GUANGZHOU (廣州 - CANTON) - Ammetto che ero un po’ inquietato dall’ingresso in Cina e dall’impatto con Guangzhou, più conosciuta come Canton e che si trova a due ore di bus da Zhuhai, la prima città (un milione e mezzo d’abitanti, la sorella minore di Shenzen, e come quest una SEZ) oltre il faraonico ma estremamente funzionale posto di confine con Macao. Formalità di frontiera minuziose, con tanto di marchingegni elettronici a scannerizzare volto e passaporto, ma rapide, e gentilezza nel dare una mano a trovare la biglietteria e poi il mezzo, perché improvvisamente non c’è più alcuna scritta in caratteri latini. I più giovani, però, in genere un po’ di inglese lo masticano: particolarmente utile si rivela farsi trascrivere indirizzi e località in cinese. Dopo un tratto di costa sabbiosa e piacevole, ci si immette in un’autostrada a tre corsie, perfetta, con la segnaletica in verde come in Italia, una breve sosta nell’equivalente di un’autogrill e si arriva in questa città che non dà l’impressione di essere circondata da periferie degradate ma rende subito l’idea di essere un tutt’uno omogeneo. Se c’è una metropoli che mi aspettavo diversa questa è Canton, la capitale del Guangdong. Per secoli è stata la città più importante e popolosa della Cina assieme a Pechino e Shanghai, sapevo che si era ammodernata ed era cresciuta a dismisura, ma rimane pur sempre una città meridionale, con tutto ciò che il clima comporta anche nel modo di essere e di vivere della gente, l’antitesi di Pechino, e me l’attendevo caotica, disordinata, piena di traffico, magari sporca, inquinata da far spavento. Niente di tutto ciò: traffico scorrevole, macchine e mezzi pubblici in ottimo stato (parecchie BMW: la marca preferita tra le occidentali, ma ho visto anche parecchie Mercedes e qualche Porsche, mentre i taxi sono in buona parte VW. Tutte tedesche comunque, guarda caso. Già: il desolante personaggio che ci governa e ci sputtana per il mondo da una ventina d’anni si è degnato di venire in Cina forse una volta di sfuggita, mentre va in pellegrinaggio ogni mese da quell’altro farabutto suo sodale in Russia: un grande sbocco per le nostre imprese), lungofiumi alberati e con fioriere (e si tratta di chilometri e chilometri), nessuna cartaccia per terra e cestini dappertutto, bagni pubblici ogni 500 metri, questo lo avevo notato anche a Macao; verde, anche se dall’aspetto un po’ artificiale (ma piante e fiori sono veri: ho provato) appena possibile. Non so quanto ciò sia dovuto allo scrupoloso make up in vista dei Giochi dell’Asia che si sono tenuti qui in novembre, l’impressione che si ricava comunque è che questa non sia una città venuta su così per caso ma la cui evoluzione e sviluppo sono stati studiati con cura. In maniera forse discutibile, ma con idee chiare, un progetto in testa e realizzati con accuratezza, pensando, magari in modo un po’ paternalistico, a chi deve viverci.
A prescindere dalle dimensioni della città e dei suoi edifici, comunque imponenti, andando in giro per le strade e anche sui mezzi pubblici non si direbbe che a Guangzhou abitino oltre 12 milioni di persone: il massimo affollamento l’ho visto ieri sera tra le 18 e le 19 nell’isola pedonale di Shanxia Jiu (che inizia a Ovest in maniera dimessa per crescere man mano di livello e prezzi procedendo verso Est, in parallelo al corso del fiume che attraversa la città, sempre quello delle Perle, il Sikiang) ma è lo stesso che si registra in un qualsiasi fine settimana a Milano in Via Torino o Corso Vittorio Emanuele o a Roma in Via del Corso, ed esattamente identico l’abbigliamento di giovani e meno giovani, come forse si può notare dalla foto qui sopra. Ero capitato nella zona centrale di Liwan, dove nelle vie parallele all’isola pedonale sopravvive la vecchia Canton, guidato come sempre dal mio appetito e dal mio naso affinato alla bisogna: alle spalle degli immancabili MerDonalds e KFC, (questi ultimi fortunatamente assenti da noi) nelle vie traverse, rigurgitava di allegre taverne in una delle quali ho rimediato un’ottima cena a poco più di tre euro, seduto e attovagliato, in un ambiente simpatico. Come ho già scritto, non è per nulla difficile fraternizzare con dei cinesi a