A commento del risultato delle Primarie "aperte simultanee e obbligatorie" (PASO) tenutesi in Argentina domenica 11 per designare le formule di candidati alla presidenza e vicepresidenza alle elezioni che si terranno a fine ottobre, e che hanno visto i peronisti, vicini al 50%, infliggere una legnata micidiale all'attuale presidente Mauricio Macri, un mio amico che ha frequentato per parecchio tempo il Paese (e che per contrappasso ultimamente si rifugia appena possibile in Siberia) commenta che "quando pensiamo che in Italia vada tutto male e che abbiamo toccato il fondo, a farci sentire meglio c'è sempre l'Argentina", col corollario del puntuale crollo della borsa e del calo del peso di un altro 26% sul dollaro: immediate reazioni dei mercati alla prospettiva di un ritorno al potere dell'eterno peronismo, aggiornato al nuovo millennio in versione kirchnerista. Definirlo populismo di sinistra è quantomeno fuorviante trattandosi di una riedizione di un cancro nazionale come da noi il fascismo endemico: Mai morti: del resto ho sempre sottolineato la sconcertante somiglianza dei due Paesi: stessa razza, stessa faccia, viene da pensare. Candidato favorito alla presidenza sarà dunque Alberto Fernández, un immarcescibile camaleonte della politica, già capo di gabinetto dell'ex presidente Nestor Kirchner e che avrà come vice la vedova consorte ed ex presidenta, per due mandati, Cristina Fernández de Kirchner, ossia la vera vincitrice di queste primarie-farsa, che non si è candidata alla presidenza in prima persona perché quest'ultima carica non prevede l'immunità (mentre quella di vice e senatrice sì) per la pletora di vicende giudiziarie di cui lei e la sua famiglia sono al centro (corruzione, arricchimenti illeciti e quant'altro). Non che sia più di tanto dispiaciuto della disfatta di Macri: il suo PRO (che ha vinto solo dove sopravvive una parvenza di classe media: la città autonoma di Buenos Aires e Córdoba e dintorni), alleato con quanto resta del fu glorioso radicalismo, è un partito liberista, di centrodestra e filo-americano che ha molte somiglianze con Forza Italia: del resto Mauricio, che ha sempre detto di ispirarsi a Silvio Berlusconi, è un Pierpirla un po' più intelligente del figlio di quest'ultimo e a sua volta rampollo di cotanto padre, Franco, un grosso imprenditore edile di origine calabrese con attività economiche a tutto campo; la tragedia è che il peronismo kirchnerista è ancora peggio, e non si vedono alternative: il terzo incomodo era l'economista ed ex ministro Roberto Lavagna, sostanzialmente un altro peronista per quanto "illuminato" (si fa per dire), mentre la sinistra vera e propria (ma parolaia quanto quella nostrana) fa festa per potersi presentare alle presidenziali d'autunno su una base di consensi del 2,87%, tanta roba! Faccio notare che alle PASO, elezioni pletoriche per confermare dei candidati già scelti, ha partecipato con entusiasmo degno di miglior causa oltre il 75% dell'elettorato. In sostanza, come in Italia, non c'è la possibilità di una scelta decente (ammesso e non concesso che votare abbia un senso se non contro). E, ricordando all'amico di cui sopra che "il peggio deve ancora venire" e non si è mai finito di scavare nella fossa, rituffiamoci allegramente nel letamaio nazionale.
