lunedì 15 agosto 2016

Le ricette della signora Toku

"Le ricette della signora Toku" di Naomi Kawase. Con Kirin Kiki, Masatoshi Nagase, Kyara Uchida, Miyoko Asada, Estuko Ichihara. Giappone 2015 ★★★½
Film triste ma bello": questo il mio commento a caldo alla domanda all'amica, grande appassionata del Sol Levante e appena reduce dalla lettura di "Giorni giapponesi" di Folco Maraini, dopo aver recuperato anche questo "rimasuglio" della passata stagione in una sala pressoché deserta un paio di giorni fa. Regista di successo in patria, Naomi Kawase racconta con delicatezza ed eleganza una storia in realtà assai dura tratta da un best seller locale a cui, pur non avendolo letto, percepisco che dev'essere rimasta assai fedele: Sentaro, un uomo silenzioso e solitario, gestisce una piccola rivendita di dorayaki, un tipico dolce giapponese composto da due dischi di pan cake ripieni di anko, una particolare marmellata di fagioli rossi, senza entusiasmo (si scorprirà in seguito perché obbligato per un antico e pesante debito contratto con il proprietario del locale) e con pochi clienti, soprattutto studentesse di un liceo del quartiere, tra le quali una sola, disadattata pure lei, entra in rapporto con lui fino al giorno in cui a rispondere a un avviso di ricerca di personale temporaneo non si presenta Toku, un'anziana signora che vive in uno stato di particolare e felice sintonia con la natura (la vicenda inizia nella stagione della spettacolare fioritura dei ciliegi, che ha qualcosa di rituale e magico in Giappone), per la quale, avendo avuto un grave problema alle mani, ora quasi deformate, sarebbe un sogno poter preparare di persona la sua marmellata per farcire i dolcetti e magari avere l'onore di servirli, accontentandosi anche di un terzo della paga proposta. Inizialmente controvoglia Sentaro l'assume, anche su sollecitazione della giovane studentessa, ma quando assaggia la salsa anko preparata dalla vecchina si convince della bontà della scelta, entra man mano in confidenza con Toku e il suoi dorayaki cominciano ad andare a ruba. A guastare la festa la moglie del proprietario del negozietto, che lo richiama ai suoi doveri di fedeltà al padrone nonché creditore e, dando ascolto alle voci di persone malevole, gli impone di licenziarla. Toku, che nel frattempo ha intuito tutto, se ne va da sola, in silenzio, lasciando una lettera a Sentaro in cui gli racconta il suo segreto e rivela come, pur non conoscendone i dettagli, ha intuito il suo, pur nascosto dal mutismo di lui. Non rivelo altri dettagli per non pregiudicare la "sorpresa", in realtà in qualche modo intuibile a sua volta. Quel che rimane da dire è che si racconta dell'incontro tra due infelicità, anzi tre comprendendo la ragazza, tutti in qualche modo "ingabbiati" in situazioni che per motivi diversi li discriminano dal prossimo e dalla "normalità": il rapporto di tra Toku e Sentaro ricostituendo quello tra madre e figlio che entrambi non hanno avuto nella realtà, che porta al riscatto di Sentaro, come quello con la giovane, che trova in loro due quell'atmosfera e calore famigliari che non ha con la madre e con le coetanee. Bravi e credibili gli interpreti principali, all'altezza la regìa. 

