venerdì 30 novembre 2007

La ferrovia assassina


CURITIBA - Gradevole gita fuori città, ieri, con il Serra Verde Express, lungo una storica tratta ferroviaria: la linea che collega, per un totale di 120 chilometri, la capitale dello Stato con Paranaguá, sulla costa, che divenne, dopo la sua inaugurazione, il secondo porto per movimentazione del Brasile e il primo per quanto riguarda le granaglie. Progettata nel 1880, orgoglio dell'ingegneria brasiliana anche perché principalmente opera di due bahiani, per di più neri, a esempio dell'avenuta integrazione quando ancora non era stata abolita ufficialmente la schiavitù (1888), fu costruita in soli cinque anni, grazie al fatto che furono affrontate in contemporanea tre tratte: da Paranaguá a Morretes, in salita ma abbastanza lienare, di 42 chilometri; da Morretes a Roça Nova, lungo la costa della Serra do Mar: di 38 chilometri, la più ardua; e infine da Roça Nova a Curitiba, sull'altipiano, 30 chilometri sostanzialmente pianeggianti. In totale 14 tunnel, scavati senza quasi ricorrere alla dinamite, 30 ponti e innumerevoli viadotti, tra questi davvero notevoli quelli sul fiume São João e quello di Carvalho, all'uscita di un tunnel, poggiato su una struttura in tubi di ferro fatti giungere appositamente dal Belgio. Ma l'aspetto più impressionante è il numero di lavoratori impiegati, quasi tutti emigranti europei, tra i 9 e i 10 mila, e ancora di più quota di essi che ci hanno lasciato la pelle: oltre la metà, a causa principalmente delle condizioni ambientali avverse incontrate nell'opera di disboscamento della foresta vergine (spesso per morsi di serpenti, oltre che per le malattie tropicali) e per le esplosioni non controllate della dinamite, il cui uso era ai tempi ancora in fase sperimentale e usata soltanto negli ultimi tempi dei lavori, ma con esiti letali. Viaggio a una media di 30 chilometri orari, spesso sospesi nel vuoto, spettacolare soprattutto la parte centrale del percorso, quando si supera un dislivello di circa sei metri per chilometro superando canyon e in costa alla montagna, compiendo anche curvature di 90 gradi seguendone la linea. Notevole anche il cambiamento di clima tra costa e altipano: quando a Curitiba la sera è saggio mttersi un golf perché la temperatura non supera i 12 gradi, in questi giorni anche con vento, nel mezzo della "Mata Atlantica" i trenta gradi si raggiungono in fretta ma con un'umidità del 90%, e solo sulla costa mitigati dalla brezza marina. Morretes, 20 mila abitanti, ancora di impronta coloniale, è rimasta una stazione turistica (la linea è gestita da una socitetà che compie sia trasporto merci, sia di persone, ma queste solo a scopo turistico) ed è famosa soprattutto per le banane, peraltro squisite, da cui si ricava tutto, dalle fibre tessili all'acquavite; e la cioccolata. E poi per un piatto francamente discutibile, il "barreado": uno stracotto di parti di manzo dure e filacciose che vengono cucinate per oltre 24 ore per ammorbidirle (senza esiti decisivi, a mio parere), che vanno mischiate con la farina di manioca e ammorbidite col brodo di cottura, in modo da ricavarne un pastone in cui deve rimanere in piedi la forchetta, per poi essere "guarnito" con banane affettate, e fin qui va bene, ma anche con un sugo a base di gamberi, e inoltre gamberoni e pesce impanati. Come soluzione per il pranzo, come ingoiare del cemento con un accostamente direi arduo. Per aprire lo stomaco e far dimenticare prima di mangiare, non a caso, ti danno da bere della cachaça. Antonina è la stazione che si trova appena arrivati sulla costa, ed era stato un porto importante nelle epoche successive dell'erba mate, poi del legno e infine del caffè, e ha un aspetto prettamente portoghese, per la precisione azzorriano (come alcuni borghi dell'isola di Santa Catarina, del resto), mentre ora tutte le attività portuali sono state spostate nella vicina Paraguaná, tranne una: l'esportazione di pollame per i mercati arabi, grazie a un accordo con i sauditi, mi pare di aver capito. Poiché questi non volevano correre il rischio di contaminazioni con altre merci che passano attraverso Paraguaná, hanno concesso l'esclusiva al porto di Antonina costruendo anche un impianto di macellazione secondo i rituali del Corano. Rivolto, dicono, verso la Mecca. Per la barba del Profeta e per la gioia degli abitanti di Antonina!

