venerdì 13 maggio 2016

Su e giù per Quito

Vista di Quito dal Volcán Pichincha
Il primo incontro col Mariscal Antonio José de Sucre è avvenuto lunedì sera all’aeroporto internazionale di Quito, a 37 chilometri dal centro, intitolato a suo nome: era uno dei migliori ufficiali di Simón Bolívar quando, il 24 maggio del 1822, al comando delle truppe insurrezionali sconfisse definitivamente sulle pendici del Pichincha, il vulcano che sovrasta la città, le truppe realiste spagnole che avevano cercato di rintuzzare l’indipendenza che era stata proclamata a Guayaquil il 9 ottobre di due anni prima, diventando così il padre della patria un po’ come il Generale José de San Martín quello dell’Argentina. Il secondo, arrivato nel centro storico della capitale, che subito mi è apparsa come una specie di multicolore presepe illuminato, dato che l’albergo che avevo scelto si trova, manco a farlo apposta, all’incrocio tra le calles Sucre e Flores. Il terzo nella cattedrale, dove si trova il mausoleo a lui dedicato. A questo punto non poteva mancare una scappata alla Casa de Sucre, la sua dimora trasformata in un piccolo e prezioso museo mentre non ho più reperito i sucre che, fino al settembre del 2000, erano la valuta ecuadoriana, sostituiti da allora dal dollaro USA contro la volontà popolare. Basti dire che la gente fu costretta a convertire i propri risparmi a un cambio di 25.000 a uno mentre solo l’anno prima era di 6000 a uno (vi ricorda qualcosa?): una rapina legalizzata, fatta apposta per “sistemare” contabilmente le finanze in modo tale da potere indebitare ancor più massicciamente il Paese con l’FMI per i consueti piani di sviluppo realizzati da compagnie prevalentemente nordamericane in cambio, va da sé, delle immancabili “riforme strutturali” telecomandate dagli USA che, al di là delle apparenze, non hanno mai smesso, anche con Obama, di considerare l’America Latina il cortile di casa quando non la loro discarica. Risultato della criminosa trovata, tre presidenti sostituiti nell’arco di otto anni per avere fatto, metodicamente, il contrario di ciò per cui erano stati eletti, ossia asservire ulteriormente il Paese agli USA: per fortuna dell’Ecuador, alla fine di una giostra che può ricordare quella che avvenne in grande stile nel convulso 2001 in Argentina, il presidente Palacio, entrato in carica nel 2005, ha impresso una svolta sociale all’economia affidandone le cure al giovane ministro delle Finanze Rafael Correa, che ha preso drastici provvedimenti per socializzare i profitti derivanti dall’estrazione del petrolio nel NordEst Paese (tra cui i 18 miliardi di dollari di danni che la Chevron è stata condannata a pagare nel 2011 per i danni ambientali causati dall’attività della Texaco, mettendosi ancor di più in conflitto con l’Amico Americano) e che è divenuto a sua volta presidente nel 2006, tuttora in carica: a mio parere un uomo di stoffa completamente diversa dal Maduro del vicino Venezuela, dalla sciagurata argentina Cristina de Fernández Kirchner e dalla stessa brasiliana Dilma Rousseff, per quanto i todopoderosos della finanza internazionale tentino di associarlo ai cosiddetti leader populisti sudamericani sfuggiti al loro controllo e invariabilmente sputtanati perché coinvolti in reti di corruzione. Correa ha già detto che quando le condizioni dell’economia lo consentiranno, intende tornare alla moneta nazionale a meno di non introdurre perfino una moneta digitale nuova di zecca (si fa per dire). Oltre ai sucre, paiono scomparsi dalla circolazione i gatti, e dev’essere una circostanza comune da queste parti, di cui non avevo memoria quando ci ero venuto in precedenza: come già avevo notato a Bogotá, che pare invasa da cani e ciclisti, mentre qui di biciclettari e cinofili ne circolano molti di meno anche in considerazione degli incessanti e ripidi saliscendi e del traffico furibondo delle ore di punta, mancano completamente all’appello i miei amati felini: una tassista a cui ieri ho  chiesto il motivo del fenomeno, ha negato e  ribattuto di averne tre in casa, ma potrebbe trattarsi della classica eccezione che conferma la regola. A prescindere da queste considerazioni, Quito è una città  notevole e il suo centro storico coloniale, uno tra i più estesi e integri di quelle latinoamericane, è stato inserito nel suo complesso a ragion veduta nella lista dei patrimoni dell’umanità protetti dall’UNESCO. Con la differenza, rispetto ad altri, di essere vivo e abitato dagli indigeni e non una reliquia ad uso turistico. A dimostrarlo, il fatto che a partire dalle 18 si svuota e dopo le 20, a parte Calle de la Ronda, da sempre epicentro della bohème quiteña, è rarissimo trovare dei locali aperti, per il semplice fatto che gli andini sono mattinieri e tendono ad andare a dormire col calar delle tenebre e alzarsi all’alba (essendo per l’appunto sulla linea dell’Equatore rispettivamente attorno alle 18 e alle 6), a differenza di quanto avviene nei quartieri della Città Nuova come La Mariscal o Floresta, abitati dalle classi più abbienti (e man mano più chiare di carnagione, guarda caso) e americaneggianti, regni di grattacieli in vetrocemento e dei consueti non luoghi globalizzati. 

