sabato 14 giugno 2014

Il mondo fino in fondo

"Il mondo fino in fondo" di Alessandro Lunardelli. Con Luca Marinelli, Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova, Alfredo Castro, Camilla Filippi, Cesare Serra, Manuela Martelli e altri. Italia, Spagna, Cile 2013 ★-
Tendo a essere ben disposto e comprensivo con i nuovi registi italiani all'esordio, ma non è davvero questo il caso, e sono furibondo con certi critici che hanno incensato questo film e  il suo autore come la rivelazione dell'anno. L'originalità de "Il mondo fin in fondo" sta nel riuscire a condensare in una pellicola di soli 95', che però sembrano 150', tutti i filoni più battuti del Nuovo Cinema Italiota: la presunta attenzione alla provincia e alla crisi del mondo del lavoro; la commedia generazionale e familista; l'ossessione gay (ché questa è ormai diventata, e non ha nulla a che vedere con la rivendicazione dei diritti civili); il "nuovo" e più accettabile rapporto col mondo femminile del maschio-fuco, ormai sbalestrato da una insuperabile crisi di identità; il racconto di "formazione" (ma de che?); il viaggio come esperienza esistenziale. Per riuscire a cucinare questo minestrone immangiabile, il regista trasporta una coppia di fratelli (figli di un industrialotto piemontese di passamaneria, a sua volta separato dalla moglie "sognatrice" e quindi considerata una pazza nella sua logica produttivista, che lavorano nell'azienda di famiglia e già non si capisce perché, essendo nati e vivendo ad Agro, immaginaria cittadina presso Torino, si esprimano, a differenza del genitore, in romanesco); diversi per età, interessi, mentalità, tendenze sessuali (uno è in attesa che la moglie perfino più nevrotica di lui gli scodelli un figlio e l'altro, più giovane, è un gay non - ancora - dichiarato) prima a Barcellona, dove Davide, il minore, segue Loris a vedere la semifinale di Champions League del 2010 tra i blaugrana e l'Inter, grande passione del secondo, e lì incontra Andy, un giovane cileno in fuga da sé stesso ma soprattutto da ogni responsabilità, che se la tira da ecologista impegnato, e lo segue, convinto di aver trovato l'amore della sua vita, a Santiago, il giorno dopo, anzi; proprio nel mentre al Camp Nou si giocherebbe l'incontro (a metà del pomeriggio, prima di una serie infinita di incongruenze). Una volta giunto nella capitale cilena, dove in pieno autunno australe e ai piedi delle Ande si gira in T-shirt e braghette, viene accolto in una improbabile comune di aderenti a Green Peace (assai più odiosi che "equosolidali"), si avvede che il bell'Andy ha una fidanzata, Ana, che aveva piantato in asso andandosene in Europa senza fare un plissé a fare l'alternativo figo, non si capisce con quali soldi, e il giorno successivo già prende parte a un'azione sul mare (verosimilmente a Valparaíso, ma questo il film non lo dice), che pure dista un centinaio di chilometri e tornando alla base un attimo dopo. Dai prelievi sulla carta di credito aziendale Loris arguisce la meta di Davide e lo raggiunge immantinente, con lo scopo di recuperarlo e, finalmente, "comunicare" con lui. Una volta a Santiago si affida a Lucho, un tassista che è il solo personaggio plausibile (e pertanto non sviluppato) del film, interpretato dall'unico attore degno di questo nome di tutto il cast, e ha inizio un improbabile doppio inseguimento, di Davide e Ana ad Andy, di cui si sospettano intenzioni suicide, e di Loris e Lucho a loro, fino in Patagonia, non fino in fondo, come dice il titolo, ma limitatamente al Glaciar de San Rafael, nel Chile Chico a ridosso del confine argentino, sul Lago Buenos Aires. Il gruppo diventa di quattro, a cui si aggiunge un'improbabile coppia di statunitensi di mezza età che va in pellegrinaggio nel parco nazionale a commemorare il figlio lì scomparso. Tra le varie perle inesorabilmente infilzate da une sceneggiatura demenziale, il tango come tipica musica di sottofondo che si ascolterebbe nei bar di Santiago; cileni che parlano con accento porteño (però Andy lo fanno parlare come un cileno vero, che si divora pezzi di parola col risultato di essere inintelligibile); un incontro vis à vis sulla Carretera Austral con un guanaco, animale notoriamente timidissimo, che rimane impalato come una sfinge a farsi immortalare senza darsela a gambe; la finale di Champions League trasmessa in diretta al mattino in Cile quando a Madrid sarebbero state le tre del pomeriggio (ed erano invece le 21 quando si giocò realmente); un forno da cucina usato come incubatrice per resuscitare un pulcino che risultava stecchito; l'outing di Davide nel momento stesso del primo gol di Milito: troppo anche per un "beneamante" come me che vede con occhio benevolo ogni tentativo del cinema nostrano di sprovincializzarsi un po'. In sostanza, una rara fusione tra luogocomunismo tipico delle nostre produzioni e ciarlataneria. Unico aspetto positivo del film la fotografia, affidata a mani esperte e a cui contribuiscono i paesaggi mozzafiato della Patagonia, mentre il montaggio sembra curato da uno schizzato in preda a delirio anfetaminico, e il ritratto di un Paese infelice e, questo sì, di gente che ha ancora paura della propria ombra anche anni dopo la morte di Pinochet, mai nominato nemmeno di striscio (la produzione è anche cilena, non a caso...) A Lunardelli suggerirei amichevolmente di tornare ai documentari, in cui pare sia davvero bravo, e di affidarsi, in un eventuale prossimo tentativo registico, a uno sceneggiatore che abbia una vaga idea di quel che sta facendo. Scoraggiante: di peggio, in questi ultimi anni, ho visto solo questa boiata.

