venerdì 28 novembre 2014

Let's Go

"Let's Go" di Antonietta De Lillo. Con Luca Musella. Italia 2014 Con Luca Musella, Elizabeth Christina Almeida, Vincenzo Avranno, Brahim Ati Baha, Miriam Ati Baha, Paolo Circhi, Sirlei De Fatima, Simone gennaro, Dian Sluti, Cheri Mohammed Wajdi, Abdul Mecit Erbi, Elena Teresa Rossi, Roberto De Francesco. ★★★★
Enumero di proposito tutti coloro che hanno partecipato a questo piccolo, breve ma prezioso film, esemplare anche formalmente, nelle riprese come nell'accompagnamento musicale, presentato anch'esso al Torino Film Festival ancora in corso della brava fotoreporter e regista napoletana Antonietta De Lillo, che fa raccontare allo stesso protagonista la parabola del collega Luca Musella (che ha scritto i testi oltre a collaborare alla sceneggiatura), fotoreporter di una certa notorietà negli anni Ottanta e precipitato per varie vicissitudini, professionali (la crisi profonda dell'editoria, divorata dalla televisione) e personali (generosi investimenti in attività culturali divorati da crollo di domanda, scelte sbagliate dettate da ottuso ottimismo e conseguente separazione dalla moglie) da "uomo del Mulino Bianco" a sottoproletario a tutti gli effetti, nuovamente "on the road", da Napoli via Viterbo verso Milano, dove torna dopo trent'anni trovando una città che non è più quella "da bere" e un ambiente umano nonché professionale profondamente mutato. Ma lo è anche lui, che non si riconosce più nella maschera che lo ingabbiava un tempo, forse perfino più libero e a suo agio coi suoi nuovi compagni di strada, che vivono come lui ai margini e senza sostanziali diritti e alcuna certezza sul domani, extracomunitario (come lo è la maggioranza di loro, senza permesso di soggiorno) nel suo stesso Paese perché privo di residenza. Un riflessione senza pietismi, autocommiserazione, talvolta ironica e a tratti poetica, su realtà tanto diffuse quanto volutamente ignorate che inghiottono con incredibile facilità, di questi tempi, anche chi sembrerebbe più attrezzato, anche culturalmente, e resistere. Ma non è disposto a vendersi e perdere la stima e il rispetto per sé stesso.

mercoledì 26 novembre 2014

I ponti di Sarajevo

"I ponti di Sarajevo" (Les ponts de Sarajevo) di Ursula Meier, Aida Begić, Leonardo Di Costanzo, Jean-Luc Godard, Kamen Kalev, Islid le Besco, Sergei Loznitsa, Vincenzo Marra, Vladimir Perisić, Cristi Puiu, Marc Recha, Angela Schanelec, Teresa Villaverde. Francia, Italia, Svizzera, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Germania, Portogallo 2014 ★★★★
Film collettivo già presente alle proiezioni speciali dell'ultimo Festival di Cannes, era stato proiettato in contemporanea a Sarajevo e Pesaro il 27 giugno scorso, in occasione del centenario della vigilia dell'attentato nel corso del quale Gavrilo Princip uccise l'erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia e che fu il pretesto per scatenare la Prima Guerra Mondiale e segnò l'inizio della fine di un ordine che, fino ad allora, aveva visto al centro il Vecchio Continente: la Seconda, che ne fu la mera conseguenza, ne completò l'opera così come la cosiddetta Guerra Fredda che ne seguì e che prosegue tuttora in varie forme, non ultima la più recente delle guerre balcaniche: quella che disintegrò la Jugoslavia, di cui l'assedio di Sarajevo dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 fu lo snodo cruciale. Collage di 13 "corti" di 9' al massimo ciascuno e ispirati alla città bosniaca ma a svolgimento libero, girati da alcuni dei registi europei più rinomati, nonché di diversa età e provenienza sotto la direzione artistica di Jean-Michel Frodon, è stato presentato nei giorni scorsi al Torino Film Festival che si conclude domenica 29. Ogni episodio esprime la diversa sensibilità e l'approccio personale degli autori, e qualcuno è più riuscito degli altri: in alcuni casi poetico, spiazzante, commovente; qualcuno in forma più documentaristica, altri sperimentale, altri ancora di racconto immaginario, realistico o di rievocazione, tutti insieme centrano l'obiettivo di ripercorrere gli ultimi cent'anni di storia di questa città simbolo di tutte le traversie e contraddizioni europee, da sempre, nelle sue vicende plurimillenarie, crogiolo di culture, etnie e religioni diverse, epicentro di scontri così come di incontri, di guerre come di traffici ininterrotti che si svolgono sopra e sotto i suoi ponti, distrutti e ricostruiti a più riprese, sulla Miljačka, e di indurre a riflessioni più ampie su ciò che unisce, i ponti per l'appunto, più che su ciò che divide. Segnalo che l'unico episodio non legato direttamente a Sarajevo è quello, molto bello, diretto da Leonardo Di Costanzo, "L'avamposto", liberamente tratto da un racconto di Federico De Roberto, lo stesso che ha ispirato Ermanno Olmi per il recente e bellissimo "torneranno i prati" e che racconta la fabbrica di orrore e di morte che furono le trincee sul Carso durante la Grande Guerra e la conseguente insubordinazione di massa, specie tra le truppe italiane, aspetto sempre sottaciuto dalla nostrana retorica patriottarda e imbecille. Proposito, quello di ricordare e far riflettere, pienamente raggiunto da questo omaggio a una delle città più belle ed emblematiche del nostro continente.