Catedral Primata e, a sinistra, il Palacio Presidencial

Cuore di Quito, che conta oltre due milioni e duecentomila abitanti (mentre la città più popolosa nonché progressista del Paese rimane Guayaquil, sulla costa), al centro del reticolato di calles che l’attraversano da Nord a Sud e da Est a Ovest, ma pressoché mai in piano, Plaza Independencia, dove si fronteggiano il palazzo presidenziale e l’alcaldía (municipio) e a loro volta la Catedral Primata e il palazzo arcivescovile, i due poteri nazionali e cittadini di maggior rilievo. A dispetto di cotanta e preoccupante concentrazione di autorità nello spazio di una piazza peraltro di dimensioni contenute, dato che a farle da lato sono soltanto i palazzi suelencati, quest’ultima, piena di verde, è frequentata dalle persone più comuni senza alcuna particolare riverenza nei confronti delle autorità. Quito, fondata il 6 dicembre del 1534 dal luogotenente spagnolo Sebastián de Benalcázar sulle ceneri di una preesistente città inca, fatta radere al suolo da uno dei generali di Atahualpa per evitare che finisse in mano agli invasori, fu presto popolata da coloni e ordini religiosi di ogni tipo invasati dalla fregola di convertire i nativi, sfruttandone biecamente la manodopera per erigere una quantità di chiese e conventi ricchissimi di opere di gran pregio che possiamo ammirare tutt’oggi, in particolare quelle frutto del barocco quiteño indirizzato, con le sue drammatizzazioni, proprio a colpire l’immaginario dei nativi per carpirne l’adesione al cattolicesimo controriformista. 

