lunedì 30 aprile 2012

Hunger

"Hunger" di Steve McQueen. Con Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Brian Milligan, Liam McMahon. Gram Bretagna, Irlanda 2008 ★★★★
Un film duro, intenso, bello, necessario: per ricordare la bestialità del governo britannico, tanto democratico in casa sua quanto repressivo in quella altrui, in primis di quella belva che fu Margaret Thatcher; e il sacrificio di Bobby Sands, che portò alle estreme conseguenze uno sciopero della fame a oltranza indetto il 1° marzo del 1981 dai detenuti per "terrorismo" nel carcere nordirlandese di Maze, a cui non veniva riconosciuto lo status di prigionieri politici. Alla sua morte, avvenuta dopo 66 giorni dall'inizio dello sciopero, ne seguì quella di altri 9 compagni di prigionia, dal maggio all'agosto dello stesso anno, nella totale sordità del governo Thatcher. Il film si divide in due parti: la prima descrive, prevalentemente per immagini e con scarsissimi dialoghi, i precedenti, ossia la "protesta della coperta", coi i detenuti che si rifiutavano di vestire l'uniforme della prigione coprendosi solo con una coperta, e la "protesta dello sporco", durante la quale vivevano nei propri escrementi; le angherie da parte delle guardie, la violenza del sistema, il fallimento di un primo sciopero della fame, interrotto dopo vaghi impegni mai mantenuti da parte del governo; e la seconda in cui, quasi senza parole, è mostrato il calvario di Sands, interpretato da uno strepitoso Michael Fassbender, fortemente calato di peso durante la lavorazione della pellicola e immedesimatosi nella parte in maniera stupefacente (del resto è d'origine irlandese). In mezzo il dialogo tra Bobby Sands e il sacerdote cattolico che fa chiamare per comunicargli la sua decisione, interpretato da un sontuoso Liam Cunningham: tutto quanto c'è da dire sul disporre del proprio corpo, ultima risorsa inalienabile rimasta per affermare i propri principi di libertà, e dunque sull'utilizzo del libero arbitrio, è in questo lungo, magistrale piano-sequenza che dura una ventina di minuti. Un film destinato a rimane scolpito nella memoria, di cui non si riesce a capire l'arrivo in Italia  ben quattro anni dopo la sua uscita in patria. 

sabato 28 aprile 2012

Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino)

Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino) di Sebastián Borensztein. Con Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana, Iván Romanelli, Javier Pinto. Argentina, Spagna 2011 ★★★½  
So che è una battaglia persa, ma mi ostino a incazzarmi per l'abitudine di titolare all'italiana i film stranieri. In questo caso il semplice "Un racconto cinese" è diventata una domanda che richiama alla mente blockbuster hollywoodiani per decerebrati con protagonisti poppanti che perdono l'aereo. Comunque in questo film, che nella sua semplicità per decerebrati non è, le mucche capita che precipitino dal cielo (in maniera più verosimile di quanto si possa pensare) e cambino la vita di un 25 enne cinese che, colpito da una sciagura che ha ucciso la sua fidanzata, arriva in Argentina alla ricerca di uno zio e viene scaraventato da un taxi, su cui è stato derubato, ai piedi di Roberto De Cesare, un burbero e scontroso ferramenta affetto da misantropia che lo raccoglie, letteralmente, e lo accoglie in casa in attesa che l'ambasciata della Repubblica Popolare rintracci il parente che nel frattempo ha venduto il suo negozio di Buenos Aires per trasferirsi altrove. Il cinese non parla una parola di castigliano e la convivenza della "strana coppia" ha alcuni tratti esilaranti. La figura centrale rimane comunque Roberto, un uomo scontroso, rimasto orfano di madre dalla nascita, pieno di manie, tra cui la raccolta maniacale di oggetti assurdi da mettere in una vetrina che è una sorta di altarino alla madre mai conosciuta e di notizie inverosimili ritagliate dai giornali e archiviate scrupolosamente. Roberto si difende così dalle assurdità della vita e dai clienti imbecilli, evitando anche le avances dell'amica Maria, da sempre innamorata di lui. La scoperta che il ragazzo è a sua volta vittima di vicende assurde apre fa emergere del tutto un'umanità che Maria aveva sempre intuito: tra le assurdità, quella del padre, italiano emigrato in Argentina per sfuggire al fascismo e alla guerra che li ritrova entrambi nella nuova patria, fino a trovare la foto del figlio in guerra contro gli inglesi (Malvinas, 1982) sulla prima pagina dell'Unità che si fa mandare settimanalmente dall'Italia e morire di crepacuore. Curiosamente, una visione "camusiana", con la solidarietà tra individui che combatte e vince le assurdità dell'esistenza, appena dopo aver visto "Il primo uomo". Ricardo Darín è l'icona maschile del cinema argentino e dà corpo in maniera perfetta a tutti i personaggi, bravi anche il cinese a gli altri interpreti, atmosfera tipicamente porteña, tra Palermo Viejo, la Chacarita e l'Aeroparque Newbery e dintorni per chi conosce la Capital Federal, una pellicola semplice, serena, con tratti surrealistici, anche questi abbastanza porteñi, una piccola favola istruttiva e non banale. Aria fresca.