mercoledì 28 novembre 2007

Curitiba, la città sociale

CURITIBA - Eccomi finalmente nella "capitale ecologica", la città del sorriso brasiliana che già negli anni Settanta aveva cominciato a ripensare e riprogettare sé stessa, sotto l'impulso del suo sindaco di allora, Jaime Lerner, poi diventato anche governatore dello Stato del Paraná. Tutte le mie aspettative, che erano molte, sono state non solo confermate ma ampiamente superate: non pensavo che la vera e propria "rivoluzione culturale" che questa città e i suoi abitanti hanno messo in moto (e che continua) avrebbe prodotto dei risultati così positivi e duraturi. Comincio col dire che Curitiba non è una città bellissima, non è in una posizione splendida come Rio e non ha le attrattive di San Paolo. Ha circa 1.800 mila abitanti (come Milano, prima dell'inizio della sua decadenza, proprio a partire dagli anni Settanta), posta su un altipiano, la separa dall'Atlantico la Serra de Mar che si intravvede all'orizzonte. Città industriale (autoveicoli) e centro commerciale e finanziario (seconda piazza d'affari solo dopo San Paolo), d'atmosfera cosmopolita, non è il consueto reticolato di vie poste in perpendicolare, ma ha piazze, viali alberati appena è possibile, e dove non è prevista sosta per le auto, slarghi: ogni spiazzo è occasione per creare un angolo verde, usufruibile per sedersi, riposarsi, guardarsi attorno o leggere il giornale. L'arredo urbano è adeguato alla bisogna: comode panchine ergonomiche, rigorosamente in legno, disegnate da qualcuno che pensa davvero al loro utilizzo, fioriere, tettoie per ripararsi dagli acquazzoni. Con queste premesse, il rispetto del verde - 52 metri quadrati per abitante - viene da sé. I parchi sono numerosi e curatissimi, quelli in periferia (ma facilmente raggiungibili) enormi. La città possiede la prima isola pedonale del Paese e nel 1991 ha persino inaugurato, su iniziativa della municipalità e con una serie di agevolazioni, una Rua 24 Horas (attualmente chiusa per manutenzione), aperta 24 ore su 24, con ristoranti, librerie, postazioni internet gratuite. Nella centrale piazza Osorio si trova perfino un padiglione in vetro e tubolari con bar, edicola e postazioni fisse per i lustrascarpe, al coperto e dignitose. Sembrano dei barbieri. Naturalmente uno dei primi interventi è stato quello di abolire le barriere architettoniche. E perfino le postazioni internet (gratuite quelle del Comune) sono adattate per gli hanicappati. Con una serie di misure incentivanti è stato recuperato completamente il centro storico, e protagonisti sono anche i cittadini grazie alla legge municipale di incentivo alla cultura, che prevede il trasferimento di parte dei tributi locali da parte dei contribuenti a favore del patrocinio di particolari progetti culturali; ma più importanmte ancora è stato l'intervento sulla viabilità, con una rete di trasporti integrati che sono perfino venuti a studiare gli scandinavi, grazie sempre a un sistema di partecipazione dal basso: da un lato sull'indicazione delle scelte da finanziarie prioritariamente, dall'altro anche sul merito dei progetti. Questa è anche la città che ha inaugurato un metodo di formazione partecipata del bilancio municipale (che è stata ripresa con successo anche a Porto Alegre). E' un esempio, a mio parere, di cosa significa pensare al futuro conservando e riqualificando il passato; della capacità di vedere avanti e di coinvolgere i cittadini; di civiltà come percorso educativo e formativo; di come diventare civili (e cives) rendendo civile lo spazio urbano. Mettendo in moto un circolo virtuoso per cui una città civile e vivibile genera cittadini civili e partecipanti che la mantengono tale e la proiettano nel futuro. Quasi superfluo aggiungere che anche per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti Curitiba è all'avanguardia, e la raccolta differenziata si fa con precisione maniacale. A coronamento di tutto questo, e di una serie di musei, teatri, spazi per ogni manifestazione artistica immaginabile, una perla che secondo me da sola vale il viaggio qui: il Museo Oscar Niemeyer dedicato in particolare alle arti plastiche ma non solo: al geniale architetto brasiliano che proprio quest'anno compie i 100 anni, vivo e vegeto, e che ha progettato questo incredibile gioiello, sono anche dedicate due splendide mostre attualmente in corso (poi ce ne sono una di fotografia, una di disengni, due di pittura e tre di scultura). A un primo elemento, progettato ne 1967 e chiamato Castello Branco, un rettangolo bianco di 205 metri per 44 ma con i tipici elementi curvilinei nelle rampe, nel 2002 Niemeyer ha posto di fronte l'Occhio, un ovale schacciato di 70 metri di lunghezza per 10 di altezza piazzato su una torre di circa 20 metri e che può ricordare E.T. Con le tonalità nere della "pupillla" (una gigantesca vetrata schermata) e il pilone giallo dove ci sono anche delle figure femminili lievissime uscite dalla fantasia dell'architetto-pittore. Il tutto su uno specchio d'acqua. Quando l'architettura diventa poesia!

domenica 25 novembre 2007

Ein Prosit!