Convento e chiesa di San Francisco

Fra questi, gli splendidi complessi architettonici dei conventi di San Francisco, San Agustín, Carmen Alto, Santa Clara, San Domingo, San Diego, oggi in parte musei e  con annesse chiese, fra cui emerge, tanto per cambiare, quella “De la Compañia”. Intendendosi ovviamente quella di Gesù, dove in un delirio di stucchi dorati, statue di Cristi sanguinanti, colonne e putti  che ne ricoprono completamente l’interno (ma anche l’esterno non si distingue per sobrietà) trionfa il barocco più forsennato, che trova eguali forse soltanto a Salvador da Bahía, in Brasile. Immancabile la visita alla Basilica del Voto Nacional, in cima a una delle colline più alte su cui sorge la città (i sette colli di Roma fanno ridere al confronto: la media di altura della città si assesta sui 2860 metri) dalla cui torre dell’orologio, raggiungibile dal tetto della chiesa attraverso strette, ripidissime e inquietanti scale di ferro, fortunatamente dotate di corrimano (ammetto di essere salito soltanto al primo dei tre papabili livelli), si gode di una vista a 360 gradi sulla città vecchia e parte di quella nuova, con una prospettiva ovviamente diversa da quella che si ha raggiungendo col Teleferico i miradores situati a 4100 metri sulle pendici del Pichincha, la cui sommità, a sua volta, si trova a circa 4800 metri. Altra vista spettacolare sul centro storico si ha dal Panechillo, la collina a forma di pagnotta sulle cui pendici si trova il complesso del convento di San Diego e in cima una gigantesca incombente Madonna alata, unica nel suo genere, visibile da ogni angolo della città vecchia. Tra i musei, alcuni dei quali come detto si trovano nei conventi mentre altri sono “laici”, segnalo la Casa del Alabado, dotato di un’imponente collezione di manufatti precolombiani esposti con un allestimento originale, per aree tematiche invece che in base al tradizionale criterio cronologico. Oltre alla piacevolezza di andare a zonzo per le strade di Quito, scoprendo mercatini, negozi curiosi, intere vie dedicate a una particolare attività, cibarsi nei comedores tradizionali (tipica la colazione del mattino con seco de chivo, uno stufato di capra accompagnato dall’immancabile riso, da una patata e da mezzo avocado: sono pressoché assenti, almeno nel centro storico, le grandi catene internazionali a parte un KFC, opportunamente mimetizzato da renderlo anonimo: perfino le insegne sono nere e di dimensioni ridottissime invece del tradizionale rosso sgargiante) e combattere la disidratazione con meravigliosi succhi di frutta preparati al momento in bugigattoli e baracchini ambulanti, dopo tanto lisergico barocco non rimane che spostarsi in cima a Floresta, attraversando la città da una parte all'altra, su una collina di fronte al Pichincha che tanto lo ha ispirato, a visitare la casa e le opere espressioniste di Oswaldo Guyasamín, uno dei maggiori pittori latinoamericani (il suo nome in lingua indigena significa “uccello bianco che vola”), scomparso nel 2009, tra cui spicca la Capilla del Hombre, che non ebbe la sorte di vedere completata in vita: l’intero complesso fa parte di una Fondazione aperta al pubblico a cui le ha conferite assieme alle sue ricche collezioni, sia di opere precolombiane sia di amici e colleghi pittori. Amico personale di personaggi come Pablo Neruda, Fidel Castro, Salvador Allende nonché di musicisti come Mercedes Sosa e Paco de Lucía, di cui ha eseguito due ritratti straordinari conservati nella sua abitazione, a sua volta disegnata e concepita da lui stesso, quando gli chiesero come mai l’avesse battezzata così rispose che se siamo capaci di erigere sontuose chiese dedicate a un dio che non sappiamo se esista o meno, perché non dedicare una più modesta cappella all'uomo, che non finiremo mai di conoscere?

giovedì 12 maggio 2016

Gracias, Maestro!


