lunedì 8 aprile 2013

Nel buio dell'America / Dissonanze

"Nel buio dell'America / Dissonanze" di Joyce  Carol Oates. Regia di Francesco Frongia, traduzione di Luisa Balacco, con Corinna Agustoni e Luca Torraca, voce di Ferdinando Bruni. Luci di Rocco Colaianna, musiche di Gionata Bettini, sarta Ortensia Mazzei. Produzione Teatro dell'Elfo. Al teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 21 aprile
Tratto da uno dei due testi che compongono "Dissonanze", analisi impietosa di una coppia occidentale "tipo" all'epoca del talk show della corrosiva scrittrice statunitense Joyce Carol Oates, questo breve ma intenso atto unico è messo in scena in modo esemplare da due membri storici dell'Elfo, Corinna Agustoni e Luca Torraca, che interpretano Frank ed Emily Gulick, genitori di Carl che, che con ogni evidenza ha massacrato a coltellate nella "tavernetta" dell'abitazione famigliare la giovanissima figlia dei vicini dopo un tentativo di stupro. La scena è costituita da uno studio televisivo, con uno schermo alle spalle dei due coniugi su cui scorrono le immagini del sobborgo di Newark, New Jersey, dove si sono svolti i fatti, filmati di repertorio e foto di album di famiglia nonché una raccolta dei "cimeli" rinvenuti dalla polizia nella stanza di Carl, e di cui i genitori ignoravano (volutamente?) l'esistenza: elmetti nazisti, coltelli, riviste porno e cataloghi di armi. Una voce fuori campo, quella di Ferdinando Bruni, li interroga sulla vicenda indagando non solo sui rapporti con il figlio e la cloro conoscenza o meno dei fatti, ma su questioni etico-filosofico-esistenziali su cui i due, prototipi della classe media americana intrisa di subcultura televisiva, non riescono a raccapezzarsi, finendo, con le loro convinzioni stereotipate, la certezza dell'innocenza del figlio, il razzismo inconsapevole, il conformismo, e l'egoismo imperanti, a essere dati in pasto al pubblico famelico di gossip e di fatti di sangue, vittime degli stessi pregiudizi di cui sono nutriti essi stessi. Un breve, inquietante spettacolo tra il noir e il grottesco, una "chicca" di 55' montata alla perfezione, un saggio di bravura da parte di due attori di razza. Potendo, da non perdere.

sabato 6 aprile 2013

Il ventaglio



“Il ventaglio” di Carlo Goldoni. Regia di Damiano Michieletto, scende di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Alessandro Carletti. Con Alessandro Albertin, Daniele Bonaiuti, Katiuscia Bonato, Giulia Briata, Nicola Ciaffoni, Emanuele Fortunati, Matteo Fresch, Gian Marco Maffei, Manuela Massimi, Giuseppe Nitti, Silvia Paoli, Pierdomenico Simone Produzione Teatro Stabile del Veneto, Teatri e Umanesimo Latino SpA. Al Teatro "Elfo/Puccini di Milano fino al 14 aprile
E’ un Goldoni dei giorni nostri quello proposto da Damiano Michieletto per lo Stabile del Veneto con l’allestimento di questo “Ventaglio” che aveva riscosso grande successo “in patria” qualche mese fa e fino alla prossima settimana in trasferta a Milano e che ha visto ieri sera la sala Shakespeare piena soltanto a metà ed è un peccato, perché lo spettacolo è frizzante, originale, divertente, energetico e la compagnia di giovani attori molto valida e affiatata. E ce ne vuole di fiato ed energia per stare al ritmo di questa commedia incalzante che ruota attorno a un oggetto di poco conto, un ventaglio, attualizzato in un microventilatore a pile, che passa vorticosamente di mano creando equivoci a tutto spiano e scatenando litigi, scenate, corteggiamenti e inganni tra i vari personaggi, tutti legati da contorte trame d’amore che si complicano per mano di una sorta di un dispettoso Cupido, il bravissimo GIuseppe Nitti, che, non visto dagli altri, dirige la sarabanda. Essenziale la scena, dominata da un’enorme lavagna quadrettata su cui campeggiano i nomi dei protagonisti della vicenda che con pennarelli multicolori vi scrivono le frasi salienti della commedia e rappresentano graficamente il groviglio di rapporti che li lega. A renderla colorata i vestiti dei protagonisti, un miscuglio di popolani, borghesi e nobili decaduti, ognuno con i propri tic, luci al neon fredde ed efficaci, ma soprattutto il brio dei giovani interpreti, con una nota di merito particolare per Silvia Paoli nei panni di Giannina e di Alessandro Albertin in quelli del Conte, non a caso usciti, come  l’altrettanto giovane regista, dalla Scuola Paolo Grassi di Milano, assoluta fucina di talenti. Non stona per nulla la colonna sonora rock che va da un martellante Lou Reed di sottofondo ad Amy Weinhouse con “Cupid”, così come i brevi monologhi autobiografici sulle delusioni amorose sperimentate sulla propria pelle, “fuori contesto” ma pertinenti, perché è l’amore coi suoi intrecci e i suoi giochi di specchi il tema centrale di questa arguta e sempre godibilissima commedia dai tempi teatrali perfetti.

