CURITIBA -
Gradevole gita fuori città, ieri, con il Serra Verde Express, lungo una
storica tratta ferroviaria: la linea che collega, per un totale di 120
chilometri, la capitale dello Stato con Paranaguá, sulla costa, che
divenne, dopo la sua inaugurazione, il secondo porto per movimentazione
del Brasile e il primo per quanto riguarda le granaglie. Progettata nel
1880, orgoglio dell'ingegneria brasiliana anche perché principalmente
opera di due bahiani, per di più neri, a esempio
dell'avenuta integrazione quando ancora non era stata abolita
ufficialmente la schiavitù (1888), fu costruita in soli cinque anni,
grazie al fatto che furono affrontate in contemporanea tre tratte: da
Paranaguá a Morretes, in salita ma abbastanza lienare, di 42 chilometri;
da Morretes a Roça Nova, lungo la costa della Serra do Mar: di 38
chilometri, la più ardua; e infine da Roça Nova a Curitiba,
sull'altipiano, 30 chilometri sostanzialmente pianeggianti. In totale 14
tunnel, scavati senza quasi ricorrere alla dinamite, 30 ponti e
innumerevoli viadotti, tra questi davvero notevoli quelli sul fiume São
João e quello di Carvalho, all'uscita di un tunnel, poggiato su una
struttura in tubi di ferro fatti giungere appositamente dal Belgio. Ma
l'aspetto più impressionante è il numero di lavoratori impiegati, quasi
tutti emigranti europei, tra i 9 e i 10 mila, e ancora di più quota di
essi che ci hanno lasciato la pelle: oltre la metà, a causa
principalmente delle condizioni ambientali avverse incontrate nell'opera
di disboscamento della foresta vergine (spesso per morsi di serpenti,
oltre che per le malattie tropicali) e per le esplosioni non controllate
della dinamite, il cui uso era ai tempi ancora in fase sperimentale e
usata soltanto negli ultimi tempi dei lavori, ma con esiti letali.
Viaggio a una media di 30 chilometri orari, spesso sospesi nel vuoto,
spettacolare soprattutto la parte centrale del percorso, quando si
supera un dislivello di circa sei metri per chilometro superando canyon
e in costa alla montagna, compiendo anche curvature di 90 gradi
seguendone la linea. Notevole anche il cambiamento di clima tra costa e
altipano: quando a Curitiba la sera è saggio mttersi un golf perché la
temperatura non supera i 12 gradi, in questi giorni anche con vento, nel
mezzo della "Mata Atlantica" i trenta gradi si raggiungono in fretta ma
con un'umidità del 90%, e solo sulla costa mitigati dalla brezza
marina. Morretes, 20 mila abitanti, ancora di impronta coloniale, è
rimasta una stazione turistica (la linea è gestita da una socitetà che
compie sia trasporto merci, sia di persone, ma queste solo a scopo
turistico) ed è famosa soprattutto per le banane, peraltro squisite, da
cui si ricava tutto, dalle fibre tessili all'acquavite; e la
cioccolata. E poi per un piatto francamente discutibile, il "barreado":
uno stracotto di parti di manzo dure e filacciose che vengono cucinate
per oltre 24 ore per ammorbidirle (senza esiti decisivi, a mio parere),
che vanno mischiate con la farina di manioca e ammorbidite col brodo di
cottura, in modo da ricavarne un pastone in cui deve rimanere in piedi
la forchetta, per poi essere "guarnito" con banane affettate, e fin qui
va bene, ma anche con un sugo a base di gamberi, e inoltre gamberoni e
pesce impanati. Come soluzione per il pranzo, come ingoiare del cemento
con un accostamente direi arduo. Per aprire lo stomaco e far dimenticare
prima di mangiare, non a caso, ti danno da bere della cachaça.
Antonina è la stazione che si trova appena arrivati sulla costa, ed era
stato un porto importante nelle epoche successive dell'erba mate,
poi del legno e infine del caffè, e ha un aspetto prettamente
portoghese, per la precisione azzorriano (come alcuni borghi dell'isola
di Santa Catarina, del resto), mentre ora tutte le attività portuali
sono state spostate nella vicina Paraguaná, tranne una: l'esportazione
di pollame per i mercati arabi, grazie a un accordo con i sauditi, mi
pare di aver capito. Poiché questi non volevano correre il rischio di
contaminazioni con altre merci che passano attraverso Paraguaná, hanno
concesso l'esclusiva al porto di Antonina costruendo anche un impianto
di macellazione secondo i rituali del Corano. Rivolto, dicono, verso la
Mecca. Per la barba del Profeta e per la gioia degli abitanti di
Antonina!
venerdì 30 novembre 2007
mercoledì 28 novembre 2007
Curitiba, la città sociale
CURITIBA - Eccomi finalmente nella "capitale ecologica", la città del sorriso
brasiliana che già negli anni Settanta aveva cominciato a ripensare e
riprogettare sé stessa, sotto l'impulso del suo sindaco di allora, Jaime
Lerner, poi diventato anche governatore dello Stato del Paraná. Tutte
le mie aspettative, che erano molte, sono state non solo confermate ma
ampiamente superate: non pensavo che la vera e propria "rivoluzione
culturale" che questa città e i suoi abitanti hanno messo in moto (e che
continua) avrebbe prodotto dei risultati così positivi e duraturi.