mercoledì 11 giugno 2014

Nec Recisa Recedit

INCHIESTA DELLA PROCURA DI NAPOLI

Gdf, indagato per corruzione il comandante in seconda Bardi

L’inchiesta della Procura di Napoli ha portato anche all’arresto del comandante di Livorno Mendella per presunte verifiche fiscali «pilotate» nel capoluogo partenopeo

lunedì 9 giugno 2014

Walesa - L'uomo della speranza

"Walesa - L'uomo della speranza" (Walesa. Czloviek z nadziei) di Anrzej Wajda, Ewa Brodzka. Con Robert Wieckiewicz, Agnieszska Grochowska, Zbigniew Zemachowski, Cezary Kosinski, Maria Rosaria Omaggio, Miroslav Baka, Maciej Stuhr, Polonia 2013 ★★★★
Wajda (qui in collaborazione con la collega Ewa Borodzka) è un maestro, il più grande regista polacco, Paese dalle solide tradizioni cinematografiche, e per quanto questo non sia un capolavoro assoluto, è un film che è doveroso vedere da un lato come documentazione, per capire un personaggio della storia contemporanea che ha contribuito forse ancor più di Gorbaciov e dell'altro polacco, Govanni Paolo II, alla chiusura di quello che Hobsbawm ha felicemente battezzato il "secolo breve", il Novecento. Lech Walesa; dall'altro per le straordinarie interpretazioni di tutti gli attori - e la loro incredibile somiglianza con gli "originali" -, in particolare quelle dei personaggi principali: l'elettricista dei cantieri navali di Danzica, sua moglie Donuta e Maria Rosaria Omaggio nei panni dell'odiosa quanto brava (tocca ammetterlo) Oriana Fallaci, che va a intervistarlo una seconda volta nella sua casa di Danzica per cercare di capire fino a fondo l'uomo. E' questo l'espediente usato da Wajda, l'intervista che un Walesa all'inizio recalcitrante concede alla giornalista più famosa al mondo: i due, di carattere altrettanto fumantino e provvisti entrambi di un ego smisurato, due autentici galli in un pollaio, si beccano in continuazione ma sono schietti e sinceri e alla fine si trovano e procedono di conserva, tra ricordi, battute, in una gara a chi è più bravo a smascherare l'altro: entrambi usciranno vincitori. Nel corso di questo duello dialettico si inseriscono i ricordi della prima insurrezione di Danzica, nel 1970, dei ripetuti arresti di Walesa (che, padre di sei figli, firma un foglio che potrebbe suonare come promessa di collaborazione con la polizia politica per essere rilasciato), della ripresa delle lotte fino alla nascita del sindacato libero Solidarnosc e della seconda rivolta della città anseatica nel 1980, con sempre al centro i suo celebri cantieri navali, e il conseguente colpo di stato di Jaruzelski dell'anno successivo (che evitò quantomeno il diretto intervento sovietico) e dei rapporti con Karol Wojtyla, divenuto pontefice nel 1978. La ricostruzione dei fatti, frammischiata a immagini di repertorio, è così  credibile e realizzata con un'attenzione particolare ai dettagli così precisa che si fatica a distinguerle tra loro. Tutto questo ne fa un documento eccezionale firmato da un regista che conosce come pochi il suo Paese (peraltro centrale nelle vicende europee) e i fatti che vi sono accaduti, da renderne la visione un obbligo per chi è minimamente interessato alla storia recente del nostro Continente, e altamente consigliato in Italia dove la memoria storica fa difetto. 