giovedì 4 aprile 2013

Come pietra paziente

"Come pietra paziente" (Syngué Sabour) di Atiq Rahimi. Con Golfshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. Francia, Germania, Afghanistan 2013 ★★★
Syngué Sabour è, nella tradizione afghana, la "pietra paziente" del titolo, una pietra che possiede il  magico potere di assorbire tutte le angosce, le sofferenze, le difficoltà, i segreti che le si confidano, una sorta di confessionale in forma di oggetto che si disintegra una volta assolta la sua funzione. Nel caso di questo bellissimo e potente film la "pietra paziente" di una giovane donna è il marito, un mujaheddin rimasto in coma dopo aver ricevuto un proiettile nel collo durante una lite con un altro guerrigliero seguita a un insulto, che la moglie accudisce, in una misera abitazione di una Kabul sconvolta da bombardamenti e incursioni dei taliban, nonostante i pericoli incombenti e la mancanza di denaro, mentre nel frattempo ha mandato le due figliolette da una zia che si scopre man mano essere la tenutaria di un bordello. Le visite al marito ridotto in uno stato larvale si trasformano così in una sorta di sedute di autocoscienza in cui la donna man mano gli si svela con sempre maggiore chiarezza, a partire dall'essere stata destinata a questo "eroe" senza nemmeno conoscerlo quando era poco più di una bambina, all'essere considerata meno di una serva, tutt'al più un oggetto o buco, mai come una persona e meno che mai come una donna, le poche volte che l'ha visto mentre lui costruiva la sua carriera di combattente per la libertà; fino a confessargli che le figlie non sono di lui, che era pure sterile, ma di uno sconosciuto procuratole dalla zia. In realtà, più che a lui che non può sentire, ridotto com'è, ma che non l'avrebbe ascoltata nemmeno se fosse stato cosciente, la donna si svela a sé stessa; nel frattempo rimane l'unica persona che va avanti a curarsi di lui, con una pietas tutta femminile. Altro personaggio fondamentale del film è la zia, che nella sua profonda saggezza e conoscenza dell'umanità, consiglia la nipote di lasciarsi andare con un giovane ragazzo, mujaheddin pure lui, che comincia a frequentarla convinto che lei sia una prostituta, scusa che la donna si è inventata durante un'incursione di un gruppo di taliban di cui il giovane faceva parte, per non essere violentata. I fanatici, inorriditi dalla rivelazione, se ne erano andati senza toccarla, ma il ragazzo torna e si affida a lei per essere introdotto al sesso, cosa che succede ma questa volta, a differenza che col marito, è la donna a prendere in mano la situazione e plasmare un rapporto di comunicazione autentica, che è spirituale e corporale insieme: "fatti scopare con la lingua e parlare con il cazzo", in sostanza "comunicate nel modo che vi riesce ma fatelo", le suggerisce la zia, ed è probabilmente la frase fondamentale del film, che si sviluppa in un crescendo a tappe scandito da rivelazioni successive sui personaggi e le loro vicende passate. La pellicola è girata con maestria e sobrietà da Atiq Rahimi, già documentarista di vaglia, autore anche del romanzo da cui è tratta; l'aspetto sorprendente è che Rahimi non è una donna, bensì un uomo, mentre che questo film parlasse con un linguaggio e una sensibilità femminili, pur rivolgendosi a un pubblico di entrambi i sessi, era una sensazione che ho cominciato a provare a metà della pellicola, tanto da auspicare una sorta di recensione da parte di una donna che lo avesse visto, perché sono convinto che vi abbia scorto aspetti diversi da quelli che ho visto io e comunque sotto una luce differente. Formidabile e mai esagerata  l'interpretazione della "donna" da parte di Golfshifteh Farahani, superba attrice iraniana già vista in "About Elly", bravissima anche la "zia" Hassina Burgan, fotografia eccezionale, un film emozionante, da vedere.