Comincio col dire che Curitiba non è una città bellissima, non è in una
posizione splendida come Rio e non ha le attrattive di San Paolo. Ha
circa 1.800 mila abitanti (come Milano, prima dell'inizio della sua
decadenza, proprio a partire dagli anni Settanta), posta su un
altipiano, la separa dall'Atlantico la Serra de Mar che si
intravvede all'orizzonte. Città industriale (autoveicoli) e centro
commerciale e finanziario (seconda piazza d'affari solo dopo San Paolo),
d'atmosfera cosmopolita, non è il consueto reticolato di vie poste in
perpendicolare, ma ha piazze, viali alberati appena è possibile, e dove
non è prevista sosta per le auto, slarghi: ogni spiazzo è occasione per
creare un angolo verde, usufruibile per sedersi, riposarsi, guardarsi
attorno o leggere il giornale. L'arredo urbano è adeguato alla bisogna:
comode panchine ergonomiche, rigorosamente in legno, disegnate da
qualcuno che pensa davvero al loro utilizzo, fioriere, tettoie per
ripararsi dagli acquazzoni. Con queste premesse, il rispetto del verde -
52 metri quadrati per abitante - viene da sé. I parchi sono numerosi e
curatissimi, quelli in periferia (ma facilmente raggiungibili) enormi.
La città possiede la prima isola pedonale del Paese e nel 1991 ha
persino inaugurato, su iniziativa della municipalità e con una serie di
agevolazioni, una Rua 24 Horas (attualmente chiusa per
manutenzione), aperta 24 ore su 24, con ristoranti, librerie, postazioni
internet gratuite. Nella centrale piazza Osorio si trova perfino un
padiglione in vetro e tubolari con bar, edicola e postazioni fisse per i
lustrascarpe, al coperto e dignitose. Sembrano dei barbieri.
Naturalmente uno dei primi interventi è stato quello di abolire le
barriere architettoniche. E perfino le postazioni internet (gratuite
quelle del Comune) sono adattate per gli hanicappati. Con una serie di
misure incentivanti è stato recuperato completamente il centro storico, e
protagonisti sono anche i cittadini grazie alla legge municipale di
incentivo alla cultura, che prevede il trasferimento di parte dei
tributi locali da parte dei contribuenti a favore del patrocinio di
particolari progetti culturali; ma più importanmte ancora è stato
l'intervento sulla viabilità, con una rete di trasporti integrati che
sono perfino venuti a studiare gli scandinavi, grazie sempre a un
sistema di partecipazione dal basso: da un lato sull'indicazione delle
scelte da finanziarie prioritariamente, dall'altro anche sul merito dei
progetti. Questa è anche la città che ha inaugurato un metodo di
formazione partecipata del bilancio municipale (che è stata ripresa con
successo anche a Porto Alegre). E' un esempio, a mio parere, di cosa
significa pensare al futuro conservando e riqualificando il passato;
della capacità di vedere avanti e di coinvolgere i cittadini; di civiltà
come percorso educativo e formativo; di come diventare civili (e cives)
rendendo civile lo spazio urbano. Mettendo in moto un circolo virtuoso
per cui una città civile e vivibile genera cittadini civili e
partecipanti che la mantengono tale e la proiettano nel futuro. Quasi
superfluo aggiungere che anche per quanto riguarda lo smaltimento dei
rifiuti Curitiba è all'avanguardia, e la raccolta differenziata si fa
con precisione maniacale. A coronamento di tutto questo, e di una serie
di musei, teatri, spazi per ogni manifestazione artistica immaginabile,
una perla che secondo me da sola vale il viaggio qui: il Museo Oscar Niemeyer
dedicato in particolare alle arti plastiche ma non solo: al geniale
architetto brasiliano che proprio quest'anno compie i 100 anni, vivo e
vegeto, e che ha progettato questo incredibile gioiello, sono anche
dedicate due splendide mostre attualmente in corso (poi ce ne sono una
di fotografia, una di disengni, due di pittura e tre di scultura). A un
primo elemento, progettato ne 1967 e chiamato Castello Branco,
un rettangolo bianco di 205 metri per 44 ma con i tipici elementi
curvilinei nelle rampe, nel 2002 Niemeyer ha posto di fronte l'Occhio,
un ovale schacciato di 70 metri di lunghezza per 10 di altezza piazzato
su una torre di circa 20 metri e che può ricordare E.T. Con le tonalità
nere della "pupillla" (una gigantesca vetrata schermata) e il pilone
giallo dove ci sono anche delle figure femminili lievissime uscite dalla
fantasia dell'architetto-pittore. Il tutto su uno specchio d'acqua.
