sabato 25 maggio 2013

The parade / La sfilata

The Parade / La sfilata (Parada) di Srdjan Dragojevic. Con Nikolas Kojo, Milos Samolov, Goran Jevtic, Hristina Popova, Goran Navojec, Toni Mihajlovski, Natasa Markovic. Serbia, Croazia, Slovenia, Germania, Ungheria 2011 ★★★★★
Uscito colpevolmente con due anni di ritardo in poche sale questo film, per niente innocuo perché riesce a toccare il cuore oltre che il cervello affrontando in chiave farsesca due argomenti maledettamente seri come la discriminazione sessuale e la sciagurata, criminale disgregazione dell'ex Jugoslavia, avrebbe meritato un'attenzione molto maggiore, proprio perché è in grado di parlare anche al grande pubblico con un linguaggio divertente, brioso, anticonformista, che non perde nulla nemmeno attraverso la sottotitolazione. Cetnici, ustascia, baljia, skipter sono, nell'ex Jugoslavia, rispettivamente, chiamati i serbi, i croati, i bosniaci e gli albanesi da tutti quelli di etnia diversa, ma esiste un termine universale per definire le checche: "peder", che è come dire che le etnie che componevano la Federazione erano (e sono) come le cinque dita di una mano, con tutti i loro pregi e difetti, che hanno molto più in comune di quel che loro stesse pensino (a cominciare dal pregiudizio omofobo) e in definitiva non possono fare a meno una dell'altra. Per raccontarlo, la pellicola fa ruotare la vicenda attorno a Limun, eroe di guerra serbo, riciclatosi in istruttore di arti marziali e titolare di un'agenzia di servizi di sicurezza a Belgrado che, macho e omofobo com'è, si trova in debito di gratitudine nei confronti di Radmilo, un veterinario omosessuale che gli ha salvato il fedele cane, vittima di un attentato. Nel contempo Biserka, in procinto di diventare la seconda moglie di Limun, gli impone di affidare l'organizzazione delle nozze a Mirko, un wedding planer nonché militante gay, partner di Radmilo, che è anche uno degli organizzatori del primo Gay Pride a Belgrado. Per una serie di vicissitudini Limun si trova nelle condizioni non solo di proteggere la coppia gay ma anche la sfilata: i sui dipendenti, disgustati, si rifiutano e si dileguano, così come si era rifiutato di farlo la corrotta polizia serba, e a Limun non rimane che rivolgersi a un gruppo scelto di vecchi fraterni "nemici di guerra", e comincia così un delirante viaggio nelle nuove repubbliche, Croazia, Bosnia, Kosovo e Macedonia (la Slovenia non conta, ché è sempre stata austroungarica di suo), a bordo di una Mini d'epoca di colore rosa, del corpulento ex paramilitare scortato dall'altrettanto pasciuto veterinario per cercarli e ingaggiarli. In nome della vecchia "inimicizia" tutti quanti accettano, imparano a conoscere fraternizzare col "diverso" e fanno ritorno a Belgrado dove si scontreranno con una nutrita schiera di da naziskin, nazionalisti, comunisti e omofobi a vario titolo: botte da orbi e una scazzottata in stile "Trinità" che lascerà sul terreno Mirko e segni sui volti (e l'animo) di tutti, ma l'anno successivo (il 2010) si svolgerà il primo Gay Pride senza morti e incidenti nella capitale serba, protetto dalla polizia. E ci marceranno anche Limun, i suoi fraterni ex nemici e chi ha imparato a considerare gli omosessuali con occhi diversi. Il film, che si avvale di una buona dose di luoghi comuni (che come tali hanno un fondamento di verità) per metterli alla berlina, è girato con scarsi mezzi ma con grande professionalità e brio, interpretato con entusiasmo pari alla bravura da un cast "multietnico" e palesemente solidale, orfano di quella bellissima scommessa che era la Repubblica Federativa di Jugoslavia, ricca proprio per il mosaico di diversità di cui era contenitore, e mai perdonerò a Vaticano, Germania, Austria in primo luogo, Italia, USA e a scendere tutti gli altri, di averne incoraggiato la dissoluzione appoggiando unilateralmente la secessione (perché di questo si trattava, prima che di "indipendenza) di Slovenia e Croazia dando il via alla follia della divisione su base etnico-religiosa. Era un grande Paese, almeno nelle intenzioni, la Jugoslavia, e io l'ho sempre sentita molto vicina. Fosse solo per il fatto di ricordare che l'umanità sta sopra a tutti i pregiudizi e unisce invece che dividere, "Parada" è un film che mi ha commosso mentre mi faceva ridere fino alle lacrime e che mi rimarrà dentro. 

