venerdì 28 aprile 2017

La tenerezza

"La tenerezza" di Gianni Amelio. Con Renato Carpentieri, Elio Germano,  Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Arturo Muselli, Greta Scacchi, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale e altri. Italia 2017 ★★★★½
Un film molto bello e intenso insultato da una locandina invereconda, fuorviante, furbesca, falsa e ingiusta, in una parola: inaccettabile, che mette in primo piano i volti di Eliio Germano, Micaela Ramazzotti e Giovanna Mezzogiorno (tutti encomiabili), ossia i personaggi secondari, peraltro in ordine inverso alla loro presenza nel film, e sotto, in piccolo e irriconoscibile, il protagonista assoluto e magnifico di quest'ultimo lavoro di Gianni Amelio: Renato Carpentieri. Perché è attorno a Lorenzo, da lui interpretato, che ruota la pellicola: un anziano avvocato dalla dubbia fama in pensione, appena sopravvissuto a un infarto e che, una volta dimesso, torna nella bella casa del centro storico di Napoli dove vive in sdegnosa solitudine dopo la morte della moglie e l'allontanamento dei figli, con cui ha di fatto interrotto i rapporti che solo Elena, traduttrice dall'arabo in tribunale, cerca ostinatamente di ricomporre. Lo aspetta una novità: Micaela, la nuova inquilina dell'appartamento vicino, già appartenuto a Lorenzo, e che comunica col suo dal terrazzo, che ha per l'ennesima volta dimenticato all'interno le chiavi. Con, lei, giovane madre di due figli piccoli, con un marito, Fabio, che è un ingegnere navale venuto dal Nord, nasce subito un rapporto di empatia che il vecchio avvocato non ha invece con i parenti o le persone legate al suo passato, e la vita della famiglia di Michela, bambini compresi, viene a far parte di quella di Lorenzo, che coglie immediatamente, attraverso gli spunti offerti dalle conversazioni e dalle mezze confidenze, incertezze, angosce e problemi dei suoi componenti. Quando non è in casa e indaffarato coi vicini, Lorenzo trascorre le giornate nei pressi della sua abitazione, in Largo dei Banchi Nuovi, con Francesco, il figlio di Elena che va alle elementari, e che lui va a prelevare da scuola di nascosto per fargli lui da educatore: lo porta anche a visitare i cantieri navali, dove lavora Fabio. Tutto il film è itinerante, in una Napoli cinematograficamente inconsueta, dai dintorni del Monastero di Santa Chiara al porto, dal Centro Direzionale all'Ospedale Cardarelli, tra corridoi, vicoli, interni di negozi e case; e lo diventa ancora di più quando la tragedia colpisce la famiglia dei vicini di Lorenzo e lui stesso, quando Fabio impazzisce e ne fa strage: muoiono lui e i figli e Micaela rimane in coma; ad assisterla, facendosi passare come padre, ì'avvocato. E' attraverso i dialoghi tra i personaggi che, alla fine, ci si fa un quadro  della situazione e delle loro vicende pregresse e un'idea di ciò che ha intrecciato i loro destini e allontanati e forse ancora riavvicinati, ma è come se tutto fosse in fieri, possibile o anche no, mai definitivo. Un film apparentemente di solitudini e incomprensioni, in realtà di relazioni e di rapporti e della loro possibilità al di là di forme e apparenze, e dunque di umanità, come già nel bellissimo Il primo uomo, sempre di Amelio. Ben girato, intenso, ottima fotografia e colonna sonora perfetta, ma soprattutto la memorabile nterpretazione di Renato Carpentieri ne fa un film da vedere. 