venerdì 27 aprile 2012

Il primo uomo

"Il primo uomo" (Le premier homme) di Gianni Amelio. Con Jacques Gamblin, Maya Sansa, Catherine Sola, Denis Podalydès, Nino Jouglet e altri. Italia, Francia, Algeria 2001 ★★★★+
Nessuno meglio di Gianni Amelio avrebbe potuto rendere in immagini il libro postumo di Albert Camus, a cui il grande scrittore, saggista e filosofo francese, uno di più importanti, e indipendenti, intellettuali del secolo passato, stava lavorando al momento della prematura morte, nel 1960, a soli 47 anni. Un romanzo fortemente autobiografico che racconta del ritorno nella natìa Algeria di Jacquest Colmery, alter ego di Camus, alla vigilia della guerra d'indipendenza, dalla Francia, dove è al culmine del successo, per cercare di convincere gli studenti che lo avevano invitato a tenere delle conferenze che una convivenza, tra arabi e francesi, non solo è possibile, ma auspicabile. Invano, come dimostreranno gli eventi storici. Ma non si tratta soltanto di questo, perché il viaggio in Algeria diventa anche l'occasione della riappropriazione delle proprie radici, rivisitando i luoghi e le persone della propria infanzia, dalla nonna dittatoriale alla madre rimasta vedova allo zio minorato ma affettuoso, fondamentale per il suo equilibrio;  dal maestro che gli ha consentito di proseguire gli studi ai vicini e compagni di scuola arabi, il tutto alla ricerca di ricordi della figura del padre, morto sulla Marna nel 1914, appena iniziata la Grande Guerra, che lo lasciò orfano a pochi mesi. Perché in ogni bambino si trovano i germogli dell'uomo che sarà. Ed è sempre un unico, quindi un "primo" uomo, nella visione di Camus, che sempre ha parlato dell'uomo e della sua rivolta contro l'assurdità della vita, più che dell'umanità in generale, e della solidarietà tra individui come modo per darle un senso. Colmery la praticherà, spendendo tutta la sua influenza per far liberare il figlio di un suo vecchio compagno di scuola arabo, che pure non accettò mai la sua amicizia, figlio diventato membro del FLN e condannato a morte, ma invano: come invano cercherà di convincere sua madre a seguirlo in Francia ora che la situazione in Algeria si sta facendo più pericolosa, ma la anziana donna gli risponde che "la Francia è bella, però non ci sono gli arabi", e quindi resterà dov'è nata e sempre vissuta e lui non insisterà: la capisce. Perché l'Algeria è anche il suo Paese, col suo sole, il suo mare, i suoi colori e odori e la sua gente. Che Amelio, calabrese e con un'infanzia per certi aspetti simile a quella del protagonista, rende come meglio non si potrebbe, assieme all'ambientazione d'epoca, non dissimile da quella dell'Italia meridionale di 60 anni fa. Un gran bel film, con bravissimi attori, da non perdere. 

mercoledì 25 aprile 2012

Abril em Portugal

Fu la trasmissione, durante il programma notturno di "Radio Renascença" poco dopo la mezzanotte del 25 aprile 1974 di "Grândola vila morena", canzone scritta da José "Zeca" Afonso, allora proibita nel modo più assoluto, il segnale del via alla Rivoluzione dei garofani  che abbattè il più vecchio regime fascista europeo, instaurato nel 1933 da António de Oliveira Salazar. Un giorno e un'emozione indimenticabili per chi ha vissuto quegli intensi anni Settanta. 38 anni dopo, il suo protagonista più popolare, e stratega della rivolta, il colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, per me un personaggio mitico, a quei tempi, è di nuovo sul piede di guerra, non escludendo un intervento dell'esercito di fronte alla perdita di sovranità in atto su pressioni dell'Europa e in particolare della Germania della cancelliera Angela Merkel. Tempi cupi: ma almeno il Portogallo ha un esercito serio, che non è il caso dell'Italia, e su cui è impossibile contare in caso di necessità. Questa la versione in italiano del testo della canzone: 