sabato 7 giugno 2014

In ordine di sparizione

"In ordine di sparizione" (Kraftidioten) di Hans Petter Moland. Con Stellan Skarsgard, Bruno Ganz, Pal Sverre Hagen, Jakob Ofterbro, Tobias Santelmann, Brigitte Hjort Sorensen e altri. Norvegia, Svezia 2014 ★★★¾
In ordine di sparizione, con una bella epigrafe con tanto di croce, normale od ortodossa, mezzaluna o stella di Davide a seconda della religione di appartenenza: così vengono tolti man mano dal cast i vari personaggi che vengono eliminati dalla sete di vendetta di Nils, un  tranquillo uomo di mezza età che vive in una regione isolata della Norvegia che tiene collegata al mondo sgombrando l'unica strada d'accesso con un enorme spazzaneve, la cui vita viene sconvolta dalla morte del giovane figlio. Secondo la polizia locale (gli spaesati agenti sembrano presi di peso da "Fargo" dei Coen) a causa di un'overdose ma, a differenza della madre, Nils non ci crede e scopre che è stato eliminato per sbaglio in una resa dei conti per uno sgarro tra spacciatori di droga. Nils si scatena e risale la filiera fino a giungere al capo della gang, un individuo schizzato e paranoico, amante e vegano fanatico, feroce sul "lavoro" quanto inadeguato e nevrotico come padre ed ex marito. Oltre a questa banda di delinquenti locali, a cui per un certo tempo apparteneva anche il fratello di Nils, che cerca di dargli una mano procurandogli un improbabile killer sino-danese, nel gioco si innesta anche una ruspante mafia serba, capitanata da "baba", interpretato splendidamente da Bruno Ganz, in una serie di vendette incrociate  che si conclude, dopo un tuorbillon indiavolato, letteralmente col botto. Rimarranno i due "veci", Stellan Skardgard e Bruno Ganz, degni interpreti di un film divertente, ispirato dichiaratamente a Tarantino, Kitano e ai Coen prima maniera, com'è stato notato da più parti, ma io ci aggiungo anche, senza andare troppo lontano, nella vicina Finlandia, un tocco del grande Aki Kaurismäki. Perché anche gli scandinavi sanno fare ottimi film d'azione ed essere divertenti e dissacranti. Belle riprese, ottima fotografia, due ore passate in maniera godibile per chi, come me, ama il genere. 

