martedì 14 febbraio 2017

The Bigger Bang


Son cose belle. Non c'era bisogno di essere degli acclamati opinionisti, degli annusapatte dei potenti, degli oracoli del loro oscuro parlar politichese e degli esegeti delle loro manovre di palazzo e nemmeno dei profeti per prevedere come sarebbe andata a finire. Già alla vigilia delle primarie pidiote del novembre/dicembre 2012, poi vinte da Bersani, avevo auspicato la vittoria di Renzi, perché avrebbe affrettato la deflagrazione del PD. Il suo momento è arrivato un anno dopo: ecco cosa scrivevo su questo blog il giorno prima in cui fu eletto segretario, nel bis della pagliacciata tenutosi nel dicembre del 2013. Il fanfarone fiorentino ce l'ha quasi fatta: missione pressoché compiuta, parola del suo predecessore alla guida della gloriosa Ditta. Lo spumante è in fresco già da allora (non sempre lo stesso, sia chiaro) e non vedo l'ora di stapparlo. Beninteso: sarà la fine del partito comunistiano, non del morbo autoritario-inciucista che infetta questo Paese. Ma comunque la fine di un penoso equivoco.

venerdì 10 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass

"Smetto quando voglio - Masterclass" di Sydney Sibilia. Con Edoardo Leo, Stefano Fresi, Greta Scarano, Francesco Acquaroli, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Giampaolo Morelli, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti, Lorenzo Lavia, Valeria Solarino, Marco Bonini, Rosario Lisma, Luigi Lo Cascio. Italia 2017 ★★★★½
Sì! Sì! Sì! Sydney Sibilia e la sua banda di apparenti squinternati, a cui nel seguito della vicenda della "banda dei ricercatori" si sono aggiunti la "poliziotta" Greta Scarano, l'ingegnere e piazzista di armi e congegni strani Giampaolo Morelli e il capo di una banda di ricercatori concorrenti Luigi Lo Cascio (lo vedremo sicuro protagonista nella prossima puntata, in lavorazione), tutti attori che non si prestano a puttanate dozzinali e non concedono il proprio volto a chiunque, ce l'hanno fatta non solo a mantenere le promesse, ma a confezionare un sequel perfino migliore del primo film (era riuscito, ad esempio, cinematograficamente nel caso della Famiglia Addams; in campo musicale, al Volume II dei Led Zeppelin), a dimostrazione che, nelle mani giuste, la vera "commedia all'italiana" c'è ancora, specie se tonificata dalla commistione con generi che il nostro cinema raramente accosta, come la fiction più spinta, il noir, il film d'azione, perfino le saghe dei supereroi: quando lo fa, come nel caso de Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti o Veloce come il vento di Matteo Rovere, il risultato è perfino superiore alle più sofisticate produzioni hollywoodiane. Perché in questo Paese c'è ancora gente capace di fare e inventare cinema (e non solo: musica, teatro e altro), e ci riesce quando trova produttori coraggiosi come Domenico Procacci con la sua Fandango o altri che riescono a tenersi a distanza dal circuito televisivo-pecoreccio RAI-Merdasettesco. Mastercalss è il seguito del capostipite Smetto quando voglio, e vede il ritorno in azione della "Banda dei ricercatori" dopo che è stata neutralizzata e blindata in carcere, quando viene loro offerta una fedina penale pulita e la libertà in cambio della collaborazione, in un'operazione sotto parziale copertura, con la polizia, per individuare produttori e spacciatori di smart-drugs non ancora illegali ma in procinto di essere dichiarate tali. No spoiler, il resto è spasso. Con spunti a profusione tutt'altro che banali e stupidi, solo a volerli vedere. Non che ci voglia molto: un minimo di retroterra culturale basico ma solido e la disponibilità ad attivare le sinapsi. Cosa che non occorre con prodotti come, ad esempio, L'ora legale, da cui il divertente ma mai ridicolo film di Sibilia è lontano anni luce, per fortuna.

