martedì 9 dicembre 2008

Malacca, lo stretto dei pirati


Lungofiume di MalaccaMELAKA - O Malacca, da cui prende il nome il famoso e cruciale stretto fra la penisola malese e Sumatra, che si trova esattamente a metà della rotta che congiunge la Cina all'India, crocevia di traffici di ogni genere ora come seicento anni fa, quando vi fu fondato il più potente impero malese. Ci sono arrivato ieri da Singapore,  seguendo le tracce di Parameswara, un principe hindu rinnegato che proveniva da un piccolo regno nel Sud di Sumatra, il quale aveva reso indipendente dall'impero dei Majapahit di Giava. Un secessionista e un pirata a tutti gli effetti: inseguito dai giavanesi, si era rifugiato a Tamasek e fu lui a cambiarne il non in Singapore, la città del Leone. Accolto dal re locale, lo accoppò una settimana dopo, prese possesso della città e da lì continuò le sue scorrerie finché i siamesi, di cui Tamasek era vassalla, si mosserò per bloccarlo. Si rifugiò dall'altra parte del braccio di mare, individuando nel villaggio di pescatori di Melaka un altro punto nevralgico per controllare lo stretto, e un porto naturale ideale, per la profondità delle sue acque. Infine, si offrì tributario dell'imperatore cinese Ming, che proprio in quell'epoca, 1400 e dintorni, aveva incoraggiato spedizioni per individuare nuove rotte verso Occidente. E Malacca divenne il porto dove le giunche cinesi incociavano i navigli degli altri grandi commercianti dell'area: gli indiani. Poi arrivarono i portoghesi, intenzionati a soppiantare i veneziani nel commercio delle spezie, che questi si procuravano dagli arabi che a loro volta le compravano dagli indiani: a Malacca. I "portugis", come li chiamano qui (ci sono ancora loro discendenti diretti in un sobborgo della città), avevano costruito una serie di forti per  controllare la rotta fino alle Molucche, da dove arrivavano le spezie, e approfittando di un pretestuoso attacco alla loro flotta conquistarono Malacca, fortificandola, nel 1511: di A' Fortuna, questo il nome del manufatto, rimane oggi uno spunzone ad eterna memoria perché venne distrutto dagli inglesi trecento anni dopo. In mezzo vi furono gli olandesi, i "belanda" nell'idioma locale, di cui probabilmente rimangono le tracce più consistenti nella eterogenea architettura della città, il cui dominio seguì per un secolo e mezzo quello di 130 anni dei lusitani, ma che sottovalutarono l'importanza strategoica della città privilegiando Batavia, l'odierna Giacarta, che rimase il punto di partenza dei loro interessi sullo scacchiere Sud-Est asiatico. Nel 1941, ingolositi dalla sua posizione startegica, arrivarono i giapponesi del miitico generale Yamashita, che presero di sorpresa le gaurnigioni britanniche, sbarcando a Kota Bharu nelle stesse ore in cui stavano bombardando Pearl Harbour, e le polverizzarono, stabilendosi qui e a Singapore. Con questo bel po' di storia alle spalle, non stupisce che Melaka faccia parte delle Città Patrimonio dell'Umanità protette dall'Unesco. La città oggi è un porto di medie dimensioni e un centro vivace, dove la multietnicità è, se possibile, ancora più marcata che a Singapore e dove il passato ha lasciato le sue tracce non soltanto nell'architettura del centro strorico ma nel carattere di tutto l'agglomerato urbano, così come negli usi, nella gastronomia, negli oggetti: numerosi i negozi di antiquariato, intenendo quello autentico e non quello ad uso turistico. Il gruppo cinese è quello più organizzato e potente, come spesso accade, e anche qui è ancora viva, e non ha quindi bisogno di particolare protezione come nella vicina Città Stato, la cultura peranakan, ossia sino-malese (detta anche baba-nonya, dai nomi riservati ai discendenti, rispettivamente maschi e femmine, di questi matrimoni misti). E' stupefacente poi vedere come convivono, è il caso di dirlo, a pochi metri di distanza, talvolta un tempio di fronte all'altro, il muezzin con il bonzo e coi suonatori di tamburi indù; nonostante la presenza in pieno centro della Chiesa di Cristo, in fianco allo Stadthuys (municipio,chiaramente olandese) e quella di Francesco Saverio, anche lui in azione da queste parti, gli unici a non vedersi in giro sono gli intonacati cattolici. Nemmeno adesso cnella prossimità  delle feste natalizie. Come loro ci sono ma non si vedono i pirati: se il porto non ha più l'importanza di un tempo, ci sono loro a tenere sotto controllo le attività nello Stretto, adesso come seicento anni fa. Mentre quelli attivi in Somalia son o un fenomeno recente, questi sono endemici, forse meno spettacolari ma incredibilmente efficienti. Dei veri professionisti.