giovedì 5 giugno 2014

Venezia, il Mose e un suicidio assistito


Ripropongo di seguito, e mi auguro non me ne vogliano né l'autore né gli amici del "Fatto Quotidiano", a cui sono abbonato dalla nascita del giornale, un articolo uscito stamattina sullo stesso, che riassume quanto c'è da dire sul Mose e sulla volontà di uccidere definitivamente Venezia da parte della maggioranza dei suoi stessi abitanti e di coloro che, in pura teoria, sono incaricati di preservarla. Aggiungo una considerazione personale. Ciò che è scritto in sostanza nell'articolo, e in particolare che il collasso dell'equilibrio lagunare, il cui governo attentissimo fu alla base della storia e della ricchezza di una Città che fu anche una Repubblica e un Impero (parafraso il titolo di un ottimo libro dello storico veneziano Alvise Zorzi) avvenne con la sciagurata scelta di dragare la Laguna per scavare, negli anni Sessanta, il Canale dei Petroli e poi gli altri che permettono l'entrata delle oscene navi da crociera cui è criminalmente consentito un ulteriore sfregio in tutti i sensi della città, ricordo che lo scrissi a 12 anni, nel 1967, in prima media, nell'unico tema in cui, in quel disgraziato triennio frequentato in una pessima scuola milanese, fui "premiato" con un sette e in cui non mi fu rinfacciato dI non aver rispettato la traccia, e il commento dell'insegnante di italiano fu, me lo ricordo bene, "Quando il tema ti interessa sai scrivere anche tu, venesiàn!". Era passato qualche mese dall'alluvione del novembre 1966 che si abbattè con effetti disastrosi sulle due maggiori città d'arte italiane (e mondiali): Firenze e, per l'appunto, Venezia; Indro Montanelli aveva lanciato sulle pagine del "Corriere della Sera" la prima vera battaglia ecologista fatta in Italia e il tema era d'attualità e filtrava perfino nelle scuole più retrive come quella che frequentavo io. Per dire che bastava conoscere il Principio di Archimede, quello che tutti abbiamo sperimentato empiricamente immergendoci in una vasca da bagno, e che sta alla base dell'idraulica, per capire la portata della decisione demenziale di dare vita a quell'opera. Il Mose, classico esempio di "pezo el tacòn del buso", (Mosè cui il sistema ingegneristico delle paratie mobili rimanda, dividendo le acque per far passare gli ebrei alzò il livello di quelle "spartite") non è che l'inevitabile conseguenza di scelte di una miopia che rasenta la cecità, fatte con intenti puramente speculativi e contrabbandate come necessarie per uno sviluppo che si rivelerà presto immancabilmente insostenibile, foriero di lavoro (sfruttato e che produce morte: vedi Petrolchimico di Marghera e, oggi, Ilva di Taranto) e benessere (dei bottegai avidi e altrettanto cancerogeni, di cui è esponente perfetto Renato Brunetta), grazie alla definitiva disneyificazione di Venezia. Tutte cose che vedeva ed era in grado di capire e spiegare allora un ragazzino di 12 anni, nemmeno particolarmente brillante, almeno non nella valutazione dei suoi insegnanti, visto le insufficienze di cui ero caricato e il fatto che sono uscito dalle medie inferiori col "minimo sindacale". Ovviamente Montanari sviluppa in questo rapido pezzo il tema in modo attualizzato e con altra penna. Buona lettura


LAGUNA AL COLLASSO

Venezia, storia di un suicidio

di Tomaso Montanari

   Massimo Cacciari – tra i cui non molti meriti di sindaco di Venezia c’è quello di essersi sempre opposto al Mose – ha detto che le radici della corruzione vanno cercate nell’urgenza. Vero, ma il Mose sarebbe criminogeno anche se i suoi lavori andassero lentissimi. Perché è un progetto sbagliato in sé: frutto di quella vocazione al suicidio da cui Venezia non sembra capace di liberarsi.

   Per mille anni la Repubblica Serenissima ha vegliato sul delicato equilibrio della Laguna, che è la particolarissima “campagna” che circonda Venezia. In natura, una laguna ha una vita limitata nel tempo: o vincono i fiumi che portano materiali solidi verso il mare, e la laguna si trasforma in palude e piano piano si interra, oppure vincono le correnti marine, che tendono a renderla un golfo o una baia.

