giovedì 12 gennaio 2012
Do the Strand
martedì 10 gennaio 2012
Stop Over KL
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| La moschea Jamet (a sinsitra) e la moderna skyline del centro |
In rotta verso la Birmania dove, se non si saranno intoppi, sbarcherò dopo tre infruttuosi tentativi nel pomeriggio di oggi, ho fatto base a Kuala Lumpur, di cui conservo un gradevole ricordo, perché è la base ideale per qualsiasi spostamento nel Sud Est Asiatico, e non solo. Innanzitutto perché vi ha sede, con un proprio aeroporto, Air Asia, la compagnia low cost più capillare ed efficiente del Continente, ma perché meno cara e asettica di Singapore e meno caotica e turisticizzata di Bangkok. A tre anni di distanza, non l'ho trovata cambiata dall'ultima visita, a parte forse le Petronas Towers, rimastemi nel cuore, che mi sono sembrate ancora più argentee e scintillanti di quanto ricordassi, e confermo le mie impressioni di allora. Con un'aggiunta: la Malaysia non sarebbe diventata quello che è, ossia il Paese più sviluppato, tranquillo, benestante ed evoluto del Sud Est Asiatico se non fosse il risultato di una miscellanea etnica piuttosto ben riuscita: la corposa presenza dei cinesi, quasi il 25 % della popolazione, di indiani (7,5%) e ora anche di africani (ve n'erano parecchi, specie sudanesi ed etiopi, sull'aereo che mi ha portato qui da Dubai) è il carburante per il dinamismo della nazione, e questo nonostante le politiche statali che favoriscono la popolazione "indigena", ossia malese, e una progressiva e strumentale "islamizzazione" dello Stato in tal senso, con l'obiettivo di "compattare" la maggioranza. La sensazione è che questa spinta si sia attenuata: un po' per l'indole pacifica e tollerante dei malesi, un po' perché le varie etnie tendono a integrarsi, e quelle malese e cinese a fondersi, infine perché se si fermassero cinesi e indiani la Malaysia sarebbe alla paralisi nell'arco di una settimana: già ho sperimentato personalmente come durante il capodanno cinese il Paese letteralmente si fermi. Intanto, per non sbagliare e riprendere delle vecchie e gradite abitudini, dopo una dormita di otto ore filate una colazione a base di uno speziato e corroborante brodo di gallina con noodles dagli amici cinesi ha neutralizzato all'istante l'effetto jet lag!
(P.S.: se chi legge non avrà mie notizie nelle prossime settimane, ciò sarà dovuto a problemi di connessione, inesistente o precaria, dalla Birmania: mi rifarò al ritorno a Kuala Lumpur).
domenica 8 gennaio 2012
Cinque dolci caramelle nella calza della Befana nerazzurra
Sul piede di partenza verso l'Oriente, destinazione finale la Birmania oggi chiamata Myanmar, non ho potuto assistere dal vivo alla cinquina rifilata al Parma dalla Beneamata ieri sera, nel succulento anticipo della 17ª giornata di campionato. Che la serata potesse essere propizia me l'aveva fatto capire la calza nerazzura colma di generi di conforto per il lungo viaggio fattami trovare da una mia cara amica, oltre alla saggia decisione da parte della società di evitare lunghe trasferte in luoghi esotici per la preparazione in vista della ripresa del torneo, rimanendo in climi adeguati alle nostre latitudini ad Appiano Gentile. Al di là della scarsezza (relativa) del Parma, forse ancora intossicato dai bagordi natalizi, si è vista una squadra che è tornata a essere tale, un collettivo (l'esperienza infinita di Ranieri a questo è servita), pimpante, fisicamente a posto, con un gioco e la voglia di farlo. Ha chiuso la partita nel primo tempo (il migliore disputato nella stagione) con Álvarez che si conferma sempre più ai livelli che ci si aspettano da lui (l'autonomia a ritmi accettabili limitata a 60' al massimo è per ora il suo limite) e Milito, baciato finalmente dalla buona sorte, tramutato da ranocchio in Principe del "Triplete", su tutti. Di Milito (su assist perfetto di Álvarez), Motta dalla distanza e ancora Milito di testa su cross di Maicon gli splendidi gol del primo tempo; di Pazzini (su assist del Principe, che aveva messo lo zampino anche nella rete di Motta) e Faraoni, il primo in Serie A del giovane e promettente nerazzurro che a me piace moltissimo, i gol del pokerissimo perfezionato nella ripresa, giocata con raziocinio, controllando l'incontro. Il derby di domenica prossima? Siamo tornati nelle condizioni per giocarcela, come dimostra una differenza-reti tornata guardabile. Si può fare...