GRÂNDOLA CITTA' DEI MORI

Grândola, città dei Mori
terra di fratellanza
è il popolo che più comanda
dentro di te, o città.
Dentro di te, o città
è il popolo che più comanda
terra di fratellanza,
Grândola città dei Mori.

A ogni angolo un amico,
su ogni volto l'uguaglianza
Grândola città dei Mori
terra di fratellanza
terra di fratellanza,
Grândola città dei Mori
su ogni volto l'uguaglianza,
è il popolo che più comanda.

Ed all'ombra d'una sughera
che non sa più quanti anni ha
giurai d'aver per compagna,
Grândola, la tua volontà.
Grândola, la tua volontà
giurai d'aver per compagna
all'ombra d'una sughera
che non sa più quanti anni ha.

giovedì 19 aprile 2012

Dalle parole ai fatti: perché non rifiutarsi di pagare l'IMU?


E’ tutto un allarmato coro sui pericoli dell’antipolitica, in questi giorni. Ha cominciato il Trio Lescano dell’inciucio che, compatto più che mai  nell’intento di difendere il finanziamento pubblico dei propri apparati mascherato da rimborso elettorale, afferma che una sua cancellazione sarebbe un “favore alle lobby”, come se quella politicante  di cui sono espressione non fosse la prima e più pericolosa, e come se in Parlamento non fossero da sempre più che rappresentate quelle di tutti gli ordini professionali di questo Paese corporativo, a cominciare da quella dei legulei, dei pennivendoli, dei commercialisti; Bersani in particolare, riferendosi al Movimento Cinque Stelle, avverte che se non si contrasta il “vento dell’antipolitica” questo spazzerà via tutti; rincarano la dose D’Alema e Vendola, uniti nell’invettiva: il primo definendo Beppe Grillo un incrocio tra il primo Bossi ed il Gabibbo, non prendendo in considerazione quanti italiani preferirebbero essere governati da un pupazzo tutto sommato umano che ha il polso della situazione piuttosto che da un banchiere robotico teleguidato dalla finanza internazionale, il secondo paventando l’apparizione di un demiurgo dotato di poteri salvifici per risolvere tutti i mali. In questo coro non poteva mancare il monito proveniente dal “colle più alto”, come con scontata perifrasi l’informazione lecchina definisce il presidente della Repubblica, il quale invita a fare le riforme, oggi, per estirpare il marcio ma senza demonizzare i partiti, che “non sono il regno del male, del calcolo particolaristico e della corruzione”.  Sarà, anche se a leggere le cronache di tutti i giorni sembra il contrario, e comunque la stragrande maggioranza degli italiani la pensa diversamente da Napolitano, che di un sistema partitocratrico putrefatto è l’esponente di livello più alto. Ciò che il custode assai a singhiozzo della Costituzione dimentica è che questa, all’articolo 49, si limita a regolare la libertà (e non l’obbligo) di associazione dei cittadini in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per concorrere, per l’appunto, non per sequestrarla. Con metodi democratici, che dovrebbero valere anche per il loro funzionamento interno. In altre parole, la Carta tuttora in vigore non prevede che i partiti abbiano un’esclusiva sulla politica, ma solo che siano una delle componenti della vita pubblica. A maggior ragione sono fuori luogo leggi elettorali che contemplino premi di maggioranza o sbarramenti ad hoc. Siccome però da questo orecchio l’intera casta dedita alla politica politicante e alla devastazione dello Stato e dell’economia nazionale non ci sente, e che scendere in piazza non serve a niente, salvo a essere massacrati appena si comincia a diventare in troppi e pericolosi per il potere costituito, vedi Genova 2001, mi convinco sempre di più che l’unica soluzione è mettere politici e amministratori l’uno contro l’altro a massacrarsi tra loro, in una resa dei conti epocale, e per questo abbiamo in mano un’occasione d’oro e un’arma micidiale: l’IMU, una tassa di cui si sa tutto, tranne i parametri precisi e l’importo, su cui il governo "tecnico" sta facendo peraltro una figura grottesca. Sì, una rivolta, o sciopero fiscale. A differenza delle ritenute IRPEF, che vengono prelevate alla fonte, qui si tratta di andare a pagare di persona, in banca o in Posta. Basterebbe rifiutarsi, in massa, di farlo. La strada l’ha indicata proprio il capo degli zombie, Bersani, quando ha protestato contro la previsione della sua rateizzazione in tre scadenze diverse perché i Comuni rischierebbero di non pagare gli stipendi: una parte della tassa, infatti, è versata alle amministrazioni locali che hanno anche la possibilità di modificarne l’aliquota. Magnifico: essendo “quelli di  Roma” inarrivabili, planati come sono in un universo parallelo da cui non si smuovono, la prima istanza politica tangibile che ci troviamo davanti è quella locale, ossia il sindaco, la giunta comunale e i consiglieri che, a differenza dei parlamentari, abbiamo scelto ed eletto. Quando si trovassero con le casse completamente vuote, e non riuscissero più a fornire i servizi di base alla popolazione né a pagare gli stipendi, anche i più cauti, timorosi o rassegnati comincerebbero a incazzarsi sul serio e a reagire, e a quel punto saranno gli amministratori locali a chiedere il conto ai referenti nazionali delle loro azioni e omissioni, tanto sordi dinanzi a qualsiasi riforma vera (un esempio tra tanti: quella sul sistema radiotelevisivo o, per l’appunto, il finanziamento dei partiti) quanto solerti a introdurre in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, secondo i voleri dei potentati euro-comunitari, tutti insieme appassionatamente con una maggioranza di oltre due terzi che scippa il referendum confermativo. Questa gentaglia va spazzata via, senza remissione e senza idugio, prima che faccia altri danni. Perché oltre a essere disonesta e incapace, potrebbe diventare perfino  pericolosa, quando cominciasse a sentirsi in pericolo. E prima che possa trovare la maniera di difendersi (tipicamente: inventandosi qualche altra situazione d’emergenza, magari con qualche bomba qua o là oppure un attentato clamoroso, tanto per metterla sull’ordine pubblico che va salvaguardato sopra ogni cosa) va colpita, e duramente, proprio dove fa più male: nel portafoglo. Non pagare l’IMU:  se lo si facesse in massa si toglierebbe l’ossigeno a questa classe politica oscena. Finirebbero per scannarsi tra di loro,  a livello locale e nazionale, e sparirebbero nel giro di pochi mesi. Potrebbe fare qualcosa Equitalia contro alcuni milioni di ribelli fiscali? Pignorarli tutti? In un clima di rivolta e con le gente sempre più esasperata? Non credo proprio. Un’utopia? Forse, ma sarebbe fattibile. Più facilmente di quel che si pensa. In fondo basta poco: un rifiuto. Sacrosanto.