POMERODE - Pur con qualche difficoltà di spostamento, sono alla fine riuscito a raggiungere quello che viene considerato il cuore profondo del Brasile teutonico, qui nello Stato di Santa Catarina, un luogo dove, secondo dati ufficiali, l'80% della popolazione parla ancora il tedesco come prima lingua. Una trentina di chlometri da Blumeneau, nel mezzo di una fertile regione collinosa e verdeggante, e particolarmente umida, dedita al pascolo e all'agricoltura in piccoli appezzamenti, ecco questo paesone piatto, che a metà di un pomeriggio domenicale afoso non brulica certo di vita. La ragione della conservazione della lingua a tutt'oggi, sta nel fatto che Pomerode, oltre ad essere rimasta a lungo pressoché isolata nella zona per mancanza di strade decenti che la colegassero al capoluogo, ha avuto una immigrazione omogenea sia per provenienza (la Pommerania, sul Mar Baltico) sia per religione, luterana. Il dialetto comune non ha reso il portoghese necessario come lingua franca, e il tedesco come lingua di culto è stato il canale essenziale per sua preservazione dopo il divieto, nel secondo dopoguerra, di pubblicazione e insegnamento in tedesco. E' da tenere presente che prima del 1945 esistevano scuole costruite e gestite da coloro che furono i pionieri, i deforestatori di una selva vergine, e i creatori di ogni struttura e infrastruttura, da queste parti, da quasi un secolo. Fu dunque una misura assolutamente ingiusta, presa per essere più realisti del re e compiacere, magari nemmeno richiesti, l'amico nordamericano. Questo mi è stato detto ieri al Mausoleo al dottor Blumenau, ma me l'ha ripetuto questa mattina anche un arzillo ottantacinquenne che mi ha bloccato alla fermata del bus, individuandomi come "compaesano" proveniente dalla Vecchia Europa, e che mi ha raccontato di una vera e propria persecuzione, all'epoca. La cosa che lo offendeva di più, mi diceva, era il fatto che dopo la guerra li considerassero dei nazisti, non conoscendo né la loro storia né quella del posto. "Ma esisteva un partito nazista, proprio qui a Blumenau", gli dico di aver saputo, ed è stato sciolto, giustamente. "Sì ma quello che non le hanno detto è che ne erano membri anche se non soprattutto dei brasiliani autentici. E poi cosa c'entrava tutto il resto della comunità, quando siamo stati noi a costruire tutto, anche per gli altri, dalle scuole, ale biblioteche, ai municipi, a tutti gli edifici pubblici, alle chiese? E secondo lei proprio noialtri prussiani, e luterani, che siamo venuti qui per rendere abitabile un posto fino ad allora invivibile, potevamo avere simpatia per quel farabutto di Hitler, di cui mi vergogno ancora adesso?" Penso a misure di assorbimento forzoso e omogeneizzazione dello stesso tipo prese da Mussolini in Sud Tirolo (e piantiamola una buona volta di chiamarlo Alto Adige) e nella Venezia Giulia dopo la Prima Guerra Mondiale con l'italianizzazione forzata e quel che ne è conseguito, soprattutto in Istria, come vendetta proprio dopo il 1945. Qui ovviamente la situazione è diversa. Tornando all'amena Pomerode, non è un gran ché, ma è il centro amministrativo, commerciale e produttivo di tutta una regione a vocazione agricola. Ho notato numerose segherie e attività artigianali legate al legno, una fabbrica di porcellana piuttosto grande, e un'altra di generi alimentari. In gran numero i maggiolini e maggioloni d'epoca perfettamente funzionanti, tenuti e venerati come reliquie, dai colori il più tipicamente tedeschi possibile (da ogni genere di tinta pastello ai blu cobalto e al verde pisello e al marrone testa di moro, rarissimo), ma anche pullmini VW anni Sessanta. Il parco-macchine più al passo coi tempi è costituito, guarda caso, ancora  in prevalenza da VW e Audi, tutt'al più da affidabili Ford. Ma la perla di Pomerode è la birreria artigianale Schornstein, che mi ripaga ampiamente del deserto torvato nella cittadina non solo per la qualità dei prodotti (una Pilsen non filtrata, un'altra chiara, una Pale Ale sapida e infine una Bock profumata) ma per il programma previsto per la domenica pomeriggio: un duo chitarra e organo elettrico in braghe corte di cuoio con bretelle intarsiate, camicia bianca, calzettoni che sembrava uscito dalla Clinica della Foresta Nera (notare che con la Pommerania questo tipo di abbigliamento non c'entra nulla). Stupendi. Ad alternarsi al canto, insieme a loro, come voce femminile prima una delle cameriere (per sua fortuna non nel tradizionale "dirndl" delle kellerine bavaresi, che pesa dieci chili e necessita di una quarta abbondante di "davanzale", di cui la creatura in questione era sfornita), più stonata di mio cugino Ado, che è un caso di studio, e una bambina sui 10 anni travestita da vamp ma dalla voce più possente e intonata della prima (una specie di Amy Winehouse). Il programma, autentica musica alemã ("come ogni domenica". Ogni, maledetta domenica!). Cantata in portoghese ma talvolta pure in tedesco, come l'indimenticabile "Es geht nach Blumenau/Es ist der Himmel blau" che rimarrà scolpita per sempre nella mia memoria. Indimenticabile. Sono rimasto senza parole per oltre un'ora e mezzo e non credevo alle mie orecchie. Doveroso un Prosit! anche a Pomerode e alla benemerita Schornstein!