tavola. Nella zona, mi aveva impressionato la quantità di magazzini di qualsivoglia tipo di merce e lo sferragliare incessante di centinaia di carrelli spinti o tirati a mano, carichi di scatoloni: hanno sostituito i rik-sciò, che facevano parte dell’immagine agiografica di Canton; nonché la presenza sistematica di cartoneros, i recuperatori di imballaggio, se possibile ancora più professionali di quelli di Buenos Aires. Sulla Shanxia, con prevalenza di botteghe di vestiario, a completare la baraonda ragazzini e ragazzine che decantano la bontà del prodotto e dell’offerta con un incessante battito di mani. Come in altre città orientali (e non solo) intere vie, quando non quartieri, sono monotematici: prodotti per la casa; pneumatici e cerchioni; prodotti idraulici o per l’edilizia; arredamento; tessuti; strumenti musicali e casse acustiche, alcune di dimensioni elefantiache, strumentazione per karaoke, che in tutto l'Estremo Oriente è una pratica ossessiva, di culto; elettronica. Stamattina ho visto decine di centri commerciali di soli prodotti elettronici con centinaia di postazioni ognuno. Da non credere. Lettori, navigatori, cinecamere, cellulari e iPad i prodotti che vanno per la maggiore. Una città che finora mi ha stupito, efficiente, vivibile, in cui ci si muove discretamente a proprio agio, anche se rispetto a esempio a Hong Kong si respira qualcosa di asettico e di freddo, nonostante la gente sia più che disponibile e sia un piacere venirci a contatto.
MACAO - La prima impressione sbarcando a Macao è che sia infinitamente più portoghese di quanto Hong Kong sia inglese: è indubbio che i lusitani lascino nei luoghi entrati in loro possesso una maggiore traccia, almeno in termini architettonici: l’esempio di Salvador in Brasile è il più evidente, e lo stesso vale per Goa, in India. Immaginarsi a Macao, che è la più antica enclave europea in Estremo Oriente, dal 1557. Senza dimenticare che fino alla loro espulsione nel 1762 furono attivi nella loro sfrenata attività di conversione e indottrinamento i gesuiti: a loro si deve il monumento simbolo della città, ossia le rovine di San Paolo, o meglio la facciata in pietra che ne rimane dopo l’incendio che distrusse gli alloggiamenti militari che vi si era insediati (foto in alto). Pietra su cui sono incisi episodi della vita dei santi: una specie di bibbia dei poveri a uso degli illetterati. E’ dal 2005 che l’UNESCO ha dichiarato il centro storico, con una trentina di edifici e piazze, Patrimonio dell’umanità. Tra essi, il Palazzo del Leal Senado (rimasto fedele al Portogallo durante il dominio spagnolo tra il 1580 e il 1668), il Largo omonimo, La Fortaleza do Monte, la biblioteca di Sir Robert Ho Tung, il Largo do lilao, la Casa del Mandarino, il tempio di A-Ma, Il teatro Dom Pedro V (ultima foto in basso), la Cattedrale della Sé e le chiese di San Laurenço, Santo Domingo, Santo Agostinho, Santo Antonio, San José col relativo seminario. In parecchi angoli della città si ha l’impressione di trovarsi alla Baixa o a Graça a Lisbona, oppure a Porto: lo dicono le facciate delle case, talvolta gli azulejos, le scritte bilingui - che aiutano non poco - la pavimentazione spesso piastrellata (viene in mente quella di Avenida Atlantica, a Rio), l’abbondanza di piazze e slarghi. Macao per i portoghesi era un insediamento strategicamente perfetto: una stretta penisola con due porti naturali, uno che fronteggia la costa continentale e uno sul Fiume delle Perle, a Sud della quale si trovano due isole, Taipa e Coloane, ora collegate con due punti modernissimi e arditi, che fino a pochi decenni fa costituivano il retroterra agricolo della colonia. L’importanza commerciale di Macao aveva cominciato a declinare già alla metà dell’Ottocento, con l’avvento delle navi a vapore che hanno favorito i traffici col continente attraverso l’isola di Hong Kong: da allora un ruolo importantissimo l’ha avuto il gioco d’azzardo, grazie a una legislazione favorevole, che ha assunto un ruolo cruciale nella sua economia, tuttora in piena espansione così come il turismo: a 75’ di traghetto è sempre stata la prima “via di fuga” da Hong Kong e ora è meta di un turismo non certo d’élite dalla Repubblica Popolare.