martedì 2 aprile 2013

Germalia o Itafia: il Piano A e il Piano B

"Governare gli italiani non è difficile, è inutile": come ogni luogo comune che si rispetti questo, arcinoto e attribuito prima a Giolitti e poi a Mussolini, entrambi alla guida del Paese a pochi anni di distanza l'uno dall'altro, contiene un fondo di verità, peraltro nota fin dai tempi di Dante prima e Machiavelli poi, ma è incompleto: "se a governare sono degli italiani", è il giusto corollario. Gli stranieri che si sono avvicendati nel compito lungo i secoli ci sono riusciti benissimo, così come a comandare di fatto senza esporsi in prima persona da 150 anni in qua, ricevendone uno sproporzionato tornaconto, è il Papa della chiesa cattolica, che anche quando è un compatriota è pur sempre capo di uno Stato straniero, incistato nello Stato italiano e da esso mantenuto. Stato si fa per dire: la parodia di una monarchia dall'Unità al 1946, la  caricatura di una repubblica dalla sua caduta a oggi; la continuità risiede nella cialtroneria e nella conseguente mancanza di serietà e credibilità, come conferma la farsesca situazione politica a cinque settimane dalle ultime elezioni. Per uscire dall'impasse dei minuetti, dei bizantinismi, dalle buffonate delle commissioni di "saggi" e dai reiterati attentati a quello che rimane della Costituzione da parte di quello che dovrebbe esserne il custode, e che da tempo avrebbe dovuto essere fermato e processato per attentato alla stessa, e mi riferisco a Napolitano, autore di un golpe che più che bianco definirei marrone, propongo di prendere in considerazione due soluzioni alternative, che contemplano una la permanenza nell'Eurozona e l'altra la fuoriuscita da essa. Entrambe più percorribili di quello che a prima vista si possa pensare, perché consegnerebbero la responsabilità di governo a chi di fatto detiene le leve del potere nel nostro Paese senza prendersene le responsabilità in prima persona. La prima ipotesi è quella di chiedere, anzi pretendere l'annessione, o affiliazione, o federazione alla Germania: che ci pensino Frau Merkel e i suoi successori a rimettere in piedi la baracca che, una volta inglobata, non potrà più essere considerata mercato di conquista per le proprie esportazioni (semmai contribuirà a incrementare la domanda interna) e terreno di speculazione con relativa distruzione del tessuto produttivo, che è pur sempre il secondo in Europa a livello sia manifatturiero sia agricolo: l'operazione alla Germania costerebbe sicuramente molto meno dell'assorbimento e risanamento della ex DDR (peraltro pagati dai soci dell'Unione Europea, in testa Francia e Italia) e sarebbe notevolmente più vantaggiosa, a iniziare dalla maggiore inclinazione al lavoro nonché versatilità e fantasia da parte della popolazione annessa, passando per un clima più gradevole e panorami, umani e paesaggistici, meno deprimenti, per finire con una cultura enogastronomica degna di questo nome. Ma pensate soprattutto ai vantaggi per noialtri, a cominciare dal fatto che ci toglieremmo dai coglioni tutta la classe politica nostrana in blocco e gran parte di quella dirigente: Berlusconi e i suoi sgherri sarebbero associati alle patrie galere nell'istante stesso dell'annessione; welfare e stipendi di livello tedesco e anche relativo sistema di prezzi, con beni di prima di necessità che costano meno che in Italia; burocrazia funzionante e, tra le altre cose, drastica