martedì 13 agosto 2019
Los Inmortales
A commento del risultato delle Primarie "aperte simultanee e obbligatorie" (PASO) tenutesi in Argentina domenica 11 per designare le formule di candidati alla presidenza e vicepresidenza alle elezioni che si terranno a fine ottobre, e che hanno visto i peronisti, vicini al 50%, infliggere una legnata micidiale all'attuale presidente Mauricio Macri, un mio amico che ha frequentato per parecchio tempo il Paese (e che per contrappasso ultimamente si rifugia appena possibile in Siberia) commenta che "quando pensiamo che in Italia vada tutto male e che abbiamo toccato il fondo, a farci sentire meglio c'è sempre l'Argentina", col corollario del puntuale crollo della borsa e del calo del peso di un altro 26% sul dollaro: immediate reazioni dei mercati alla prospettiva di un ritorno al potere dell'eterno peronismo, aggiornato al nuovo millennio in versione kirchnerista. Definirlo populismo di sinistra è quantomeno fuorviante trattandosi di una riedizione di un cancro nazionale come da noi il fascismo endemico: Mai morti: del resto ho sempre sottolineato la sconcertante somiglianza dei due Paesi: stessa razza, stessa faccia, viene da pensare. Candidato favorito alla presidenza sarà dunque Alberto Fernández, un immarcescibile camaleonte della politica, già capo di gabinetto dell'ex presidente Nestor Kirchner e che avrà come vice la vedova consorte ed ex presidenta, per due mandati, Cristina Fernández de Kirchner, ossia la vera vincitrice di queste primarie-farsa, che non si è candidata alla presidenza in prima persona perché quest'ultima carica non prevede l'immunità (mentre quella di vice e senatrice sì) per la pletora di vicende giudiziarie di cui lei e la sua famiglia sono al centro (corruzione, arricchimenti illeciti e quant'altro). Non che sia più di tanto dispiaciuto della disfatta di Macri: il suo PRO (che ha vinto solo dove sopravvive una parvenza di classe media: la città autonoma di Buenos Aires e Córdoba e dintorni), alleato con quanto resta del fu glorioso radicalismo, è un partito liberista, di centrodestra e filo-americano che ha molte somiglianze con Forza Italia: del resto Mauricio, che ha sempre detto di ispirarsi a Silvio Berlusconi, è un Pierpirla un po' più intelligente del figlio di quest'ultimo e a sua volta rampollo di cotanto padre, Franco, un grosso imprenditore edile di origine calabrese con attività economiche a tutto campo; la tragedia è che il peronismo kirchnerista è ancora peggio, e non si vedono alternative: il terzo incomodo era l'economista ed ex ministro Roberto Lavagna, sostanzialmente un altro peronista per quanto "illuminato" (si fa per dire), mentre la sinistra vera e propria (ma parolaia quanto quella nostrana) fa festa per potersi presentare alle presidenziali d'autunno su una base di consensi del 2,87%, tanta roba! Faccio notare che alle PASO, elezioni pletoriche per confermare dei candidati già scelti, ha partecipato con entusiasmo degno di miglior causa oltre il 75% dell'elettorato. In sostanza, come in Italia, non c'è la possibilità di una scelta decente (ammesso e non concesso che votare abbia un senso se non contro). E, ricordando all'amico di cui sopra che "il peggio deve ancora venire" e non si è mai finito di scavare nella fossa, rituffiamoci allegramente nel letamaio nazionale.
domenica 11 agosto 2019
Serenity - L'isola dell'inganno
"Serenity - L'isola dell'inganno" (Serenity) di Steven Knight. Con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Djimon Hounsou, Diane Lane, Jason Clarke, Jeremy Strong e altri. USA 2019 ★★★
Clamoroso flop al botteghino negli USA, non ha trovato una grande accoglienza nemmeno da questa sponda dell'Atlantico, specialmente da parte della critica; per atmosfere, personaggi e luoghi vagamente hemingwayani (siamo a Plymouth, un'isola che non c'è e si suppone dalle parti dei Caraibi; in realtà la location non si trovava in una delle Keys al largo della Florida, bensì in una delle Mauritius) ci si aspetta un noir di quelli hard boiled anni Quaranta, ma dopo metà film si comincia a capire che qualcosa non quadra e l'inganno (rivelatore l'occhiello aggiunto all'edizione italiana del titolo) che frega sia i suddetti personaggi sia lo spettatore viene pienamente svelato nel finale: siamo in un gioco, anche di parole, per dirla con Edoardo Bennato, per la precisione in un videogioco creato dalla mente di un adolescente "difficile", rimasto a sei anni orfano di padre, morto in Irak in una delle tante missioni USA a portare la loro idea di democrazia in giro per il mondo. Eppure il torrido mondo tropicale e la strana fauna umana che popola l'isola sembrano all'inizio più che reali: il collerico e indebitato Baker Dill (McConaughey) proprietario e capitano della barca con cui porta a pesca i ricchi turisti che giungono a Plymouth, ossessionato dalla caccia a un tonno gigante; il suo saggio e prudente secondo di colore (Djimon Hounsou); la ex moglie di Baker, Karen (Anne Hathaway incredibilmente virata in biondo), che riappare dal passato per fargli una proposta che non può rifiutare in nome dell'antico amore adolescenziale e del figlio che Patrick che hanno avuto in comune e con cui il padre sembra essere in contatto telepatico: uccidere il nuovo marito, il bastardo della situazione interpretato da un cattivo per definizione come Jason Clarke, il quale la picchia e maltratta il ragazzino, simulando un incidente di pesca. Accetterà o non accetterà? In attesa del momento della verità e della fatidica decisione tra bene e male Baker-McConaughey, tra uno shottino di rum e un altro si sollazza con Constance, la Milf di turno (Diane Lane), non trascurando un ripassino all'ex consorte stoppato sul più bello, per la gioia delle spettatrici in sala esibisce abbondanti porzioni del suo corpo muscoloso ma asciutto, soprattutto le terga ma mai l'arnese (il film è pur sempre USA) e gli altri personaggi fanno da corollario, compreso un gatto nero, l'attore più in parte dell'intero cast. Che è di prim'ordine ma parte anch'esso della parodia: McConaughey, l'improbabile bionda Anne Hathaway, Jason Clarke e la stessa Diane Lane la fanno di sé stessi (ignoro quanto ne fossero consapevoli quando hanno girato il film e se fossero al corrente di come Steven Knight, di cui peraltro ricordo l'ottimo Locke, lo avrebbe montato). Ecco, se vi aspettate un vero e proprio thriller, come lo ha presentato la casa di produzione, rimanete pure a casa; se prendete Serenity per la farsa che in effetti è, e probabilmente voleva essere nelle intenzioni del regista, potreste trovarlo perfino buono. Così come, in un impeto di generosità, faccio io.