Mentre però a Hong Kong i cinesi “continentali” si disperdono e vagano come intimoriti, soverchiati dal ritmo frenetico della città (e dalla sua “anima”, come notavo nel post precedente) qui impazzano e non si può fare a meno di notarli: si muovono a frotte(vedi foto qui sopra) spintonando e urlando come forsennati, mangiano, bevono e ruttano anche camminando, scaracchiano in continuazione per terra, fotografano qualsiasi cosa, indossano vestiti da supermercato sovietico e giubbotti e scarpe di plastica, possibilmente bianche. Soprattutto ti camminano addosso come se fossi trasparente e sbucano e ti si piazzano davanti ogniqualvolta stai per fotografare qualcosa che ti interessa: sono già preoccupato per cosa mi aspetta a Guangzhou fra due giorni, quando ne avrò intorno una dozzina di milioni. Macao è sempre stata un rifugio per i cinesi che fuggivano dalla fame e dall’oppressione politica, anche durante il Novecento, e l’ultima ondata consistente, che ha quasi raddoppiato gli abitanti della città (portando all’urbanizzazione di Taipa e Coloane realizzata con inquietanti palazzoni di trenta e più piani) risale al 1966/67, all’epoca della Rivoluzione Culturale, a riprova di quanto sia piacevole vivere sotto un regime comunista. Ora Macao conta circa seicentomila abitanti, e l’atmosfera è ovviamente molto più rilassata rispetto a Hong Kong: si potrebbe dire che vi si respira un’aria mediterranea. Edifici a parte, lo si nota anche nel cibo: numerosi sono i ristoranti portoghesi, gestiti da lusitani (ce ne sono più di diecimila) e “macanesi”, i meticci che tuttora parlano “patua”, circa ventimila, e la cui cucina è un curioso e saporito miscuglio che ha ascendenti nella madrepatria come in tutti i possedimenti portoghesi attorno al mondo, compresi Angola, Mozambico e Timor. Nonostante quest’aura europea, nel suo carattere Macao è però molto più cinese e provinciale di Hong Kong, non avendone l’apertura internazionale, e la presenza lusitana si rivela pura scenografia. Ne ho avuto conferma parlando con un portoghese che sta facendo un viaggio attraverso il passato coloniale del suo Paese, e proveniente da Goa, il quale usava il termine fantasma: quello che aleggia, perfino nelle scritte e nelle pietanze, ma sono pochissimi che parlano o solo intendano il portoghese, mentre in qualsiasi altra ex colonia è la lingua ufficiale o compresa da tutti, a cominciare dai 200 milioni di brasiliani.
HONG KONG - Accennavo nel post di tre giorni fa all’anima di Hong Kong. Giovedì sera, davanti a un piatto di gamberi piccanti e a una bottiglia di birra Tsingtao, fraternizzavo con un uomo sui 45 anni, un cinese – così si è presentato sottolineandolo orgogliosamente – nato a Hong Kong. Ha un figlio che studia a Londra e, forse influenzati da questa aura british, si è attaccato il discorso parlando del tempo. Mi confermava – me ne ero già al corrente da precedenti viaggi nel Sud Est Asiatico – che è questa, da ottobre a dicembre, la stagione migliore per venire a Hong Kong, quando si abbassano sia le temperature sia il tasso di umidità, piove poco, spira una gradevole brezza che ripulisce l’aria e rende terso il cielo, cosa che in città capita abbastanza di rado. Esaurito l’argomento meteorologico, trattandosi di un cinese e non di un inglese, si è passato subito a parlare di cibo, e dei posti migliori: dove si mangia meglio spendendo meno, preferibilmente gli “stalls” di strada prossimi ai mercati. Era insieme alla sua attuale compagna, una “baba-nonya”, o “peranakan” una cinese di Malesia con sangue misto, di Penang. Che quando ho chiamato la sua città Georgetown si è aperta in un sorriso a 32 denti e profusa in apprezzamenti entusiasti: a riprova che i cinesi della “diaspora” conservano generalmente in buon ricordo dell’amministrazione britannica, che li accolse a braccia aperte incoraggiandone l’immigrazione e le attività e concedendo loro opportunità che venivano negate dalla madrepatria. All’usuale domanda del mio interlocutore se mi piacesse Hong Kong, ho risposto che mi sentivo a mio agio e che ne apprezzavo il carattere cinese e internazionale insieme. “Eccone un esempio – mi ha detto facendo cenno ai tavoli attorno al nostro, disposti per strada nella zona del mercato di Temple Street -: qui c’è il mondo. Ma anche troppi cinesi di quelli di là”, indicando il Nord, alle sue spalle.