venerdì 6 gennaio 2012
J. Edgar
"J. Edgar" di Clint Eastwood. Con Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judy Dench, Josh Lucas. USA 2011 ★★★⅔Con Clint Eastwood si va sul sicuro: da quando si è dedicato, meritoriamente, alla regia, il "grande vecio" non ha sbagliato un colpo e riesce a raccontare come pochi altri le contraddizioni del suo Paese con profonda onesta, con uno sguardo libero da pregiudizi, nonostante le sue dichiarate posizioni di conservatore. Questa volta lo fa attraverso la biografia di J. Edgar Hoover, l'uomo che è stato per 48 anni, dal 1924 al 1972 a capo del FBI, identificandosi con esso. Nel film lo interpreta, magistralmente, un eccezionale Leonardo Di Caprio, reso dal trucco anche straordinariamente somigliante all'originale, così come Naomi Watts lo è alla sua fedelissima segretaria Helen Gandy e Armie Hammer al suo alter ego (e amante) Clive Tolson. Accuratissima la ricostruzione storica (e l'ambientazione), Hoover è descritto come un disadattato, ossessionato dalla lotta ai "bolscevichi" prima e ai gangster poi, in sostanza contro chiunque si sottraesse al suo controllo (considerava Mc Carty una specie di mammoletta), costante preda della paranoia che periodicamente assale la società USA: Eastwood lo fa senza sconti, svelando le miserie del personaggio (che prima di morire racconta in modo assai romanzato le proprie "imprese" ai suoi biografi di fiducia) che hanno le radici nella storia personale del personaggio, al punto che la pellicola, pur essendo fedelmente biografica, può definirsi sostanzialmente un film d'amore: quello quasi incestuoso di Hoover con una madre forte che sarà la sua guida finché vivrà; quello tra lui e Helen Gandy, che rifiuterà il suo corteggiamento e una proposta di matrimonio in cambio di un rapporto di fiducia assoluto; quello combattuto, da omosessuale latente, verso un omosessuale dichiarato come Clive Tolson, anche questo senza alcun pregiudizio e anzi con dolcezza da parte di un regista e uomo che dice sempre quello che pensa e lo fa con mano sicura, in un film dai colori spesso lividi, intenso, senza pause. E a raccontare un personaggio controverso come Hoover, conservatore e fobico, è un repubblicano dichiarato come il grande Clint. Avercene!
mercoledì 4 gennaio 2012
Ammortizzatori sociali
Eh sì. Occorre ripensarli, con la sobrietà che contraddistingue il Governo Monti. E prendendone in considerazione l'uso parziale alternativo come manganelli. Sia mai che qualcuno si incazzi.
martedì 3 gennaio 2012
Almanya - La mia famiglia va in Germania
"Almanya" (Almanya - Willkommen in Deutschland) di Yasemin Samdereli. Con Vedrat Erincin, Fahri, Ogün Yardin, Lilay Hueser, Denet Gül, denis Moschitto. Germania, 2011 ★★★Non stiamo parlando certo di un capolavoro, ma è un film dignitoso, aggraziato, che tratta in maniera ironica, ma con stile e leggerezza, il tema dell'immigrazione turca in Germania. Niente a che vedere con pagliacciate tipo i "grassi matrimoni greci" di produzione USA, il Paese più profondamente (e immotivatamente) razzista al mondo, o certe penose pellicole indo-pakistano-britanniche; qui la storia di una famiglia turca viene vista e raccontata ad uso e consumo del piccolo Cenk, nato tedesco da genitori misti, il primo della genìa a non parlare turco. A raccontare le traversie di nonno Hüsein sarà Canan, nipote del capofamiglia, tedesca nativa (come la regista e la sua sorella sceneggiatrice), così tedesca da essere fidanzata con un inglese da cui aspetta un figlio. Segreto che condivide proprio col nonno Hüsein, il capostipite, che impone alla propria famiglia un viaggio a ritroso in Anatolia, dove ha comprato casa nel paesello natìo. Film vedibile, come detto, e non così banale come ce lo si potrebbe aspettare. Sereno: non perché in Germania non esistano problemi di immigrazione, ma perché alla fine vi sono stati affrontati nella maniera probabilmente migliore in Europa. Un Paese in cui è plausibile vivere, essere rispettati, rimanere sé stessi ma anche contaminarsi. In cui si è diffidenti nei confronti dell'"altro" esattamente nel modo in cui lo si è con sé stessi. A buone ragioni.