mercoledì 8 febbraio 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe

"Billy Lynn - Un giorno da eroe" (Billy Lynn's Long Halftime Walk) di Ang Lee. Con Joe Alwyn, Garret Hedlund, Mason Lee, Arturo Castro, Kristen Stewartl, Vin Diesel, Makenzie Leigh, Steve Martin e altri. USA, GB, Cina 2016 ★★★★
Buona parte della critica si concentra sull'aspetto tecnico, dolendosi che pochissimi hanno potuto vedere il film (girato in 3D e con 120 frame al secondo, cinque volte la normale frequenza) al massimo delle sue potenzialità, il che spiega la concentrazione del registra sui primissimi piani degli interpreti, soprattutto dell'ottimo esordiente Joe Alwin, più che credibile nei panni dell'eroe per caso al centro del film; meno sul suo significato, dato che non solo mostra ancora una volta le contraddizioni di una società degenerata e prossima al collasso, fondata su "valori" che è essa per prima svaluta e ridicolizza, ma denuncia con forza la mercificazione e la spettacolarizzazione di ogni aspetto dell'esistenza. Siamo nel 2004 e il diciannovenne Billy, diventato un eroe nazionale suo malgrado perché una telecamera rimasta casualmente di un reporter rimasta accesa ha filmato il suo tentativo di salvare un sergente (l'ottimo, in questo caso, Vin Diesel, nella parte di un sottufficiale paternamente zen e filosofeggiante) durante un'azione di combattimento in Irak, viene mandato assieme agli altri componenti della Bravo Squad degli Airborne (divisione della fanteria aviotrasportata) in tournée in patria per due settimane, in cui vengono sottoposti a un fuoco di file di interviste e celebrazioni nonché costretti a partecipare a eventi grotteschi, il cui culmine è costituito dalla presenza sul palco nelll'intevallo di un match del Superbowl con protagonisti i Dallas Cowboys che si svolge nel Giorno dell'Indipendenza, il 4 di luglio nella città texana, durante lo spettacolo di Byoncé (da qui l'altrimenti incomprensibile Halftime Walk del titolo originale, tradotto al solito con ampia licenza e puntualmente ad minchiam). Il ragazzo e i suoi colleghi attraversano questo incubo, molto più squassante e deprimente di quello che vivono in Irak, odiati dalla popolazione e consci di partecipare e una guerra sbagliata oltre che inutile e anzi controproducente, come in un mondo parallelo e paranoide rendendosi conto di far parte di un meccanismo implacabile quanto dettato da regole assurde, e Billy rivive nei momenti culminanti dello spettacolo la propria "azione", che per primo ritiene tutt'altro che eroica, in flashback di grande efficacia. Illuminante anche la situazione di incomunicabilità ed estraneità nella sua stessa famiglia, a parte il rapporto con la sorella maggiore Katryn, la quale è, ironia, della sorte, involontariamente responsabile dell'arruolamento del fratello pur essendo l'unica persona con una certa cultura e sensibilità in famiglia, e completamente contraria alla guerra e al militarismo in generale. Sarà lei a tentare di convincerlo fino all'ultimo a trovare un pretesto per sganciarsi dall'esercito ma prevarranno il senso del dovere, nei confronti dei commilitoni e non certo della Paese, e il disgusto per la manipolazione di cui sono oggetto in patria, nonché l'atteggiamento della neo-fidanzata, una cheerleader che per prima lo considera un eroe e dà per scontato che continui ad esserlo, in divisa. Insomma un film tutt'altro che banale, pieno di spunti di riflessione, efficace, che mi sento di consigliare perché spiega molto di quel che dono gli USA. E perché un giovane in condizioni disagiate, per lo più di recente immigrazione, spesso non abbia in quel Paese altre prospettive se non la carriera militare, preferendo rischiare la pelle in una situazione in qualche modo reale piuttosto che un'esistenza alienante e senza prospettive, affrontabile soltanto imbottendosi di psicofarmaci o droghe, il che è lo stesso. 