sabato 13 agosto 2016

The Nice Guys

"The Nice Guys" di Shane Black. Con Russell Crowe, Ryan Gosling, Angourie Rice, Matt Bomer, Margaret Qualley, Kim Basinger e altri. USA 2016 ★★★★
Film spumeggiante, divertente, allegramente confusionario ma non innocuo e con una sua morale: contro i "poteri forti" che si annidano proprio tra chi dovrebbe garantire e difendere il cittadino dai soprusi, e contro chi ha definitivamente deturpato, rendendola ancora più inquinata e invivibile, Los Angeles, una città del tutto artificiale nata in partenza per soddisfare le brame di speculatori di ogni genere: di terreni, di acque, immobiliari in generale. Protagonisti di una vicenda che ha sullo sfondo la figura di Amelia, una giovane attrice porno misteriosamente sempre in fuga, sono due detective che inizialmente si trovano su fronti opposti: uno, Healey, un corpulento irlandese che risolve tutto a cazzottoni, impersonato da Russell Crowe, ingaggiato dalla ragazza per proteggerla; l'altro, March, esile, stranito e imprevedibile, che si rialza ogni volta come un misirizzi, interpretato da Ryan Gosling, incaricato di trovarla: man mano si troveranno dalla stessa parte, a risolvere un caso complicato che vede assassinati via via tutti i personaggi, dagli interpreti al regista al produttore, che ruotano attorno al film porno che vede protagonista Amelia, che si scoprirà essere un'ecologista ante litteram (siamo a metà degli anni Settanta, quando a LA si respira ancora qualche refolo di Flower Power ed echeggia tanta buona musica, altro punto forte della pellicola), film che ne maschera però anche un altro, su cui i "cattivi" vogliono mettere le mani: mi fermo qui per evitare sgradevoli spoiler. La classica "strana coppia" (finiranno per entrare in società che ha per nome il titolo del film: premessa per un sequel?) è fatta apposta per integrarsi a vicenda e, come i loro personaggi, lo stesso capita a Crowe e Gosling, perfettamente complementari, così come lo erano, a livelli diversi, Lemmon e Matthau o Spencer e Hill, e benché il film sia felicemente farsesco, i personaggi risultano assolutamente credibili: a integrare ulteriormente la coppia, e a rappresentare in definitivamente la mente più acuta facendola diventare di fatto un trio, la figlia tredicenne di March, la deliziosa Angourie Rice, cui non fatico a predire una brillante carriera. Curiosamente, nessuno dei tre attori principali è statunitense: Gosling è canadese, Crowe neozelandese e cresciuto in Australia, dov'è nata e cresciuta anche Angourie. Regia briosa, ritmi sincopati, colpi di scena e buon umore assicurato ne fanno un film ideale per l'estate. 

giovedì 11 agosto 2016

Bobi, porta l'osso a papà...


Trovo che "abominevole e ributtante", com'è stata da più parti definita, non sia la vignetta qui sopra, pubblicata in prima pagina sul Fatto Quotidiano di ieri, ma l'ormai insopportabile politicamente corretto a senso unico, il perbenismo peloso del pensiero a una dimensione che domina al giorno d'oggi in Italia ancora più che altrove. Al popolo pidiota le gobbe di Andreotti e la nanità di Berlusconi  andavano benissimo, quando erano all'opposizione (si fa per dire), come ora Virginia Raggi ritratta con le orecchie come spinnaker; le vignette contro Maometto un po' meno, per cui sono diventati sì tutti Charlie, perché al conformismo non si comanda, ma con riserva. Poi, nel Paese con l'informazione più autocensurata e servile dell'area OCSE, godono se il direttore dell'inserto sportivo di un quotidiano, pirla quanto si vuole ma innocuo, viene licenziato dall'editore (un Riffeser-Monti, dunque un noto illuminato) per avere dato delle cicciottelle a delle cicciottelle e vibrano di sdegno per Mannelli che disegna i coscioni di una che li esibisce abitualmente, insieme alle gengive e al tacco 12 d'ordinanza per slanciare una caviglia "diversamente sottile" e mostrare l'unghia del piede laccata attraverso il toe cleavage. Pur di silenziare le bestialità che pronuncia a ripetizione questa pericolosa cretina, si indignano per riflesso pavloviano, e sui sòcial, tra un cinguettio, un "mi piace" e uno "stato", trovano il loro terreno di battaglia ideale, avvalorando la tesi di Umberto Eco che li considerava una palestra per imbecilli: nelle piazze e nelle strade, infatti, non li si vedono infatti mai, neanche per sbaglio, salvo ai Concertoni del Primo Maggio o in occasione delle innocue scampagnate organizzate dalla Grande Ciggielle nella capitale o in altre località amene (mai a Taranto, Gioia Tauro, Marghera o Sestri Ponente anziché Monfalcone). Ipocriti e manipolatori come da tradizione conformista-leninista: la Santa Boschi, Mariele per gli amici pidioti, la portano in giro per la Penisola come la Madonna Pellegrina a sostegno del Sì al referendum costituzionale, proprio con l'intenzione di sfruttare, imbonendo il popolo bue che li vota e accorre festante, il presunto sex appeal che, secondo loro, emanerebbe da questa ragazzotta dal volto equino e l'espressione dell'oca giuliva, il che la dice lunga sul senso estetico dei figli del compromesso storico, bigotti come il piccì e la diccì di cui sono il risultato. Coi sòcial si ripete puntualmente quanto accaduto nella seconda metà degli Anni 70 col rock: da buoni ultimi, quando il periodo d'oro era agli sgoccioli, si sono accorti che era quello linguaggio che i "gggiovani" del tempo parlavano e capivano e che musicalmente non esistevano solo Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea, Giovanna Marini e Franco Trincale, oltre, va da sé, al coro della Gloriosa Armata Rossa, buttandocisi a pesce (morto). Come tutti i neofiti, sono diventati bulimici e hanno preteso di appropriarsene, a modo loro, e di fare la lezione agli altri. Lo stesso è successo, per rimanere in tema, con la satira: ricordo per chi non ne ha contezza, o possiede scarsa memoria, che Cuore, il mitizzato "settimanale di resistenza umana" con cui tuttora menano il torrone, nacque, sulle ceneri di Tango (1986/89, direttore Sergio Staino, il "papà di Bobo" e di tutti i Bobi, fedeli cani da riporto), nel 1989, l'anno della caduta del Muro, come inserto de l'Unità, su iniziativa di Michele Serra, oggi sdraiato su posizioni scalfariane e governative, quasi quanto Staino, mentre Il Male di Pino Zac, Vincino e Vauro, che come da programma faceva male per davvero e non guardava in faccia nessuno, ché la satira non addomesticata è così, mica roba da Bobi, apparve nel 1977, anno altrimenti significativo per questo Paese, ossia ben 12 anni prima. Idem con la scoperta del mercato e quindi dell'Ammeriga: non appena saliti al potere, sono diventati più realisti del re, più liberisti della Thatcher e più guerrafondai dei Clinton (e infatti fu D'Alema a far bombardare la Serbia nel 1999). Insomma: tutto questo buonismo d'accatto e politcally correct non solo mi fa venire il voltastomaco e voglia di dare ragione a Clint Eastwood, ma la sua versione renziana e comunistiana, dopo avermi fatto rivalutare Tremonti, comincia a farmi rimpiangere perfino il Berlusconi dei tempi migliori. Per chiudere ancora più scorrettamente però sinceramente: ma non vi inquieta il sospetto, osservando con attenzione i tratti, il modo di esprimersi e di muoversi del nostro presidente del Consiglio, che da ormai due anni e mezzo potremmo essere governati da un minorato con qualche traccia di mongolismo? 