Quando l'architettura diventa poesia!
domenica 25 novembre 2007
Ein Prosit!
POMERODE - Pur con qualche difficoltà di spostamento, sono alla fine riuscito a raggiungere quello che viene considerato il cuore profondo del Brasile teutonico, qui nello Stato di Santa Catarina, un luogo dove, secondo dati ufficiali, l'80% della popolazione parla ancora il tedesco come prima lingua. Una trentina di chlometri da Blumeneau, nel mezzo di una fertile regione collinosa e verdeggante, e particolarmente umida, dedita al pascolo e all'agricoltura in piccoli appezzamenti, ecco questo paesone piatto, che a metà di un pomeriggio domenicale afoso non brulica certo di vita. La ragione della conservazione della lingua a tutt'oggi, sta nel fatto che Pomerode, oltre ad essere rimasta a lungo pressoché isolata nella zona per mancanza di strade decenti che la colegassero al capoluogo, ha avuto una immigrazione omogenea sia per provenienza (la Pommerania, sul Mar Baltico) sia per religione, luterana. Il dialetto comune non ha reso il portoghese necessario come lingua franca, e il tedesco come lingua di culto è stato il canale essenziale per sua preservazione dopo il divieto, nel secondo dopoguerra, di pubblicazione e insegnamento in tedesco. E' da tenere presente che prima del 1945 esistevano scuole costruite e gestite da coloro che furono i pionieri, i deforestatori di una selva vergine, e i creatori di ogni struttura e infrastruttura, da queste parti, da quasi un secolo. Fu dunque una misura assolutamente ingiusta, presa per essere più realisti del re e compiacere, magari nemmeno richiesti, l'amico nordamericano. Questo mi è stato detto ieri al Mausoleo al dottor Blumenau, ma me l'ha ripetuto questa mattina anche un arzillo ottantacinquenne che mi ha bloccato alla fermata del bus, individuandomi come "compaesano" proveniente dalla Vecchia Europa, e che mi ha raccontato di una vera e propria persecuzione, all'epoca. La cosa che lo offendeva di più, mi diceva, era il fatto che dopo la guerra li considerassero dei nazisti, non conoscendo né la loro storia né quella del posto. "Ma esisteva un partito nazista, proprio qui a Blumenau", gli dico di aver saputo, ed è stato sciolto, giustamente. "Sì ma quello che non le hanno detto è che ne erano membri anche se non soprattutto dei brasiliani autentici. E poi cosa c'entrava tutto il resto della comunità, quando siamo stati noi a costruire tutto, anche per gli altri, dalle scuole, ale biblioteche, ai municipi, a tutti gli edifici pubblici, alle chiese? E secondo lei proprio noialtri prussiani, e luterani, che siamo venuti qui per rendere abitabile un posto fino ad allora invivibile, potevamo avere simpatia per quel farabutto di Hitler, di cui mi vergogno ancora adesso?" Penso a misure di assorbimento forzoso e omogeneizzazione dello stesso tipo prese da Mussolini in Sud Tirolo (e piantiamola una buona volta di chiamarlo Alto Adige) e nella Venezia Giulia dopo la Prima Guerra Mondiale con l'italianizzazione forzata e quel che ne è conseguito, soprattutto in Istria, come vendetta proprio dopo il 1945. Qui ovviamente la situazione è diversa. Tornando all'amena Pomerode, non è un gran ché, ma è il centro amministrativo, commerciale e produttivo di tutta una regione a vocazione agricola. Ho notato numerose segherie e attività artigianali legate al legno, una fabbrica di porcellana piuttosto grande, e un'altra di generi alimentari. In gran numero i maggiolini e maggioloni d'epoca perfettamente funzionanti, tenuti e venerati come reliquie, dai colori il più tipicamente tedeschi possibile (da ogni genere di tinta pastello ai blu cobalto e al verde pisello e al marrone testa di moro, rarissimo), ma anche pullmini VW anni Sessanta. Il parco-macchine più al passo coi tempi è costituito, guarda caso, ancora in prevalenza da VW e Audi, tutt'al più da affidabili Ford. Ma la perla di Pomerode è la birreria artigianale Schornstein, che mi ripaga ampiamente del deserto torvato nella cittadina non solo per la qualità dei prodotti (una Pilsen non filtrata, un'altra chiara, una Pale Ale sapida e infine una Bock profumata) ma per il programma previsto per la domenica pomeriggio: un duo chitarra e organo elettrico in braghe corte di cuoio con bretelle intarsiate, camicia bianca, calzettoni che sembrava uscito dalla Clinica della Foresta Nera (notare che con la Pommerania questo tipo di abbigliamento non c'entra nulla). Stupendi. Ad alternarsi al canto, insieme a loro, come voce femminile prima una delle cameriere (per sua fortuna non nel tradizionale "dirndl" delle kellerine bavaresi, che pesa dieci chili e necessita di una quarta abbondante di "davanzale", di cui la creatura in questione era sfornita), più stonata di mio cugino Ado, che è un caso di studio, e una bambina sui 10 anni travestita da vamp ma dalla voce più possente e intonata della prima (una specie di Amy Winehouse). Il programma, autentica musica alemã ("come ogni domenica". Ogni, maledetta domenica!). Cantata in portoghese ma talvolta pure in tedesco, come l'indimenticabile "Es geht nach Blumenau/Es ist der Himmel blau" che rimarrà scolpita per sempre nella mia memoria. Indimenticabile. Sono rimasto senza parole per oltre un'ora e mezzo e non credevo alle mie orecchie. Doveroso un Prosit! anche a Pomerode e alla benemerita Schornstein!