lunedì 24 novembre 2014

Non tutto è perduto


Se perfino in Emilia, dove sopravvivono gli ultimi trinariciuti e dove ancora oggi sui comodini in fianco all'immaginetta della Madonna campeggia quella di Togliatti assieme a Nilde Jotti, orgoglio locale, l'elettorato attivo è ridotto al 37,6% e il candidato centrosinistrato alla presidenza della Regione per la prima volta rimane sotto la soglia del 50%, forse qualche speranza c'è ancora. E se lo Stronzie esulta, questa volta sono ancora più soddisfatto di lui.

sabato 22 novembre 2014

Redemption Street

"Redemption Street" (Ustanička Ulica) di Miroslav Terzić. Con Gordan Kičić, Rade Šerbedžija, Uliks Fehmiu, Jelena Djokić, Milica Mihailović, Petar Božović, Predrag Ejdus, Bojan Zirović, Aleksandar Djurica. Serbia, 2012 ★★★★
Film d'esordio di Miroslav Terzić, che s'era occupato in precedenza di video commerciali, aveva avuto un buon successo al Sarajevo Film Festival di due anni fa ed è stato presentato martedì scorso a Firenze all'ultima edizione del "Balkan Florence Express" alla presenza del regista: Redemption Street non ha nulla da invidiare a produzioni ben più ricche, e ha dimostrato, come già "Il segreto dei suoi occhi", film argentino che vinse meritatamente l'Oscar come miglior film straniero nel 2010 e che mi ha ricordato, che è possibile confezionare un avvincente legal thriller che sia al contempo un film d'azione affrontando il passato oscuro del proprio Paese, sforzo che la Serbia sta compiendo seriamente e da qualche anno nei confronti delle guerre jugoslave degli anni Novanta, a differenza di altri tragici protagonisti di quelle tragiche e tristi vicende, balcanici e no, meno o per nulla dotati di spirito autocritico. Un altro film che mi è tornato in mente è "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant di vent'anni fa, che prendeva il titolo dalla definizione sprezzante che l'ex Presidente della Repubblica diede del giovane vice procuratore Rosario Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990, perché lo ricorda la figura del protagonista Dušan, che ricopre lo stesso ruolo e viene incaricato dal procuratore capo per i crimini di guerra, interpretato dal bravissimo e iconico Rade Šerbedžija, di un'indagine ultrasegreta su un gruppo paramilitare attivo in Croazia, in Bosna e nel Kosovo e successivamente sparito nel nulla, perché man mano i suoi membri sono stati fatti eliminare dal "Grande Vecchio" che dava gli ordini, un "insospettabile" che, opportunamente protetto da vari complici interni anche allo Stato, vive comodamente nel pieno centro di una Belgrado livida e in parte inconsueta dove si svolge l'azione. Dušan riesce a individuare l'unico superstite del gruppo, Micun, anche lui preso di mira dal vortice che elimina uno dopo l'altro i possibili testimoni, e che sta tentando di ricostruirsi una vita tranquilla come muratore e futuro padre insieme alla moglie nel tentativo di rimuovere i fantasmi di un passato che riappare inesorabile. E si riaffaccia anche a Dušan e intromettendosi nella sua esistenza: pure lui attende un figlio dalla giovane moglie, al contempo è deciso di andare fino in fondo nella sua inchiesta a costo di mettere in pericolo la propria vita anche per dimostrare all'anziano padre, un ex professore di diritto in odore di eresia durante il regime di Milosević, di essere degno del proprio ruolo di magistrato. Un film solido, ben fatto, incisivo, ben girato e con un cast all'altezza. Per me, la soddisfazione di aver capito all'incirca il 35% di quel che veniva detto e il senso in generale: il film è in lingua originale, sottotitolato in italiano. Mi auguro vivamente che qualcuno si prenda la briga di distribuirlo quanto merita.

giovedì 20 novembre 2014

Da qui all'Eternit: c'è chi dice NO!