martedì 9 agosto 2016

Un ultimo tango

"Un ultimo tango" (Un tango más) di German Kral. Con Juan Carlos Copes, María Nieves Rego, Alejandra Gutty, Ayelén Álvarez Miño, Juan Malizia, Pancho Martínez Pey, Pablo Verón, Johana Copes. Argentina, Germania 2015 ★★★★★
Sempre grazie alle rassegne estive che ripropongono, per chi se le fosse perse, le migliori chicche della stagione cinematografica appena trascorsa, eccone ripescata una da intenditori per chi ama il tango in sé, ma anche le storie di amori contrastati e di miserie e redenzioni che ne sono l'anima, incarnate nel racconto, per bocca dei suoi protagonisti, di una vicenda vera: il rapporto professionale, ma anche umano, tra Juan Carlos Copes e María Nieves Rego, la coppia di tangueros forse più famosa d'Argentina, unita sul palco da un sodalizio durato quasi cinquant'anni e per un primo periodo anche nella vita fuori dal palcoscenico, e comunque dalla passione per quel "pensiero triste che si balla", come lo definì non Borges, come insistono a dire i nesci, ma Enrique Santos Discépolo, probabilmente il più grande poeta del tango e, in ogni caso, il mio preferito. In un misto di documentario, musical, biopic con personaggi tuttora viventi, questa coproduzione argentino-tedesca, meritoriamente guidata da Wim Wenders e con la valida regìa di German Kral, si incentra in particolare sulla figura di Maria Nieves Rego, classe 1934 che, sigaretta sempre alla mano, ripercorre la sua storia dal primo incontro con il giovane Juan Carols Copes in una milonga di Palermo Viejo, l'Estrella de Maldonado, uno dei Clubes de Barrio diffusi ancor oggi nelle varie municipalità di Buenos Aires, che negli anni Quaranta e Cinquanta vissero il loro periodo d'oro, all'immediata sintonia, come ballerini e come amanti, al perfezionamento e agli esordi fino alla formazione, sotto la direzione di Copes, anche scenografo, di una compagnia di giovani che furoreggiò prima in patria e poi anche negli USA (Broadway) e in giro per l'Europa negli anni Ottanta sotto la direzione artistica di Astor Piazzolla nello spettacolo Tango Argentino (ebbi occasione di vederli dal vivo sia a Milano sia a Buenos Aires). Alla versione di María (che negando la sua gelosia la conferma ancor di più dando del donnaiolo inaffidabile al compagno: vale più che mai il verso "y es tan fuerte mi odio come fue mi amor", di Rencor, scritta da Julio Sosa e resa immortale da Caros Gardel, che racchiude in sé l'essenza del tango) fanno da contrappunto alcune precisazioni di Juan Carlos Copes, che pure la sposò, a Las Vegas, probabilmente con l'intento di farla stare buona, con una cerimonia "altrimenti valida", il quale la definisce tanto insuperabile come partner artistica quanto insopportabile in privato; si rese però imperdonabile quando, nel 1996, dopo una tournée mondiale di enorme successo, le dette il benservito dalla compagnia senza nemmeno guardarla negli occhi facendo cadere María in una profonda depressione da cui la donna, nata in povertà e cresciuta tra mille difficoltà, una vera combattente, riemerse quando si rese conto di quanto il pubblico l'amasse e apprezzasse di per sé, a prescindere dal partner di sempre, fino al reincontro sul palco, immortalato nel film, col cobarde traidor Juan Carlos. Una storia da conoscere, un film ben fatto, suggestivo, con inserti d'epoca e altri ricostruiti in studio, con ballerini tra cui spiccano Ayelen Álvarez Miño, che interpreta María Nieves da giovane, e l'intensa Alejandra Gutty, una stella di prima grandezza nell'universo tanguero moderno, che la impersona nei momenti di massimo fulgore. Vivamente consigliato.