domenica 1 gennaio 2012
Le Idi di marzo
"Le Idi di marzo" (The Ides of March) di George Clooney. Con Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Ewan Rachel Wood. USA, 2011 ★★★½
Ottimo, come nelle mie aspettative, l'ultimo film diretto da George Clooney, che mi ero riservato per il periodo natalizio. "Le Idi di marzo" lo vede nei panni di Mike Morris, governatore della Pennsylvania, in gara per la nomina a candidato democratico alla presidenza degli stati Uniti alle primarie dell'Ohio, che potrebbero rivelarsi decisive, ma il protagonista principale è Ryan Gosling, che qui si conferma dopo aver raggiunta vasta popolarità anche in Italia col recente "Drive", nel ruolo di Stephen Meyers, abilissimo addetto alla comunicazione di Morris e vice di Paul Zara, responsabile della campagna elettorale, interpretato dall'altrettanto bravo Philip Seymour Hoffman. Altro grande attore Paul Giamatti, che interpreta Tom Duffy, il capo della campagna dell'avversario di Morris, che propone a Meyers di passare nel suo campo. Il giovane addetto stampa tiene duro ma tace alcuni particolari dell'incontro a Zara che lo licenzia per "scarsa fedeltà", cosa che comunque indebolisce Morris. Meyers nel frattempo ha iniziato una relazione con una giovane stagista della campagna elettirale, figlia del senatore capo del Comitato nazionale democratico e da lei viene a sapere di particolari scabrosi sulla figura di Morris, e li userà per essere reintegrato e a sua volta il posto di Zara, riuscendo anche a ribaltare la posizione di Morris, sfavorito nei sondaggi, dal momento che gli assicura i voti dei delegati controllato dal senatore democratico del North Carolina Thompson, in cambio della promessa della vicepresidenza, assicurando a Morris la nomination. Un film che non solo svela ancora una volta corruzione, intrighi e miserie della politica. e se lo dice anche un convinto progressista come Clooney, in piena era Obama e ambientandolo in campo democratico, e prendendo di mira anche il mondo dell'informazione (bravissima Marisa Tomei), c'è da dargli ascolto; ma è anche un racconto di formazione che ha al centro il giovane guru dell'informazione Meyers, idealista convinto, costretto al gioco sporco da un lato per farsi rispettare, dall'altro per fare venir rappresentate le proprie idee, anche se da un futuro presidente non del tutto limpido come Morris.
Ottimo, come nelle mie aspettative, l'ultimo film diretto da George Clooney, che mi ero riservato per il periodo natalizio. "Le Idi di marzo" lo vede nei panni di Mike Morris, governatore della Pennsylvania, in gara per la nomina a candidato democratico alla presidenza degli stati Uniti alle primarie dell'Ohio, che potrebbero rivelarsi decisive, ma il protagonista principale è Ryan Gosling, che qui si conferma dopo aver raggiunta vasta popolarità anche in Italia col recente "Drive", nel ruolo di Stephen Meyers, abilissimo addetto alla comunicazione di Morris e vice di Paul Zara, responsabile della campagna elettorale, interpretato dall'altrettanto bravo Philip Seymour Hoffman. Altro grande attore Paul Giamatti, che interpreta Tom Duffy, il capo della campagna dell'avversario di Morris, che propone a Meyers di passare nel suo campo. Il giovane addetto stampa tiene duro ma tace alcuni particolari dell'incontro a Zara che lo licenzia per "scarsa fedeltà", cosa che comunque indebolisce Morris. Meyers nel frattempo ha iniziato una relazione con una giovane stagista della campagna elettirale, figlia del senatore capo del Comitato nazionale democratico e da lei viene a sapere di particolari scabrosi sulla figura di Morris, e li userà per essere reintegrato e a sua volta il posto di Zara, riuscendo anche a ribaltare la posizione di Morris, sfavorito nei sondaggi, dal momento che gli assicura i voti dei delegati controllato dal senatore democratico del North Carolina Thompson, in cambio della promessa della vicepresidenza, assicurando a Morris la nomination. Un film che non solo svela ancora una volta corruzione, intrighi e miserie della politica. e se lo dice anche un convinto progressista come Clooney, in piena era Obama e ambientandolo in campo democratico, e prendendo di mira anche il mondo dell'informazione (bravissima Marisa Tomei), c'è da dargli ascolto; ma è anche un racconto di formazione che ha al centro il giovane guru dell'informazione Meyers, idealista convinto, costretto al gioco sporco da un lato per farsi rispettare, dall'altro per fare venir rappresentate le proprie idee, anche se da un futuro presidente non del tutto limpido come Morris.
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