sabato 24 novembre 2007
I ragazzi venuti in Brasile
BLUMENAU -
La sensazione di straniamento che si ha arrivando qui fa per forza
parafrasare il titolo del famoso e inquietante film sugli esperimenti
effettuati dal dottor Mengele al fine di duplicare il Führer. I coloni
che, gudati dal dottor Hermann Bruno Otto Blumenau dal 1850 hanno dato
vita, nella valle del fiume Itajaí, alla città dedicata al fondatore,
sono sicuramente riusciti nell'intento di ricreare una
Germania nell'emisfero australe, nel luogo più caldo e umido di tutto il
Brasile meridionale, con punte amazzoniche. Il dottor Blumenau aveva
fatto richiesta all'allora imperatore del Brasile di poter fondare una
colonia agricolo-indutsriale nella vallata e gli è stata prontamente
concessa l'autorizzazione. A parte i pionieri, può stupire come sia
riuscito a convincere tanti suoi connazionali a trasferirsi proprio nel
luogo dal clima più infelice di tutto la Stato di Santa Catarina,
comunque già ampiamente popolato da teutonici. Abbondano le facciate con
le tipiche intelaiature di legno a vista, materiale che domina comunque
anche gli interni, i caratteristici tetti, i balconi fioriti (benché
non di gerani), le confiterías con monumentali Schwarzwälder Torten, strudel e
altri dolci con abbondante panna montata; ben 7 birrerie artigianali
nella regione, oltre a quelle tradizionali: per me, devoto alla sacra
bevanda, una specie di paradiso da cui sono rimasto affascinato. La
gastronomia è ovviamente tipicamente tedesca, per non parlare dei volti
degli abitanti: almeno uno su due è biondo e nessuno ha perso, dopo
generazioni, la tipica erre grattugiata (che differisce da
quella moscia dei brasiliani, simile a quella francese). E io, che per
metà sono crucco, mi sento finalmente a casa. Naturalmente la città (250
mila abitanti circa) è tirata a lucido, esemplarmente ordinata,
semafori e strisce pedonali vengono rispettati ossequiosamente, nessuno
si sogna di suonare il clacson e, però, al pomeriggio del sabato quasi
tutti i negozi sono chiusi. Il fine settimana è sacro, la birra anche, e
i numerosi Biergarten, alcuni con una splendida vista sul
fiume, sono invasi da gente di tutte le età. Con tanto di allegre e
rumorose marcette che sono di rigore in una qualsiasi situazione
conviviale teutonica e fanno parte del DNA di ogni buon
tedesco. Ascoltare la versione in portoghese delle canzoni da birreria è
un'esperienza esilarante. Non poteva mancare la Oktoberfest, che non è una semplice imitazione in chiave disneyana
di quella monacense (e si tiene nella stessa epoca) ma una cosa seria,
tanto da essere per dimensioni la seconda festa di strada del Brasile
nientemeno che dopo il Carnevale di Rio. Si parla quindi di centinaia di
migliaia di persone che per tre settimane trasformano la tranquilla
Blumenau in una baldoria colossale. Oltre agli edifici, decisamente
esotici per questo Paese, e a un ovvio Museo della Birra, prontamete
visitato, un'altra istituzione curiosa, creata da una nipote del dottor
Blumenau, Edith Gaertner: il cimitero dei gatti. Putze, Bum, Musch,
Mirko, Mirl, Pepito, Peterle, Schnurr, Sittah hanno tutti il loro tumulo
in pietra con tanto di iscrizione nel bel mezzo di un folto giardino
botanico alle spalle dell'abitazione della gentile signora, protettrice
appassionata degli adorabili, piccoli felini. Ciò che a Gramado, che
giusto una settimana fa avevo definito la Ponte di Legno dei Tropici,
risulta posticcio fino a renderla fastidiosamente grottesca oltre che
irritante, qui invece finisce per essere autentico, gradevole, e perfino
le luminarie natalizie non sembrano fuori luogo sapendo quanto ci
tengano in genere i tedeschi. Ein Prosit a Blumenau, ai mici e in alto i boccali, dunque!