sabato 6 agosto 2016

Il club

"Il Club" (El Club) di Pablo Larraín. Con Alfredo Castro, Roberto Farías, Antonia Zegers, Alejandro Goic, Francisco Reyes, Alejandro Sieveking, José Soza, Jaime Vadell, Marcelo Alonso. Cile 2015 ★★★★★
Grazie ai "ripescaggi" estivi, ho evitato di perdermi una delle migliori pellicole dell'intera stagione, presentata l'anno passato alla Berlinale, dove ha conquistato l'Orso d'Argento e il Gran Premio della Giuria: avrebbe meritato di più. Un film denso, pieno di significato, per nulla facile, che mette di fronte al male e per farlo non ha bisogno di scene eclatanti: il male, la violenza, il degrado morale stanno tutti negli sguardi, nelle movenze e nelle parole di quattro preti che, allontanati dalle loro funzioni, sono stati relegati dalla Chiesa in una casa dove vivono isolati, affidati alle cure di una suora, in un paesino perso chissà dove sulla costa del Pacifico in Cile. Segregati; non giudicati ché il giudizio, nella visione cristiana, e cattolica in particolare, spetta a Colui in cui il credente ha fede, ma non si sa se esista. Esistono invece i comportamenti reiterati dei quattro sacerdoti, che vanno dalla pederastia, alla tratta di esseri umani alla complicità col regime golpista, che sarebbero stati dei crimini gravissimi se non avessero vestito l'abito talare. La loro esistenza tranquilla, trascorsa tra l'orto, la preghiera, il reality in TV, l'allevamento di un levriero da corsa con cui rimpinguano le loro casse, anche se maneggiare denaro sarebbe loro interdetto, viene sconvolta dall'arrivo di un nuovo inquilino, pedofilo indefesso, accompagnato però dalla sua nemesi, di nome Sandokan, di cui aveva abusato fin dall'infanzia, un uomo affetto da turbe psichiche che si aggira nel paese e intorno alla casa-rifugio da un lato, innocentemente, snocciolando tutti i fatti che gli sono capitati, e che dall'altro non riesce a stare lontano dai preti e vorrebbe essere accolto nel "Club" assieme al nuovo arrivato, il quale non regge la situazione e preferisce suicidarsi, con una pistola fornita dall'ex cappellano del regime militare. A indagare giunge un giovane sacerdote, un gesuita rigoroso quanto sottile e intelligente, che sarebbe intenzionato a chiudere la "casa" e fare in modo che i quattro si rendessero almeno conto delle loro colpe, ma si trova di fronte a un muro di omertà fino a quando uno dei quattro, apparentemente in preda all'Alzheimer, non si lascia scappare una traccia attraverso la quale il gesuita ricostruisce i fatti: in effetti si è trattato di un suicidio ma, attraverso Sandokan, riesce a inchiodare tutti e quattro alle loro responsabilità: sarà la vittima stessa a diventare il mezzo per la punizione dei loro comportamenti peccaminosi o criminosi a seconda dei punti di vista. Non ancora quarantenne, Larraín, regista e sceneggiatore cileno, che qui oltre all'immancabile, nei suoi film, Alfredo Castro, un colosso, presenta anche la moglie Antonia Zegers nei panni della suora-governante, si conferma come uno dei miglior talenti in circolazione e questo è forse il suo film migliore finora, dopo Tony Manero, Post Mortem e No - I giorni dell'arcobaleno (il suo primo film, Fuga, non è uscito in Italia), un crescendo nella continuità. In soli 98' Larraín è riuscito a concentrare materiale di riflessione, qualità e intensità come forse solo nella migliore produzione russa (di cui sono richiamati anche alcuni aspetti estetici), ma in modo assai meno prolisso. Un film importante che sarebbe un delitto perdere.