Clamoroso flop al botteghino negli USA, non ha trovato una grande accoglienza nemmeno da questa sponda dell'Atlantico, specialmente da parte della critica; per atmosfere, personaggi e luoghi vagamente hemingwayani (siamo a Plymouth, un'isola che non c'è e si suppone dalle parti dei Caraibi; in realtà la location non si trovava in una delle Keys al largo della Florida, bensì in una delle Mauritius) ci si aspetta un noir di quelli hard boiled anni Quaranta, ma dopo metà film si comincia a capire che qualcosa non quadra e l'inganno (rivelatore l'occhiello aggiunto all'edizione italiana del titolo) che frega sia i suddetti personaggi sia lo spettatore viene pienamente svelato nel finale: siamo in un gioco, anche di parole, per dirla con Edoardo Bennato, per la precisione in un videogioco creato dalla mente di un adolescente "difficile", rimasto a sei anni orfano di padre, morto in Irak in una delle tante missioni USA a portare la loro idea di democrazia in giro per il mondo. Eppure il torrido mondo tropicale e la strana fauna umana che popola l'isola sembrano all'inizio più che reali: il collerico e indebitato Baker Dill (McConaughey) proprietario e capitano della barca con cui porta a pesca i ricchi turisti che giungono a Plymouth, ossessionato dalla caccia a un tonno gigante; il suo saggio e prudente secondo di colore (Djimon Hounsou); la ex moglie di Baker, Karen (Anne Hathaway incredibilmente virata in biondo), che riappare dal passato per fargli una proposta che non può rifiutare in nome dell'antico amore adolescenziale e del figlio che Patrick che hanno avuto in comune e con cui il padre sembra essere in contatto telepatico: uccidere il nuovo marito, il bastardo della situazione interpretato da un cattivo per definizione come Jason Clarke, il quale la picchia e maltratta il ragazzino, simulando un incidente di pesca. Accetterà o non accetterà? In attesa del momento della verità e della fatidica decisione tra bene e male Baker-McConaughey, tra uno shottino di rum e un altro si sollazza con Constance, la Milf di turno (Diane Lane), non trascurando un ripassino all'ex consorte stoppato sul più bello, per la gioia delle spettatrici in sala esibisce abbondanti porzioni del suo corpo muscoloso ma asciutto, soprattutto le terga ma mai l'arnese (il film è pur sempre USA) e gli altri personaggi fanno da corollario, compreso un gatto nero, l'attore più in parte dell'intero cast. Che è di prim'ordine ma parte anch'esso della parodia: McConaughey, l'improbabile bionda Anne Hathaway, Jason Clarke e la stessa Diane Lane la fanno di sé stessi (ignoro quanto ne fossero consapevoli quando hanno girato il film e se fossero al corrente di come Steven Knight, di cui peraltro ricordo l'ottimo Locke, lo avrebbe montato). Ecco, se vi aspettate un vero e proprio thriller, come lo ha presentato la casa di produzione, rimanete pure a casa; se prendete Serenity per la farsa che in effetti è, e probabilmente voleva essere nelle intenzioni del regista, potreste trovarlo perfino buono. Così come, in un impeto di generosità, faccio io.