martedì 25 aprile 2017

giovedì 20 aprile 2017

Libere disobbedienti innamorate - In Between

"Libere disobbedienti innamorate - In Between" (Bar Bahar) di Maysaloun Hamoud. Con Mouna Hawa,Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Mahmud Shalaby, Riyas Sliman e altri. Israele, Francia 2016 ★★★½
Giustamente premiato in alcuni dei più prestigiosi festival "minori" (ossia i più seri, come San Sabastián, Toronto e Haifa), il film dell'esordiente Mayasaloun Hamoud (non avevo dubbi sul fatto che fosse una donna) racconta le vicende di tre ragazze arabo-israeliane che condividono un appartamento nella progressista e cosmopolita Tel Aviv, e seppur diversissime tra loro hanno in comune il tentativo di affermare la propria identità in un ambiente lontano da quello patriarcale, maschilista e intollerante in cui sono cresciute, ma che continua a fare sentire la sua influenza. Laila è un'avvocata agnostica, disincantata, che preferisce rimanere indipendente e libera piuttosto che continuare un rapporto con un fiidanzato che si presenta come liberal (si vanta di avere anche vissuto a New York) ma in realtà non fa che riproporre schemi retrivi; Salma è una barista e disc-lockey lesbica di famiglia cristiana costretta a rompere con essa per le sue tendenze sessuali mentre Noor è una musulmana praticante che studia informatica, proveniente dal villaggio ultraconservatore du Umm al-Fahm, in Cisgiordania (da dove è arrivata anche una fatwa fondamentalista contro la pellicola, la sua autrice e le interpreti, cosa che non accadeva in Palestina da settan'annii: una medaglia al merito!) fidanzata con un fondamentalista che, non contento di volerla allontanare dalle altre ragazze, la stupra pure. In realtà Noor con le sue coinquiline si trova bene, non solo perché in fondo sono delle "brave ragazze", al di  delle canne e di qualche trasgressione ad alto tasso alcolico, ma perché trova con loro comprensione reciproca e solidarietà attiva e molte più cose in comune di quanto le differenza possano far credere. Al di là di qualche lentezza tipica della cinematografia mediorientale, che nulla toglie al film e semmai consente alle bravissime interpreti di dare corpo, attraverso sottili sfumature espressive, agli stati d'animo dei personaggi e a palesare il "non detto", In Between (ossia In mezzo, "Tra mare e terra", che sarebbe la traduzione letterale del titolo originale) dà voce e visibilità a un'intera generazione di israelo-palestoinesi, un quinto della popolazione del Paese, e in particolare alla sua parte femminile, di cui poco o niente si sa: gli uomini ne escono male, a parte il padre di Nour, che prende le parti della figlia perché non la vede cambiata nella sua essenza, checché ne dica l'ex fidanzato a giustificazione della rottura, avvenuta su iniziativa della ragazza, così come il bigottismo religioso sia musulmano sia cristiano. Palestinese com'è, Maysaloun Hamoud non poteva dare addosso anche a quello ebraico, ma ci aveva già pensato a suo tempo una sua collega ebrea assieme a suo fratello nell'ottimo Viviane, uscito un paio di anni fa: Ii risultato è all'0altezza.

lunedì 17 aprile 2017

Moglie e marito

"Moglie e marito" di Simone Godano. Con Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Valerio Aprea, Sebastian Dimulescu, Paola Calliari, Marta Gastini e altri. Italia 2017 ★★★★+
La sera di giovedì scorso ero rimasto indeciso fino all'ultimo se dare la precedenza a questo film oppure a Lasciati andare, che proiettavano in prima visione e in contemporanea all'ex Teatro e ora Cinema Adriano di Roma e, dopo aver optato per quest'ultimo e aspettando l'inizio dello spettacolo, avevo incrociato Pierfrancesco Favino, in nervosa attesa di qualcuno, all'Enoteca Costantini lì accanto; mi ero chiesto se fosse lì per fare passerella alla presentazione del film e detto che, in tal caso, visto il prevedibile affollamento di fan, dato che l'attore giocava in casa, avevo fatto bene a dare la precedenza al film di cui era protagonista Toni Servillo, che mi immaginavo meno disponibile all'atto di presenza (una mia illazione; in realtà Favino, che è uno degli attori italiani che preferisco, mi ha dato l'impressione di una persona molto discreta, educata  e che non se la tirasse per nulla, perfino timida). La sala in effetti era semivuota, non so quella in ci si proiettava Moglie e marito, che avrei visto il giorno appresso al Royal di Trastevere. Della piacevolezza di Lasciati andare ho detto, con la garanzia a priori della coppia Servillo-Signoris, ma la vera sorpresa è stata lungometraggio dell'esordiente Simone Godano, che ha confermato che qualcosa di notevole si sta muovendo sul fronte della commedia nostrana facendola uscire dagli abusati, fastidiosi e provinciali stereotipi dell'all'italiana, i cui tristi epigoni si sono dimostrati incapaci di ridare lustro a una tradizione che risaliva agli anni Sessanta: qui si parla un linguaggio diverso e nuovo e con un occhio finalmente di riguardo alla sceneggiatura (che in questo caso ha anche la felice mano di una giovane attrice e scrittrice statunitense, per quanto italianizzata, come Giulia Steigerwalt). Come anche nel caso della serie Smetto quando voglio e, per esempio, Perfetti sconosciuti (che vedeva tra i protagonisti, come qui, Kasia Smutniak, che a sua volta si conferma attrice a tutto tondo che non vive della gloria di ex modella) o la serie Smetto quando voglio e lo stesso Lasciati andare, il cambiamento di passo rispetto alla solita fuffa è impressionante quanto il salto di qualità. In Moglie e marito lo spunto è quello dello scambio di personalità dovuto a un incidente fortuito in una coppia di professionisti con due figli piccoli ormai sfiatata da dieci anni di matrimonio e incomprensioni: lui un geniale neurochirurgo che da anni lavora a un progetto per il recupero della memoria infantile in cui ha investito tutta l'eredità di famiglia e stanco di abitare in città, lei una giornalista free lance che ha finalmente la grande occasione della conduzione di un programma di punta in una televisione nazionale che ha sede nella capitale e quindi nessuna intenzione di farsela scappare lasciando la città: disgraziatamente acconsente a una sperimentazione con il marchingegno costruito dal marito assieme a un collega ma un corto circuito fa succedere il disastro e così Sofia si ritrova, letteralmente, nei panni e nel corpo di Angelo e viceversa. Da qui in poi parte una sequela di equivoci e situazioni paradossali: Sofia/Savino, muovendosi con grazia femminile nell'ospedale in cui lavora il marito, priva di qualsiasi infarinatura scientifica e terrorizzata dal sangue si ritroverà in una sala operatoria e a perorare un investimento multimilionario sull'apparecchio di invenzione del marito creando un casino; Andrea/Smutniak, sacramentando fra sé come un camionista incazzato, malfermo sui tacchi a spillo e incapace di accavallare le gambe con i collant calati a metà e le mutande a vista farà un esordio disastroso davanti alle telecamere: nonostante il grottesco delle situazioni che si vengono a creare e lo scadimento nel volgare e nello scontato sempre in agguato, le sorprese di susseguono senza mai cadere nel banale e nel caricaturale; una scrittura al servizio degli attori lascia loro ampio spazio per dare corpo ai rispettivi personaggi e tempo per farli entrare sintonia, e questo vale non solo per la sorprendente coppia Favino-Smutniak, ma altresì per i personaggi di contorno ma mai secondari, a cominciare da un Valerio Aprea da applausi e da Marta Gastini (già apprezzata moltissimo in Questi giorni) cui bastano poche battute per farsi ricordare: un lavoro di amalgama, coordinazione ed equilibrio tra le parti che va a pieno merito del regista. Raramente ho sentito tante risate di gusto in sala negli ultimi anni, ma perfino il lato comico passa in secondo piano rispetto all'analisi brillante, puntuale e mai prevenuta dei meccanismi di coppia e lasciar trapelare, senza alcuna pedanteria e tra le righe, la necessità di un'empatia che passa anche, ma non solo attraverso i corpi, sottolineando la necessità di una sintonia più profonda (la disponibilità a mettersi nei panni, qui letteralmente, dell'altro), la stessa che in tutta evidenza si è creata sul set non soltanto fra i due protagonisti principali ma in tutto il cast sotto la direzione di un giovane regista cui prestare fiducia e attenzione. 