sabato 24 novembre 2007

I ragazzi venuti in Brasile

BLUMENAU - La sensazione di straniamento che si ha arrivando qui fa per forza parafrasare il titolo del famoso e inquietante film sugli esperimenti effettuati dal dottor Mengele al fine di duplicare il Führer. I coloni che, gudati dal dottor Hermann Bruno Otto Blumenau dal 1850 hanno dato vita, nella valle del fiume Itajaí, alla città dedicata al fondatore, sono sicuramente riusciti nell'intento di ricreare una Germania nell'emisfero australe, nel luogo più caldo e umido di tutto il Brasile meridionale, con punte amazzoniche. Il dottor Blumenau aveva fatto richiesta all'allora imperatore del Brasile di poter fondare una colonia agricolo-indutsriale nella vallata e gli è stata prontamente concessa l'autorizzazione. A parte i pionieri, può stupire come sia riuscito a convincere tanti suoi connazionali a trasferirsi proprio nel luogo dal clima più infelice di tutto la Stato di Santa Catarina, comunque già ampiamente popolato da teutonici. Abbondano le facciate con le tipiche intelaiature di legno a vista, materiale che domina comunque anche gli interni, i caratteristici tetti, i balconi fioriti (benché non di gerani), le confiterías con monumentali Schwarzwälder Torten, strudel e altri dolci con abbondante panna montata; ben 7 birrerie artigianali nella regione, oltre a quelle tradizionali: per me, devoto alla sacra bevanda, una specie di paradiso da cui sono rimasto affascinato. La gastronomia è ovviamente tipicamente tedesca, per non parlare dei volti degli abitanti: almeno uno su due è biondo e nessuno ha perso, dopo generazioni, la tipica erre grattugiata (che differisce da quella moscia dei brasiliani, simile a quella francese). E io, che per metà sono crucco, mi sento finalmente a casa. Naturalmente la città (250 mila abitanti circa) è tirata a lucido, esemplarmente ordinata, semafori e strisce pedonali vengono rispettati ossequiosamente, nessuno si sogna di suonare il clacson e, però, al pomeriggio del sabato quasi tutti i negozi sono chiusi. Il fine settimana è sacro, la birra anche, e i numerosi Biergarten, alcuni con una splendida vista sul fiume, sono invasi da gente di tutte le età. Con tanto di allegre e rumorose marcette che sono di rigore in una qualsiasi situazione conviviale teutonica e fanno parte del DNA di ogni buon tedesco. Ascoltare la versione in portoghese delle canzoni da birreria è un'esperienza esilarante. Non poteva mancare la Oktoberfest, che non è una semplice imitazione in chiave disneyana di quella monacense (e si tiene nella stessa epoca) ma una cosa seria, tanto da essere per dimensioni la seconda festa di strada del Brasile nientemeno che dopo il Carnevale di Rio. Si parla quindi di centinaia di migliaia di persone che per tre settimane trasformano la tranquilla Blumenau in una baldoria colossale. Oltre agli edifici, decisamente esotici per questo Paese, e a un ovvio Museo della Birra, prontamete visitato, un'altra istituzione curiosa, creata da una nipote del dottor Blumenau, Edith Gaertner: il cimitero dei gatti. Putze, Bum, Musch, Mirko, Mirl, Pepito, Peterle, Schnurr, Sittah hanno tutti il loro tumulo in pietra con tanto di iscrizione nel bel mezzo di un folto giardino botanico alle spalle dell'abitazione della gentile signora, protettrice appassionata degli adorabili, piccoli felini. Ciò che a Gramado, che giusto una settimana fa avevo definito la Ponte di Legno dei Tropici, risulta posticcio fino a renderla fastidiosamente grottesca oltre che irritante, qui invece finisce per essere autentico, gradevole, e perfino le luminarie natalizie non sembrano fuori luogo sapendo quanto ci tengano in genere i tedeschi. Ein Prosit a Blumenau, ai mici e in alto i boccali, dunque!