lunedì 6 febbraio 2017

L'ora legale

"L'ora legale" di Salvatore Ficarra e Valentino Picone. Con Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Leo Gullotta, Vincenzo Amato, Antonio Catania, Alessia D'Anna, Eleonora De Luca, Sergio Friscia, Ersilia Lombardo, Tony Sperandeo e altri. Italia 2017     ★
Tempo di campagna elettorale a Pietrammare, in Sicilia (è Termini Imerese) e i due cognati Salvo e Valentino sono impegnati su fronti opposti: il primo a favore del sindaco intrallazzone di sempre, il secondo sostenendo l'altro cognato, un insegnante di liceo a capo di una lista civica per il cambiamento, che inaspettatamente vince e salvo si ricicla immediatamente salendo spudoratamente sul carro del vincitore. Ma c'è un problema: il nuovo sindaco fa sul serio e mette in atto alla lettera il proprio programma elettorale: per la prima volta vigili e impiegati comunali si mettono a lavorare, la locale fabbrica viene minacciata di chiusura se non si adegua alle normative ambientali, appaiono le piste ciclabili, vengono multati gli abusi edilizi e distrutti gli ecomostri, soprattutto viene organizzata la raccolta differenziata dei rifiuti. Risultato: tempo pochi mesi e la cittadinanza intera che l'aveva portato al trionfo si coalizza per farlo dimettere, e ci riescono quando scoprono che anche lui non è perfetto, per aver raccomandato la figlia affinché venisse ammessa al conservatorio. Insomma, il consueto ritratto dell'Italietta cialtrona a voltagabbana, lontana però anni luce dalla commedia alla Age e Scarpelli: giusto qualche giorno fa avevo rivisto il loro "I mostri" girato da Dino Risi e il confronto è impietoso. Qualche critico aveva perfino delirato di cinema civile: non metto in dubbio la buona fede di Ficarra e Picone, che personalmente a piccole dosi trovo due cabarettisti discreti oltre che due persone simpatiche e di cui condivido molte posizioni, però qui siamo al trionfo del luogo comune e alla rassegnazione sotto mentite spoglie: Perfino Checco Zalone è più pungente, senz'altro più cattivo. Alcune buona caratterizzazioni, a cominciare da Leo Gullotta nei panni del prete gestore di un Bed and Breakast privo di licenza, ma per il resto poca roba e per di più di tipo televisivo che al più strappa qualche sorriso stiracchiato; aggiungiamo il tipico gusto del marchio Medusa (cfr Merdaset) e la visione del filmetto in una desolante sala UCI Cinamas, con proiezione quaranta minuti dopo l'orario previsto farciti di pubblicità e trailer di altre pellicole dello stesso livello sconfortante, con intervallo incorporato per consentire all'inclito pubblico di fornirsi di pop corn e Coca-Cola, la conclusione è che ho fatto una cazzata a perdere così tre ore in tutto del mio tempo: non fate lo stesso errore.

sabato 4 febbraio 2017

La parola padre

"La parola padre". Drammaturgia e regia di Gabriele Vacis, con Irina Andreeva (Bulgaria) Alessandra Crocco (Italia), Alexandra Gronowska (Polonia), Anna Chiara Ingrosso (Italia), Maria Rosaria Ponzetta (Italia), Simona Spirovska (Macedonia). Scene e luci di Roberto Tarasco; coordinamento artistico Salvatore Tramacere; assistente alla regia Carlo Durante; training Barbara Bonrtiposi; tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale. Produzione Cantieri Teatrali Koreja, Teatro Stabile del Salento (Lecce)
Al Teatro San Giorgio di Udine, per CSS Teatro Contatto; stasera al Teatro Al Parco di Parma, martedì 7 febbraio al Teatro Monticello di Grottaglie (Taranto)
Nell'interessante incontro con la compagnia alla fine dello spettacolo, dal pubblco è stato chiesto alle attrici se il lavoro fatto assieme a Gabriele Vacis (attraverso un laboratorio durato alcuni mesi nell'internato dei Cantieri Teatrali Koereja di Lecce ancora cinque anni fa) e la sua rappresentazione avesse il valore di una seduta psicanalitica, e la riposta è stata che non è esattamente così, anche se gli spunti sono nati dalle storie personali emerse durante i colloqui/interviste effettuati con l'autore e regista, che fa parte del loro mestiere filtrare attraverso sé stessi il materiale su cui stanno operando, e che assume a ogni rappresentazione forme e modalità diverse, proprio perché non siamo sempre uguali e sulla stessa onda in ogni momento; più in generale a mio parere è il teatro in sé stesso, per sua natura, come sapevano già gli antichi greci, a essere terapeutico e catartico per lo spettatore che vi viene coinvolto, sempre che questa magia avvenga. Ed è il caso di questo meritevole, intenso e variegato spettacolo, recitato, raccontato, ballato, cantato da un gruppo di sei giovani donne, tre italiane e tre provenienti da Paesi dell'Europa Orientale usciti dall'esperimento del socialismo reale, in cui viene sviscerato il loro rapporto con la figura di riferimento maschile nella sua duplice accezione: quella strettamente parentale e quella più vasta di patria, che etimologicamente ha la stessa radice, di appartenenza. Mentre nel primo caso il fatto di essere figlie costituisce il terreno comune per cui simile risulta il linguaggio, per quanto possano essere diverse le esperienze personali, nel secondo il legame, già conflittuale e complesso per definizione, si intreccia con le vicende storiche del "comunismo realizzato" per come lo hanno nella memoria le tre donne provenienti dall'Est. Tre Est a loro volta diversi, con tratti comuni quello polacco e quello bulgaro, caratterizzati da miseria e oppressione (e da una diversa adesione all'ideale), e peculiari quello macedone, filtrato attraverso l'esperienza della Jugoslavia, dove tutte le nazionalità erano uguali sotto l'ala protettiva del comune padre Tito, mentre la nuova, piccola Macedonia pretende di modellarsi sull'immagine mitizzata del suo padre putativo, Alessandro Magno, rivendicandone l'esclusiva appartenenza, col risultato di litigare con tutti i "concorrenti", greci albanesi per primi, che pure sono un terzo di una popolazione di soli due milioni di abitanti, per non parlar dei serbi. In questa Europa, con muri che si abbattono e si ricostruiscono, simbolizzati da una onnipresente parete formata da bidoni d'acqua di volta in volta distrutta e ricomposta dalle protagoniste, non rimane che piangere a queste sei donne che si raccontano comunicando per mezzo di quella specie di esperanto che è diventato il panglish, l'inglese basico adattato alla comunicazione transnazionale, dopo essersi incontrate in un aeroporto, simbolo per eccellenza, assieme ai centri commerciali, dei "non luoghi" diventati il centro nevralgico del sistema e punti di contatto tra le monadi impazzite e senza punti di riferimento che lo fanno funzionare. Bravissime le interpreti, senza fronzoli la regia, di buon impatto l'impianto scenico, ritmo incalzante e tanto materiale su cui riflettere. A cominciare dalla domanda sul rapporto che con il concetto di patria hanno i figli maschi.