domenica 7 dicembre 2008

I timori del Leone


Marlion
SINGAPORE - A prima vista, quello che dal mio arrivo qui vedevo scorrere sugli schermi TV nelle  modernissime e deliziosamente gelide stazioni della MRT (Mass Rapid Transportation, la metropolitana locale) in attesa dei treni, sembrava essere il trailer di un film d'azione in uscita per le prossime festività natailzie: probabilmente una pellicola sul terrorismo. Poi mi sono accorto che si trattava di uno spot del governo che invita il pubblico a stare all'erta sugli oggetti sospetti lasciati nei convogli e a collaborare con le autorità. Abituato all'ipocrisia del politicamente corretto e al fumo negli occhi buonista nostrani, mi ha stupito, s'intende positivamente, la crudezza del filmato e l'esplicità del tono. Il video ha come protagonista un giovane d'aspetto anonimo ma di evidenti fattezze malesi (e dunque probabilmente islamico) che, approfittando della confusione sul metrò, “dimentrica” una borsa sotto un sedile, abbandona il treno e mentre lo osserva entrare in un tunnel estrae un cellulare e si vede il dito in primo piano pronto ad azionare il fatale collegamento... Il più delle volte il film si ferma a questo punto e prende a parlare, con tono pacato, un funzionario governativo. Mi era sempre rimasto il dubbio che si interrompesse in occasione dell'arrivo di qualche treno in stazione, finché oggi, preso dalla curiosità, ne ho lasciato passare uno e  ho constatato che continua davvero: cortometraggio la bomba, in effetti, esplode, e seguono filmati su attentati ai treni avvenuti a Londra, Madrid e Mumbai (non ancora aggiornati, questi ultimi). In una città in cui la minoranza islamica è comunque consistente e visibile, non ho notato alcuna reazione d'offesa o di fastidio, e in chi guardava lo spot ho notato semmai un atteggiamento attento, consapevole e, in qualche modo, di condivisione. Da un lato sono rimasto colpito come davanti a una minaccia grave qui non ci si nasconda dietro a un dito. In sostanza il messaggio è: questi banditi fanno stragi in giro per il mondo e ci minacciano direttamente proprio perché siamo una società multietnica e multireligiosa che funziona. Bisogna aver paura di questa gente perché ci detesta proprio per quello che siamo, quindi teniamo gli occhi aperti e collaboriamo. Dall'altro mi ha fatto riflettere sul melting pot di Singapore. La città del leone (singa in malese) è, come detto, a maggioranza cinese, e cinese, di formazione inglese, è stata la sua guida: Lee Kuan Yew, ininterrottamente primo ministro dal 1959 al 1990, seguito dal fido Goh Chok Tong (ora Ministro Senior) a cui nel 2004 è succeduto il figlio Lee Hsien Loong per riprendere la dynasty. Il patriarca, 85 anni, si è riservato la carica di Ministro Mentore. Lee Kuan Yew era stato tra i fondatori, nel 1954, e primo segretario, del partito