giovedì 22 novembre 2007

Il "culo" del Brasile/2 - Una dimostrazione pratica

FLORIANÓPOLIS - Qualificazioni ai Mondiali 2010 in Sud Africa. Alle 21.45 di ieri Brasile-Uruguay. Stadio Morumbí di San Paolo, tutto esaurito: (si guardano bene dal disputare l'incontro con la Celeste al Maracaná di Rio, perché già nel 1950 gli uruguagi hanno uccellato alla grande i verdeoro, punendoli per la presunzione di credere di aver già vinto il Mondiale prima ancora di giocarlo, e per di più in casa). Vedo la partita al "Botequim de Floripa", tra un chop e l'altro di ottima Brahma, ed essendo l'unico che simapatizza per gli orientales vengo subito preso per uruguagio o argentino (ma devo ammettere che i brasiliani sono tifosi socievoli e poco aggressivi). Ora: io sostengo da sempre che la Seleçao, almeno a partire dagli anni Settanta, è esageratamente sppravvalutata, come tutto il calcio di questo Paese. Sarà anche divertente vedere le partite dei loro campionati (peraltro giocate spesso a stadi vuoti) che finiscono 7 a 5, ma non è football bensì oratorio: semmai semmai segno di insipienza e dabbenaggine calcistica. Non credo comunque ai miei occhi quando vedo l'Uruguay giocare una partita da manuale. Al 15' è in vantaggio con un colpo di testa del centravanti Abreu alla terza palla-gol. Palla che gira a due tocchi e via (il sogno di Mancini), centrocampo manovriero e tecnico, difesa tradizionalmente tignosa e corrazzata ma corretta, punte rapide. Possesso palla 60% a favore degli uruguagi, altre 8 occasioni da gol chiarissime, tutte nello specchio della porta, 3 clamorose. Julio Cesar fa i miracoli, il Brasile, letteralmente, barcolla. Al 44'50" (nel momento peggiore per subire il pareggio) un passaggio sbagliato dalla linea di fondo di Luis Fabiano diretto verso il centro dell'area finisce sul palo, carambola su una coscia del portiere (Fabian Carini, mitico terzo portiere dell'Inetr negli anni scorsi) e gli passa tra le gambe. Golaçooooooooo sbraitano fuori di sé i cronisti di Globo TV (quanto di più simile a Pellegatti quando su Mediaset trasmettono il Milan, la squadra del padrone, e segna il tarantolato Inzaghi). Culaço! Impreco io. Gli astanti neanche esultano, tirano tutt'al più un sospiro di sollievo. Un cameriere si avvicina e mi consola una pacca sulla spalla: "Più culo che anima. Questa non è più la seleçâo, è la squadra di rappresentanza della Nike. Da dove crede che entrino i soldi alla CBF? (la Federcalcio brasiliana)". Nel secondo tempo gli uruguagi non si arrendono, il Brasile quasi non tocca palla, i suoi celebrati campioni combinano poco. Perfino Kaká fa una sola azione in tutta la partita: micidiale, di corsa 50 metri palla al piede ma nessuno dei suoi lo segue e così, affranto, si tuffa alla Dibiasi da tre metri fuori dall'area direttamente dentro. maca di poco il dischetto: neanche Carl Lewis. Naturalmente l'arbitro non lo ammonisce per simulazione ma almeno non da il rigore. In compenso rifila tre o quattro gialli immotivati ai celestes, che continuano a macinare gioco e occasioni da rete anche dopo aver subito il 2 a 1 al 20', sempre da parte di Luis Fabiano, questa volta una girata di destro irreprensibile. Anche se il vantaggio non è per nulla meritato. Ronaldinho, che mi fa girare gli zebedei appena lo vedo in faccia, con quel nastro da sciampista per tenersi i capelli, ha toccato un solo pallone in tutta la partita e l'ha pure sbagliato, viene tolto al quarto d'ora da Dunga, il CT, che essendo un uomo che ama il calcio pragmatico si vede che lo prenderebbe volentieri a ceffoni e lo sosituisce con un mediano di quelli "operai", tale Josué. Robinho, altro giovine fenomeno pompato a più non posso sia qui sia in Europa, la palla non la tocca nemmeno e viene scambiato con Vagner Love, già visto all'opera con il CSKA a San Siro di recente (un gol alla beneamata, che, svegliata la bestiua che cova in sé, dopo glie ne ha rifilati quattro, con sommo godimento mio, che assistevo da lontano). Ecco: il "culo" brasiliano applicato al calcio. Il solito cameriere, che è uno che di calcio ne capisce, va avanti a spiegarmi che con questi che arrivano già spompati (e pieni di soldi) dall'Europa e che non hanno "fame", la seleção non va da nessuna parte. "Visto che gana (che voglia) che avevano gli uruguaiani? Se vanno avanti così, quell sì che si qualificano. O l"Argentina, anche se ieri ha perso in Colombia. Noi avremo problemi, vedrà". "Sì - gli faccio io - ma anche gli argentini giocano in Europa" (riferendomi a quelli in nerazzurro, che sono metà selección). "Certo, ma tengono cojones". Già: el hombre vertical de la Pampa...