                          Oswaldo Guyasamín, Quito 06.07.1919-Baltimora 10.03.2009

domenica 8 maggio 2016

Candelario bogotano


"La posizione di Bogotá, quegli incredibili 2460 metri sul livello del mare, giustificherebbe l'esistenza di un libro di ricette contro il malessere provocato dall'altitudine, con le relative numerose e svariate discussioni pseudoscientifiche. L'unica verità è che non si capisce come a qualcuno nel pieno possesso delle sue facoltà mentali sia potuto venire in mente di fondare una città in un posto così inospitale, lontano dal mare e dai fiumi che attraversano il paese. Bisognerebbe domandarlo al converso Gonzalo Jiménez de Quesada, a don Nikolaus Federmnann e a Sebastián de Belacázar. Cosa avrà avuto in testa quel trio di notabili? Lo sappiamo tutti: l'oro, il mito dell'Eldorado, che secondo le loro credenze si trova in cima alle montagne". Così Santiago Gamboa nel suo ultimo, bellissimo romanzo, Una casa a Bogotá, edizioni e/o, a suo modo una dichiarazione d'amore alla capitale colombiana, una città non bellissima, con un clima piuttosto infelice ma pulsante di vita e dotata di un suo fascino. Non per caso l'aeroporto internazionale si chiama El dorado e, quanto alle ricette anti-soroche, a parte il mate de coca, diffuso in tutta l'area andina, a tirarsi su provvedono egregiamente il canelazo, speziato e caldo, e il masato, venduti nei chioschi e nei baracchini lungo le strade. Fondata dai tre personaggi di cui sopra nel 1538 col nome di Bacata, e presto ribattezzata ufficialmente Santa Fé de Bogotá (da qui l'aggettivo santafereño, che ne definisce ciò che vi ha origine), la collocazione ne fa la terza capitale sudamericana in ordine d'altura dopo La Paz e Quito, e gli otto milioni di abitanti la terza città latinoamericana più popolosa, dopo San Paolo e Città di Messico. Addossata alla Cordillera Oriental, la terza del Paese e la più interna, Bogotá ha la tipica planimetria ortogonale delle città d'origine coloniale ed è dominata dal Cerro del Monserrate dalla cui sommità, raggiungibile con la funicolare (ma i pellegrini preferiscono martirizzarsi salendo a piedi i 1500 ripidi gradini che portano alla cima), se ne gode una vista mozzafiato in tutta la sua estensione (foto in alto). 


Calle 11 angolo carrera 5, Candelaria

La Candelaria, il ben conservato centro storico, cuore politico e culturale del Paese, si trova addossato ad esso e, come accade con una curiosa frequenza a tutte le latitudini, i quartieri che si estendono verso Sud divengono man mano più poveri, fino a diventare dei ghetti miserabili come la Caldera del diablo, un autentico girone infernale, e Ciudad Bolívar; mentre quelli che si sono sviluppati verso Nord, sono progressivamente più ricchi ed esclusivi come Chapinero, la Zona G e quella Rosa. E' dettata dal buon senso la decisione di evitare accuratamente i due estremi perché entrambi riproducono situazioni che si ripetono in ogni grande città in giro per il mondo: il degrado senza fine delle favelas, comunque le si chiami, e i "non luoghi" in fotocopia dei quartieri di lusso, per cui mi sono concentrato sulla Candelaria, dove si trova tutto quel che vale la pena di vedere, a cominciare dallo strepitoso Museo del Oro, che oltre a ricostruire in modo rigoroso e mai noioso la storia del metallo più pregiato (che va di pari passo con quella dell'umanità, come recita un'iscrizione all'ingresso delle sale), mette in mostra una quantità impressionante di manufatti di tutte le epoche, alcuni davvero strabilianti per maestria e bellezza. Seguono, a poche centinaia di metri, gli altri musei del benemerito, in questo caso, Banco de la República, la cui attività culturale è sorprendente per quantità e qualità, tra i quali spicca il Museo Botero, a cui nel 2000 il maestro di Medellín ha donato 208 opere, 123 proprie e altre 85 di artisti internazionali di grande rilievo della propria collezione: già solo la visita di questo complesso espositivo, situato nel palazzo coloniale della Casa de Moneda, giustifica una visita a Bogotá. Che offre anche altri musei, tra cui quello de la Independencia/Casa del Florero; quello dell'ex Convento di Santa Clara, imperdibile e meno conosciuto, vicino al palazzo presidenziale; quello di Arte Coloniale.
Sempre alla Candelaria, oltre alla chiesa omonima e a quella di San Francisco, si trovano la Biblioteca Luis Ángel Arango, anch'essa facente parte del circuito del Banco de la República e il Centro Cultúral Gabriel García Márquez, veri motori della vivace scena culturale della città. Che vede tra l'altro la presenza di ben 35 università, buona parte delle quali situate nel quartiere (a cominciare dalla Universidad de los Andes), il che spiega la presenza massiccia di giovani a qualsiasi ora del giorno e della notte, fine settimana a parte, nonché quella di una serie di teatri off fortemente politicizzati, di gradevoli locali di tutti i generi oltre a quella della polizia, spesso dotata di cani, e quella dell'esercito, a guardia dei ministeri e degli altri palazzi del potere, per non parlare della vigilanza privata, il tutto a garantire un buon grado di sicurezza ai confini con un alcune zone decisamente pericolose. C'è da dire che sia i poliziotti sia i militari si comportano molto educatamente e sono sorprendentemente gentili con chiunque, e quando si chiedono loro informazioni ci possono spesso scappare quattro chiacchiere in più. Cortesia, rispetto, buona disposizione d'animo, allegria che non sfocia nell'invadenza sono le caratteristiche che colpiscono appena si mette piede in Colombia (dove nemmeno i mendicanti sono insistenti in maniera molesta), a dispetto di una storia piena di contrasti e funestata da violenze di ogni genere che hanno lasciato ferite profonde nonché sacche di povertà inaccettabile, e che rendono piacevole anche una città moderna, "globalizzata" e per la sua parte nevrotica come Bogotá. Cui non fa difetto un'offerta gastronomica per nulla disprezzabile. 