giovedì 23 maggio 2013

Mi rifaccio vivo

"Mi rifaccio vivo" di Sergio Rubini. Con Pasquale Petrolo, Neri Marcorè, Emilio Solfrizzi, Margherita Buy, Vanessa Incontrada, Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Bob Messini, Valentina Cervi, Enzo Iacchetti. Italia 2013 ★★★
Una commedia surreale, com'è nelle corde di Rubini, spassosa, ben congegnata, con interpreti (tra cui il regista) che a loro volta si stanno palesemente divertendo, che affronta il tema dell'invidia e della vendetta da un lato e quello della cosiddetta "etica" capitalista dall'altro, quella che non è altro che avidità e spirito di sopraffazione e imbroglio, camuffati magari da belle maniere e perbenismo. Protagonista è Biagio Bianchetti (Petrolo), un grosso commerciante vittima di un enorme complesso di inferiorità perché dall'infanzia vive all'ombra di Ottone di Valerio (Marcorè), già suo compagno di scuola e concorrente. In seguito a una ennesima fregatura presa proprio da lui si trova sull'orlo della bancarotta e decide di suicidarsi... Custode dell'aldilà, che ha le sembianze di un lussuoso centro benessere, Biagio trova non San Pietro ma Carlo Marx in persona, che il suo angelo custode (Rubini) riesce a convincere a concedergli un'ultima settimana sulla terra nei panni di qualcun altro per dimostrare di essere capace di compiere delle buone azioni. Biagio sceglie le sembianze di Dennis Ruffino (Solfrizzi), uno strano manager-guru new age scelto da Ottone per rendere vincente l'azienda dandole una patina terzomondista, con l'intento di vendicarsi del rivale, che scopre essere a sua volta preda di crisi di panico, irrimediabilmente infantile e vittima del dogma famigliare di primeggiare in tutto quel che fa; scopre inoltre di quanto sia stato egoista lui stesso e cieco nei confronti del prossimo. Tra colpi di scena, situazioni paradossali e battute mai volgari la storia si sviluppa con ottimo ritmo e leggerezza senza essere mai banale e scadere nella gag televisiva: è cinema vero, lieve, intelligente senza alcuna pretesa di essere intellettuale, altamente godibile. Azzeccata, come sempre in Rubini, la scelta degli attori, l'ideale per un paio d'ore di sano divertimento: perché il cinema è anche questo.

martedì 21 maggio 2013

Tiritiri e taratara

Giunto ormai nudo vicino alla meta, ossia la propria quanto mai necessaria dissoluzione, è per certi versi ammirevole la pertinacia con cui il ceto politico italiano persevera nello sforzo di smerdarsi ogni di giorno di più, quasi a dimostrare che il fondo del barile non è ancora stato raschiato e che è sempre possibile fare di peggio pur di mantenersi a galla. Vent'anni di berlusconite hanno fatto scuola, e l'informazione cloroformizzata il resto, per cui vale la massima milanese "Se la và... la g'ha i gamb!", tradotto: "se cammina ha le gambe". Per la serie: buttiamola lì, spariamola grossa, se nessuno se ne accorge, bene; altrimenti ci tiriamo indietro ma intanto il seme l'abbiamo sparso e prima o poi qualcosa germoglierà. Questo vale ancora di più con l'ultimo esecutivo, alla cui guida siedono due democristiani di stirpe dorotea, specializzati nell'arte dell'annuncio e del rinvio nel segno dell'andreottiano tirare a campare. E' questo il senso delle due proposte che hanno tenuto banco per mezza giornata scatenando un finto putiferio che fa sospettare l'uso, tanto per cambiare, di armi di distrazione di massa: il disegno di legge Finocchiaro-Zanda che esclude dalle elezioni i movimenti che non abbiano personalità giuridica e non si strutturino, in sostanza, come partiti (cfr M5S), e quello che in quanto a indecenza gli fa il paio, presentato dal senatore Compagna, per il dimezzamento delle pene per concorso esterno in associazione mafiosa (cfr Dell'Utri); quest'ultimo prontamente ritirato, il primo pure, ma forse no, proseguendo con la grottesca pantomima del tira e molla. A dimostrazione che il PdL è un comitato d'affari colluso con la mafia quando non sua diretta espressione, e il PD, e in particolare la sua componente maggioritaria, di provenienza PCI, interprete dell'autoritarismo di cui sono intrisi quasi tutti i movimenti politici sorti in Italia, e da cui non è esente nemmeno l'ultimo nato, il Movimento Cinque Stelle, espressioni insomma di un eterno fascismo declinato sotto varie forme che è l'unico, originale e ineliminabile marchio di fabbrica di questo Paese.