sabato 10 agosto 2019
A Taxi Driver
"A Taxi Driver" di Hun Jang. Con Song Kang-ho, Thomas Kretschmann, Yoo Hae-jin, Jun-yeol Ryu, Park Hyuk-kwon e altri. Corea del Sud 2017 ★★★★
Reduce da un grandissimo e significativo successo di pubblico e critica in patria, dove tocca un tasto dolente come il massacro di Gwangju, avvenimento tragico e travisato oltre che tenuto nascosto nelle sue dimensioni avvenuto nel maggio del 1980 nella città che era il bastione della democrazia e del movimento degli studenti contro il governo golpista di Chun Doo-hwan, salito al potere dopo il golpe dell'ottobre dell'anno prima, è arrivato anche in alcune sale italiane questo ottimo film di Hun Jang che ha come straordinario protagonista una stella locale nota anche in Occidente come Song Kang-ho, che qui impersona il taxista che a quel tempo accompagnò nella città, assediata e isolata dai militari, in cui era praticamente impossibile entrare, il reporter della televisione tedesca Jürgen Hinzpeter (interpretato da Thomas Kretschmann), l'unico giornalista occidentale che riuscì a filmare gli avvenimenti e a diffondere le notizie della carneficina (il numero delle vittime, fra le due e le tremila, non fu mai rivelato) fuori dalla Corea. E' abbastanza tipico del cinema coreano mischiare i generi e miscelare comicità, commedia e dramma anche nel caso di un film tratti da vicende reali, e quindi non stupisce una prima parte che dipinge Kim, così si chiama il tassinaro del titolo (il riferimento ad Alberto Sordi è voluto e probabilmente ha ispirato anche il regista Hun Jang), un uomo rimasto vedovo e con una figlia piccola a carico, sostanzialmente come un qualunquista in politica e attaccato ai soldi (di cui ha un costante bisogno per mantenere la bambina) che "frega" con astuzia il ricco cliente a un collega che ha avuto la malaugurata idea di parlare in una trattoria frequentata da tassisti di un occidentale disposto a pagare una cifra spropositata per portarlo a Gwangju da Seul e ritorno: quel qualcuno era Hinzpeter, arrivato in Corea facendosi passare per missionario dal Giappone, dove era corrispondente per l'Asia dell'ARD, che inizialmente è piuttosto diffidente di Kim e non lo ha in grande simpatia: come se non bastasse l'autista parla troppo, si spaccia per conoscitore dell'inglese per essere stato a lavorare per cinque anni in Arabia Saudita e gira con un catorcio che ha sulle spalle qualcosa come 600 mila chilometri. Ma sia il tono del film, sia i rapporti tra i due cambiano pian piano, così come il modo di considerare i moti di protesta, che il regime fa passare per un'insurrezione comunista e che non coinvolgono soltanto il mondo studentesco, quando arrivano nella città in rivolta, mentre divengono testimoni dei massacri e vittime a loro volta di una caccia all'uomo rispetto alla quale anche i fatti del G8 di Genova del 2001 erano un innocente gioco da bambini; cambiano anche le modalità di ripresa, e le scene delle azioni dei militari sono veramente suggestive ed impressionanti, anche se da incubo. Nonostante ciò e alcune ingenuità (non si riesca francamente a capire come Kim e Hinzpeter siano riusciti a farla franca e uscire da Gwangju e ancor più riuscire a entrare, e Hinzpeter passare i controlli, all'aeroporto internazionale di Gimpo) l'impatto del film non è indifferente e può dirsi decisamente riuscito, girato con competenza e bene interpretato, ovviamente e giustamente alla coreana. Hinzpeter morì nel 2015 senza essere riuscito a rintracciare il suo tassista e compagno di avventura, che gli aveva scritto su un foglio volutamente il nome incompleto, mentre il vero Kim è vivo e vegeto e ha rivelato la sua identità soltanto nel 2017, dopo l'uscita del film. Se vi capita a tiro, una pellicola che consiglio.