mercoledì 21 novembre 2007

Favelados

FLORIANÓPOLIS - Fin dalla prima volta in cui ho messo piede in Brasile, e in America Latina in generale, mi sono sempre chiesto se da queste parti, oltre allo stato di miseria e necessità che spingeva i migranti dalle campagne nelle città a risolvere in maniera precaria le proprie necessità abitative, ci fosse anche una certa predisposizione a costruire le baraccopoli in una maniera invece che in un'altra; l'esistenza, cioè, di una qualche estetica della favela; nonché la tendenza a renderle definitive, quasi una forma mentis, e quindi un'etica. Sull'argomento in generale segnalo, a chi fosse interessato, i lavori di Mike Davis, urbanista statunitense, autorità mondiale nella materia, in particolare "Il pianeta degli slum", 2006; e "Città morte. Storie di inferno metropolitano", 2004: entrambi editi da Feltrinelli. Parlando di favelas, vengono ovviamente in mente quelle di Rio, che sono conosciute in tutto il mondo. Si sa che hanno occupato man mano tutti i morros (rilievi) liberi, a ridosso dei quartieri centrali che si estendono in prevalenza sul lungomare, e si sono sviluppati dal basso verso l'alto, e tutte con un'erta come spina dorsale, dalle pendenze del 45 de non 55 per cento, robe da muli o da cremagliera. Forse anche per creare un canale di scolo per i liquami, ma con l'inevitabile coseguenza che in occasione di un fortunale tropicale più intenso del solito, spesso vengono giù rioni interi a causa sia del tipo di costruzioni sia del terreno franoso. La stessa struttura si osserva a Caracas, Bogotá e La Paz, dove sono le baraccoli a dominare dall'alto il centro e i quartieri di classe media o alta. Sono tutte città che hanno una conformazione per certi aspetti simile, con alture vicine se non all'interno dell'area urbana. Ma l'idea di una predisposizione mi è venuta osservando il modo di costruire qui sull'isola di Santa Catarina, dove problemi abitativi non ce ne sono e quindi nemmeno baracche, eppure sembra che abbiano il vizio di occupare ogni collinetta sempre con lo stesso schema, alle spalle della città e ovunque si presenti l'occasione, partendo dal basso e sviluppando la mulattiera in verticale. Parlo di case nuove, villette anche graziose, spesso sostenute da imapalcature a palafitta. Mi è tornato alla mente che molti abitanti di quest'isola sono originari delle Azzorre, che se ricordo bene sono isole piuttosto scoscese in mezzo all'Atlantico, e lì questo modo di costruire è una necessità. Forse a Floripa e dintorni è rimasto nei geni. In Europa, al contrario, le città fortificate si sono storicamente sviuppate dall'aalto verso il basso, incorporando man mano il contado. Si sa che a Rio le favelas occupano i punti più panoramici: dunque anche una questione estetica? Riguardo all'altro aspetto, la tendenza a renderle definitive, mi viene in mente quanto mi raccontavano in Venezuela, dove nei primi anni Ottanta, in occasone della prima visita di Woityla nel Paese, aveva il governo aveva costruito interi quartieri di residenze popolari più che dignitose, per cercare di sgomberare almeno il "rancho" più mostruoso e pericoloso (oltre che pericolante), Catia, i cui assegnatari hanno subito subaffittato o rivenduto gli appartamenti, preferendo rimanere nel ghetto. E' evidente che alla base delle baraccopoli vi sia la povertà, l'emarginazione, e la contemporanea incapacità quando non la scelta del potere di non intervenire. Vero anche che diventano veri e propri micocososmi dominati dalla criminalità, totalmente fuori dal controllo dello Stato, come del resto interi quartieri e città nel Napoletano in mano alla camorra, che oltre ad essere teatro di guerre per bande, centrali di spaccio e di ogni altro genere di attività delinquenziale, si reggono su una struttura illegale (che fa sempre capo alle stesse mafie) anche per le attività e servizi "regolari", dai trasporti all'approvigionamento di gas e luce, al commercio. E chi le ha in mano non ha nessun interesse a mollare. Dicono che a Rio alcuni dei più ricchi dela città vivano a Rocinha o Cantagalo, quelle più note, dove è possibile perfino effettuare visite turistiche guidate. E qui viene da domandarsi come sia possibile affrontare il problema. Lula, l'attuale presidente progressista, ha deciso di fare intervenire l'esercito, beccandosi le critiche degli ipergarantisti di sinistra, ma finora i risultati sono scarsi. Risolvere il problema alla base, togliendo dalla povertà intere masse di diseredati è lavoro di lungo periodo, ma nell'immediato cosa si fa? E' un cane che si morde la coda. Intervenire per migliorare, nella migliore tradizione buonista alla Veltroni, rendendo più vivibili le baracche (per quanto riguarda le antenne satellitari e i ripetitori per i cellulari, sono già ampiamente dotate) sembra ridicolo, perché finisce per favorire i criminali che gestiscono già tutto dovendo comunque venirci a patti. Radere al suolo e spostare la gente a forza in nuovi quartieri o in aloggi che ne prendano il posto? Quanti sarebero d'accordo? E dove trovare il denaro per gli investimenti? Per non parlare dei bambini di strada, il fenomeno forse più impressionante, di cui abbiamo avvisaglie anche in Europa, dove l'esempio della Romania coi suoi ragazzi delle fogne è emblematico. Rastrellarli (una parola giacché girano armati, vedi il film di Fernando Meirelles Cidade de deus, impressionante) e farne che? Anche questo è Brasile.