riduzione dell'evasione fiscale; autostrade gratis (e la Salerno-Reggio Calabria terminata nel giro di sei mesi) e senza limiti di velocità; disboscamento della giungla normativa: in Italia sono in vigore più di 60 mila provvedimenti legislativi, in Germania sei volte meno; finalmente qualcuno si prenderebbe cura del patrimonio artistico in via di disfacimento e forse porrebbe freno allo scempio paesaggistico e alla disgregazione del territorio; risoluzione dell'eterno problema dello smaltimento dei rifiuti; formazione e ricerca sarebbero adeguatamente finanziate dallo Stato e finalmente gli italiani sarebbero costretti ad assimilare fin dall'infanzia una lingua straniera che è anche un'ottima base per impararne un'altra come l'inglese; risoluzione definitiva degli annosi ed equivoci casi FIAT e Alitalia che potrebbero una buona volta essere dismesse senza accampare pretesti di "italianità da salvare" per tapparne le perdite: vorrà dire che le utilitarie saranno VW, roba seria e non l'equivalente italiano delle Trabant; last but not at least, calcisticamente (e non solo) diventeremmo una potenza imbattibile: con 7 Mondiali vinti, i cinque do Brasil ci farebbero un baffo e la fusione tra Serie A e Bundesliga darebbe luogo a uno spettacolo da leccarsi i baffi, di livello planetario. Sono convinto che i tedeschi vedrebbero una loro convenienza e accetterebbero ben volentieri: i problemi giungerebbero sul fronte europeo da parte dei cugini francesi, che si sentirebbero tagliati fuori e definitivamente foutus, spalleggiati dagli altri membri dell'Unione; sul fronte esterno dagli USA e dalla Gran Bretagna, la loro quinta colonna nell'UE. E qui si apre la seconda ipotesi, percorribile in caso di abbandono dell'Eurozona: l'associazione, come territorio non incorporato, agli USA, con uno status simile a quello di Portorico, senza la necessità di diventare il 51° (o 52°: i caraibici avrebbero la precedenza) Stato dell'Unione. Nessuna necessità di ritorno alla lira: è vero, il deficit USA insieme a quello italiano andrebbe alle stelle ma si adotterebbe il dollaro, e quindi se lo accollerebbe il resto del mondo; nessun cambio da un punto di vista strategico-militare, anzi: un rafforzamento della fraterna amicizia ci farebbe divenire  ancora più "centrali" e oggetto di benevole attenzioni da parte delle amministrazioni a stelle e strisce; non sarebbe nemmeno necessario importare la classe dirigente da Washington perché ce l'avremmo già in loco e per renderla pienamente operativa a livello istituzionale basterebbe farla "emergere", così come l'economia "in nero" che diverrebbe d'incanto legale e trasparente, e affidare il governo del Paese e il risanamento dell'economia alle uniche aziende, peraltro multinazionali, che funzionano in Italia: Cosa Nostra, la 'Ndrangheta, la Camorra e la Sacra Corona Unita, con l'assistenza semmai di consigliori provenienti da "Broccolino" e dintorni. Chiamando in servizio permanente effettivo Matteo Messina Denaro, classe 1962, che peraltro è dotato dell'adeguato physique du rôle, si opererebbe poi finalmente quel cambio generazionale di cui si avverte urgentemente il bisogno per adeguarsi ai tempi e presentarsi nuovamente come protagonisti sulla scena internazionale. Senza contare che l'affidarsi ai valori mafiosi, rispettosi della tradizione, attenuerebbe lo sgradevole effetto-disneyland insito nell'opzione "americana". 