Reduce da un grandissimo e significativo successo di pubblico e critica in patria, dove tocca un tasto dolente come il massacro di Gwangju, avvenimento tragico e travisato oltre che tenuto nascosto nelle sue dimensioni avvenuto nel maggio del 1980 nella città che era il bastione della democrazia e del movimento degli studenti contro il governo golpista di Chun Doo-hwan, salito al potere dopo il golpe dell'ottobre dell'anno prima, è arrivato anche in alcune sale italiane questo ottimo film di Hun Jang che ha come straordinario protagonista una stella locale nota anche in Occidente come Song Kang-ho, che qui impersona il taxista che a quel tempo accompagnò nella città, assediata e isolata dai militari, in cui era praticamente impossibile entrare, il reporter della televisione tedesca Jürgen Hinzpeter (interpretato da Thomas Kretschmann), l'unico giornalista occidentale che riuscì a filmare gli avvenimenti e a diffondere le notizie della carneficina (il numero delle vittime, fra le due e le tremila, non fu mai rivelato) fuori dalla Corea. E' abbastanza tipico del cinema coreano mischiare i generi e miscelare comicità, commedia e dramma anche nel caso di un film tratti da vicende reali, e quindi non stupisce una prima parte che dipinge Kim, così si chiama il tassinaro del titolo (il riferimento ad Alberto Sordi è voluto e probabilmente ha ispirato anche il regista Hun Jang), un uomo rimasto vedovo e con una figlia piccola a carico, sostanzialmente come un qualunquista in politica e attaccato ai soldi (di cui ha un costante bisogno per mantenere la bambina) che "frega" con astuzia il ricco cliente a un collega che ha avuto la malaugurata idea di parlare in una trattoria frequentata da tassisti di un occidentale disposto a pagare una cifra spropositata per portarlo a Gwangju da Seul e ritorno: quel qualcuno era Hinzpeter, arrivato in Corea facendosi passare per missionario dal Giappone, dove era corrispondente per l'Asia dell'ARD, che inizialmente è piuttosto diffidente di Kim e non lo ha in grande simpatia: come se non bastasse l'autista parla troppo, si spaccia per conoscitore dell'inglese per essere stato a lavorare per cinque anni in Arabia Saudita e gira con un catorcio che ha sulle spalle qualcosa come 600 mila chilometri. Ma sia il tono del film, sia i rapporti tra i due cambiano pian piano, così come il modo di considerare i moti di protesta, che il regime fa passare per un'insurrezione comunista e che non coinvolgono soltanto il mondo studentesco, quando arrivano nella città in rivolta, mentre divengono testimoni dei massacri e vittime a loro volta di una caccia all'uomo rispetto alla quale anche i fatti del G8 di Genova del 2001 erano un innocente gioco da bambini; cambiano anche le modalità di ripresa, e le scene delle azioni dei militari sono veramente suggestive ed impressionanti, anche se da incubo. Nonostante ciò e alcune ingenuità (non si riesca francamente a capire come Kim e Hinzpeter siano riusciti a farla franca e uscire da Gwangju e ancor più riuscire a entrare, e Hinzpeter passare i controlli, all'aeroporto internazionale di Gimpo) l'impatto del film non è indifferente e può dirsi decisamente riuscito, girato con competenza e bene interpretato, ovviamente e giustamente alla coreana. Hinzpeter morì nel 2015 senza essere riuscito a rintracciare il suo tassista e compagno di avventura, che gli aveva scritto su un foglio volutamente il nome incompleto, mentre il vero Kim è vivo e vegeto e ha rivelato la sua identità soltanto nel 2017, dopo l'uscita del film. Se vi capita a tiro, una pellicola che consiglio.
giovedì 8 agosto 2019
Conversazione su Tiresia
"Conversazione su Tiresia" di e con Andrea Camilleri. Italia, 2018 ★★★★★
L'occasione di rendere il mio personale saluto all'autore siciliano recentemente deceduto mi si è presentata per puro caso: mi ero perso la proiezione al cinema, il 5, 6 e 7 novembre scorso presentata da NexoDigital, dello spettacolo tenuto da Andrea Camilleri l'11 giugno dell'anno scorso al Teatro Greco di Siracusa gremito, e caso ha voluto che la visione della pellicola, riproposta martedì scorso nell'ambito di Secret Garden, manifestazione di cinema all'aperto promossa dal Comune (nel cartellone di UdinEstate) e curata dal CEC, venisse spostata in una delle sale del Centrale (unico cinema rimasto aperto in città, non considerando i multisala inseriti negli orridi centri commerciali situati nei sobborghi) causa maltempo, in questo caso provvidenziale, al posto di un film che mi accingevo a vedere per pura disperazione. In sostanza "Conversazione su Tiresia" mi si è imposto ed è stato un bene, perché merita davvero. Chi conosce Camilleri anche solo come autore del Commissario Montalbano (e a prescindere dal suo essere stato, prima che romanziere, valente e riconosciuto sceneggiatore, regista sia teatrale sia televisivo nonché drammaturgo) sa quanto gusto avesse della narrazione, e in questi 75' da solo, seduto al centro del palcoscenico come se stesse di fronte a un caminetto, assistito da un ragazzo accoccolato ai suoi piedi chemai ha dovuto intervenire nel suo ruolo di suggeritore ma limitandosi a porgergli di tanto in tanto un bicchier d'acqua e accompagnato, in alcuni passaggi, da un flauto; alle spalle uno schermo dove vengono proiettate immagini classiche e alcuni testi in sovrimpressione, dà una prova dell'incredibile lucidità che avesse ai suoi 93 anni; della memoria intatta e vivida; del gusto di vivere e di raccontarla (per dirla con Gabriel García Márquez); dell'essere un uomo di vasta cultura e della capacità di comunicarla con semplicità, ma senza mai banalizzazioni, in modo che chiunque fosse messo in condizione di capire: un vero, autentico intellettuale, senza la spocchia che troppo spesso accompagna la categoria, merce rarissima e non soltanto nel nostro Paese. Nella sua conversazione, Camilleri racconta in prima persola la storia dell'indovino tebano, di come avesse sperimentato l'essere trasformato in femmina e poi di nuovo in uomo ma ridotto alla cecità (come del resto il cuntatore negli ultimi anni) facendo giustizia delle varie teorie su come fosse stato privato della vista e quindi del passaggio da Tiresia in quanto persona a personaggio, maschera, ossia di come fosse stato ritratto dagli autori che si sono occupati di lui nel corso di oltre due millenni, da Esiodo a Sofocle a Omero; da Ovidio a Seneca; da Dante ad Apollinaire, da Virginia Woolf a Ezra Pound, Da Primo Levi a Cesare Pavese a Pier Paolo Pasolini... Non un attimo di indecisione, nel massimo della naturalezza ed espresso con una grande umanità ed empatia, un gioiello prezioso, che andrebbe diffuso il più possibile, specie nelle scuole. Grazie, Maestro, ancora una volta.