socialista PAP (partito d'azione popolare), che aveva al suo interno anche una componente comunista. Le sue due linee guida: industrializzazione a tappe forzate tramite intervento massiccio dello Stato nelle infrastrutture e politica della casa. Si può rimanere inorriditi davanti agli alveari di 30-40 piani che incombono ovunque (anche se in un Paese dove si sono costruire "le Vele' e lo ZEN è meglio tacere) ma Singapore ha dalla metà degli Anni 90 la più alta percentuale di proprietari di casa al mondo, e una delle piu basse di criminalità. Quanto alla rete infarstrutturale, dalle strade al porto ai servizi, il futuro è già qui. Insomma: pugno di ferro in guanto di velluto, niente di diverso rispetto a quanto sarebbe successo in Cina negli ultimi 15 anni ma senza avere avuto una Tien Anmen. Dall'altro lato, massima attenzione all'integrazione etnica e religiosa, ben memori del fatto che la stessa indipendenza di Singapore è avvenuta per motivi razziali: nel 1965, infatti, era stata espulsa (non certo controvoglia, peraltro) dalla giovane Federazione Malese, con cui i rapporti sono sempre rimasti tesi, perché poco omogenea essendo a maggioranza cinese. Massima quindi la libertà religiosa e culturale le cui manifestazioni vengono incoraggiate in ogni modo, e quattro le lingue ufficiali dello Stato: malese, tamil, cinese inglese. Ed è proprio questa la lingua franca tra le diverse etnie, dal 1987 promossa a prima lingua per tutti nelle scuole di ogni ordine e grado. Dal 2000, poi, è stata lanciata la campagna governativa “Speak Good English”, per migliorarne lo standard. E sicuramente qui si parla il migliore inglese di tutta l'Asia, salvo forse che a Hong Kong. In realtà le comunità convivono ma tendono a non fondersi e sono abbastanza atomizzate anche al loro interno, a cominciare da quella cinese: la provenienza dalle diverse province del colosso di terraferma è resa evidente negli “Hawker Stalls”, ossia nella gastronomia: hokkien, teochew, hakka, cantonese, e non a caso il governo ha lanciato la “Speak Mandarin Campaign” sulla falsariga di quella per l'inglese. Astuti, previdenti e realisti, i “Leoni” si portano avanti tenendo presente chi comanda a Pechino. Rischia così di perdersi la cultura dei “perenankas”, tipica di Singapore. Il termine significa “mezza-casta” in malese e di riferisce ai discendenti di un uomo cinese e di una donna malese (anche se esistono, ma meno numerosi, casi di peranankas arabi, ebrei o indiani), per cui i figli hanno ereditato il nome e la religione dei padri e usi, costumi e lingua dalla madre, con mescolanze audaci nell'idioma e di grande successo nella gastronomia. Ma per preservare l'armonia e la multietnicità, l'occhiuto governo locale garantisce comunque il suo appoggio alle organizzazioni che sono nate per preservarne le tradizioni e peculiarità. 