   I veneziani capirono subito che tenere in vita la Laguna salmastra voleva dire assicurarsi uno scudo naturale sia verso la terra che verso il mare. Non mancarono le discussioni: celeberrima quella cinquecentesca tra Alvise Cornaro, che avrebbe voluto bonificare la Laguna, e Cristoforo Sabbadino, che ne difese vittoriosamente la manutenzione continua. Così la storia di Venezia – ha scritto Piero Bevilacqua – è stata “la storia di un successo nel governo dell’ambiente”.

   Una storia che, con l’avvento dell’Italia unita si è, però, interrotta, ed è definitivamente collassata negli ultimi quarant’anni di malgoverno veneziano. Per fare entrare le Grandi Navi (turistiche, industriali e commerciali) si sono dragati e approfonditi i canali d’accesso in Laguna, e contemporaneamente se ne è abbandonata la secolare manutenzione .

   IL RISULTATO è stato un abnorme aumento dell’acqua alta, culminato nella vera e propria alluvione del 1966. Fu proprio quell’enorme choc che mise Venezia di fronte all’alternativa: o riprendere il governo della Laguna e mantenere l’equilibrio, o essere mangiata dall’Adriatico.

   Fu allora che emerse la terza via: il Mose, che permise di eludere la scelta tra responsabilità e consumo. L’idea era di continuare indefinitamente a violentare la Laguna e poi rimediare meccanicamente, con una gigantesca valvola che chiudesse le porte al mare. È come se un paziente ad altissimo rischio di infarto venisse persuaso dai medici a non sottoporsi ad alcuna dieta né ad alcun esercizio fisico, e a scommettere invece tutto su una costosissima e complicata operazione di angioplastica. Non verrebbe da pensare solo che i medici sono incompetenti : ma anche che hanno qualche interesse occulto nell’operazione. E se poi quei medici finissero in galera, chi potrebbe stupirsi?

   Follemente, la scelta della terapia è stata affidata direttamente ai chirurghi. Fuor di metafora: la salvezza di Venezia e del suo territorio è stata affidata a un consorzio di imprese private (il Consorzio Venezia Nuova) interessate a realizzare il costosissimo meccanismo di riparazione del danno , il Mose appunto. E tutto è stato asservito a questo ente: anche il controllo del Magistrato delle Acque, che si è trovato a ratificare (invece che a sorvegliare) scelte operate in base all'interesse privato.

  SAREBBE difficile spiegare un simile suicidio se non vedessimo che Venezia si distrugge ogni giorno in mille altri modi, prostituendosi, fino alla morte, a un turismo cannibale. Ma mentre gli abitanti continuano a scendere (sono ora 59.000: un terzo della popolazione del 1950, la metà di quella del 1510) e le Grandi Navi sembrano inarrestabili, c’è ancora chi resiste, tra mille difficoltà. Esemplare il caso di Italia Nostra, cui appartiene la voce più ferma e coraggiosa contro la morte di Venezia, una voce che un anno fa aveva documentato pubblicamente proprio la corruzione del Mose: ebbene, la soprintendente architettonica veneziana Renata Codello ha querelato l’associazione, che le rimproverava pubblicamente la difesa delle Grandi Navi, e l’autorizzazione allo scempio (futuro) del Fondaco dei Tedeschi e al raddoppio (in corso) dell’Hotel Santa Chiara sul Canal Grande (quello dove, secondo i pm, la segretaria di Giancarlo Galan avrebbe ricevuto le mazzette!). E che avvocato ha scelto la Co-dello? Ma quello del Consorzio Nuova Venezia, che controlla il Mose. Pulire la Laguna, insomma, sarà un’impresa lunga.

mercoledì 4 giugno 2014

Orsoni in gabbia


Tangenti Mose, 35 arresti: in carcere anche sindaco di Venezia

Chiesta la custodia cautelare anche per l'ex ministro e governatore Giancarlo Galan, gli atti adesso passeranno al Senato. In tutto gli indagati sono un centinaio. L'inchiesta è nata tre anni fa su un giro di fondi neri.

lunedì 2 giugno 2014

Doviđenja Beograd!