Alla mia domanda se li temesse e cosa pensasse della situazione di Hong Kong dopo ilhandover del 1997, mi ha risposto obliquamente, partendo da due premesse. La prima, la crisi finanziaria che travolse le cosiddette “Tigri Asiatiche” in coincidenza con la fine dell’amministrazione britannica e il passaggio alla Repubblica Popolare, pur rimanendone per altri 50 anni una SAR, regione ad amministrazione speciale; la seconda che la Cina sarà, volenti o nolenti, il Paese più sviluppato e finanziariamente potente del mondo già nel medio periodo, oltre che ad essere il più popolato da un pezzo e con questo occorre fare i conti, Hong Kong ma anche gli altri Paesi, a cominciare dagli USA (che sono tenuti “per le palle” dalla Cina, che ne ha in mano i titoli del suo debito pubblico), i quali in Asia, così come in Africa, contano sempre meno e sono in evidente declino. Ora i cinesi della Repubblica Popolare si presentano a Hong Kong come dei parvenu, degli zotici pieni di soldi ma senza un minimo di cultura e educazione. Quelli che sono emersi sono dei buzzurri, ed era inevitabile con un sistema politico-sociale come il loro. Esattamente come i russi danarosi, tutti più o meno ammanicati col sistema paramafioso messo in piedi da Putin, il sodale del Banana –ho osservato – che si presentano in Italia e in Europa a fare shopping, dagli alberghi alle società calcistiche e perfino ai giornali, come in Inghilterra (vedi Independent). Risultato di un sistema immondo, una feccia che ha pochi precedenti, e col danaro che gli esce dalle orecchie. Ma cambierà tutto nel giro di una sola generazione, ha replicato il mio interlocutore. Quando torneranno in patria i figli di costoro, che stanno studiando all’estero, nelle migliori università del mondo (era evidente l’orgoglio paterno e implicito il riferimento all’esperienza londinese del figlio) anche il sistema della Repubblica Popolare diventerà tutta un’altra cosa rispetto a ora, che al momento non riusciamo a immaginarci ma il processo sarà inevitabile. Mi è tornato alla mente quanto osservato sulle caratteristiche della “diaspora cinese” durante un viaggio di due anni orsono: quello che rende differente i figli di quello che fu il Celeste Impero, prima ancora delle leggendarie intraprendenza e laboriosità, è la cultura. Un valore di per sé, sempre ricercato. La prima cosa che un cinese fa, una volta che ha raggiunto una ragionevole stabilità economica, è investire sui figli, dando loro la migliore istruzione possibile. Lo fanno tutti, sia quelli che hanno fatto fortuna lontano dalla madrepatria, rendendosi presto indispensabili per far funzionare i Paesi in cui si trovano a vivere, sia quelli che stanno arricchendo ora nelle Zone ad Economia Speciale (SEZ) della Repubblica Popolare: i primi perché hanno memoria storica della miseria da cui sono venuti; i secondi perché conservano comunque un sottofondo culturale ultramillenario che 60 anni di intorpidimento sotto il regime comunista, che pretendeva di cancellare la storia e annichilire l’individuo, non sono riusciti a cancellare e che è pronto a riemergere alla prima occasione propizia: in questo Hong Kong, sfuggita alle campagne maoiste indirizzate a forgiare “il nuovo uomo cinese”, culminate nella Rivoluzione Culturale, è rimasta probabilmente la città più cinese di tutte: sempre ha investito nella cultura dei suoi figli. Questo vuol dire guardare al futuro: investendo nei giovani ma ricordandosi del proprio passato, e qualsiasi paragone con la situazione italiota è superfluo. Seguendo da lontano la ribellione degli studenti contro la riforma universitaria promossa da un’idiota senza arte né parte, già mediocre studentessa e avvocato con abilitazione compiacente, e auspicando una generale ribellione dei giovani, a cominciare dai lavoratori precari, non rimane che dire “Forza ragazzi: fate senza di noi. E nonostante noi”.