venerdì 5 dicembre 2008

Orchard Road e le infinite vie dello shopping: tutte uguali


SINGAPORE – Orchard Road è una delle strade commerciali più famose al mondo, come dire Fifth Avenue a New York, Oxford Street a Londra e, fatte le debite proporzioni, nel nostro orticello peninsulare via Condotti nella capitale politica o Montenapoleone in quella della tangente. Gli appassionati di shopping e gli immancabili fighetta obietteranno che in Italia ci stanno però la moda, la creatività e la qualità che tutto il mondo ci invidierebbe; il denaro, però, circola qua: e di  sartoria di alto livello di produzione nazionale, così tanto decantata, per quanto poco ci capisca, ne ho vista ben poca, Tutt'al più magliette e oggetti col marchio Ferrari, grazie probabilmente al primo Gran Premio di Formula Uno in notturna organizzato qualche mese fa proprio a Singapore. Ma la Ferrari costruisce motori che suonano sinfonie e opere d'arte in forma di design, mica straccetti. In più, vince spesso. Altri prodotti della operosa Terra del Cachi non ne ho visti in giro: nemmeno l'ombra di quelli a tecnologia avanzata, in una  delle patrie dell'elettronica da consumo e con Giappone, Corea, Cina, Taiwan e Malaysia a due passi; ma nemmeno quelli gastronomici: mi è capitato di vedere in giro del vino francese, argentino, spagnolo, perfino tedesco ma non italiano. Altrettanto, la città è piena di caffetterie Starfucks e Costa e gelaterie Hägen Dasz, frequentate anche qui dai pseudo liberal di buona famiglia in vena di esibizionismo e maniere affettate, e non c'è ombra di un Illy e nemmeno di un Segafredo, che in Europa almeno è presente nelle stazioni ferroviarie. Quanto agli americani finto ambientalisti e altroconsumisti di Starfucks, coi loro beveroni ributtanti a prezzi da delirio, non mancheranno di avere in Italia il successo già registrato dai loro compaesani gelatai yankee dal nome impronunciabile: i cretini presenzialisti che amano essere alla moda da noi sono irrefrenabili e non mancheranno di arrivare a frotte a decretarne il trionfo: con la mania dei muffin siamo già a un buon punto di intossicazione cerebro-alimentare. Per quanto riguarda l'export neli Paeesi "emergenti" ci si salva, credo, con la componentistica e con i mobili da cucina. Che non è uno scherzo, ma il Prodotto Italia, in una via commerciale cruciale come questa, proprio non c'è. Ecco: ho adocchiato una Nuova Cinquecento della FIAT, pure piuttosto ammirata, ma è stata l'unica in mezzo a un buon numero di VW Beetle, AUDI, Mercedes e, sorprendentemente, tante Porsche. Ovvio che qui le vetture giapponesi non hanno quaasi concorrenza, per quanto riguarda i comuni mortali. A parte questo, Orchard Road, presentata come un potenziale attentato al vostro portafogli, assomiglia ai Campi Elisei di Parigi, anche per le dimensioni: forse meno pretenziosa ma altrettanto insignificante: l'arditezza e inventiva degli architetti locali si è esibita altrove. A differenza delle sue consorelle in giro per il mondo, si tratta di una via commerciale vivibile e con un traffico scorrevole e regolato in maniera esemplare, come spesso le cose in questa città. Perfino il pubblico che l'affolla riesce a dare l'impressione di essere meno intronato dalla droga dello shopping e standardizzato che altrove: certo, due terzi del pubblico è composto da squinzie della più varia età, etnia e credo religioso, che “la portano a prendere aria”, convinte di “avercela” solo loro, sguardo vacuo e liquido al contempo, pronte a fare aprire il portafoigli all'altro terzo, di sesso maschile, non meno rimbecillito davanti ai negozi di materiale eletronico. Ma tutto il carnevale mi sembra avvenire in modo più decente e meno sguaiato che altrove. Poi ci sono gli immancabili pirla come me, che si fanno venire le vesciche ai piedi a furia di camminare per chilometri nella caldazza, e non possono nemmeno dirsi increduli perché sanno per esperienza che così va il mondo, a qualsiasi latitudine.