domenica 31 marzo 2013

Un giorno devi andare

"Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti. Con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Sonia Gessner, Amanda Fonseca Galvão e altri. Italia, Francia 2013 ★★★½
Augusta, trentenne traumatizzata per la perdita del figlio che portava in grembo e abbandonata dal marito a causa della sopraggiunta sterilità, per rimettere insieme i cocci della sua esistenza e riflettere sul senso della propria vita lascia il natìo Trentino e parte alla volta del Brasile assieme a suor Franca, un'amica della madre, missionaria fra le tribù indie del bacino del Rio delle Amazzoni. Un'opera di evangelizzazione a base di santini e paccottiglia che fa venire in mente le perline di vetro con cui i primi europei sbarcati nelle Americhe turlupinavano gli indigeni che non le conoscevano, imponendo loro credenze e rituali che, non facendo parte della loro esperienza di vita, non riescono a comprendere e a cui Augusta non può aderire. Decide quindi di "farsi terra" e agire per conto suo andando a vivere e a dare una mano nelle favelas di Manaus, capitale dello Stato di Amazonas, dove il contrasto tra la povertà estrema delle periferie e il rutilante ma vuoto mondo del centro globalizzato della città è estremo. Perché nelle favelas un senso di comunità rimane, benché minacciata dalla "modernità risanatrice" e pure se l'umanità che vi sopravvive, spesso con mezzi illeciti, non è esattamente esempio di virtù. Anche se Diritti ogni tanto sembra scivolare nella retorica della comunità e della virtuosità della povertà ha il pregio di non giudicare e di lasciare intravedere anche gli aspetti della carità pelosa, per quanto in buona fede, e sostanzialmente fredda e autoreferenziale delle strutture ecclesiastiche e delle persone che vi ruotano intorno: lo fa specialmente quando, a contrasto, salta dalle immagini fluviali dell'Amazzonia (peraltro bellissime: la fotografia è di altissimo livello) a quelle del mondo valligiano e del convento frequentato dalla madre di Augusta e da cui proviene suor Franca. In definitiva la storia è quella del viaggio alla ricerca di sé stessa da parte del personaggio principale, la giovane donna interpretata da una brava e credibile Jasmine Trinca, capace di esprimere con pacata intensità pensieri, insicurezze, disagi e perplessità anche e soprattutto attraverso i suoi silenzi e il modo di muoversi e interagire, e lasciando perfino trasparire i dubbi che lei stessa nutre sul rischio di confondere la ricerca di una via di fuga con un solidarismo artificiale, in questo dicendo di più lei con il "non detto" di quanto faccia lo stesso regista con la sua equidistanza. Film un po' lento ma, lasciato opportunamente sedimentare per un paio di giorni, senz'altro pregevole. 

sabato 30 marzo 2013

Perché ci vuole orecchio, bisogna avere il pacco...

Se ne è andato ieri, a 77 anni, Enzo Jannacci. Nato, da immigrati pugliesi, vissuto e morto in quella Milano che amava in maniera struggente e di cui è stato il cantore più profondo. Milano è sempre stata, in particolare nei due dopoguerra del secolo passato, città di immigrazione, in cui i nuovi venuti, grazie a un humus  preesistente particolarmente fertile, si integravano molto più facilmente, velocemente e felicemente che altrove diventando presto meneghini tout court (Milano è la più grande città pugliese al mondo, prima ancora di Bari, ad esempio). Strehler, Gaber, Celentano: sono i primi esempi che mi vengono in mente, per rimanere nel campo dello spettacolo. Figlio anch'io di immigrati, "nativo" di Porta Lodovica  all'ombra di Sant'Eustorgio (dove c'è tuttora il celebre Bar Gattullo, sede dell'ufficio facce fondato da Beppe Viola e covo di milanisti, forse motivo inconscio per cui mi sono spostato nell'adiacente Porta Romana, feudo nerazzurro), ero legato a quella Milano in modo viscerale. Non c'è più da un pezzo la città la cui anima Jannacci era capace di descrivere con un linguaggio unico, solo apparentemente surreale e strampalato, ed è la ragione per cui ne sono scappato ormai più di dieci anni fa, incapace di riconoscerla e di sopportarne l'abbrutimento, la perdita di identità e il degrado della dimensione comunitaria e solidale che era la sua caratteristica, e con lui se ne va un altro frammento di memoria. Musicista, poeta, medico, soprattutto uomo, e con un cuore enorme: forse per questo si era specializzato in cardiochirurgia. Va da sé: aveva anche orecchio. Enorme anche questo, come sulla copertina di uno dei suoi dischi di maggiore successo, non solo a livello locale. Ci mancherai tanto, Enzo. Come usava dire un altro milanese acquisito, Gianni Brera, al momento di salutare la dipartita di un amico, che la terra ti sia lieve.