martedì 2 agosto 2016

Ma Ma - Tutto andrà bene

"Ma Ma - Tutto andrà bene" (Ma ma) di Julio Medem. Con Penélope Cruz, Luis Tosar, Asier Elxeandía, Teo Planell, Alex Brendemühl, Silvia Abascal e altri. Spagna 2015 ☠
Un film pessimo: girato male, recitato peggio, assolutamente inverosimile, e questo è imperdonabile perché l'intenzione, almeno all'apparenza, era buona: parlare di una malattia che colpisce milioni di donne, il cancro al seno, e delle sue conseguenze psicologiche anche nel caso di guarigione, che non è quello che vede protagonista Magda, il personaggio su cui si incentra la storia, interpretato da Penélope Cruz, qui anche in veste di produttrice. Una donna che catalizza sfighe che si abbattono su di lei a raffica e contemporaneamente nel giro di non più di due giorni: la scoperta del tumore proprio mentre ha perso il lavoro di insegnante, è stata mollata dal marito, compie il ciclo di chemioterapia che precede la mastectomia, l'incontro con Alfonso, osservatore del Real Madrid che a sua volta viene raggiunto dalla notizia della morte della figlia e dello stato comatoso della moglie, investite da un'auto, mentre stanno assistendo a una partita di calcio giovanile in cui brilla il giovane talento di Dani, il figlio di Magda. La quale non molla, assistita da un ginecologo canterino che a sua volta si sta separando dalla moglie nonostante sia in attesa di adozione di una bimba siberiana. Che non arriverà mai: ci penserà Magda a produrre un miracolo, ossia a scodellare una sorellina a Dani e un'altra figlia ad Alfonso e che si chiamerà Natascia come l'adottanda russa, Una Magda che non si arrende nemmeno davanti alla diagnosi nefasta di un tumore incurabile al seno rimastole fino a sopravvivere al termine dei sei mesi concessile dal medico,,e che diventano più di nove dalla sgangherata sceneggiatura di questo cialtronesco feuilleton, e a partorire in punto di morte dopo una gravidanza cercata e poi condotta in splendida forma e il sorriso sulle labbra. Ossia: credibilità zero. Non che le tègole non capitino tutte insieme nella vita reale, né mancano donne che affrontano le avversità con tenacia e pure con ottimismo anche davanti alle prospettive più nere, ma assistendo a questa farsa con aspetti da mélo di quarta categoria la sensazione è quella di una presa per il culo quando non di una manovra per manipolare i sentimenti un tanto al chilo. Ci mancavano le marchette alla Nokia col messaggio video a futura memoria alla figlia nascitura registrato sul cellulare e al Real Madrid, una delle società di calcio meno specchiate al mondo, conosciuta come la Juventus d'Europa per la sistematica corruzione degli arbitri, una bella lisciata alla cattolicità e pure il riferimento alla crisi economica che miete posti di lavoro in Spagna e nel resto dell'Europa meridionale specie tra i giovani, peccato che la "povera" e precaria Magda si muova da una zona residenziale a una ancora più esclusiva e sia circondata da libri e begli oggetti e ogni anno vada in vacanza al mare. Insomma una mistificazione e una delle pellicole più inguardabili e irritanti di tutta la stagione.