In questo giorno triste, ci mancano più che mai le parole intelligenti di un uomo che aveva capito alla perfezione vizi e difetti di questo Paese: Ennio Flaiano, a 42 anni dalla sua scomparsa, più attuale che mai.


«Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no.
Non cedere alle lusinghe della televisione.
Non far crescere i capelli, perché questo segno estremo ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno.
Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse.
Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta.
Non preferire niente.
Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato.
Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci.
Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo».
(Ennio Flaiano)

domenica 16 novembre 2014

Interstellar

"Interstellar" di Christopher Nolan. Con Matthew Mc Conaughey, Anne Hathaway, Jessica Castain, Michael Caine, Matt Damon, Ellen Burstyn, Casey Affleck e altri. USA 2014 ★★
"The Harder They Come, The Harder They Fall", oltre a essere il titolo di un memorabile film giamaicano del 1972 che ha contribuito non poco a far conoscere il reggae al di fuori dell'isola caraibica, è un proverbio che sembra fatto apposta per l'"Interstellar" del fantasioso quanto confuso Christopher Nolan che, per carità, non appartiene alla categoria dei cani della regia ma il cui film risulta tanto più deludente quanto più sono alte le aspettative e arzigogolata una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere il suo punto di forza. Ancor più quando il termine di paragone è esplicitamente "2001 Odissea nello spazio".  Tutt'altro che convinto, una volta uscito dopo tre ore di proiezione mi è tornata in mente una battuta che circolava ai tempi dell'uscita del capolavoro di Stanley Kubrick, nel 1968: "Icaro credeva di essere un uccello, invece era un pirla". Siamo in un imprecisato futuro che sembra un ritorno al passato della "Dust Bowl" che aveva flagellato le grandi pianure degli Stati centrali degli USA negli anni Trenta, in piena Depressione, e un'umanità rassegnata sta facendo i conti con una crescente carenza di cibo: il frumento è ormai scomparso e per il momento è rimasto da coltivare soltanto il mais, anch'esso destinato a scarseggiare e sparire. Lo sviluppo tecnologico forsennato ha fatto ammalare la Terra e la scienza è guardata con sospetto da parte di uomini tornati rudi coltivatori: perfino Cooper, un ingegnere e astronauta, che però, attraverso la figlia adolescente Murph, una specie di "scienziata sensitiva" cui è particolarmente legato, viene "riagganciato" dalla NASA che, in incognito, in una vecchia base dismessa nascosta nel deserto, ha continuato in segreto le proprie ricerche e le proprie missioni allo scopo di trovare un luogo nell'universo adatto alla vita della specie. Compito di Cooper sarà scoprire, attraversando un "wormhole" apparso su una delle lune di Saturno e che consente un viaggio nella quinta dimensione, oltre lo spazio-temporale, gli esiti di tre missioni precedenti e salvare, in sostanza, l'intera umanità. Cooper accetterà, sapendo che non tornerà, al fine di salvare i propri figli. Da un'altra dimensione, comunicherà con la figlia, che nel frattempo è diventata lei stessa una scienziata (che, va da sé, salverà il mondo per conto del padre), ma in tre tempi diversi: al passato, al presente e pure al futuro. Questa la "ciccia" del film, infarcito di dotte dissertazioni scientifiche incomprensibili ai più sulla teoria della relatività, sulla quantistica e su quant'altro; il racconto a più tracce dilata all'inverosimile una trama che avrebbe retto per non più di 100 minuti, il tutto avvolto in un'atmosfera che tende a somigliare a quella di un videogame leggermente dépassé, con una fotografia dai colori spesso lividi ed efficaci: l'aspetto migliore della pellicola. Non altrettanto si può dire della prestazione degli attori, a parte McConaughey che è una conferma e interpreta il personaggio principale, per non parlare degli "effetti speciali": molto più efficaci e impattanti quelli usati da Kubrick per il viaggio oltre la dimensione spazio-temporale di David Bowman coi mezzi di 45 anni fa di quelli messi a disposizione oggi a Nolan nell'era della computer-grafica. Perfino la colonna sonora, che pure è uno dei lati positivi del film, è poca cosa rispetto a quella sontuosa di "2001". Che resta lontano anni luce. Insomma: troppa carne al fuoco, prolissità eccessiva, immancabile l'ammòre che è la chiave di tutto. Decisamente al di sotto delle attese e delle potenzialità.