venerdì 6 maggio 2016

Il giardino dei ciliegi

Ida Marinelli
"Il giardino dei ciliegi" di Anton Čechov. Testo italiano e regia di Ferdinando Bruni. Con Ida Marinelli, Elio De Capitani, Federico Vanni, Elena Russo Arman, Luca Torraca, Nicola Stravalaci, Corinna Agustoni, Carolina Cametti, Liliana Benini, Fabiano Fantini, Vincenzo Giordano, Marco Vergani. Luci di Nando Frigerio, suono di Jean-Christophe Potvin. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 22 maggio
Viene riproposta, in questo finale di stagione, la "rilettura di gruppo" de "Il giardino dei ciliegi" eseguita dagli Elfi e diretta da Ferdinando Bruni nel 2006 e che due anni dopo vide la loro ultima apparizione corale nella storica sala di Via Ciro Menotti prima del trasferimento al Teatro Puccini di Corso Buenos Aires: ed è un bel rivedere, sia per la qualità della messinscena (per la quale Bruni ottenne nel 2008 il Premio Persefone, oltre che quello di migliore coprotagonista), sia per quella degli interpreti, in buona parte gli stessi della precedente "edizione", con la sostituzione di Bruni con l'ottimo Federico Vanni. Si tratta dell'ultima opera di Anton Čechov, e probabilmente la più famosa, del 1903, scritta in un momento di grandi cambiamenti nella società russa, fino a lì pressoché immobile (la servitù della gleba fu abolita solo pochi decenni prima e alcuni dei personaggi ne serbano memoria per averla vissuta), incentrata sulla vendita di una grossa proprietà, quella dove da sempre esiste un frutteto che, al momento della fioritura, diventa per l'appunto uno splendido giardino, dove la famiglia assiste per l'ultima volta riunita all'evento, che ha qualcosa di magico ed è occasione, col suo ripetersi invariabilmente a ogni nuova primavera, di fare i conti coi ricordi del passato e con quello che ognuno è diventato. Vendita a cui la famiglia è costretta per far fronte ai debiti contratti da Ljubov Andreevna, che ha sperperato capitali inseguendo in giro per l'Europa amori improbabili e truffaldini, e dal fratello, un ignavo, farfallone incapace di decidere alcunché, vanesio e superficiale. A nulla serve che Lopachin, figlio di contadini diventato amministratore della proprietà e uomo di fiducia, cerchi di convincerli a lottizzare parte della proprietà e ad abbattere proprio il frutteto, che dovrebbe far posto a delle villette (niente di nuovo sotto il sole) perché altrimenti a fine estate tutta la proprietà verrà messa all'incanto per soddisfare i creditori: la famiglia, nuovamente riunita dopo un disastroso soggiorni di Ljubov e della figlia 17 enne in Francia, trascorre gli ultimi mesi trastullandosi coi ricordi, in facezie puerili, ballando sul proprio Titanic, come se nulla fosse, anche se qualcuno, come le figlie di Ljubov, la giovane Anja (la frizzante Liliana Benini) a la già adulta Varja (una Elena Russo Arman come sempre ricca di pathos ed espressioni), mentre l'unica stanza in cui è ambientata la scena, che era quella "dei bambini", si svuota man mano, inesorabilmente, a ogni atto: sono quattro, con relativi rapidi cali di sipario, ma di fatto due (c'è un intervallo a metà spettacolo) fino alla scena finale della partenza. Oltre a essere un'opera sui cambiamenti sociali, parla soprattutto del tempo, e tutti i personaggi, anche quelli apparentemente secondari come i vecchi servi fedeli messi a confronto con quelli più giovani, sono funzionali a ricordarci che ognuno ha il suo e gli da un senso in base a quello che fa: l'aristocrazia in avanzato stato di decomposizione, incapace perfino di immaginare quali siano i propri interessi, merita di essere spazzata via dalla storia, e inevitabilmente avrà la meglio chi ha più energia: infatti sarà il "nuovo ricco" Lopachin a rilevare la proprietà, mentre l'eterno studente idealista Trofimof andrà a Mosca, forse a preparare la rivoluzione d'ottobre. Va da sé che i due protagonistii principali, Ida Marinelli ed Elio De Capitani, hanno confermato le interpretazioni d'eccellenza degli anni scorsi: la prima per la versatilità e intensità, il secondo per l'"insopportabile leggerezza" (insosptettabile considerata la stazza, ma ci ha abituato a questo e altro!) con cui ha dato vita all'inetto e monomaniacale Leonid Andreević: entrambi senza mai prendere la scena agli altri interpreti, tutti peraltro convincenti e bravissimi. Applausi.