giovedì 22 novembre 2007
Il "culo" del Brasile/2 - Una dimostrazione pratica
FLORIANÓPOLIS -
Qualificazioni ai Mondiali 2010 in Sud Africa. Alle 21.45 di ieri
Brasile-Uruguay. Stadio Morumbí di San Paolo, tutto esaurito: (si
guardano bene dal disputare l'incontro con la Celeste al Maracaná di Rio, perché già nel 1950 gli uruguagi hanno uccellato alla grande i verdeoro,
punendoli per la presunzione di credere di aver già vinto il Mondiale
prima ancora di giocarlo, e per di più in casa). Vedo la partita al
"Botequim de Floripa", tra un chop e l'altro di ottima Brahma, ed essendo l'unico che simapatizza per gli orientales
vengo subito preso per uruguagio o argentino (ma devo ammettere che i
brasiliani sono tifosi socievoli e poco aggressivi). Ora: io sostengo da
sempre che la Seleçao, almeno a partire dagli anni Settanta, è
esageratamente sppravvalutata, come tutto il calcio di questo Paese.
Sarà anche divertente vedere le partite dei loro campionati (peraltro
giocate spesso a stadi vuoti) che finiscono 7 a 5, ma non è football
bensì oratorio: semmai semmai segno di insipienza e dabbenaggine
calcistica. Non credo comunque ai miei occhi quando vedo l'Uruguay
giocare una partita da manuale. Al 15' è in vantaggio con un colpo di
testa del centravanti Abreu alla terza palla-gol. Palla che gira a due
tocchi e via (il sogno di Mancini), centrocampo manovriero e tecnico,
difesa tradizionalmente tignosa e corrazzata ma corretta, punte rapide.
Possesso palla 60% a favore degli uruguagi, altre 8 occasioni da gol
chiarissime, tutte nello specchio della porta, 3 clamorose. Julio Cesar
fa i miracoli, il Brasile, letteralmente, barcolla. Al 44'50" (nel
momento peggiore per subire il pareggio) un passaggio sbagliato dalla
linea di fondo di Luis Fabiano diretto verso il centro dell'area finisce
sul palo, carambola su una coscia del portiere (Fabian Carini, mitico terzo portiere dell'Inetr negli anni scorsi) e gli passa tra le gambe. Golaçooooooooo
sbraitano fuori di sé i cronisti di Globo TV (quanto di più simile a
Pellegatti quando su Mediaset trasmettono il Milan, la squadra del
padrone, e segna il tarantolato Inzaghi). Culaço! Impreco io.
Gli astanti neanche esultano, tirano tutt'al più un sospiro di sollievo.
Un cameriere si avvicina e mi consola una pacca sulla spalla: "Più culo
che anima. Questa non è più la seleçâo, è la squadra di rappresentanza della Nike.
Da dove crede che entrino i soldi alla CBF? (la Federcalcio
brasiliana)". Nel secondo tempo gli uruguagi non si arrendono, il
Brasile quasi non tocca palla, i suoi celebrati campioni combinano
poco. Perfino Kaká fa una sola azione in tutta la partita: micidiale, di
corsa 50 metri palla al piede ma nessuno dei suoi lo segue e così,
affranto, si tuffa alla Dibiasi da tre metri fuori dall'area
direttamente dentro. maca di poco il dischetto: neanche Carl Lewis.
Naturalmente l'arbitro non lo ammonisce per simulazione ma almeno non da
il rigore. In compenso rifila tre o quattro gialli immotivati ai celestes,
che continuano a macinare gioco e occasioni da rete anche dopo aver
subito il 2 a 1 al 20', sempre da parte di Luis Fabiano, questa volta
una girata di destro irreprensibile. Anche se il vantaggio non è per
nulla meritato. Ronaldinho, che mi fa girare gli zebedei appena lo vedo
in faccia, con quel nastro da sciampista per tenersi i capelli, ha
toccato un solo pallone in tutta la partita e l'ha pure sbagliato, viene
tolto al quarto d'ora da Dunga, il CT, che essendo un uomo che ama il
calcio pragmatico si vede che lo prenderebbe volentieri a ceffoni e lo
sosituisce con un mediano di quelli "operai", tale Josué. Robinho, altro
giovine fenomeno pompato a più non posso sia qui sia in Europa, la
palla non la tocca nemmeno e viene scambiato con Vagner Love, già visto
all'opera con il CSKA a San Siro di recente (un gol alla beneamata, che,
svegliata la bestiua che cova in sé, dopo glie ne ha rifilati quattro,
con sommo godimento mio, che assistevo da lontano). Ecco: il "culo"
brasiliano applicato al calcio. Il solito cameriere, che è uno che di
calcio ne capisce, va avanti a spiegarmi che con questi che arrivano già
spompati (e pieni di soldi) dall'Europa e che non hanno "fame", la seleção non va da nessuna parte. "Visto che gana
(che voglia) che avevano gli uruguaiani? Se vanno avanti così, quell sì
che si qualificano. O l"Argentina, anche se ieri ha perso in Colombia.