L'occasione di rendere il mio personale saluto all'autore siciliano recentemente deceduto mi si è presentata per puro caso: mi ero perso la proiezione al cinema, il 5, 6 e 7 novembre scorso presentata da NexoDigital, dello spettacolo tenuto da Andrea Camilleri l'11 giugno dell'anno scorso al Teatro Greco di Siracusa gremito, e caso ha voluto che la visione della pellicola, riproposta martedì scorso nell'ambito di Secret Garden, manifestazione di cinema all'aperto promossa dal Comune (nel cartellone di UdinEstate) e curata dal CEC, venisse spostata in una delle sale del Centrale (unico cinema rimasto aperto in città, non considerando i multisala inseriti negli orridi centri commerciali situati nei sobborghi) causa maltempo, in questo caso provvidenziale, al posto di un film che mi accingevo a vedere per pura disperazione. In sostanza "Conversazione su Tiresia" mi si è imposto ed è stato un bene, perché merita davvero. Chi conosce Camilleri anche solo come autore del Commissario Montalbano (e a prescindere dal suo essere stato, prima che romanziere, valente e riconosciuto sceneggiatore, regista sia teatrale sia televisivo nonché drammaturgo) sa quanto gusto avesse della narrazione, e in questi 75' da solo, seduto al centro del palcoscenico come se stesse di fronte a un caminetto, assistito da un ragazzo accoccolato ai suoi piedi chemai ha dovuto intervenire nel suo ruolo di suggeritore ma limitandosi a porgergli di tanto in tanto un bicchier d'acqua e accompagnato, in alcuni passaggi, da un flauto; alle spalle uno schermo dove vengono proiettate immagini classiche e alcuni testi in sovrimpressione, dà una prova dell'incredibile lucidità che avesse ai suoi 93 anni; della memoria intatta e vivida; del gusto di vivere e di raccontarla (per dirla con Gabriel García Márquez); dell'essere un uomo di vasta cultura e della capacità di comunicarla con semplicità, ma senza mai banalizzazioni, in modo che chiunque fosse messo in condizione di capire: un vero, autentico intellettuale, senza la spocchia che troppo spesso accompagna la categoria, merce rarissima e non soltanto nel nostro Paese. Nella sua conversazione, Camilleri racconta in prima persola la storia dell'indovino tebano, di come avesse sperimentato l'essere trasformato in femmina e poi di nuovo in uomo ma ridotto alla cecità (come del resto il cuntatore negli ultimi anni) facendo giustizia delle varie teorie su come fosse stato privato della vista e quindi del passaggio da Tiresia in quanto persona a personaggio, maschera, ossia di come fosse stato ritratto dagli autori che si sono occupati di lui nel corso di oltre due millenni, da Esiodo a Sofocle a Omero; da Ovidio a Seneca; da Dante ad Apollinaire, da Virginia Woolf a Ezra Pound, Da Primo Levi a Cesare Pavese a Pier Paolo Pasolini... Non un attimo di indecisione, nel massimo della naturalezza ed espresso con una grande umanità ed empatia, un gioiello prezioso, che andrebbe diffuso il più possibile, specie nelle scuole. Grazie, Maestro, ancora una volta.