mercoledì 4 maggio 2016

Sole alto

"Sole alto" (Zvizdan) di Dalibor Matanić. Con  Tihana Lazović, Goran Marković, Nives Inanković, Mira Banjac, Slavko Sobin, Dado Cosić, Trpmir Jurkić e altri. Croazia, Serbia, Slovenia 2015 ★★★★★
Un film che vola alto, come il sole del titolo, e che giunge finalmente nella sale nostrane dopo essere stato premiato nella sezione Un Certain Regard all'edizione 2015 del Festival di Cannes, grazie alla piccola ma tosta casa di distribuzione e produzione friulana Tucker Film, che non sbaglia un colpo e a cui si deve la diffusione in Italia di pellicole straniere che altrimenti verrebbero trascurate. Ammetto di non essere per nulla obiettivo e di non volerlo nemmeno essere, trattandosi di un film che aspettavo da tempo e che ha per tema quella che considero la tragedia della dissoluzione della Jugoslavia, Paese confinante che conoscevo piuttosto bene, che ho amato e che tuttora mi manca moltissimo. Lo zagrebese Matanić l'affronta attraverso tre storie d'amore, diverse ma ugualmente contrastate, tra una ragazza serba e un ragazzo croato, che si svolgono a distanza di dieci anni una dall'altra, con gli stessi interpreti e nello stesso luogo (solo i personaggi hanno nomi e storie diverse) in due villaggi che ho individuato trovarsi nei pressi di un lago (il Perućko) nella regione della Krajina alle spalle di Spalato, ai confini con la Bosnia: la prima nel 1991 alle avvisaglie della guerra, con la coppia intenzionata a trasferirsi a Zagabria; la seconda nel 2001, con le ferite ancora aperte dopo le ostilità e la terza nel 2011, in cui si lascia aperta la porta a una possibile nuova forma di convivenza. Il mezzo utilizzato è quello del melodramma, però per nulla patetico, manipolatorio e sdolcinato, usato con discrezione e stile, che si riflette nella fotografia rigorosa, nel gioco delle luci dosate in maniera magistrale, e nel paesaggio rurale che fa da sfondo alle vicende, ben raccontate, incisive, dove anche i silenzi parlano, così come le espressioni di tutti gli interpreti, bravissimi, a cominciare dai due giovani protagonisti. E' un bel film d'amore che tratta delle conseguenze dei rancori e di tribalismi dettati da un eccesso di memoria, come nota giustamente Goffredo Fofi, che suggerisco di andare a vedere tanto più in un Paese, come il nostro, dove la memoria è scarsa se non sistematicamente rimossa. A dimostrazione che le differenze e diffidenze esacerbate da un nazionalismo idiota che ha giocato col fuoco di un identitarismo malato da parte chi ha avuto interesse a fomentare la guerra e a distruggere un Paese che si fondava invece sulla speranza sono superabili, Sole alto è frutto di una coproduzione serbo-croato-slovena, una collaboazione tutt'altro che rara in ambito cinematografico, teatrale, letterario, musicale e culturale in generale, e questo è incoraggiante. 