giovedì 4 dicembre 2008

Qui comincia l'avventura...


Singapore Skyline di Besar BearsSINGAPORE – Ero al corrente che l'aeroporto di Changi fosse particolarmenete efficiente, e non è un caso se da anni sia puntualmente votato come il migliore al mondo. Volo da Dubai perfino in antricipo, atterrato in perfetto orario solo perché l'aereo ha volteggiato per una mezz'ora sopra l'isola. Sì: perché Singapore è una città-Stato ma la parte edificata è circa la metà della sua superficie; un'isola, appunto, che misura 42 km di lunghezza, 23 di larghezza, il tutto per 700 km quadrati, contornata da oltre una sessantina di “succursali” tra cui la più grande è Sentosa, dedicata allo svago e alla balneazione, e nemmeno la più grande tra quelle che  punteggiano la parte più meridionale del Canale di Malacca, che separa le penisola malese da Sumatra (Indonesia) nella sua parte più stretta, un grado sopra l'Equatore. Una mezz'ora di coda per espletare le formalità doganali, nemmeno troppo considerata l'eterogeneità degli sbarcati e l'accuratezza dei controlli. Decisamente più veloci della media le procedure cui sono suttoposti i cittadini UE, che ottengono anche, seduta stante, un visto valido 90 giorni. L'operazione di consegna dei bagali era stata nel frattempo così veloce, che gli stessi erano già stati tolti dal nastro e accuratamente disposti, tutti in ordine come soldatini e con il manico rivolto verso l'alto, in posizione di asporto, ovviamente sotto la supervisione di una sorvegliante, da un lato del nastro. Applausi, da parte di uno abituato alle inefficienze alitaliote e ai furti costanti nei magazzini delle società di gestione, e visioni fantascientifiche quando si passa ai servizi aeroportuali e complementari. C'è semplicemente tutto quello che occorre, dalle indicazioni comprensibili anche a un idiota ai bancomat. Quattro le opzioni per arrivare in città, pur sempre un viaggio di una ventina di minuti, ma per tutte le tasche: con la metropolitana, per un dollaro di Singapore (all'incirca  40 euro cent) oppure, allo stesso prezzo, in autobus di linea; 9 $ per lo Shuttle (minipullman da 9 posti, comodi, con aria condizionata, video di presentazione delle attrazioni cittadine, non invadente e a volume dicreto), cinture di sicurezza obbligatorie; infine tra i 15 e i 20 dollari locali, a seconda del traffico, il taxi. Viene da urlare pensando ai 18  € che vengono grassati dalle Ferrovie Nord con il famigerato Malpensa Express o dagli shuttle tra Milano e Orio al Serio o Roma e Fiumicino, per non parlare delle frequenze e dei prezzi improponibili dei taxi nostrani. L'alloggio è nel cuore di Little India, bar e internet point aperti anche  dopo la mezzanotte, alcuni 24 ore su 24, nessuna faccia “malintenzionata” in giro, ma nemmeno l'onnipresente controllo poliziesco che mi ero immaginato. Sì, perché Singapore mi era stata dipinta come una sorta di landa popolata da maniaci malati di igienismo, dove si multa pesantemente quando non si arresta la gente che butta cartacce o cicche per terra, una realtà claustriofobica, strerilizzata e soggetta alla sorveglianza di un onnipresente Grande Fratello un po' paranoico (anche se un pannello vicino alla City Hall ammonisce che A low crime rate doesn't mean no crime). Niente di tutto questo, come ho avuto modo di appurare girando per il quartiere dove soggiorno, Little India e l'adiacente quartiere arabo, e Chinatown. Sì: sembra un paradosso che esista una Chinatown in una città dominata e costruita dai cinesi, che sono il 75% della popolazione, ma si tratta di quel che è rimasto della città coloniale all'ombra dei grattacieli, peraltro bellissimi,  che dominano la Downtown che dà verso il fiume (chiamato così ma si tratta di un braccio di mare canalizzato). Esistono queste porzioni etniche della città, a cui si aggiunge quella malese di Geylang, a Singapore Est, che conservano tutto il calore e colore degli originali ma in un contesto pulito, privo di tensioni, in una parola civile, senza essere semplici specchi per le allodole o barbatrucchi per turisti, salvo, in parte, Chinatown. Dove però è sufficiente mettere piede nell'omonimo centro commerciale (che nulla ha a che vedere con un mall in stile yankee: quelli si trovano in Orchard Road, mi dicono; semmai con un mercato comunale al coperto di quelli a cui siamo abituati in Europa), per essere certi di essere in mezzo alla gente del posto più autentica. Al primo piano, uno dei più famosi hawker markets, i baracchini alimentari che un tempo si trovavano per strada e che sono stati messi al coperto in condizioni igieniche più che decenti: a decine, delle diverse regioni cinesi e non solo (e' coperto tutto il Sud-Est asiatico), con tavolini e sedili ancorati al pavimento, in genere self service ma talvolta anche con servizio essenziale al tavolo – a parte lavora una squadra di addetti alla pulizia: ho già notato che generalmente si tratta di indiani del Sud o srilankesi. Ci si siede naturalmente con degli estranei, senza formalità, ed è una meraviglia: le persone sono gentili ma mai invadenti. Il cibo ottimo e di una varietà impressionante e a prezzo irrisorio: per 5 $ (poco più di due euro) ho pranzato con degli ottimi tagliolini in brodo con granchio (vero e carnoso), gamberi e verdure, piccante il giusto e corroborante. Per far fronte ai fortunali pomeridiani di stagione: perché è quella dei monsoni, e all'Equatore non si scherza. Però gli scoli dell'acqua, a Singapore, funzionano meglio che a Milano. 