Zemun, Novo Beograd e Stari Grad viste dal colle di Gradoš
BELGRADO - L'ultima giornata del mio soggiorno belgradese l'ho trascorsa a Zemun, il più popoloso (160 mila abitanti circa) dei 17 municipi in cui è suddivisa la capitale serba. Sorge sulla sponda occidentale della foce della Sava nel suo punto di confluenza con il Danubio, di fronte a Stari Grad, la città vecchia, cui è collegata dal ponte di Branko, e a cui fu unita amministrativamente una prima volta nel 1934 e poi definitivamente nel 1945. Per lungo tempo, dalla vittoria degli austriaci sui turchi nella battaglia di Petrovaradin nel 1716 e dalla successiva Pace di Belgrado del 1739 che fissò i confini dell'Impero Austroungarico con quello Ottomano, fu l'avamposto militare nonché commerciale absburgico, e di questa impronta sono testimonianza i suoi edifici d'epoca, le sue chiese e monumenti e tutta l'atmosfera di questa che di fatto è un aggolmerato urbano autonomo che, come Stari Grad, cui fu da sempre collegata da fitta una rete di scambi e destini comuni, a volte alterni, ha una storia vecchi di quasi tremila anni, che risale al neolitico e che vide la fondazione dei due insediamenti da parte di tribù celtiche e galliche. Zemun, col nome di Taurunum, divenuta caposaldo difensivo della frontiera settentrionale dell'Impero Romano dopo che Augusto fondò la provincia della Pannonia, fu espugnata dagli unni cui seguirono altre tribù barbariche per passare al dominio ungherese ed essere al centro di dispute con l'Impero Bizantino prima ed Ottomano poi; nel secolo scorso non fu oggetto, nella Seconda Guerra Mondiale, di bombardamenti così intensi come quelli del 1941 e 1944 che distrussero definitivamente quanto era rimasto in piedi dalle distruzioni causate alla città vecchia durante la Grande Guerra, così che una sua visita rende l'idea di quale potesse essere l'aspetto della Belgrado propriamente detta tra la metà e la fine dell'Ottocento. La giornata, grigia, nuvolosa e umida, non era l'ideale ma è valsa la pena percorrerne le stradine in ciottoli su cui si affacciano le caratteristiche casette a un piano e salire in cima alla collina di Gardoš, dominata dalla Torre del Millennio eretta dagli ungheresi nel 1896 per commemorare la durata della loro presenza in Pannonia, da cui si gode una vista mozzafiato sulla confluenza dei due fiumi, Zemun, i quartieri di Novo Beograd e infine la città vecchia, dall'altro lato della Sava. 


Un tipico splavoi sul Danubio
Per concludere degnamente la serata e il viaggio, non poteva mancare una visita a un paio di splavovi, le caratteristiche chiatte o barche ancorate sulla riva del Danubio e della Sava adibite a ristoranti, ritrovi, club e discoteche, ma anche semplicissime kafane. In una di esse, tra le più isolate, e utilizzate dai pescatori locali, ho concluso la serata gustando una delle migliori zuppe di pesce (per di più d'acqua dolce: chi l'avrebbe detto?) che mi sia mai capitato di assaggiare. Per l'occasione non ho potuto che levare in alto i boccali, rigorosamente di Jelen, la migliore birra serba, e poi i bicchierini di una strepitosa domace slivovica di produzione casalinga, con un gruppo eterogeneo di avventori locali, tutti rigorosamente tifosissimi della gloriosa Crvena Zvezda, Polisportiva la cui squadra di calcio è la più titolata della ex Jugoslavia nonché già campione d'Europa e del Mondo, in onore del grande Dejan Stankovic, già capitano dei biancorossi in gioventù prima di approdare in Italia, prima alla Lazio (con cui vinse lo storico scudetto nel 2000 oltre a coppe varie) e poi per nove anni e mezzo all'Inter, con cui ne vinse altri cinque e fu tra gli indimenticabili protagonisti del "Triplete" nella stagione 2009/2010, a cui Zemun diede i natali. Ancora una volta, zdravljie e grazie, Deki!
Dejan Stanković, nato a Zemun (Belgrado) l'11 settembre del 1978