Noi avremo problemi, vedrà". "Sì - gli faccio io - ma anche gli
argentini giocano in Europa" (riferendomi a quelli in nerazzurro, che
sono metà selección). "Certo, ma tengono cojones". Già: el hombre vertical de la Pampa...
mercoledì 21 novembre 2007
Favelados
FLORIANÓPOLIS -
Fin dalla prima volta in cui ho messo piede in Brasile, e in America
Latina in generale, mi sono sempre chiesto se da queste parti, oltre
allo stato di miseria e necessità che spingeva i migranti dalle campagne
nelle città a risolvere in maniera precaria le proprie necessità
abitative, ci fosse anche una certa predisposizione a costruire le
baraccopoli in una maniera invece che in un'altra; l'esistenza, cioè, di
una qualche estetica della favela; nonché la tendenza a renderle definitive, quasi una forma mentis, e quindi un'etica. Sull'argomento in generale segnalo, a chi fosse interessato, i lavori di Mike Davis,
urbanista statunitense, autorità mondiale nella materia, in particolare
"Il pianeta degli slum", 2006; e "Città morte. Storie di inferno
metropolitano", 2004: entrambi editi da Feltrinelli. Parlando
di favelas, vengono ovviamente in mente quelle di Rio, che sono
conosciute in tutto il mondo. Si sa che hanno occupato man mano tutti i
morros (rilievi) liberi, a ridosso dei quartieri centrali che si
estendono in prevalenza sul lungomare, e si sono sviluppati dal basso
verso l'alto, e tutte con un'erta come spina dorsale, dalle pendenze del
45 de non 55 per cento, robe da muli o da cremagliera. Forse anche per
creare un canale di scolo per i liquami, ma con l'inevitabile coseguenza
che in occasione di un fortunale tropicale più intenso del solito,
spesso vengono giù rioni interi a causa sia del tipo di costruzioni sia
del terreno franoso. La stessa struttura si osserva a Caracas, Bogotá e
La Paz, dove sono le baraccoli a dominare dall'alto il centro e i
quartieri di classe media o alta. Sono tutte città che hanno una
conformazione per certi aspetti simile, con alture vicine se non
all'interno dell'area urbana. Ma l'idea di una predisposizione mi è
venuta osservando il modo di costruire qui sull'isola di Santa Catarina,
dove problemi abitativi non ce ne sono e quindi nemmeno baracche,
eppure sembra che abbiano il vizio di occupare ogni collinetta sempre
con lo stesso schema, alle spalle della città e ovunque si presenti
l'occasione, partendo dal basso e sviluppando la mulattiera in
verticale. Parlo di case nuove, villette anche graziose, spesso
sostenute da imapalcature a palafitta. Mi è tornato alla mente che molti
abitanti di quest'isola sono originari delle Azzorre, che se ricordo
bene sono isole piuttosto scoscese in mezzo all'Atlantico, e lì questo
modo di costruire è una necessità. Forse a Floripa e dintorni è
rimasto nei geni. In Europa, al contrario, le città fortificate si sono
storicamente sviuppate dall'aalto verso il basso, incorporando man mano
il contado. Si sa che a Rio le favelas occupano i punti più panoramici:
dunque anche una questione estetica? Riguardo all'altro aspetto, la
tendenza a renderle definitive, mi viene in mente quanto mi raccontavano
in Venezuela, dove nei primi anni Ottanta, in occasone della prima
visita di Woityla nel Paese, aveva il governo aveva costruito interi
quartieri di residenze popolari più che dignitose, per cercare di
sgomberare almeno il "rancho" più mostruoso e pericoloso (oltre che
pericolante), Catia, i cui assegnatari hanno subito
subaffittato o rivenduto gli appartamenti, preferendo rimanere nel
ghetto. E' evidente che alla base delle baraccopoli vi sia la povertà,
l'emarginazione, e la contemporanea incapacità quando non la scelta del
potere di non intervenire. Vero anche che diventano veri e propri
micocososmi dominati dalla criminalità, totalmente fuori dal controllo
dello Stato, come del resto interi quartieri e città nel Napoletano in
mano alla camorra, che oltre ad essere teatro di guerre per bande,
centrali di spaccio e di ogni altro genere di attività delinquenziale,
si reggono su una struttura illegale (che fa sempre capo alle stesse
mafie) anche per le attività e servizi "regolari", dai trasporti
all'approvigionamento di gas e luce, al commercio. E chi le ha in mano
non ha nessun interesse a mollare. Dicono che a Rio alcuni dei più
ricchi dela città vivano a Rocinha o Cantagalo, quelle più note, dove è
possibile perfino effettuare visite turistiche guidate. E qui viene da
domandarsi come sia possibile affrontare il problema. Lula, l'attuale
presidente progressista, ha deciso di fare intervenire l'esercito,
beccandosi le critiche degli ipergarantisti di sinistra, ma finora i
risultati sono scarsi. Risolvere il problema alla base, togliendo dalla
povertà intere masse di diseredati è lavoro di lungo periodo, ma
nell'immediato cosa si fa? E' un cane che si morde la coda. Intervenire
per migliorare, nella migliore tradizione buonista alla Veltroni,
rendendo più vivibili le baracche (per quanto riguarda le antenne
satellitari e i ripetitori per i cellulari, sono già ampiamente
dotate) sembra ridicolo, perché finisce per favorire i criminali che
gestiscono già tutto dovendo comunque venirci a patti. Radere al suolo e
spostare la gente a forza in nuovi quartieri o in aloggi che ne
prendano il posto? Quanti sarebero d'accordo? E dove trovare il denaro
per gli investimenti? Per non parlare dei bambini di strada, il fenomeno
forse più impressionante, di cui abbiamo avvisaglie anche in Europa,
dove l'esempio della Romania coi suoi ragazzi delle fogne è emblematico.