martedì 6 agosto 2019
Little Forest
"Little Forest" di Soon-rye Yim. Con Tae-ri Kim, Jun-yeol Ryu, Ki-jo Jin, Moon So-ri e altri. Corea del Sud 2018 ★★★½
Primo film della rassegna cinematografica K-Cinema / Il fascino (in)discreto della Corea del Sud, promossa dalla sempre benemerita casa di produzione e distribuzione friulana Tucker Film e da Far East Festival di Udine, che comprende quattro film che vengono proposti una volta alla settimana sugli schermi di Pordenone, Udine, Monfalcone e Trieste nel mese di agosto, Little Forest, tratto da un manga giapponese, girato con grande delicatezza dall'esperta mano della regista Soon-rue Yim con gusto prettamente coreano e interpretato da giovani attori emergenti di quel fecondo, cinematograficamente parlando, Paese. La trama, all'apparenza inconsistente, ruota attorno alla crisi della giovane Hye-won che, delusa dall'aver fallito l'esame d'ammissione all'università, dal lavoro umiliante in una caffetteria e dal rapporto con il fidanzato, lascia la megalopoli Seul per fare ritorno al paese rurale dov'è nata e cresciuta nella casa che condivideva con la madre, che l'aveva abbandonata all'improvviso e senza preavvertire quando frequentava l'ultimo anno di liceo e non vedeva l'ora di trasferirsi nella capitale e cambiare vita. Intenzionata inizialmente a restare sola e recuperare innanzitutto sé stessa, e a rimanere qualche settimana nella casa avita, i ritmi lenti e rilassati della campagna, i rapporti riallacciati con due amici d'infanzia, un giovane agronomo che si è messo a coltivare i frutteti di famiglia e un'impiegata di banca completamente diversa da lei di carattere ma con cui si completa, nonché una zia che vive nelle vicinanze, fanno sì che i mesi trascorrano e lei riscopra il valore delle sue radici e la sua autentica dimensione; il tutto scandito dai deliziosi pasti che prepara, avendo imparato dalla sua fantasiosa madre, in grado di inventarsi manicaretti con il poco che passava il convento e seguendo il ritmo delle stagioni, dall'inverno all'autunno successivo, riuscendo a comprendere quel che attraverso i suoi insegnamenti le aveva voluto indirettamente trasmettere e così anche i motivi del suo abbandono, che consisteva soprattutto in un invito a seguire la propria strada e le sue vere vocazioni, in sostanza riconciliandosi sia con la genitrice sia con sé stessa. Un film didascalico quanto si vuole, di una semplicità a tratti disarmante per quanto può sembrare idilliaco ma non banale e che fa pensare, benché la regista abbia scelto apposta, penso, uno stile molti televisivo, evidente nel modo in cui vengono riprese e commentate le varie ricette ideate ed eseguite dalla ragazza e apprezzate dai suoi amici.
Primo film della rassegna cinematografica K-Cinema / Il fascino (in)discreto della Corea del Sud, promossa dalla sempre benemerita casa di produzione e distribuzione friulana Tucker Film e da Far East Festival di Udine, che comprende quattro film che vengono proposti una volta alla settimana sugli schermi di Pordenone, Udine, Monfalcone e Trieste nel mese di agosto, Little Forest, tratto da un manga giapponese, girato con grande delicatezza dall'esperta mano della regista Soon-rue Yim con gusto prettamente coreano e interpretato da giovani attori emergenti di quel fecondo, cinematograficamente parlando, Paese. La trama, all'apparenza inconsistente, ruota attorno alla crisi della giovane Hye-won che, delusa dall'aver fallito l'esame d'ammissione all'università, dal lavoro umiliante in una caffetteria e dal rapporto con il fidanzato, lascia la megalopoli Seul per fare ritorno al paese rurale dov'è nata e cresciuta nella casa che condivideva con la madre, che l'aveva abbandonata all'improvviso e senza preavvertire quando frequentava l'ultimo anno di liceo e non vedeva l'ora di trasferirsi nella capitale e cambiare vita. Intenzionata inizialmente a restare sola e recuperare innanzitutto sé stessa, e a rimanere qualche settimana nella casa avita, i ritmi lenti e rilassati della campagna, i rapporti riallacciati con due amici d'infanzia, un giovane agronomo che si è messo a coltivare i frutteti di famiglia e un'impiegata di banca completamente diversa da lei di carattere ma con cui si completa, nonché una zia che vive nelle vicinanze, fanno sì che i mesi trascorrano e lei riscopra il valore delle sue radici e la sua autentica dimensione; il tutto scandito dai deliziosi pasti che prepara, avendo imparato dalla sua fantasiosa madre, in grado di inventarsi manicaretti con il poco che passava il convento e seguendo il ritmo delle stagioni, dall'inverno all'autunno successivo, riuscendo a comprendere quel che attraverso i suoi insegnamenti le aveva voluto indirettamente trasmettere e così anche i motivi del suo abbandono, che consisteva soprattutto in un invito a seguire la propria strada e le sue vere vocazioni, in sostanza riconciliandosi sia con la genitrice sia con sé stessa. Un film didascalico quanto si vuole, di una semplicità a tratti disarmante per quanto può sembrare idilliaco ma non banale e che fa pensare, benché la regista abbia scelto apposta, penso, uno stile molti televisivo, evidente nel modo in cui vengono riprese e commentate le varie ricette ideate ed eseguite dalla ragazza e apprezzate dai suoi amici.