venerdì 29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri

"Gli amanti passeggeri" (Los amantes pasajeros) di Pedro Almodóvar. Con Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Anguel Silvestre, Javier Cámara, Lola Dueñas, Cecília Roth,  José María Yazpic, Carlos Areces, Raúl Arevalo, Guillermo Toledo e altri. ★★★½
Un Airbus a340 della compagnia Peninsula, con a bordo un equipaggio improbabile di sex addicted omo e bisessuali, alcolizzati e drogati, in rotta da Madrid a Città del Messico, rimane in avaria un'ora e mezzo dopo il decollo da Barajas perché gli addetti dell'aeroporto, in tutt'altre faccende affaccendati (un cameo con Penelope Cruz e Antonio Banderas), hanno dimenticato di togliere uno dei "tacchi" che fermano gli pneumatici e che è stato inghiottito da un carrello, bloccandolo. Quando il personale di bordo se ne accorge, e il velivolo è costretto a tornare indietro e poi volteggiare per ore e ore in cerchio sopra il cielo di Toledo in attesa che si liberi una pista per l'atterraggio d'emergenza, decide di sedare i passeggeri della classe economica (e le hostess etero) e di intrattenere quelli della "business" con un ogni sorta di mezzo, a partire da fiumi di "Agua de Valencia" con aggiunta di mescalina che tolgono loro ogni freno inibitore passando per una sorta di esilarante vaudeville ad opera degli Stewart mentre la trasgressione regna sovrana e si svelano le pulsioni e i segreti dei vari personaggi: dalla veggente che "sente" la morte, e anche l'imminente perdita della propria verginità, ingaggiata per una trasferta in Messico, a una maîtresse d'alto bordo che tiene in pugno, ricattandoli, i potenti di Spagna, al killer ingaggiato per eliminarla che finisce per innamorarsi di lei, al finanziere ricercato e in fuga, a un attore dongiovanni impenitente, a una coppia di sposi  tossicomani, per finire in una sorta di sabba liberatorio ad alta gradazione di sesso. Un delirio generalizzato zeppo di battute demenziali e ad alto tasso di scorrettezza politica e di genere, fino allo happy end dell'atterraggio sulla pista ricoperta di schiuma di un fantomatico aeroporto de "La Mancha", costruito grazie a una speculazione in mezzo al nulla e completamente deserto. A prima vista una pochade, che fa pensare a un regista che ha perduto l'ispirazione e che gira film soltanto per routine o autofinanziarsi, come il Woody Allen delle trasferte turistiche a Londra, Barcellona, Parigi e Roma, ma trattandosi di quel geniaccio di Almodóvar, ancora troppo vitale per essere affetto da senilità come da tempo lo è il regista newyorkese, non è difficile intravedervi la metafora della situazione in cui si trova la Spagna (e con lei gli altri Paesi dell'Europa mediterranea, a cominciare dal nostro), in preda a una crisi finanziaria di cui non ha alcun controllo. Non a caso la compagnia a cui appartiene l'aereo si chiama Peninsula e mi ha fatto immediatamente venire in mente "La zattera di pietra" di Saramago, che immaginava una Penisola Iberica che, strappatasi la cerniera che la unisce all'Europa attraverso i Pirenei, veleggia alla deriva verso quel Nuovo Mondo che essa stessa aveva scoperto per trovarvi una nuova collocazione più consona; nella classe turistica anestetizzata non si fatica a immaginare il riferimento alle classi lavoratrici che si dibattono tra precariato e disoccupazione, tenute sotto controllo per evitare le rivolte di piazza, mentre la classe dirigente, che ha intrallazzato, rubato e fallito su tutto il fronte, anche personale, si diverte con quel che le rimane, che è sempre troppo. Intanto, mentre la Peninsula è sospesa nell'aria, in panne, a rischio di precipitare da un momento all'altro per mancanza di carburante (e alternative) e attende istruzioni che tardano ad arrivare, nella cabina e  in prima classe si scatena una sorta di rito orgiastico, amorale e sfrenato, che si ricollega alle energie che si erano sprigionate ai tempi della movida seguita alla caduta del regime di Franco ormai quaranta anni fa. In mancanza d'altro, per il momento, almeno ci si rifà con lo sberleffo, di cui Pedro rimane un maestro e con un inno alla disubbidienza, nella speranza che prima o poi la classe turistica esca dallo stato narcotico e si ribelli.