lunedì 19 novembre 2007

Il "culo" del Brasile


FLORIANÓPLIS - Al mio arrivo, ieri pomeriggio in bus, con due ore di ritardo, la nebbia e una pioviggine autunnale, dopo un primo tentartivo a vuoto di fermarmi qui giovedì scorso, ho pensato che in questo posto non tirasse aria per me. Impressione confermata da una perlustrazione a fondo del centro cittadino, alla vana ricerca di cibo: aperte solo una pizzeria, che per quanto dotata di forno a legna mi sono ben guardato dal prendere in considerazione (già i brasiliani, come i greci, cucinano in modo sommario le cose loro, figurarsi quelle d'importazione) e una cachaçería-birreria, con tanto di "buttadentro" con auricolare e pronti alla perquisizione, da cui proveniva un ossessivo drum & bass alla brasiliana, insomma una abberrazione techno in salsa latina che mi ha fatto passare qualsiasi velleità. Rimaneva la lanchonete del terminal dei bus: questo alle 9 di una domenica sera tardo primaverile. Nella capitale di Santa Catarina, un altro Stato di quelli ricchi ed europei del Paese. Probabilmente in un villaggio della provincia norvegese la vita ieri a quell'ora ferveva, al confronto. Si indovinava però già che si tratta di una città benestante, anche rispetto a Porto Alegre, a conferma immediata l'illuminazione stradale e l'assenza quasi totale di senza tetto. Impressione confermata oggi, alla luce del sole, che finalmente è tornato a fare capolino da queste parti. La città è divisa in due parti, collegate da un ponte abbastanza spettacolare: la parte storica e amminsitrativa sull'isola di Santa Catarina, quella commerciale e industriale sulla terraferma. Anche qui un gruppo di case post coloniali e neoclassiche attorno al Mercado Público, e all'edificio della vecchia alfandega (dogana), come a Porto Alegre. Qui la popolazione è d'origine più tedesca che italiana, per cui a maggior ragione mi è saltata all'occhio la moda dello zatterone che letteralmente impazza. Intendo dire che la popolazione femminile è di altezza superiore alla media delle brasiliane, che già non sono generalmente basse, e allora che necessità c'è di vacillare sui trampoli come neanche Freddy Mercury ai tempi d'oro o i repellenti Kiss? Altro capo d'abbigliaimento che va per la maggiore è il fuseaux, ovviamente di puro tessuto sintetico (il Brasile ha auto la conferma in queste settimane di giacere sopra un mare di petrolio, per cui d'ora in poi basta cotone!), che sono riuscito a vedere anche indossato da matrone con deretani e cosce alla Botero, più ancora che rubensiani. Immaginatevi delle lottatrici di sumo impacchettate in tutine viniliche aderenti bianche, lilla o fucsia, in qualche caso con scaldamuscoli annessi. Per quanto, fortunatamente, predomini il nero, che comunque con questi climi non mi pare un'idea geniale. Forse lo fanno per dimagrire... Un altro mistero a proposito delle donne brasiliane sono i reggiseni. Sembrano quelli corrazzati delle nostre nonne o mamme, che andavano negli anni Cinquanta e prima, a triplo strato protettivo, perché sia mai che si intravveda, uno scandalo! la protuberanza di un capezzolo. Parlo sia dell'indumento di lingerie sia di quello da bagno (il topless in Brasile è tabù salvo per i travestiti operati, a tutta evidenza). Non è la prima volta che vengo da queste parti e mi ha sempre stupito questo soprassalto di pruderie in un Paese che vive il sesso come un gioco (troppe volte a sprezzo del pericolo, in verità, vedi diffusione dell'HIV) e che ha inventato il filo interdentale (oltre alle ributtanti infradito) e dove non desta grande scandalo girare con le pudenda al vento. Un Paese basato sul culo, ad esempio nel calcio, sport in cui sono convinti di essere i padreterni senza riconoscere l'assistenza della buona sorte sempre al loro lato, casualmente, e di relativi interessi per miliardi di dollaroni. Ho avuto modo di dare un'occhiata a una libreria, e oltre al predominio dei