giovedì 2 febbraio 2017

La La Land

"La La Land" di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko, Sonoya Mizuno, John Legend, Mhemky Madera, Ana Flavia Gavlak, Callie Hernandez. USA 2016 ★★★★★
E' buona regola diffidare di un film che viene incensato unanimemente dalla critica ufficiale, di cui si sottolineano i premi vinti (a Venezia in settembre, ben sette Golden Globe, pluricandidato agli imminenti Oscar dove gli si pronosticano statuette a man bassa), ma quando mantiene ampiamente tutte le aspettative già notevoli, anche in considerazione che Whiplash, il precedente lavoro del giovane regista Damien Chazelle, aveva ampiamente convinto, siamo di fronte a una pellicola che fa epoca, una delle migliori in assoluto dell'ultimo decennio. E questo utilizzando un genere considerato desueto, ma al contempo quello che aveva contraddistinto Hollywood nel suo periodo del massimo splendore, il Musical. Ed è nella "Mecca del Cinema", nella fabbrica dei sogni californiana che si svolge la vicenda che vede protagonisti Mia, una giovane attrice e drammaturga che, tra un provino e l'altro, lavora nella caffetteria di uno dei mitici studios, e Sebastian, un talentuoso pianista jazz costretto a suonare brani natalizi per campare e che sogna di rilevare e dare nuovo lustro a uno storico locale di jazz trasformato in un orripilante ristorante fusion, perfettamente adatto ai nefasti tempi che corrono. Tra i due scocca la scintilla, dopo une serie di battibecchi iniziali a sottolinearne le differenze e contraddizioni, proprio sulla base della comune determinazione a inseguire i loro sogni, e nonostante tutte le difficoltà riescono a darsi la forza a vicenda per continuare a crederci e a lottare, senza pentirsene mai. Riusciranno a realizzare i loro sogni, pur prendendo strade diverse ma ricorderanno da dove erano partiti e riconoscendo la profondità del sentimento che stava alla base del sodalizio che li legava, un amore profondo fatto di comprensione e rispetto del talento e della personalità dell'altro. Il tutto a suon di musica di qualità e balletti mozzafiato. Nonostante i richiami al musical classico e i rimandi anche ad alcuni film di Woody Allen siano evidenti, non è un film citazionista. Parla di talento, di disillusioni, di caparbietà, di coerenza con sé stessi e di memoria: della capacità di non rinnegare chi e cosa si era, e perché. Chazelle, uno che la musica la ama, la capisce e ne conosce il mondo dall'interno, si conferma un regista di qualità superiori, innanzitutto nella capacità di scegliere gli interpreti (tra i quali J.K Simmons in un ruolo opposto a quello che aveva in Whiplash) e nel montare un suggestivo spettacolo a tutto tondo dove il genere non ha il sopravvento, in un misto di fantasia e realtà che riesce a renderlo credibile e comunque a coinviolgere lo spettatore anche più restìo. Una considerazione a parte meritano i due interpreti: quella femminile, Emma Stone, un talento naturale e una bellezza non omogeneizzata che non ha alcun bisogno di passare sotto le mani di un chirurgo plastico, e Ryan Gosling, senz'altro il miglior attore della sua generazione, che si conferma in grado di interpretare in modo convincente qualsiasi ruolo gli affidino, e che ha l'intelligenza e ormai la forza contrattuale di scegliersi quelli che preferisce, anche dei copioni da realizzare dietro la macchina da presa.