lunedì 20 maggio 2013

No - I giorni dell'arcobaleno

"No - I giorni dell'arcobaleno (No) di Pablo Larraín. Con Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luís Gnecco, Marcial Tagle. Cile 2012 ★★★★½
Si conclude con questa pellicola, che conferma il grande talento di Pablo Larraín, la trilogia che il regista cileno dedica agli oscuri anni che il suo Paese ha trascorso sotto la dittatura di Pinochet, le cui tracce sono tuttora evidenti nella psiche e nel comportamento dei suoi abitanti, questo a 25 anni dal referendum a cui l'allora presidente abusivo fu costretto dalle pressioni internazionali e il cui sorprendente risultato, il No alla possibilità di un suo ulteriore mandato, aprì la fase del ritorno alla democrazia. Ed è dei retroscena di questo referendum che parla il film, assemblando materiale d'epoca - lunghi spezzoni degli spot di allora - ad altre parti girate oggi però usando una cinepresa originale degli anni Ottanta il che, come nei precedenti "Tony Manero" e "Post Mortem", conferisce una patina d'epoca alla fotografia e all'atmosfera generale della pellicola, che si concentra quasi esclusivamente sulla campagna per il "no", affidata a René Saavedra, un giovane creativo formatosi all'estero durante l'esilio, interpretato con estrema misura ed efficacia da Gael García Bernal, per una missione apparentemente impossibile. Ai due comitati contrapposti per il referendum vengono concessi 15' al giorno sulle reti televisive unificate, ed è il primo spazio che le opposizioni, riunite nel Fronte Arcobaleno, hanno a disposizione dopo 15 anni in cui è stato loro tolto il diritto di esprimersi, e Saavedra si trova a dover convincere innanzitutto l'elettorato a recarsi alle urne (superando le perplessità quando non il rifiuto di una parte consistente dell'opposizione, specie di quella militante nella sinistra più radicale, che trova espressi nella stessa madre di suo figlio), e poi lo stesso comitato per il no a farlo usando un linguaggio ispirato alle campagne commerciali più moderne, ottimista, ironico, giocoso, con uno sguardo fiducioso rivolto al futuro (la parola chiave è allegria) anziché insistendo e ricordando i crimini commessi dalla giunta militare. La campagna, condotta con scarsi mezzi, ha un successo immediato e spiazza gli avversari, che sono costretti a incaricare proprio il capo di Saavedra, Guzmán, interpretato da un gigante come Alfredo Castro, un amico della giunta, fascista autentico ma di intelligenza superiore agli altri macellai di regime, che si trova costretto a controbattere al suo collega facendogli il verso e inseguendolo sul suo terreno, decretando così inevitabilmente la propria sconfitta, cosa di cui del resto Guzmán è conscio per primo, a differenza dei suoi committenti. Rimangono presenti, ma sullo sfondo, il clima di costante intimidazione da parte dei militari, così anche le contraddizioni e gli scontri personali e politici all'interno del comitato del no, così come rimane aperta la questione della reale influenza della televisione sui risultati elettorali, mentre non è in discussione quella del linguaggio pubblicitario nel vendere un "prodotto" come quello politico, considerato né più né meno come un boccone da offrire in pasto al cliente-consumatore. Senz'altro si capisce la necessità, per provare a cambiare lo stato delle cose, di guardare le cose da un punto di vista diverso da quello in cui sono imprigionate le due o più parti in causa, uscendo dalla loro logica per riuscire a smuovere l'immaginario delle persone a cui ci si vuole rivolgere e indurle a guardare oltre. Un altro film che merita. 