settori dedicati a esoterismo, auto-aiuto, medicina integrale, religioni e dotrine, spiritismo, new-age, scontato nel Paese che ha dato i natali a Paulo Colelho e che ha sentito il bisogno di sincretizzare una religione già di per sé allucinogena come il cattolicesimo con le credenze spiritiche africane, notavo la profusione di libri sulla gastronomia, considerata la banalità del cibo quotidiano, altra moda d'importazione nordamericana e nordeuropea. Onnipresente, come del resto in Germania, in Scandinavia e in Inghilterra, da dove proviene, il nuovo profeta della tavola, Jamie Oliver, con il suo hit mondiale La mia Italia. Ripeto: questo irridente cialtrone è un britannico e parla e scrive di cucina, spaccia ricette. Italiane. Provinciali come siamo, non metto in dubbio che presto verrà lanciato alla grande anche da noi (ammesso che non sia già avvenuto) e avrà il meritato riconoscimento, con tante comparsate televisive a reti unificate RAI-SETe gettoni di presenza, ricchi premi e cotillons. Promettente un altro titolo che ho visto campeggiare, di tale Simon Woods, probabilmente uno yankee, stavolta: Io non mi intendo molto di vino, ma so quel che mi piace. Programmatico, non c'è che dire. Siccome però Floripa (così la chiamano i locali, confidenzialmente) ce l'ha un po' su con me, anche con la città in piena attività è stato problematico trovare un posto in cui ingollare qualcosa a pranzo, per via di un paio di congressi che hanno, come ovunque, la precipua funzione di riempire all'inverosimile alberghi e ristoranti in un periodo di stanca di gente con un cartellino appeso al collo, per cui, grazie all'efficientissimo servizio pubblico, mi sono dislocato verso la costa a Sud-Est dell'isola, decantato dalla solita Lonely Planet come alternativa alle spiagge brulicanti (?) e troppo urbanizzate del Nord e a quelle dalle onde troppo vivaci meta dei surfisti più selvaggi (tatuaggio, bandana, bragha a mezz'asta e iPod incorporato): "montagne che si tuffano nel mare", "paeseggi spettacolosi". A prescindere che in tutta l'isola non esiste un rilievo che superi i trecento metri d'altezza, arrivo dunque a Pântano do Sul. I miei ricordi sono corsi a Baia Domizia, tardi anni Settanta, metà maggio. Tre chilometri di spiaggia deserta, battuta dal vento. Mare livido in una giornata di sole. Onde poco rassicuranti nonostante si tratti di una baia protetta (è un borgo di pescatori originari delle Azzorre, questa l'unica vera attrattiva: sanno come si cucina il pesce, da bravi portoghesi, e si magia bene!) e sicura presenza di correnti inssidiose. Sulla siaggia, una decina di persone che camminano avanti e indietro, decisamente svaccate, qualcuno pesca con la canna dalla riva, una muta di cani, squadriglie da combattimento di gabbiani ma anche di una specie di cornacchioni neri alquanto raccapriccianti. Poche pousadas (pensioni) lontane anche un paio di chilometri dal "centro" (una fermata di bus e un piccolo supermercato), quasi tutte ancora fuori esercizio, e 7-8 baracchini sulla spiaggia. Fine delle trasimissioni. Accennavo prima a un Paese spesso "basato sul culo" e che, al di là della indubbia simpatia e ospitalità dei suoi abitanti, e della miscellanea etnica che sono le grandi qualità positive, gode di una spropositata buona stampa. Come i francesi, i brasiliani sanno vendere bene il loro prodotto, che siano le bellezze naturale (spesso esagerate) l'allegria (spesso finta) la musica (spesso pallosa e di basso livello) il calcio (spesso palloni gonfiati) le belle donne (spesso ritoccate, e non così belle, ancora più spesso infelici) Lula (un inconcludente, probabilmente un inetto) e a loro vantaggio c'è che non sono altrettanto odiosi e supponenti (come invece riescono a rivelarsi i miei amici e parenti argentini). E non credo che questa benevolenza a tutti i costi sia una cosa positiva. A proposito, c'è qualcuno che vuole una Lonely Planet quasi intonsa?