Rastrellarli (una parola giacché girano armati, vedi il film di
Fernando Meirelles Cidade de deus, impressionante) e farne che? Anche questo è Brasile.
lunedì 19 novembre 2007
Il "culo" del Brasile
FLORIANÓPLIS -
Al mio arrivo, ieri pomeriggio in bus, con due ore di ritardo, la
nebbia e una pioviggine autunnale, dopo un primo tentartivo a vuoto di
fermarmi qui giovedì scorso, ho pensato che in questo posto non tirasse
aria per me. Impressione confermata da una perlustrazione a fondo del
centro cittadino, alla vana ricerca di cibo: aperte solo una pizzeria,
che per quanto dotata di forno a legna mi sono ben guardato dal prendere
in considerazione (già i brasiliani, come i greci, cucinano in modo
sommario le cose loro, figurarsi quelle d'importazione) e una cachaçería-birreria, con tanto di "buttadentro" con auricolare e pronti alla perquisizione, da cui proveniva un ossessivo drum & bass alla brasiliana, insomma una abberrazione techno in salsa latina che mi ha fatto passare qualsiasi velleità. Rimaneva la lanchonete
del terminal dei bus: questo alle 9 di una domenica sera tardo
primaverile. Nella capitale di Santa Catarina, un altro Stato di quelli
ricchi ed europei del Paese. Probabilmente in un villaggio
della provincia norvegese la vita ieri a quell'ora ferveva, al
confronto. Si indovinava però già che si tratta di una città benestante,
anche rispetto a Porto Alegre, a conferma immediata l'illuminazione
stradale e l'assenza quasi totale di senza tetto. Impressione confermata
oggi, alla luce del sole, che finalmente è tornato a fare capolino da
queste parti. La città è divisa in due parti, collegate da un ponte
abbastanza spettacolare: la parte storica e amminsitrativa sull'isola di
Santa Catarina, quella commerciale e industriale sulla terraferma.
Anche qui un gruppo di case post coloniali e neoclassiche attorno al Mercado Público, e all'edificio della vecchia alfandega
(dogana), come a Porto Alegre. Qui la popolazione è d'origine più
tedesca che italiana, per cui a maggior ragione mi è saltata all'occhio
la moda dello zatterone che letteralmente impazza. Intendo dire
che la popolazione femminile è di altezza superiore alla media delle
brasiliane, che già non sono generalmente basse, e allora che necessità
c'è di vacillare sui trampoli come neanche Freddy Mercury ai tempi d'oro
o i repellenti Kiss? Altro capo d'abbigliaimento che va per la maggiore
è il fuseaux, ovviamente di puro tessuto sintetico (il Brasile
ha auto la conferma in queste settimane di giacere sopra un mare
di petrolio, per cui d'ora in poi basta cotone!), che sono riuscito a
vedere anche indossato da matrone con deretani e cosce alla Botero, più
ancora che rubensiani. Immaginatevi delle lottatrici di
sumo impacchettate in tutine viniliche aderenti bianche, lilla o
fucsia, in qualche caso con scaldamuscoli annessi. Per quanto,
fortunatamente, predomini il nero, che comunque con questi climi non
mi pare un'idea geniale. Forse lo fanno per dimagrire... Un altro
mistero a proposito delle donne brasiliane sono i reggiseni. Sembrano
quelli corrazzati delle nostre nonne o mamme, che andavano negli anni
Cinquanta e prima, a triplo strato protettivo, perché sia mai che si
intravveda, uno scandalo! la protuberanza di un capezzolo. Parlo sia
dell'indumento di lingerie sia di quello da bagno (il topless in Brasile è tabù
salvo per i travestiti operati, a tutta evidenza). Non è la prima volta
che vengo da queste parti e mi ha sempre stupito questo soprassalto di pruderie
in un Paese che vive il sesso come un gioco (troppe volte a sprezzo del
pericolo, in verità, vedi diffusione dell'HIV) e che ha inventato il filo interdentale
(oltre alle ributtanti infradito) e dove non desta grande scandalo
girare con le pudenda al vento. Un Paese basato sul culo, ad esempio nel
calcio, sport in cui sono convinti di essere i padreterni senza
riconoscere l'assistenza della buona sorte sempre al loro lato, casualmente,
e di relativi interessi per miliardi di dollaroni. Ho avuto modo di