sabato 15 aprile 2017

Lasciati andare

"Lasciati andare" di Francesco Amato. Con Toni Servillo, Verónica Echegui, Carla Signoris, Luca Marinelli,  Pietro Sermonti, Carlo De Ruggeri, Giulio Beranek, Vincenzo Nemolato, Valentina Carnelutti, Giacomo Poretti, Paolo Graziosi e altri. Italia 2017★★★+
Gustosa commedia metropolitana che ha ben poco di italiano, e nulla di romanesco, pur essendo girata nel centro di Roma e in particolare nella zona del Ghetto, dove vive e opera Elia Venezia, uno psicanalista ebreo accidioso, egocentrico, goloso e taccagno non tanto e non solo nello spendere danaro, ma nel darsi, reso con la consueta maestria e misura da Toni Servillo, "separato in casa" dalla moglie Giovanna (Carla Signoris, che fa sempre piacere rivedere sullo schermo) che vive nell'appartamento sullo stesso pianerottolo, e di cui sfrutta la lavatrice, le doti gastronomiche e la compagnia, le rare volte che esce di casa per andare a teatro o socializzare, questo finché la sua ghiottoneria non lo porterà alle soglie del diabete. Unica medicina, dieta e fare movimento, ossia le due cose che detesta di più: così, dopo aver tentato con la palestra, finisce nelle mani di Claudia, una giovane madrilena squinternata, specializzata nelle relazioni improbabili e nel cacciarsi nei pasticci e con una figlia piccola e piromane, una personal trainer che "ristruttura i corpi", così come lui ristruttura le menti. I due, pur essendo agli antipodi, in  fondo fanno lo stesso lavoro e e si completano, come tutte le strane coppie portate sul palcoscenico o sullo schermo e come spesso accade anche nella vita reale, e finiscono per soccorrersi a vicenda quando, regolarmente, finiscono nei guai, e a capirsi. Il film è scritto e girato bene, gli interpreti azzeccati: Servillo, nella sua grandezza, sa come non rendere prevaricante il suo personaggio lasciando l'opportuno spazio agli altri; Echegui è un folletto esagitato che sembra una Penelope Cruz caricata a peperoncino; tutti i personaggi secondari sono azzeccati e resi alla perfezione dai rispettivi interpreti;  l'ennesima conferma viene da Luca Marinelli che, nel finale, domina la scena col suo Ettore, il fidanzato di Claudia, un poveraccio balbuziente diventato delinquente perché tutti, a cominciare dai suoi insegnanti a scuola, lo ritenevano un buono a nulla incapace di fare altro se non il criminale, e nemmeno quello. Ci scappa qualche luogo comune, ma niente rispetto a ciò che propinano solitamente le commedie nostrane, ma anche tante risate e soprattutto ci si rilassa divertendosi senza scendere di livello.