venerdì 4 luglio 2008

Saluti da Pantelleria



Pantelleria, Punta tre pietreIn alto, Punta Tre Pietre, vicino a Scauri, secondo centro dell'isola per numero d'abitanti. Mare pulito, fondali spettacolosi, relativa abbondanza di pesce, benché a Pantelleria da sempre più che della pesca ci si occupa di agricoltura. Battuta dal vento (oggi ha attaccato a soffiare il maestrale: in barca si balla si già e tutto lascia prevedere che continuerà così per i prossimi tre giorni), si rimedia con gite sulla boscosa e fresca Montagna Grande, si fa il bagno nel lago Specchio di Venere, con le sue "calderelle", polle d'acqua calda solforosa che gorgogliano in vari punti dal fondo, dove si possono effettuare anche fanghi termali, oppure ci si dedica direttamente ai "bagni asciutti" o stufe naturali sparse sull'isola; si possono visitare le cantine che lavorano la tipica uva zibibbo: il celebre passito di Pantelleria ma non solo: anche il moscato e alcuni bianchi secchi. L'isola è vulcanica e  ventosa: come per esempio a Lanzarote, nelle Canarie, con cui ha molti tratti in comune, l'agricoltura è praticata su terreni terrazzati e le piante potette da muri a secco, nonché "miniaturizzate" e tenute appositamente basse. L'altra produzione per cui Pantelleria va famosa è il cappero, vera meraviglia della natura e questa è la stagione del raccolto, prima che si trasformi in un fiore bianco.rosato dall'aspetto esotico e delicato: perché i capperi sono nient'altro che il fiore della pianta ancora in boccio. E' ubiquo, ancor più dei giganteschi oleandri e delle bougainvillee. Per la mia gioia, è il protagonista della cucina pantesca, semplice ma sapida. Per ora, scarsi i turisti, stagione che non è ancora decollata e non promette bene. Prezzi abbastanza alti, aria di crisi. Ad agosto sarà comunque il consueto caos, causa l'abitudine italiota di seguire il gregge e le abitudini più inveterate e stupide. Anche le brutture sono abbastanza sotto controllo, anche se non mancano "ecomostriciattoli" come la zona alberghiera a Punta Fram,I o alcune cattedrali nel deserto (ma con vista-mare, albergoni in stile moresco finiti da qualche anno e mai messi n funzione, che puzzano di "lavanderia" e licenze irregolari. Comunque un paradiso rispetto alla media nazionale. Tenetela in considerazione: vale davvero la pena passarci almeno una settimana.Pantelleria, vigneti a MueggenVigneti presso Mueggen.

martedì 1 luglio 2008

Palermo la bella


Fontana del Genio di PalermoHo trascorso gli ultimi quattro giorni a Palermo, l'altra capitale del Sud dove non ritornavo da qualche decennio (a destra la Fontana del Genio, in Piazza della Rivoluzione) e a parte lo zaino-borsa che da venerdì mattina erta comparso, e di cui si sono trovate le tracce prima a Catania e poi a Venezia (punto di partenza da cui è nato tutto il caos: cui si è aggiunto, qui in Sicilia, unblack-out di oltre 36 ore del sistema informativa che gestisce lo smaltimento del bagagli smarrito) l'ho trovata certamente più vivibile, ordinata e meno disastrata della sua concorrente Napoli. Città di contrasti ma anche discretamente pulita, elegante; schiva con punte di asprezza come i suoi abitanti ma anche affascinante e gentile, disponibile. La "Vucciria" come me la ricordavo non esiste più, ridotta sostanzialmente a un vicolo e a una piazza peraltro ormai poco animata; più vivi il mercato del Capo, a Porta Carini, e Ballarò, nei pressi della stazione ferroviaria, il più esteso; nella cui zona si concentra anche la maggior parte degli immigrati extracomunitari, che non mi sarei mai aspettato così abbondante da questa parti. E non tanto maghrebini (considerata la vicinanza della sponda Sud del Mediterraneo) quanto di bengalesi, indiani, cinesi e neri africani. Mi è parso integrati piuttosto felicemente nel tessuto cittadino, in confronto a quanto accade a Milano o a Roma. In buon numero anche i turisti, specialmente stranieri: peccato per la chiusura per ristrutturazione di Palazzo Abatellis, alla Kalsa, sede della celebre Galleria Regionale Siciliana, e la Cappella Palatina a Palazzo dei Normanni, senza alcuna indicazione sulla loro riapertura al pubblico (carenti in genere le indicazioni di percorsi e monumenti) ma non mancano certo le cose da vedere: difficile annoiarsi (sotto a destra, la Chiesa di Santa Maria della Catena, alla Cala). Santa Maria alla Catena, PalermoNote negative, un sistema di viabilità demenziale, con una quantità di doppi sensi di marcia quando sarebbe più saggio che fossero unici; il fatto che uno su tre gira in moto senza casco (spesso anche in tre, e il terzo magari è un infante), e due di quelli che lo utilizzano vanno in giro con quella specie di padella che lascia scoperte le orecchie e senza allacciarselo; non un vigile urbano a parte due di guardia al Comune, per cui non non nemmeno come sono fatte le loro divise, piuttosto scarsa la presenza di polizia e carabinieri per le strade: alquanto sorprendente nella capitale della mafia e in una città in cui scippi e furti sono piuttosto diffusi, e dopo il gran parlare che si fa in tema di sicurezza: ma forse ha una sua logica che in tali situazioni la loro presenza sia più discreta e che si lavori sotto traccia. Niente a che vedere comunque col caos e il degrado che regnano a Napoli (e men e dispiace) e comunque una città che merita sempre una visita. E ora, a Pantelleria, la Bent-El-Rhìa, "figlia del vento", degli arabi.