dare un'occhiata a una libreria, e oltre al predominio dei settori
dedicati a esoterismo, auto-aiuto, medicina integrale, religioni e
dotrine, spiritismo, new-age, scontato nel Paese che ha dato i natali a
Paulo Colelho e che ha sentito il bisogno di sincretizzare una religione
già di per sé allucinogena come il cattolicesimo con le credenze
spiritiche africane, notavo la profusione di libri sulla gastronomia,
considerata la banalità del cibo quotidiano, altra moda d'importazione
nordamericana e nordeuropea. Onnipresente, come del resto in Germania,
in Scandinavia e in Inghilterra, da dove proviene, il nuovo profeta
della tavola, Jamie Oliver, con il suo hit mondiale La mia Italia. Ripeto: questo irridente cialtrone è un britannico e parla e scrive di cucina, spaccia
ricette. Italiane. Provinciali come siamo, non metto in dubbio che
presto verrà lanciato alla grande anche da noi (ammesso che non sia già
avvenuto) e avrà il meritato riconoscimento, con tante comparsate
televisive a reti unificate RAI-SETe gettoni di presenza, ricchi premi e
cotillons. Promettente un altro titolo che ho visto campeggiare, di tale Simon Woods, probabilmente uno yankee, stavolta: Io non mi intendo molto di vino, ma so quel che mi piace. Programmatico, non c'è che dire. Siccome però Floripa (così
la chiamano i locali, confidenzialmente) ce l'ha un po' su con me,
anche con la città in piena attività è stato problematico trovare un
posto in cui ingollare qualcosa a pranzo, per via di un paio di
congressi che hanno, come ovunque, la precipua funzione di riempire
all'inverosimile alberghi e ristoranti in un periodo di stanca di gente
con un cartellino appeso al collo, per cui, grazie all'efficientissimo
servizio pubblico, mi sono dislocato verso la costa a Sud-Est
dell'isola, decantato dalla solita Lonely Planet come
alternativa alle spiagge brulicanti (?) e troppo urbanizzate del Nord e a
quelle dalle onde troppo vivaci meta dei surfisti più selvaggi
(tatuaggio, bandana, bragha a mezz'asta e iPod incorporato): "montagne
che si tuffano nel mare", "paeseggi spettacolosi". A prescindere che in
tutta l'isola non esiste un rilievo che superi i trecento metri
d'altezza, arrivo dunque a Pântano do Sul. I miei ricordi sono corsi a
Baia Domizia, tardi anni Settanta, metà maggio. Tre chilometri di
spiaggia deserta, battuta dal vento. Mare livido in una giornata di
sole. Onde poco rassicuranti nonostante si tratti di una baia protetta
(è un borgo di pescatori originari delle Azzorre, questa l'unica vera
attrattiva: sanno come si cucina il pesce, da bravi portoghesi, e si
magia bene!) e sicura presenza di correnti inssidiose. Sulla siaggia,
una decina di persone che camminano avanti e indietro, decisamente
svaccate, qualcuno pesca con la canna dalla riva, una muta di cani,
squadriglie da combattimento di gabbiani ma anche di una specie di
cornacchioni neri alquanto raccapriccianti. Poche pousadas (pensioni) lontane
anche un paio di chilometri dal "centro" (una fermata di bus e un
piccolo supermercato), quasi tutte ancora fuori esercizio, e 7-8
baracchini sulla spiaggia. Fine delle trasimissioni. Accennavo prima a
un Paese spesso "basato sul culo" e che, al di là della indubbia
simpatia e ospitalità dei suoi abitanti, e della miscellanea etnica che
sono le grandi qualità positive, gode di una spropositata buona stampa.
Come i francesi, i brasiliani sanno vendere bene il loro prodotto, che
siano le bellezze naturale (spesso esagerate) l'allegria (spesso finta)
la musica (spesso pallosa e di basso livello) il calcio (spesso palloni
gonfiati) le belle donne (spesso ritoccate, e non così belle, ancora più
spesso infelici) Lula (un inconcludente, probabilmente un inetto) e a
loro vantaggio c'è che non sono altrettanto odiosi e supponenti (come
invece riescono a rivelarsi i miei amici e parenti argentini). E non
credo che questa benevolenza a tutti i costi sia una cosa positiva. A
proposito, c'è qualcuno che vuole una Lonely Planet quasi intonsa?
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