martedì 17 aprile 2012

The Lady - L'amore per la libertà

"The Lady - L'amore per la libertà" (The Lady) di Luc Besson. Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King, Susan Woolridge, Sahajak Boonthanakit, Nay Myo Thant, Marian Yu, Guy Barwell. Francia, Gran Bretagna 2001 ★★
Ovvero: la storia di Aung San Suu Kyi adattata e filmata per "Vanity Fair". Un film patinato, ben girato senza dubbio, con un'ambientazione ricostruita in maniera eccellente (sicuramente le riprese non sono avvenute in Myanmar, di cui però il regista non ci fa mancare stucchevoli immagini da cartolina come la pianura di Bagan e il Lago Inle anche quando non sono per niente attinenti al racconto), a tratti emozionante ma che non convince.  Mentre in una visione melodrammatica ha un senso soffermarsi sulle vicende personali di Aung San Suu Kyi, che si intrecciano a quelle politiche in modo esemplare, è però la seconda dimensione che ne viene sminuita e non si fa un gran servizio alla causa. Non solo: la straordinara interpretazione di Michelle Yeoh, che rende in modo estremamente verosimile la ieratica figura della "Orchidea di ferro", al punto da confondersi con l'immagine che si ha di Aung San Suu Kyi in pelle e ossa, viene sminuita dal gigionismo eccessivo di David Thewlis nel ruolo del marito Michael Aris, che nella visione di Besson diventa di fatto la figura principale della pellicola. Una sovraesposizione che penalizza anche gli altri eccellenti interpreti del film. Peccato: con un taglio diverso, poteva essere un gran bel film.