LAMMA (HONG KONG) - Sono centinaia le isole che fanno parte del territorio di Hong Kong, che è situata all’estremità orientale della baia formata dalla foce dello Sikiang, il Fiume delle perle, il terzo in lunghezza della Cina: quella occidentale è occupata da Macao. Tra queste isole, non più di una decina sono abitate. La terza in ordine di grandezza dopo Lantau, che è di gran lunga la più estesa, e Hong Kong, è Lamma. A 25 minuti di traghetto da Hong Kong Central (a sua volta raggiungibile facilmente in metropolitana da tutta la città, che usufruisce di due tunnel subacquei), cinquemila abitanti, in prevalenza pescatori, agricoltori e ristoratori, senza automobili e motociclette, con un solo sentiero pedonale a collegare i due centri abitati dell’isola, è un altro mondo rispetto alla metropoli. Ho approfittato del bel tempo e del giorno feriale per farvi un’escursione, perché nel fine settimana l’affollamento è assicurato: d’altra parte i gitanti di quella che è pur sempre una città-Stato, se non vanno ad affollare i casinò di Macao o i centri commerciali di Shenzen, una delle SEZ, Zone economiche speciali della Repubblica Popolare, dove fanno razzia di promozioni ultraconvenienti, scappano su queste isole, a meno di non invadere i parchi-divertimenti. Ricorda un po’ la situazione di Singapore, dove i locali nel fine settimana si riversano sulle isole indonesiane prospicienti la città che hanno stato di porto: a fare acquisti e a giocare d’azzardo (non per niente sono in stragrande maggioranza cinesi). Il capoluogo, dove apporla la maggior parte dei traghetti, è Yung Shwe Wan (foto in alto), un ridente villaggio che si sviluppa lungo la strada che segue tutta la piccola baia protetta, dotato di tutto il necessario: ufficio postale, bancomat, scuola, posto di polizia, negozi, ristoranti, pensioni, stanze in affitto. E pub, ben forniti di birra. E parecchi inglesi, gente che sa viaggiare e ha consuetudine con questi posti, soggiornano qui, dove una stanza costa mediamente la metà che in città, a partire da 30 €, ma grande il doppio, luminosa e con tutti i servizi. Per rendere l’idea, è come soggiornare a Burano e spostarsi per diletto o lavoro a Venezia, con la differenza che ci si mette meno ad arrivare a Hong Kong perché i traghetti sono più veloci.
Lamma è un’isola pressoché idilliaca, rigogliosa, mossa, piena di piccole insenature, peccato che la centrale elettrica alimentata a carbone, con le sue tre ciminiere visibili quasi ovunque, incombano sul capoluogo. Per farsi perdonare, la compagnia energetica ha sistemato gratuitamente, lastricandolo e pedonalizzandolo, il “Family Track”, il sentiero a saliscendi di 4 chilometri che unisce Yung Shwe Wan a Sok Kwa Wan, il secondo agglomerato di Lamma, facendone grazioso omaggio alla comunità dell’isola, e passando anche per Hun Gin Yeh Beach, che sarebbe anche piacevole e ben attrezzata, dotata di una bella spiaggia di sabbia fine, se non fosse che di fronte sorgesse l’ecomostro di cui ho detto (foto qui in alto). Compiuta la camminata igienica, per non perdere il ritmo di questi giorni, sotto il sole ma resa gradevole da una brezza corroborante, ho finalmente guadagnato Sok Kwa Wan (foto in basso), da dove partono altri traghetti in direzione dell’isola di Hong Kong; per Aberdeen, sulla costa meridionale che le sta di fronte, ma anche per la città propriamente detta, a Central. L’ora era quella del desinare e la sosta d’obbligo, nonché meritata, in uno dei ristoranti sul lungomare. In giro soltanto stranieri: europei, indiani, giapponesi, alcuni cinesi “popolari”. Come detto, gli indigeni arriveranno a frotte domani e domenica, giorni in cui è saggio rimanere in città. Mi sono quindi premiato con un’aragosta ben pasciuta, cucinata con burro e cipolle imbiondite: niente male. E riso fritto, un piatto a cui si rifà l’onnipresente “riso cantonese” ammannito dai ristoranti cinesi di mezzo mondo: ma qui è un piatto ben più sapido e ricco. Insomma, una cosa seria!