lunedì 2 maggio 2016

Lui è tornato

"Lui è tornato" (Er ist wieder da) di David Vnendt. Con Oliver Masucci, Fabian Bausch, Christoph Maria Herbst, Katja Riemann, Franziska Wulff, Lars Rudolph e altri. Germania 2015 ★★★½
Da un punto di vista qualitativo questo film, tratto dall'omonimo libro di Timur Vermes, pluritradotto dal tedesco e di grande successo, raggiunge a malapena la sufficienza, e anche le interpretazioni sembrano alquanto dilettantesche, a parte quella di Oliver Masucci nella parte di Adolf Hitler catapultato, nell'autunno del 2014, nello stesso luogo del centro di Berlino in cui si trovava il suo bunker, raso al suolo nella primavera del 1945, ma l'idea è geniale: come reagirebbe la gente a qualcuno che riproponesse esattamente gli stessi argomenti che avevano portato al potere i nazisti nel 1933 senza nascondere modi e mezzi per ottenere i suoi gli scopi? Il regista sceglie la vena dell'ironia, proponendo le reazioni delle persone che passano per strada e incrociano il personaggio in divisa assolutamente simile al Führer e ipotizzando le sue reazioni davanti alla modernità e che, nella finzione, viene riconosciuto sullo sfondo di un filmato da parte di un reporter appena licenziato dalla TV per cui lavora. Intuendo di avere un asso nella manica, per salvarsi il posto lo propone al suo caporedattore e Hitler, che continua e ribadire di essere tale e non un attore straordinariamente somigliante quale tutti pensano che sia, non tarda a diventare una star dell'emittente, protagonista di talk show in cui ribadisce, senza che occorra attualizzarle, tutte le posizioni che aveva sostenuto durante la sua ascesa al potere. Il risultato è sicuramente comico per come la vicenda viene raccontata ed è godibile, ma soprattutto porta a riflettere perché sono i medesimi discorsi che vengono riproposti senza filtro e senza discussione da più parti, anche in Italia, pronti a trovare accoglienza anche perché i mezzi di comunicazione, e la televisione prima fra tutti, li sfruttano per fare audience. In altre parole: si constata che il fascismo non è mai morto e anzi fa sempre parte di noi, e i mezzi di informazione, nella loro cinica e opportunistica ottusità, sono i primi responsabili dell'opera di rimozione collettiva, della manipolazione delle coscienze e dello sfruttamento acritico di tutti ciò che fa, in sostanza, spettacolo (e introiti pubblicitari). E, nel fare emergere l'amara conclusione che sì, il terreno per una riedizione del nazismo in forme moderne ai nostri tempi è già seminato, coglie nel segno. E, alla fine, non rimane che riflettere, finché c'è tempo.