed eventualmente ristrutturare, la cui nuova compagna, Anita (Serena Rossi, cantante in un locale della città), è in attesa del primo figlio. Marco ne ha già avuto uno, Leo, scomparso all'età di cinque anni per un disgraziato incidente avvenuto nella bella casa sul Canal Grande che abitava con l'ex moglie Clara (Maya Sansa), e non si è mai liberato da quell'incubo che ha segnato la coppia e portato alla separazione. A un tratto compare sulla scena una ricca imprenditrice, Perla Gallo (Valeria Golino), che ha acquistato lo stabile dove abitava la famigliola, che lo contatta con insistenza raccontandogli che suo figlio, Giacomo, che dorme nella stessa camera che era di Leo, ne sente ancora la presenza e ne è impaurito. Prima Marco, razionale com'è, non vuole saperne di queste suggestioni ma in seguito, dopo un lungo colloquio con suo padre, uno studioso di filosofie e religioni orientali (Elio De Capitani: sempre un grande!) e pressato da Clara, si lascia convincere a tornare nella vecchia abitazione per verificare l'esistenza di una qualche presenza: la casa, peraltro, già si prestava ai misteri, per via di un raro fenomeno ottico per cui la luce filtrava nella stanza di Leo con un effetto da camera oscura proiettando sui muri le immagini del Canalazzo. Da qui la vicenda da un lato prende una piega parapsicologica, compreso l'incontro con un sensitivo che conferma la presenza di Leo sotto una qualche forma di energia e dei suoi desideri, dall'altro cala sempre più nel reale, sia perché racconta l'incidenza di tutta la vicenda sulla vita e sulle relazioni dei personaggi principali rilevandone i rispettivi caratteri e sensibilità, sia perché Marco riesce a smascherare anche il gioco, e dunque le vere intenzioni (quindi ancora una volta l'identità) della misteriosa acquirente dell'appartamento in cui un tempo viveva con quella che era la sua famiglia e, nel contempo, anche liberarsi da un senso di colpa che, dopo l'incidente del figlio, era diventato insopportabile da sostenere. Un fluttuare sospesi tra presente, passato e futuro che comunque ha una sua verosimiglianza, che si rispecchia nella autenticità dei personaggi, tutti interpretati da attori all'altezza della situazione. Una regia pulita, meticolosa, che in un racconto tutto sommato lineare riesce a immettere più di un elemento di mistero e di sorpresa al momento giusto, mantenendo viva l'attenzione dello spettatore che non fatica a entrare nei panni dei vari soggetti, e immergersi nell'atmosfera che aleggia, tra realtà e immaginazione. Un buon film.