HONG KONG - Sapevo, prima ancora di metterci piede, che Hong Kong mi sarebbe piaciuta: ho un debole per le metropoli, ma poche hanno un loro carattere così forte che le renda delle vere città, delle capitali: Hong Kong è una di queste. Conserva una sua anima, nonostante sia colma di “non luoghi”, a cominciare dai giganteschi centri commerciali con i loro negozi uguali in tutto il mondo, uguali i marchi dei prodotti in vendita, uguali le catene dei punti di ristoro: talvolta cambia, ma solo parzialmente, il tipo di approccio alla tavola, ma anche qui si trovano il nostrano “Gelato di Gino”, "Deli-France” dei cuginastri d’oltralpe con le loro boiate dai nomi che fanno figo, “Al dente” che propina pasta e pizza, fino agli immancabili pornografi della gastronomia di massa di marca yankee come MerDonalds e Starfucks. Spesso solo per passare da una parte all’altra della strada, o anche per giungere in un determinato posto, magari una stazione della metropolitana, o l’imbarcadero per il ferry che porta sulla terra ferma bisogna attraversarli: per la regola che a forza di mettere specchietti per le allodole, qualcosa rimane attaccato. Evidentemente parecchio, perché i colossi immobiliari che hanno convertito intere aree, attrezzandole con passaggi pedonali sopraelevati e coperti, scale mobili, tapis roulant, e costruito palazzi che si sfidano per dimensioni e “lustrini”, si fanno pagare sicuramente fior di quattrini in un luogo dove “bisogna esserci”, e non vanno certo in perdita. In un primo tempo ho trovato la faccenda irritante, abituato come sono ad attraversare la strada da un marciapiede all’altro, ma all’interno le indicazioni sono sempre abbastanza chiare e difficilmente ci si “disperde” tra le mercanzie, a meno di volerlo, anche se i percorsi sono studiati ad arte per indurre in tentazione. Questa dei centri centri commerciali come passaggi obbligati è una caratteristica di Hong Kong propriamente detta, per la precisione del lato Nord dell’isola omonima (ce n’è alcune decine che formano l’arcipelago, in aggiunta), a cui appartiene una delle skyline più famose del mondo (ve la offro in versione cartolina con vsita dal Peak: Kowloon sullo fondo): qui ha sede il governo della SAR (regione ad amministrazione speciale) come lo aveva il governatore britannico fino al 1997; qui si trova il palazzo legislativo e qui è situata la “City” finanziaria.
Oltre ad essere quella più turistica, è rimasta, se vogliamo, la parte più “europea” della città: lo si intravede in alcuni palazzi sopravvissuti, qualche chiesa (tra cui la cattedrale di St. John, che sembra più una parrocchia di campagna inglese, per quanto aggraziata), nel tentativo di punteggiare di qualche oasi di verde pomposamente chiamata “parco” una delle aree più urbanizzate al mondo. Ai piedi del Victoria Peak (la cima più alta dell’isola con 552 metri) si stendono da Ovest a Est i quartieri di Sheung Wan, dove si trovano tuttora i grossisti di alimentari essiccati (pesci, radici, nidi di rondine, ogni cosa possibile e immaginabile) e le erboristerie; Soho; Central, dove sul lato della collina, nelle rare viuzze in salita rimaste, sopravvivono alcuni mercati di strada (nella foto al centro quello attorno a Graham Street), mentre verso la riva svetta tra gli altri il magnifico grattacielo progettato da Norman Foster per la HSBC; Admiralty, un coacervo di centri commerciali e di sedi di multinazionali; il vivace Wan Chai; Causeway Bay per finire, a Est, con Shau Kei Wan: o almeno si sono finito io in un quartiere dove raramente un turista mette piede, terminando la mia escursione al capolinea orientale di una delle sei linee di tram che percorrono il lato Nord dell’isola(foto in basso). Attivi dal 1904, a due piani, sono un’istituzione che non viene meno. Kowloon, che fa parte integrante della città, si estende invece sulla terraferma, dall’altro lato della Victoria Bay, non possiede una skyline quasi altrettanto imponente ma più che dignitosa, non ha colline che la sovrastino nell’immediato e quindi si sviluppa più verso l’interno, ed è sempre stata propriamente cinese e commerciale. A mio parere offre però una scelta maggiore, e non solo per lo shopping (a prezzi migliori) ma anche culturalmente (c’è un bellissimo museo d’arte, un altro della scienza, infine un planetario, tutto nell’area della passeggiata lungo la Victoria Harbour e anche umanamente: in definitiva è più vivace, e almeno a me piace di più. Ancora una volta ho fatto una buona scelta perché alloggio proprio nel cuore di Kowloon, tra Temple Street, dove si tiene un famoso mercato notturno, e Nathan Road, la via principale. E anche l’offerta gastronomica non ha paragoni, come rapporto qualità prezzo: il che è essenziale, e si concentra attorno alla mia geusthouse. A proposito, è ora di cena…