sabato 29 marzo 2008

I tripeiros di Portus Cale



Francisco OliveiraPORTO - 350 mila abitanti il centro storico (riconosciuto nel 1996 Patrimonio dell'Umanità e sotto tutela dell'UNESCO), un milione l'area metropolitana e uno e mezzo il distretto, la seconda città del Portogallo, a cui ha dato il nome (Portus Cale, un villaggio sulla foce del fiume Douro), Oporto (foto a destra di Francisco Oliveira) sta a Lisbona come Milano a Roma, San Paolo a Rio, Manchester a Londra o Córdoba a Buenos Aires. La seconda città del Paese ma la prima per una serie di parametri, in parte stabiliti da sé stessa, a conferma della regola che ogni Paese ha il suo Sud e il suo Nord, con tutti i pregiudizi, i luoghi comuni e le generalizzazioni che ne derivano. Più o meno uguali dappertutto. In Portogallo, Porto è il Nord per definizione. Il regno deitripeiros, i divoratori di trippe, piatto cittadino per antonomasia. Ha una discreta dimensione industriale, ma anche questa rimane appannaggio della capitale e dei suoi sobborghi. La sua dimensione in realtà è agricolo-commerciale, ed è dovuta principalmente all'omonimo vino le cui viti vengono coltivate, raccolte e pigiate nella valle del Douro che è alle spalle, protetta dall'umidità dell'Atlantico, ma il cui prodotto viene poi invecchiato a Vila Nova de Gaia, esattamente di Fronte alla Ribeira di Porto a cui è collegata dal famoso ponte di ferro a due livelli (che non è stato progettato da Gustave Eiffel come comunemente si crede bensì da un suo allievo), sulla riva ombreggiata e fresca del fiume. Città commerciale e sbocco di una regione a vocazione agricola, tradizionalmente conservatrice se non reazionaria e bigotta da sempre, così me la ricordo da quando ci sono stato l'ultima volta, trent'anni fa; il contraltare della progressista, libertaria emeridionale Lisbona. Conservatrice lo è rimasta, ma bigotta non direi, e ho visto invece una città dinamica, bella, dove il danaro fornito per le aree sottosviluppate dalla UE, di cui il Portogallo è membro dal 1986, è stato speso bene. Abbarbicata su di una serie di promontori che danno sul Douro a pochi chilometri dalla sua foce, molto più mossa della capitale, di origini romano-lusitane, Porto, o almeno il suo centro, è una città-mosaico per quanto riguarda stili architettonici, epoche e modi di vita diversi, dai bastioni romani ai vicoli medievali, alle chiese gotico-barocche ai boulevard in stileliberty e alle piazzette che possono ricordare Parigi nonché alle facciate delle case ricoperte di azulejos (foto sotto a sinistra di Lapidim). LapidimUna miscellanea piuttosto sorprendente, stimolante e che non stanca. Anche l'architettura moderna ha i suoi gioielli: a cominciare dal Museu de Arte Contemporanea-Fundação de Serralves (dove chiude oggi una bella mostra su Robert Rauschenberg, periodo anni Settanta), e dal suo delizioso parco-giardino, progetto dell'architetto (Álvaro Siza Vieira, che ha lo studio in città) e laCasa da Música, di Rem Koolhaas, con l'esterno in cemento bianco, che a me ha ricordato la parte emersa di un iceberg, ad altri un cristallo grezzo, e la cui sala da concerti, all'interno, è l'unico spazio dotato di angoli retti, e pare abbia il dono di un'acustica eccezionale per ogni tipo di musica si voglia eseguire (cosa che non ho purtroppo avuto occasione di verificare), mentre tutti gli altri ambienti le si avvolgono intorno in un susseguirsi di forme geometriche irregolari. Fra gli edifici religiosi, a proposito di ibridismo, ho trovato notevoli sia la chiesa-convento di São Francisco sia quella di Santa Clara, gotiche all'esterno ma uno sbalorditivo trionfo di baroco-rococò all'interno del tutto esagerato e perfino malizioso, che mi ha fatto venire in mente immediatamente le chiese di Salvador de Bahía e in particolare proprio São Francisco, con i putti dallo sguardo spermatico in adorazione della madonna e delle varie sante pettorute e adeguatamente scollacciate. Il tutto