sabato 18 maggio 2013

Se fue el dictador

Da Página/12 di oggi

Miele

"Miele" di Valeria Golino. Con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Vinicio Marchioni, Libero De Rienzo, Valeria Bilello, Iaia Forte. Italia, 2013 ★★★★½
Ammetto che come attrice Valeria Golino non mi ha mai entusiasmato: troppo "esagerato" il suo modo di muoversi, e troppo urticante la sua voce che, personalmente, non trovo per nulla sexy, ne ho però sempre riconosciuto l'intelligenza e un livello culturale non proprio comuni, qualità che mostra tutte in questa sua prima regia il sui risultato è senz'altro uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. Intanto per il tema che affronta, il suicidio assistito, puntualmente rimosso dal dibattito pubblico per cattiva coscienza e adeguamento pedissequo ai dogmi di una religione intransigente e alla fin dei conti disumana; poi per la capacità di inserire l'argomento in una storia privata raccontandola senza fronzoli, morbosità e compiacimenti, con mano sicura sulla macchina da presa e ottime capacità fotografiche; infine per la scelta perfetta degli interpreti: un grandissimo attore di teatro, Carlo Cecchi, che di rado si vede sul grande schermo, coprotagonista con Jasmine Trinca, credibilissima, come già nella Augusta del recente "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti, nella parte di "angelo della morte", dotata di una rara sensibilità e capacità di esprimere sentimenti e turbamenti attraverso il non-detto. Irene, con il nome di Miele, è una trentenne che aiuta ed assiste i malati terminali nella loro scelta di porre fine alla loro esistenza, procurando loro anche un medicinale ad uso veterinario, il Lamputal, che in dosi massicce funziona anche per l'uomo e che si procura attraverso ripetuti viaggi in Messico. La sua è un'attività da clandestina, che condivide con dei medici e conoscenti che si dedicano, come lei, al sostegno al suicidio assistito, che in Italia (e non solo) è considerato un grave reato, e finisce per farle condurre un'esistenza simile a quella di una brigatista degli anni Settanta, con poche e scelte frequentazioni e una scrupolosità che si colloca tra il necessario e il maniacale. Un giorno però viene contattata dall'ingegner Grimaldi, un uomo sulla settantina colto, acuto, disincantato, estremamente intelligente che però scopre non essere un malato terminale ma un aspirante suicida volontario, e questo la mette in crisi facendola tornare sui propri passi per recuperare il farmaco e dissuaderlo dal proposito. Si instaura un tira e molla non soltanto dialettico tra i due, che si evolve in un rapporto dapprima conflittuale ma poi di curiosità intellettuale e perfino confidenza reciproche fino a sconfinare nell'affetto. Non sarà Irene ad aiutare Grimaldi, anche se indirettamente, nel suo intento, perché l'ingegnere, prima di attuarlo, le riconsegnerà la boccetta di Lamputal; ma la relazione di comprensione che è nata gli darà quella serenità e la forza di volontà per farla finita con un'esistenza che ritiene ormai senza motivazioni. La morte non viene ma mostrata, pur essendo presente in tutto il film, ma diventa, per un apparente paradosso, una cosa viva. Complimenti alla Golino, con l'auspicio che abbia presto l'opportunità di girare un'altra storia altrettanto valida e coinvolgente.

giovedì 16 maggio 2013

Effetti collaterali

"Effetti collaterali" (Side Effects) di Steven Soderbergh. Con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw. USA 2013 ★★★½
Dopo il parziale topicco di Contagion, ecco Soderbergh tornare ai suoi soliti livelli con un noir dallo svolgimento tutto sommato lineare che indaga però sui meccanismi della menzogna e della manipolazione e che non manca di bersagliare l'avidità delle multinazionali farmaceutiche nonché l'abuso che si fa degli psicofarmaci nel mondo occidentale, in particolare negli USA e il cinismo di chi li prescrive, e non solo allo scopo "di far stare bene", in primo luogo psichiatri e psicoterapeuti a vario titolo. Convincente protagonista è Rooney Mara, nei panni di Emily Taylor, una ventottenne che cade in una forte depressione proprio quando il marito, dopo 4 anni di detenzione per insider trading, esce dal carcere, fino al punto di tentare il suicidio, ed entra così in contatto con il dottor Banks, l'ottimo Jude Law, uno psichiatra "rampante" che le prescrive un nuovo farmaco che ha l'effetto collaterale di rendere sonnambula la sua cliente, che accoltella, senza rendersene apparentemente conto, il marito e viene per questo dichiarata non responsabile nel processo ma obbligata a seguire una terapia. Una serie di circostanze gioca però a sfavore del suo medico curante, Banks, e della sua carriera in ascesa e questi si trova a doversi trasformare in detective e a indagare su alcuni aspetti che non lo convincono nella condotta della paziente. Contatta così una collega, la dottoressa Siebert (un'inquietante Catherine Zeta Jones) che in passato aveva avuto in terapia Emily che finge di aiutarlo, mentre in realtà sta incastrandolo in un meccanismo perverso che va a suo esclusivo vantaggio, economico come sentimentale, preda com'è di una passione erotica incontenibile nei confronti di... sorpresa! Non si dice. Ma alla fine Banks scioglie l'enigma e la sua carriera è salva per un pelo. Sceneggiatura, movimenti di macchina, fotografia sono sapienti, le atmosfere tra il cupo e il torbido, come nel miglior Soderbergh, ottima la scelta del cast: non è il lavoro migliore del regista di Atlanta ma lo rimette in linea di volo.