HONG KONG - Mi raggiunge da diecimila chilometri da distanza la notizia della morte di Mario Monicelli, che ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere a Udine in occasione del conferimento della laurea honoris causa, la prima decisa dalla facoltà di lettere, presieduta allora da mia cugina Caterina, dell'Università di Udine nel 2005. Aveva da poco compiuto i 90 anni e mi aveva dato del ragazzino quando gli avevo detto che a giorni ne avrei fatti 50 e stentavo a crederci. Tornava sempre molto volentieri in Friuli, dove aveva girato il film a cui forse teneva di più, "La Grande Guerra" (1959). In quei giorni, se non ricordo male, aveva girato anche una lunga intervista a cura di Gloria De Antoni che si svolgeva prevalentemente sul "trenino" della linea Sacile-Gemona, una tratta ormai quasi dismessa ma importantissima nella Prima Guerra Mondiale, nei luoghi in cui avvennero le riprese del film: credo sia andata in onda semiclandestinamente su RAITRE, nottetempo. Era una persona deliziosa, arguta, solo apparentemente burbera, sincera, attenta al prossimo. Poche parole, ma precise, essenziali, senza menare il can per l'aia. Sapeva raccontare, a modo suo, e ascoltare; colto, curioso quanto era frugale nell'esistenza quotidiana; stava bene tra i giovani e ne aveva fiducia; lo dicevano cinico, in realtà era rigoroso e diretto, mai ipocrita, detestava la retorica sopra ogni cosa. Mi ricordo quando raccontava dei pasti che si cucinava da solo, dopo essere andato a farsi la spesa, ogni giorno, perché da solo preferiva vivere, almeno quando era a Roma, e non dipendere da nessuno né rompergli le scatole con le proprie abitudini: l'ho subito amato molto per questo. Quando ho saputo che si era suicidato lanciandosi da una finestra dell'ospedale dopo aver coscienziosamente seguito le prime cure per un tumore alla prostata, ho pensato che non poteva che morire così, il Mario che ho conosciuto. Con grande dignità, scegliendo il momento di andarsene e senza dire una parola. Era stufo e aveva vissuto abbastanza: anche un cancro, no. Come epitaffio, le parole che pronunciò in quel maggio di cinque anni fa quando nella chiesa sconsacrata di San Francesco fu nominato "Dottore in storia e civiltà europee" - raramente titolo fu più pertinente: “Bisogna andare, conoscere, affrontare l’imprevisto, non soltanto dal punto di vista fisico, ma anche con il cervello. Sempre cercare qualcosa di irraggiungibile, forse di impossibile da trovare. L’uomo è un viandante e i miei film nascono tutti da quest’idea”.
TEL AVIV (תל אביב-יפו) - Ho organizzato la mia trasferta in Estremo Oriente, con base a Hong Kong, usufruendo degli ottimi prezzi di El Al, la compagnia di bandiera israeliana, e così sono riuscito a congegnare uno stop over di 18 ore, da stamattina alle 3 alle 21 di stasera, in modo di riuscire a dare almeno un'occhiata alla città. La seconda dopo Gerusalemme, che è anche la capitale, per numero di abitanti, ma centro dell'area metropolitana più popolata del Paese. Intanto da sfatare la pedanteria dei controlli doganali: meticolosi ma rispettosi alla partenza da Malpensa per quanto riguarda il bagaglio da stiva, nessun interrogatorio particolarmente penetrante e indiscreto, nessuna dichiarazione da presentare al controllo passaporti; per evitare rogne successive in Paesi che considerano Israele come un nemico basta chiedere di applicare il timbro che funge da visto di ingresso su un foglio a parte, che viene prontamente ritirato all'uscita dalla dogana. Non ho mai impiegato così poco tempo a sbrigare delle formalità di frontiera. "Gerusalemme prega e tel Aviv si diverte", recita un detto popolare, e la prima impressione ne è l'esatta conferma, calando alle prime luci dell'alba dalla stazione dei treni di Merkaz, a 10' dall'aeroporto Ben Gurion, a piedi verso il lungomare: alle sette del mattino erano già attivi jogger a decine, qualche bagnante si dedicava a una salutare nuotata mattutina, ma i veri padroni della spiaggia, e spesso dei marciapiedi, sono i cani, di ogni razza e dimensione: una densità canina paragonabile l'ho vista soltanto a Buenos Aires, e una città così innamorata dei quattrozampe soltanto Resistencia, sempre in Argentina, da dove avevo scritto un postcon un titolo simile a quello di oggi. Tel Aviv è decisamente moderna, e nel suo nucleo storico ricorda nettamente una città del meridione italiano, però più ordinata e pulita. Me l'aspettavo anche più caotica, invece rispetto alle nostre mi sembra piuttosto tranquilla, anche se qui sembrano lamentarsi. Laica e disinibita quanto Gerusalemme è religiosa e bigotta, qui anche le persone anziane hanno lo sgaurdo vispo dei ragazzi e l'aria di divertirsi: sembrano dei triestini, ossia i californiani d'Italia.