abbastanza poco in sintonia con il carattere dei portoghesi, e in particolare quelli del Nord, piuttosto riservati e contegnosi, tanto da sembrare più simili ai popoli nordici (e in effetti il Portogallo ha da sempre avuto legami strettissimi con l'Inghilterra) piuttosto che a quelli mediterranei. In Brasile, quest'esplosione di sensualità, non desta più di tanto stupore. Questo mi ha fatto anche pensare al tipo di relazione particolare che il Brasile ha sempre intrattenuto, e mantiene, con quella che considera tutt'ora la sua "madrepatria", con cui i rapporti non sono mai stati conflittuali, tanto da adottarne perfino i regnanti (complici gli inglesi), trattandoli da imperatori, una volta che la casa reale era fuggita oltreoceano a seguito delle invasioni napoleoniche. Per un periodo, è stato come se il Portogallo fosse divenuto una colonia brasiliana. Nessun Paese latinoamericano che abbia subito la conquista spagnola si sognerebbe di considerare la Spagna come la propria madrepatria. Non che i portoghesi fossero dei santi, tutt'altro: ma mentre gli spagnoli, sostanzialmente agricoltori, burocrati e militari, anche per via della spinta demografica, erano dei veri e propri colonizzatori, avidi di ricchezze immediatamente esigibili e di terreni, i portoghesi, molto minori di numero e prevalentemente commercianti e banchieri, così come gli olandesi (di cui non a caso sono sempre stati la controparte, anche in Oriente) da un punto di vista mercantile erano più interessati a tenere sotto controllo dei porti efficienti e delle teste di ponte per fare affari in prospettiva, piuttosto che sottomettere e dover controllare e amministrare dei territori sconfinati. Porto al tramonto(Qui a destra, sempre il centro di Porto al tramonto in una foto di Francisco Oliveira). Per finire, un paio di annotazioni. Già dicevo all'inizio di come siano stati spesi efficacemente, con il dovuto riscontro, i fondi messi a disposizione dalla UE per adeguare le infrastrutture del Paese ai livelli europei. Cosa che ci sogniamo in Italia. Qui a Porto sono state sviluppate, anche sotto la spinta dei Campionati Europei di Calcio organizzati nel 2004, 5 linee della metropolitana, questo in una città collinare e con un fiume in mezzo. E la nazionale ospitante arrivò seconda. A Milano, una città piatta e senza fiumi, se non vogliamo parlare dei Navigli prosciugati per farne demenziali parcheggi, in occasione dei Mondiali di calcio del 1990, dopo oltre vent'anni dal completamento delle prime due linee, si diede il via alla terza tratta del metrò. Ricordo che all'inaugurazione dei Mondiali, in giugno, erano attive quattro stazioni: dalla Centrale al Duomo. Che non servivano, in sostanza, a un accidente. La nazionale si classificò terza, per la cronaca. Siamo ancora lì, anche se qualcuno blatera di quinta linea mentre la quarta non ha mai visto la luce, a meno che non si parli del passante ferroviario, peraltro incompleto. L'altra sono i prezzi: fino a prova contraria anche il Portogallo è, fin dall'inizio, nell'area dell'euro. A parte un paio di centri commerciali periferici la grande distribuzione è pressoché inesistente. Di MerDonalds ne ho visto solo uno. La città è disseminata di piccoli esercizi commerciali, mercati centrali come il Bolhão (coevo della Boquería di Barcellona e bello come quello di San Lorenzo a Firenze), caffetterie, trattorie a conduzione famigliare e bettole. Distribuzione, a sentire i soloni del mercato, assolutamente arretrata e inefficiente. Come si spiega che i prezzi dei generi alimentari (e non solo) siano da un terzo fino alla metà inferiori che in Italia? Per non parlare di vitto e alloggio, quando con meno di 10 euro si riesce a nutrirsi in maniera assolutamente accettabile e con trenta si trova un alloggio più che dignitoso e con tutte le comodità del caso, a cominciare dal collegamento wi-figratuito? Non viene il dubbio che sia il nostro Paese a non funzionare come sarebbe opportuno?