domenica 4 agosto 2019
Men In Black International
"Men In Black International" di F. Gary Gray. Con Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Emma Thompson, Rafe Spall, Rebecca Ferguson e altri. USA 2019 ★★½
Classico film che non andrei a vedere appositamente in una sala cinematografica, ma a cui dedicherei al massimo una stravaccata serata televisiva, Men in Black International è l'ennesimo sequel derivato dal fortunato originale di oltre vent'anni fa, tratto a sua dal celebre fumetto di Lowell Cunningham che raccontava le mirabolanti avventure dei MIB, membri nerovestiti con camicia bianca e occhiali scuri d'ordinanza di una organizzazione ultrasegreta che regola l'afflusso degli alieni sul pianeta Terra, venendo a patti con quelli "buoni" ed eliminando quelli cattivi e pericolosi: il segreto sulla loro esistenza in generale viene mantenuto attraverso lo sparaflash, un raggio con cui viene cancellata la memoria dell'incontro con gli extraterrestri agli umani che hanno avuto la ventura di esserne protagonisti. E' quel che succede nel 1996 ai genitori di Molly (Tessa Thompson), che invece ne rimane immune dopo aver favorito la fuga di un piccolo extraterrestre. Cresciuta con la certezza, comprovata dall'esperienza personale, che gli alieni esistano, la sua massima aspirazione è quella di entrare a far parte della misteriosa organizzazione dei MIB e la vicenda raccontata dal film è come riesca a raggiungere il suo scopo, dall'individuazione di uno sbarco di alieni all'individuazione della sede newyorkese dell'organizzazione; all'attirare l'attenzione della sua massima dirigente, l'Agente O (Emma Thompson); all'arruolamento in prova, durante la quale viene spedita in missione alla sede di Londra, dove viene affiancata dal responsabile, l'Agente T (Liam Neeson), all'Agente H (il bellone della situazione, Chris Hemsworth). Le peripezie non mancano e vedono la coppia in azione tra la capitale inglese, l'esotica Marrakesh, un'isola-fortezza nel golfo di Napoli e Parigi, in particolare la Torre Eiffel, dove si crea il cuneo spazio-temporale da cui transitano gli esseri di un'altra dimensione e del cui regolare funzionamento sono per l'appunto responsabili i Men in Black. A risolvere genialmente i problemi che si creano, scoprire un insospettabile traditore (che non è chi tutti pensano che sia) e rimettere sul binario giusto l'Agente H sarà naturalmente la giovane Woman in Black, anche dal punto di visto dell'epidermide, Molly. A suo modo e coi suoi limiti, il film funziona discretamente, come una gazzosa quando fa caldo, e si rivela un passatempo innocuo e divertente. Ma proprio niente di più.
venerdì 2 agosto 2019
Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn...
J. W. Goethe, Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn (1795)
Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunkeln Laub die Goldorangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?
Kennst du es wohl? Dahin!
Dahin möcht’ ich mit dir,
O mein Geliebter, ziehn.
Kennst du das Haus? Auf Säulen ruht sein Dach,
Es glänzt der Saal, es schimmert das Gemach,
Und Marmorbilder stehn und sehn mich an:
Was hat man dir, du armes Kind, getan?
Kennst du es wohl? Dahin!
Dahin möcht’ ich mit dir,
O mein Beschützer, ziehn.
Kennst du den Berg und seinen Wolkensteg?
Das Maultier such im Nebel seinen Weg,
In Höhlen wohnt der Drachen alte Brut;
Es stürzt der Fels und über ihn die Flut.
Kennst du ihn wohl? Dahin!
Dahin geht unser Weg!
O Vater, laß uns ziehn!
J. W. Goethe, Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,
Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile, alto è l’alloro!
Lo conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O amato mio, con te vorrei andare!
Conosci tu la casa? Sulle colonne il tetto posa,
La grande sala splende, scintillano le stanze,
Alte mi guardano le marmoree effigi:
Che ti hanno fatto, o mia povera bambina?
La conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O mio protettore, con te vorrei andare.
Conosci tu il monte e l’impervio sentiero?
Il mulo nella nebbia cerca la sua strada,
Nelle grotte s’annida l’antica stirpe dei draghi,
La roccia precipita e sopra lei l’ondata:
Lo conosci?
Laggiù! Laggiù,
Porta la nostra strada, andiamo o padre mio!
(Traduzione di A. Rho e E. Castellani in J. W. Goethe, Wilhelm Meister. Gli anni di apprendistato, Adelphi, Milano 1974
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