"Nasualmente" e non ancora dotatop di cartina, sono subito capitato nella zona del mercato di Carmel (quello che dà il nome alla marca degli avocado che giungono sulle nostre tavole: foto qui sopra la zona), estremamente simile, anche per gli edifici che lo circondano, nel quartiere cosiddetto "yemenita", a quelli palermitani della Vucciria e diBallarò, e anche le fattezze della gente lo sono: un sano miscuglio, dai biondi ai mori, come i siciliani. Sì, sono ebrei: ma hanno le stesse nostre facce e si muovono e gesticolano come noi. E parlano ininterrottamente. Colpisce la presenza di una quantità di russi, giunti negli ultimi decenni a rimpinguare la componente ebraica di Israele: è il russo la seconda lingua che si sente parlare, non l'inglese, e lo stesso vale per le scritte, decisamente un problema a parte il pieno centro se non si è dotati di una mappa. Seguendo il lungomare verso Sud per circa tre chilometri si giunge a Jaffa (foto in basso), situata su una collina a chiudere un'insenatura e a dominare un porticciolo. Di matrice prevalentemente araba, e in parte distrutta dagli inglesi per fare spazio a strutture militari, è stata oggetto di un intervento di restauro che se l'ha ripulita e ricostruita secondo gli antichi dettami, dà pur sempre un'impressione di posticcio: anche le vecchie pietre color ocra rimaste, levigate dal tempo, danno l'impressione di essere appena uscite da una cava e sottoposte ad accurata rifinitura. E' diventata un'attrazione turistica ma, alle 8 del mattino quando vi sono giunto io, gradevole. Oltretutto da Jaffa si gode di un'ottima vista sulla città e l'area metropolitana che si estendono per uan quindicina di chilometri verso Nord, in direzione di Haifa, e che stanno sviluppandosi verso Est. Nella parte bassa di Jaffa si tiene invece giornalmente un mercatino delle pulci che sembra trasportato in riva del Mediterraneo direttamente dalla Russia Sovietica, sia per le cianfrusaglie improbabili che vi si commerciano, sia per i volti dei rigattieri. Temperatura da tarda primavera, quand'è mezzogiorno un bagno lo farei pure io se mi fossi portato dietro il costume e se mi fidassi di lasciare in giro lo zainetto, ma va bene così, pensando che ieri la Terra dei Cachi era battuta dagli acquazzoni quando non coperta di neve. Manco a dirlo i locali sono per di più dotati di collegamento wi-fi gratuito e velocissimo, bar e caffè sono gradevolissimi, si mangia bene, e anche se si tratta della città più cara d'Israele, i prezzi sono accettabili. Meravigliose le spremute, su tutte quella di melograno, non a caso frutto sacro degli ebrei. Fresco, corroborante: si potrebbe dire divino. Un Paese in cui tornare, decisamente, per batterlo a fondo. Anche per capire, osservando, parlando, e non per sentito dire e con i paraocchi ideologici o religiosi. Quel che viene spontaneo chiedersi, è perché l'Unione Europea non solleciti l'adesione di Israele come, inascoltati, avevano proposto più volte e da tempo i radicali italiani. Un Israele europeo sarebbe una garanzia e anche un ottimo viatico per una soluzione della questione palestinese, ne sono convinto. Francamente, c'è molta più Europa qui che nella Romania e Bulgaria post sovietiche. Detto senza offesa. Shalom!